25 Ottobre 2026, domenica
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Dalle chat al blitz: nel Salento la pista nera corre sul web

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Non servono più stanze buie, volantini clandestini e simboli tracciati sui muri. Una parte dell’estremismo contemporaneo preferisce tastiere, nickname e chat apparentemente lontane dalla realtà. È lì, nel territorio senza confini dei social e delle piattaforme digitali, che secondo gli investigatori si sarebbe sviluppata anche la vicenda finita ora sotto la lente della Procura di Lecce.

Nella mattinata di oggi i carabinieri del ROS, con il supporto dei militari del Comando provinciale di Lecce, hanno eseguito una serie di perquisizioni personali, locali e informatiche nei confronti di una ventenne della provincia salentina, indagata per istigazione alla violenza e all’odio.

Il provvedimento è stato emesso dalla Direzione Distrettuale Antimafia della Procura di Lecce al termine di un’attività investigativa condotta sotto il coordinamento della Procura Nazionale Antimafia e Antiterrorismo.

A portare gli investigatori sulle tracce della giovane sarebbe stata soprattutto l’attività di monitoraggio della rete. Un lavoro che, nel linguaggio operativo, viene definito web patrolling, ma che nella sostanza significa osservare ciò che accade nei luoghi digitali nei quali propaganda, radicalizzazione e incitamento alla violenza possono viaggiare con una rapidità impensabile rispetto ai vecchi circuiti clandestini.

Secondo quanto emerso dall’inchiesta, il profilo social della ventenne avrebbe consentito di ricostruire la sua presenza all’interno della galassia virtuale riconducibile all’area accelerazionista. Un universo composito e radicale nel quale, stando alle contestazioni investigative, avrebbero trovato spazio contenuti di matrice neofascista e neonazista, messaggi di odio razziale e inviti alla violenza.

Il salto di qualità, secondo gli investigatori, sarebbe rappresentato proprio dall’esaltazione degli attacchi armati compiuti all’interno degli istituti scolastici, i cosiddetti mass shooting. Non soltanto ideologia, dunque, ma anche la celebrazione di episodi di violenza estrema come possibile modello di azione.

È questo uno degli aspetti più delicati dell’indagine. Perché il web, in casi del genere, non è soltanto il luogo nel quale le idee vengono pubblicate. Può diventare il luogo nel quale vengono condivise, amplificate, normalizzate e trasformate in linguaggio comune all’interno di comunità chiuse o semiaperte. Ed è proprio questa zona grigia, sospesa tra provocazione digitale e possibile istigazione concreta, a rappresentare uno dei terreni più complessi per chi indaga.

Gli investigatori hanno quindi deciso di passare dalla rete alla realtà fisica. Nel corso della perquisizione sono stati sequestrati tutti i dispositivi informatici nella disponibilità della giovane. Computer, telefoni e altri supporti digitali saranno ora sottoposti ad analisi approfondite, che potrebbero consentire di ricostruire conversazioni, contatti, materiali condivisi e l’eventuale estensione della rete di relazioni.

Il sequestro, in altre parole, non chiude l’indagine. Può essere l’inizio della parte più meticolosa: quella forense, fatta di dati recuperati, cronologie, conversazioni e collegamenti da verificare. Nel mondo digitale, spesso, ciò che viene cancellato non è necessariamente perduto. E proprio dall’analisi dei dispositivi potrebbero arrivare elementi utili a confermare oppure a ridimensionare il quadro fin qui ricostruito.

Resta però un punto essenziale, soprattutto quando un’indagine riguarda accuse tanto gravi. La perquisizione e l’iscrizione nel registro degli indagati appartengono alla fase delle indagini preliminari e non equivalgono a una condanna. La posizione della ventenne dovrà essere valutata nelle sedi competenti e alla luce degli elementi che saranno raccolti nel corso dell’inchiesta.

La presunzione di innocenza resta dunque intatta fino a una eventuale sentenza definitiva.

Intanto, il caso salentino riporta sotto i riflettori una questione più ampia: quanto sia sottile, nell’ecosistema digitale, la linea che separa la propaganda estremista dalla sua trasformazione in istigazione alla violenza. Una linea che oggi gli investigatori sono chiamati a individuare non soltanto nelle piazze o nei luoghi fisici, ma anche dentro una chat, dietro un profilo e tra le pieghe apparentemente infinite della rete.

Caso Nessy Guerra, la minaccia dell’ex marito: «Se non torni con me, chiederò che tu venga lapidata»

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Tre mesi senza sole, senza passeggiate, senza una vita normale per una bambina di tre anni. Tre mesi trascorsi dentro casa, con tre agenti armati a sorvegliare l’abitazione giorno e notte. E adesso, come se il paradosso non fosse già abbastanza surreale, la minaccia dell’ex marito: se Nessy Guerra non tornerà con lui, sostiene la donna, lui avrebbe annunciato sui social l’intenzione di chiedere che venga lapidata pubblicamente.

La vicenda della 27enne di Sanremo, bloccata in Egitto insieme alla figlia, torna così al centro dell’attenzione con un nuovo capitolo che aggiunge tensione a una storia giudiziaria e familiare già estremamente complessa.

«Oggi sono tre mesi che sono bloccata in casa. Non esco, non vedo la luce del sole, non posso portare mia figlia a fare una passeggiata», racconta Guerra. La donna è stata condannata in appello a sei mesi di carcere nell’ambito di un procedimento per presunto adulterio, accusa che ha sempre respinto. Ora attende il terzo grado di giudizio, mentre sulla sua libertà personale pesa una situazione che, nei fatti, assomiglia a una detenzione domiciliare, anche se, come sottolinea la sua legale Agata Armanetti, in Egitto non esisterebbe un istituto giuridico corrispondente ai domiciliari italiani.

La questione non è soltanto semantica. Perché proprio nelle ultime ore Guerra avrebbe appreso che i tre mesi trascorsi chiusa in casa non saranno conteggiati nel caso in cui la condanna a sei mesi dovesse essere confermata.

«Speravamo che questa che è a tutti gli effetti una detenzione domiciliare venisse detratta. Invece abbiamo saputo ieri che non sto scontando la pena. Non ci era stato riferito da nessuno», dice la donna.

Il calendario giudiziario, insomma, sembra procedere su un binario e quello della vita quotidiana su un altro. Il primo attende una decisione della Cassazione egiziana, i cui tempi restano incerti. Il secondo è già scandito da una quotidianità fatta di porte chiuse e sorveglianza armata.

La nuova minaccia

A rendere ancora più pesante la situazione sono le dichiarazioni attribuite all’ex marito, Tamer Hamouda.

Secondo il racconto di Guerra, dopo una lettera inviata alla sua legale nella quale l’uomo avrebbe intimato alla donna di risposarlo, prospettando in caso contrario una richiesta di carcerazione, sarebbe arrivato anche un video pubblicato sui social.

Nel filmato, sempre secondo quanto riferito dalla 27enne, Hamouda avrebbe parlato della possibilità di chiedere la lapidazione della donna qualora non accettasse di tornare con lui.

Un’escalation che, se confermata nei contenuti e nelle intenzioni, porta il conflitto familiare su un terreno ancora più grave. Guerra sostiene infatti di essere sottoposta a pressioni per ricostruire il rapporto con l’ex marito e di trovarsi, contemporaneamente, al centro di un procedimento penale dal quale potrebbe dipendere la sua possibilità di lasciare l’Egitto.

Tre agenti armati davanti casa

La scena descritta dalla donna è quella di una vita sospesa. Fuori dall’abitazione, racconta, stazionerebbero tre poliziotti armati incaricati di sorvegliarla.

Guerra ricorda un episodio avvenuto pochi giorni fa. Il proprietario della casa l’avrebbe invitata a cena insieme alla figlia e ai suoi genitori. Tutti sarebbero scesi al piano inferiore dell’edificio, dove l’ingresso affaccia su un giardino.

«I poliziotti si sono avvicinati vedendomi. Uno ha messo mano sulla pistola davanti a mia figlia», racconta. A quel punto sarebbe intervenuto il proprietario dell’abitazione per calmare gli agenti.

Un episodio che la donna descrive come particolarmente inquietante, soprattutto per la presenza della bambina. La figlia di tre anni, infatti, si trova coinvolta in una vicenda che non ha scelto e che, giorno dopo giorno, determina anche la sua libertà di movimento.

Sul caso sono già arrivati diversi appelli al governo italiano affinché intervenga a tutela della donna e della minore. A complicare ulteriormente il quadro c’è anche il divieto di espatrio che impedisce a Guerra e alla figlia di lasciare il Paese.

«Il procedimento era stato archiviato due volte»

Guerra contesta anche l’origine stessa del procedimento giudiziario.

«Nel 2024 l’accusa era stata archiviata due volte. Nel 2025 il nuovo procuratore ha riaperto il caso, fuori tempo massimo e senza le nuove prove necessarie», sostiene la donna.

La 27enne continua a negare di avere commesso il reato contestato e contesta anche la ricostruzione probatoria.

«Un reato che io non ho compiuto, con tre testimoni che dicono che io ho commesso adulterio», afferma. Tra questi, aggiunge, ci sarebbe anche un amico italiano dell’ex marito, persona che Guerra sostiene di non avere mai conosciuto e che sarebbe arrivata appositamente in Egitto per testimoniare contro di lei.

Sono affermazioni della donna e della sua difesa che dovranno essere valutate nelle sedi competenti, così come spetterà alla giustizia egiziana stabilire definitivamente gli esiti del procedimento.

Nel frattempo, però, la questione resta drammaticamente concreta. Una madre è chiusa in casa da tre mesi, una bambina di tre anni vive dentro una vicenda giudiziaria e familiare che non può comprendere, tre agenti armati sorvegliano l’abitazione e una decisione della Cassazione resta ancora da attendere.

Il tempo, in questa storia, non è però neutrale. Perché mentre il procedimento giudiziario aspetta il suo epilogo, quei tre mesi di vita sospesa sono già trascorsi. E, secondo quanto riferito da Guerra, potrebbero non valere nemmeno come pena già scontata.

America’s Cup 2027, Napoli apre la porta sul mondo: la sfida è far navigare la Campania oltre il Golfo

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Fotografia: da web

A cura di Salvatore Guerriero, Presidente nazionale e internazionale della Confederazione delle Imprese nel Mondo – PMI INTERNATIONAL

L’America’s Cup che nel 2027 porterà Napoli e il Golfo sotto gli occhi del mondo rappresenta molto più di un grande appuntamento sportivo. Per la prima volta nella storia, la Louis Vuitton Cup e l’America’s Cup Match si disputeranno in Italia e Napoli sarà la città ospitante della 38ª edizione della competizione. Le regate principali inizieranno il 22 maggio 2027, mentre la fase finale del Match prenderà il via il 10 luglio. È un passaggio di grande rilievo per Napoli, per la Campania e per l’intero Paese, perché offre all’Italia l’opportunità di presentarsi sulla scena internazionale attraverso uno degli eventi sportivi più prestigiosi e conosciuti al mondo.

La vera sfida sarà trasformare questa attenzione in una leva di sviluppo capace di andare oltre il perimetro della città. Napoli può diventare la porta d’ingresso attraverso la quale visitatori, operatori economici e imprese internazionali potranno scoprire una Campania molto più ampia di quella conosciuta attraverso le immagini del suo mare e delle sue città d’arte.

Questa regione possiede infatti una ricchezza straordinaria. Accanto alle isole del Golfo, al Vesuvio, alla Costiera Amalfitana, a quella Sorrentina e al Cilento, esiste un patrimonio meno conosciuto fatto di borghi, montagne, paesaggi, tradizioni, agricoltura, artigianato, cultura ed enogastronomia. Sono territori che possono trovare nell’America’s Cup un’occasione irripetibile di visibilità, a condizione che siano inseriti in una strategia comune. Il turista che arriverà a Napoli per assistere alle regate dovrebbe poter conoscere anche gli altri territori campani, scoprendone i prodotti, le aziende, i luoghi della cultura, i percorsi naturalistici e le eccellenze gastronomiche. Non si tratta semplicemente di distribuire i flussi turistici, ma di costruire un’offerta integrata nella quale mare ed entroterra diventino parti di un’unica esperienza.

Per raggiungere questo obiettivo sarà necessario mettere in rete istituzioni, imprese, operatori turistici, ristorazione, agricoltura, artigianato, cultura e servizi. È questa capacità di fare sistema che può trasformare un grande evento sportivo in una concreta occasione economica per il territorio.

La dimensione dell’appuntamento lascia intravedere le potenzialità. La regata preliminare disputata a Napoli dal 24 al 27 settembre 2026 ha rappresentato una prima tappa del percorso verso il 2027, mentre la città aveva già sperimentato l’attrattività della competizione con le America’s Cup World Series del 2012 e del 2013. In quelle occasioni, secondo le stime degli organizzatori riportate dall’America’s Cup, oltre un milione di persone assistette alle regate dal lungomare nel corso delle due settimane di eventi.

Un precedente ancora più significativo arriva da Barcellona, sede della 37ª America’s Cup nel 2024. Lo studio realizzato dall’Università di Barcellona e dalla Barcelona Capital Nàutica Foundation ha stimato un impatto economico positivo di 1,034 miliardi di euro, 1,8 milioni di visitatori nei siti dell’evento e un equivalente di 12.872 posti di lavoro generati a Barcellona. Sono risultati legati a uno specifico territorio e a una particolare edizione e non possono essere automaticamente trasferiti a Napoli, ma mostrano quanto una manifestazione di questo livello possa produrre effetti che vanno ben oltre la competizione sportiva. Ed è proprio qui che emerge la dimensione nazionale dell’appuntamento. L’America’s Cup può diventare una vetrina per il Made in Italy e per un sistema produttivo che nella nautica esprime competenze riconosciute a livello internazionale. Secondo Confindustria Nautica, la filiera della nautica italiana genera oltre 13 miliardi di euro di valore aggiunto e quasi 168 mila occupati. Nel 2025 l’export della cantieristica nautica italiana ha sfiorato i 4,4 miliardi di euro.

Dietro una grande imbarcazione da competizione non ci sono soltanto sport e spettacolo. Ci sono ricerca, progettazione, materiali, elettronica, meccanica, software, design, energia, formazione e una rete di imprese altamente specializzate. È un patrimonio industriale che l’Italia deve avere la capacità di raccontare e mettere in relazione con nuovi mercati.

La Campania dispone di competenze industriali, università, centri di ricerca, imprese tecnologiche, cantieristica, porti e una posizione strategica nel Mediterraneo. L’America’s Cup può diventare un punto di incontro tra queste realtà e il mondo, favorendo relazioni economiche, innovazione, blue economy, sostenibilità e nuove collaborazioni internazionali.

In questo quadro anche le aree interne possono assumere un ruolo nuovo. Molti territori possiedono qualità straordinarie, ma spesso non hanno la visibilità necessaria per raggiungere mercati più ampi. La Coppa può offrire un’occasione per raccontare queste realtà e collegarle ai grandi flussi internazionali che arriveranno in Campania.

Il tema, dunque, non riguarda soltanto il turismo. Riguarda la capacità di utilizzare un evento globale per rafforzare l’intero ecosistema economico, produttivo e culturale. La Campania può diventare il luogo nel quale questa strategia prende forma, mentre l’Italia può presentarsi attraverso le proprie eccellenze industriali, tecnologiche, culturali e imprenditoriali.

Per questo l’America’s Cup non dovrebbe essere considerata semplicemente un appuntamento del 2027. Il vero obiettivo è costruire ciò che resterà dopo l’ultima regata. Le relazioni internazionali, i nuovi mercati, le competenze, la promozione dei territori e la reputazione conquistata possono continuare a produrre valore negli anni successivi.

La responsabilità è quindi trasformare la visibilità in progettualità. Napoli può essere il punto di partenza, la Campania il grande territorio da raccontare e l’Italia il sistema da presentare al mondo.

Questa regione deve avere l’ambizione di mostrarsi non soltanto attraverso ciò che il mondo già conosce, ma anche attraverso tutto ciò che ancora deve scoprire. Perché il valore di un grande evento non si misura soltanto nei giorni in cui le barche scendono in acqua, ma nella capacità di trasformare quell’attenzione in relazioni, investimenti, lavoro e nuove opportunità.

Il mare può essere la nostra grande porta verso il mondo. La sfida è fare in modo che, attraverso quella porta, il mondo possa entrare nel cuore della Campania e, da qui, conoscere e apprezzare una parte importante dell’Italia.

Il lavoro rallenta ad agosto: più occupati in un anno, ma tornano a salire i disoccupati

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Il mercato del lavoro italiano ad agosto manda un segnale tutt’altro che univoco. Da una parte gli occupati restano oltre quota 24 milioni e, rispetto a un anno fa, sono 291mila in più. Dall’altra, però, la fotografia mensile si fa meno rassicurante: gli occupati diminuiscono di 5mila unità e le persone in cerca di lavoro aumentano di 48mila. Risultato: il tasso di disoccupazione sale al 6,2%, due decimi di punto in più rispetto a luglio.

È una sorta di paradosso statistico, ma non di quelli che si risolvono con una battuta. Il lavoro, nel complesso, continua a crescere su base annua, mentre nel breve periodo mostra qualche segnale di affaticamento. E mentre diminuisce il numero degli inattivi, cioè di chi non lavora e non cerca un impiego, aumenta quello di chi torna a bussare alla porta del mercato del lavoro.

Secondo i dati diffusi dall’Istat, ad agosto gli occupati sono 24 milioni e 352mila, mentre i disoccupati raggiungono quota 1 milione e 591mila. Il tasso di occupazione scende al 63%, con una flessione di 0,1 punti sul mese. Il dato annuale, però, racconta ancora una storia diversa: rispetto ad agosto 2025 gli occupati sono aumentati dell’1,2%, pari a 291mila unità, e il tasso di occupazione è cresciuto di 0,6 punti.

Più persone cercano lavoro

La novità più evidente è proprio l’aumento dei disoccupati. In agosto le persone in cerca di occupazione sono cresciute del 3,1%, con 48mila unità in più rispetto a luglio. Su base annua l’incremento è ancora più consistente: 129mila persone in più, pari all’8,8%.

L’aumento riguarda uomini e donne e coinvolge tutte le fasce d’età. Anche il mercato del lavoro giovanile presenta un conto poco incoraggiante: il tasso di disoccupazione tra i 15 e i 24 anni sale al 20,3%, con un incremento di 0,6 punti in un solo mese.

Il dato suggerisce una dinamica da leggere con attenzione. Una parte della popolazione che in precedenza non partecipava al mercato del lavoro sembra infatti tornare a cercare un impiego. Ed è qui che entra in scena il numero apparentemente più virtuoso dell’intera rilevazione: quello degli inattivi.

L’inattività scende al minimo storico

Tra i 15 e i 64 anni gli inattivi diminuiscono di 21mila unità rispetto a luglio e di ben 381mila rispetto ad agosto dello scorso anno. Il tasso di inattività scende così al 32,7%, il livello più basso dall’inizio delle serie storiche dell’Istat, nel 2004.

In questa fascia d’età gli inattivi sono ora 12 milioni e 124mila. Il tasso diminuisce di 0,1 punti sul mese e di 0,9 punti sull’anno.

È un dato che merita di essere affiancato a quello sulla disoccupazione. Se diminuiscono gli inattivi e contemporaneamente aumentano le persone in cerca di lavoro, una parte di chi prima era fuori dal mercato sembra essersi rimessa in gioco. Il risultato statistico, nel breve periodo, può quindi apparire meno brillante sul fronte della disoccupazione proprio mentre segnala una maggiore partecipazione al mercato del lavoro.

Gli over 50 trainano l’occupazione

A sostenere la crescita degli occupati sono soprattutto i lavoratori più anziani. Ad agosto gli occupati con almeno 50 anni aumentano di 48mila unità rispetto a luglio e di 367mila rispetto allo stesso mese del 2025.

La loro consistenza supera così quota 10 milioni e mezzo, arrivando a 10 milioni e 520mila persone. Rappresentano ormai il 43,2% degli occupati complessivi.

La fotografia anagrafica, dunque, è tutt’altro che omogenea. Nel mese crescono gli occupati over 50 e aumentano i dipendenti permanenti, mentre diminuiscono i lavoratori a termine e gli autonomi. Scendono anche gli occupati tra i 25 e i 34 anni e nella fascia 35-49 anni. Tra i più giovani, dai 15 ai 24 anni, il numero degli occupati resta invece invariato.

Il posto fisso cresce, il tempo determinato arretra

È proprio la composizione dell’occupazione a raccontare un altro pezzo della storia.

I dipendenti a tempo indeterminato raggiungono 16 milioni e 669mila unità, 48mila in più rispetto a luglio e 370mila in più rispetto ad agosto 2025. Al contrario, i dipendenti a termine scendono a 2 milioni e 391mila, con una diminuzione di 48mila unità sul mese e di 157mila sull’anno.

Gli autonomi calano di 5mila unità rispetto a luglio, ma nell’arco dei dodici mesi aumentano di 78mila, arrivando a 5 milioni e 292mila.

Nel complesso, dunque, la crescita annuale dell’occupazione è accompagnata da una ricomposizione interna: aumentano soprattutto i dipendenti permanenti, mentre arretrano quelli a termine. Una trasformazione che rende il dato complessivo più articolato del semplice +291mila.

Il trimestre conferma la crescita, ma anche la pressione sulla disoccupazione

Allargando l’obiettivo, il quadro appare leggermente più stabile. Nel trimestre giugno-agosto 2026 gli occupati sono aumentati di 40mila unità rispetto al trimestre precedente, pari allo 0,2%.

Nello stesso periodo, però, le persone in cerca di lavoro sono aumentate dell’8,5%, cioè di 123mila unità. Gli inattivi tra i 15 e i 64 anni sono invece diminuiti di 164mila, pari all’1,3%.

Ancora una volta, le tre grandezze si muovono contemporaneamente: più occupati, meno inattivi e più persone alla ricerca di un posto. È il segnale di un mercato del lavoro che continua ad assorbire forza lavoro, ma che non riesce a trasformare ogni nuovo ingresso in un’occupazione.

La fotografia di agosto

Il bilancio dell’Istat, insomma, non è quello di un mercato del lavoro fermo, ma nemmeno di una marcia trionfale. In un anno gli occupati sono aumentati di 291mila unità, il tasso di occupazione è salito di 0,6 punti e l’inattività ha raggiunto il livello più basso mai registrato dal 2004.

Ma agosto porta con sé anche una frenata: 5mila occupati in meno rispetto a luglio, 48mila disoccupati in più e un tasso di disoccupazione salito al 6,2%. Per i giovani, il quadro è ancora più severo, con il tasso di disoccupazione al 20,3%.

La fotografia, quindi, ha più di un piano. L’occupazione cresce se si guarda indietro di dodici mesi, mentre la disoccupazione aumenta se si guarda al mese appena trascorso. E il dato sull’inattività, apparentemente laterale, è forse quello che aiuta più di tutti a capire cosa sta succedendo: sempre meno persone restano fuori dal mercato del lavoro. Il problema, semmai, è capire quanto rapidamente il mercato riuscirà a trasformare questa maggiore disponibilità in posti di lavoro.

California, la montagna russa che fa paura: chiude per sempre l’X2 di Six Flags

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Per oltre vent’anni ha fatto della paura uno spettacolo. Adesso, quella stessa paura è diventata il motivo per cui l’X2 non riaprirà più. La celebre montagna russa di Six Flags Magic Mountain, in California, sarà chiusa definitivamente dopo una serie di denunce e segnalazioni relative a presunti gravi danni neurologici subiti dai passeggeri.

L’attrazione, una delle più riconoscibili del parco, non è esattamente il genere di giostra pensata per chi cerca una passeggiata tranquilla. I vagoni raggiungono circa 130 chilometri orari, mentre i sedili ruotano indipendentemente di 360 gradi. Discese, torsioni e bruschi cambi di direzione trasformano pochi minuti di corsa in una sequenza di accelerazioni e movimenti estremi. Per milioni di visitatori è stato il punto di forza dell’esperienza. Per altri, secondo quanto riportato nelle denunce, avrebbe avuto conseguenze molto più gravi.

Tra i casi più recenti ci sono quelli di Pamela Guillen, 40 anni, e Naomi Greer-Wilkinson, 25 anni. Guillen è salita sull’X2 il 5 luglio e, secondo quanto riferito dai familiari alla Cnn, ha riportato un grave ematoma subdurale e una compressione cerebrale. Le sue condizioni hanno reso necessario un intervento chirurgico d’urgenza durante il quale è stata rimossa una parte del cranio.

Pochi giorni dopo, la tragedia ha assunto contorni ancora più drammatici. Greer-Wilkinson avrebbe perso conoscenza dopo essere scesa dalla stessa attrazione ed è stata sottoposta a un intervento chirurgico d’urgenza al cervello. È rimasta in coma per settimane. Secondo i genitori, la giovane non è tuttora in grado di parlare né di respirare autonomamente.

Sono episodi che hanno riacceso i riflettori su un’attrazione già finita al centro di controversie. Decine di persone hanno dichiarato di aver riportato problemi e lesioni neurologiche dopo aver utilizzato l’X2, dando origine a una serie di denunce. Saranno naturalmente le autorità e gli eventuali procedimenti giudiziari a stabilire responsabilità e nesso causale tra la corsa e le lesioni denunciate.

C’è però anche un precedente impossibile da ignorare. Quattro anni fa un uomo di 22 anni morì dopo essere salito sull’attrazione. La giostra venne chiusa dopo quell’episodio, ma in seguito tornò operativa.

Ora il sipario cala definitivamente.

La decisione è stata annunciata dai responsabili del parco, che hanno scelto di interrompere una volta per tutte l’attività dell’X2. Una scelta che arriva nonostante, secondo la società, l’attrazione abbia superato numerosi controlli di sicurezza.

«Sebbene l’X2 abbia superato con successo numerosi test di sicurezza, abbiamo deciso di chiudere l’attrazione perché riteniamo sia la scelta giusta», ha dichiarato Brian Oerding, presidente del parco.

Una frase che, nella sua apparente semplicità, racconta il paradosso di questa storia. Una macchina progettata per spingere il corpo umano verso il limite può anche superare i test previsti dalle procedure, ma quando intorno a quel limite cominciano ad accumularsi incidenti, denunce e conseguenze devastanti, la questione smette di essere soltanto tecnica.

L’X2 era nata per vendere adrenalina. Ora finisce la sua corsa sotto il peso di una domanda molto meno spettacolare, ma decisamente più importante: quanto deve essere estremo un divertimento prima che il rischio smetta di essere parte del gioco?

Per l’X2, almeno, la risposta è arrivata. Ed è un definitivo stop.

Fairford, l’ombra dell’Iran sulla pista britannica. Trump: «O un accordo o li facciamo saltare»

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A Fairford, nel Gloucestershire, la benzina non è finita soltanto nei furgoni. È finita anche sul fuoco delle tensioni tra Londra, Washington e Teheran.

La vicenda comincia nella notte di domenica 27 settembre, quando la polizia viene allertata per la presenza sospetta di tre furgoni nei pressi della RAF Fairford, base britannica utilizzata dagli Stati Uniti e diventata, nel corso della guerra con l’Iran, un punto strategico per le operazioni americane. Cinque uomini britannici, tutti ventenni e provenienti da Londra, vengono arrestati con l’accusa di reati legati agli esplosivi e alla preparazione di un atto terroristico.

Il quadro, però, nelle ore successive si fa meno cinematografico e più complicato. Nei veicoli viene trovata della benzina, utilizzabile come accelerante, ma non vengono rinvenuti esplosivi. I cinque sospetti vengono quindi rilasciati su cauzione, pur restando sotto indagine. Una decisione che negli Stati Uniti viene accolta con qualche perplessità e che Donald Trump non perde occasione di commentare.

Poi arriva il passaggio che trasforma un allarme di sicurezza in una questione geopolitica.

Il premier britannico Andy Burnham afferma che esistono «forti indizi» secondo cui l’Iran avrebbe avuto un ruolo nell’episodio di Fairford. Una formulazione politicamente pesante, ma ancora lontana da una ricostruzione giudiziaria definitiva: la stessa polizia antiterrorismo britannica considera l’indagine ancora aperta e sta esaminando diverse ipotesi, compresa quella di un coinvolgimento di uno Stato straniero o di suoi eventuali intermediari.

Burnham assicura che Londra sta lavorando a stretto contatto con Washington e definisce l’inchiesta «complessa e seria». Il governo britannico, insomma, prova a tenere insieme due esigenze che in casi come questo tendono a litigare tra loro: rassicurare l’opinione pubblica e non dire più di quanto le indagini consentano ancora di dire.

Teheran, naturalmente, non gradisce.

L’ambasciata iraniana a Londra respinge categoricamente qualsiasi collegamento con i cinque arrestati e definisce le accuse una costruzione «infondata e dolosa». Il ministro degli Esteri Abbas Araghchi rincara poi la dose rivolgendosi direttamente a Burnham. Il messaggio, tradotto dal linguaggio diplomatico a quello meno diplomatico dei social, è semplice: state cercando nel posto sbagliato.

Araghchi accusa Londra di alimentare una narrazione anti-iraniana e sostiene che le accuse arrivino proprio mentre il confronto tra Iran, Stati Uniti e alleati occidentali attraversa una delle sue fasi più tese. Teheran nega dunque qualsiasi responsabilità e lascia intendere di essere pronta a contestare anche sul piano legale quelle che considera accuse infondate.

Nel frattempo, dall’altra parte dell’Atlantico, Trump osserva la vicenda con l’abituale miscela di cautela dichiarata e minaccia esplicita.

Alla domanda dei giornalisti sull’eventuale coinvolgimento iraniano, il presidente americano risponde che gli Stati Uniti stanno studiando la questione «molto attentamente» e che arriveranno presto ulteriori elementi. Trump non conferma pubblicamente un’attribuzione definitiva, ma lascia chiaramente intendere che Washington considera la pista iraniana tutt’altro che marginale.

E poi, come spesso accade quando Trump passa dalla diplomazia alla sintassi, il ventaglio delle possibilità si restringe parecchio.

Parlando dei leader iraniani, il presidente americano sostiene che sia arrivato il momento di scegliere tra un accordo e un’ulteriore escalation militare. Alla domanda su come sia possibile negoziare con interlocutori che considera irrazionali, Trump risponde: «Maybe you blow them up», cioè «magari li facciamo saltare in aria». Subito dopo ribadisce il bivio: accordo oppure azione militare. E assicura che la guerra finirà «molto presto», in un modo o nell’altro.

È una frase che difficilmente potrebbe essere definita un invito alla distensione. Ma soprattutto fotografa il clima nel quale si inserisce il caso Fairford: ogni sospetto può diventare un tassello di una partita militare già incandescente e ogni dichiarazione rischia di trasformare un’indagine ancora in corso in una prova politica.

La questione centrale, infatti, resta ancora senza una risposta pubblica completa: che cosa stavano realmente facendo i cinque uomini nei pressi della base?

Gli investigatori devono stabilire il loro obiettivo, il significato della presenza dei tre furgoni, la provenienza del materiale trovato a bordo e, soprattutto, se esista davvero un collegamento con Teheran. La polizia britannica ha precisato che tra le linee investigative c’è anche la possibilità che eventuali reati siano stati commessi da persone che agivano, consapevolmente oppure inconsapevolmente, per conto di uno Stato straniero.

È una distinzione decisiva. Dire che esiste una pista iraniana non equivale a dimostrare che l’Iran abbia ordinato l’operazione. E dire che esistono «forti indizi», come sostiene Burnham, non significa che l’attribuzione sia già diventata una verità giudiziaria.

Fairford, intanto, resta un bersaglio dal valore tutt’altro che simbolico. La base è stata utilizzata dagli Stati Uniti per operazioni militari contro l’Iran e proprio questo elemento contribuisce a spiegare perché l’ipotesi di un’azione riconducibile a Teheran venga presa sul serio dalle autorità britanniche e americane.

Ma proprio perché la posta in gioco è così alta, la cautela non è un lusso lessicale. È parte dell’indagine.

Per ora ci sono cinque arresti, tre furgoni, del carburante ma nessun esplosivo trovato, una pista iraniana considerata concreta dagli investigatori e definita «fortemente indicativa» dal premier britannico, una smentita netta di Teheran e un presidente americano che mette sul tavolo, senza troppi giri di parole, tanto la possibilità di un accordo quanto quella di «farli saltare».

Il resto, almeno per il momento, è ancora da provare.

E in una vicenda che potrebbe avere conseguenze molto più grandi di una notte movimentata nel Gloucestershire, è probabilmente la parte della storia che conta di più.

Minimarket, controlli a Don Bosco: quando la spesa di quartiere finisce sotto esame

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A Roma anche il minimarket sotto casa può diventare, per qualche ora, un piccolo laboratorio di legalità. Basta che arrivino insieme polizia di Stato, Guardia di finanza e Polizia locale. È accaduto nel quadrante Don Bosco, dove i controlli sugli esercizi di vicinato hanno acceso i riflettori su quello che spesso appare come il commercio più semplice e quotidiano della città: entri, compri una bottiglia, una scatola di biscotti, qualche prodotto surgelato e torni a casa. Dietro il bancone, però, ci sono regole che non si vedono e che valgono quanto il prezzo esposto sullo scaffale.

E proprio sugli scaffali si è concentrata l’operazione coordinata dal dirigente del commissariato di Polizia di Stato Tuscolano. Dieci attività commerciali sono state controllate e in quattro sono emerse irregolarità nella commercializzazione degli alimenti e negli obblighi informativi destinati ai consumatori.

Il risultato più immediato è finito nei verbali: circa 14 chili di prodotti alimentari sequestrati, tra pesce surgelato e prodotti ortofrutticoli, oltre a 350 lattine e 211 bottiglie prive dei requisiti informativi previsti dalla normativa. In diversi casi mancavano indicazioni essenziali sull’origine, sulla composizione e sulla scadenza degli alimenti. E non erano presenti neppure le informazioni obbligatorie in lingua italiana.

Insomma, il consumatore poteva anche leggere l’etichetta, a patto di riuscire prima a trovarla.

Il punto, naturalmente, non è soltanto burocratico. L’etichetta non è un dettaglio ornamentale del packaging e neppure una formalità destinata a soddisfare qualche timbro amministrativo. È lo strumento attraverso il quale chi acquista può sapere cosa sta mettendo nel carrello e, soprattutto, cosa sta portando a tavola. Origine, composizione, scadenza e informazioni nella lingua prevista dalla legge sono elementi che incidono direttamente sulla possibilità di fare una scelta consapevole.

Ma il controllo non si è fermato alla merce. Una volta aperta la porta del negozio, gli investigatori hanno allargato lo sguardo agli altri aspetti della gestione dell’attività. Sono emerse ulteriori violazioni, tra cui la vendita di alcolici oltre l’orario consentito e la mancata esibizione dell’attestazione relativa al pagamento del canone speciale Rai.

Poi c’è il capitolo più delicato, quello dei rapporti di lavoro. Durante le verifiche sono state raccolte evidenze potenzialmente indicative di irregolarità nella gestione dei dipendenti. Su questo fronte, però, il procedimento non è chiuso: sono in corso specifici approfondimenti in raccordo con l’Ispettorato del lavoro.

È una distinzione importante, perché un controllo amministrativo non equivale automaticamente a una responsabilità accertata. Le violazioni contestate hanno percorsi e conseguenze differenti e, soprattutto sul versante lavoristico, gli accertamenti devono ancora completare il loro iter.

Il bilancio economico dell’operazione supera intanto i 14 mila euro di sanzioni amministrative. Una cifra che restituisce la dimensione concreta dei controlli, ma anche la complessità di un settore che vive a stretto contatto con il quartiere e con le sue abitudini di consumo.

Il commercio di prossimità, del resto, è una delle infrastrutture meno celebrate della città. Non compare nei grandi progetti urbanistici e raramente finisce nei discorsi sulla trasformazione delle metropoli. Eppure è lì, sotto casa, dove si comprano gli alimenti dell’ultimo minuto, si incrociano vicini, si osservano i ritmi di una strada. È un presidio economico e sociale, ma proprio per questo deve funzionare dentro le regole che tutelano chi compra e chi lavora.

L’operazione di Don Bosco si inserisce infatti in un piano di monitoraggio condiviso in sede di Comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica. L’obiettivo dichiarato è mantenere sotto osservazione il commercio di prossimità, conciliando la tutela dei consumatori con il rispetto della normativa e con i principi della libera e leale concorrenza.

Perché la concorrenza, alla fine, dovrebbe partire proprio da qui: dagli stessi obblighi per tutti. Un negozio che rispetta le regole sostiene costi, procedure e responsabilità che non possono diventare uno svantaggio rispetto a chi decide di ignorarli. E il cliente, dall’altra parte del bancone, non dovrebbe essere costretto a trasformarsi in un investigatore per capire se quello che sta acquistando è regolarmente commercializzato.

A Don Bosco, per qualche ora, a controllare ci hanno pensato le forze dell’ordine. E tra etichette mancanti, prodotti sequestrati, sanzioni e verifiche ancora in corso, il messaggio è piuttosto semplice: anche nel più piccolo negozio di quartiere, la legge non dovrebbe essere un prodotto esaurito.

Sanità, i nuovi Lea arrivano in Gazzetta: circa 800 prestazioni entrano nel Ssn

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La sanità pubblica italiana prova, almeno sulla carta, a togliersi di dosso qualche ruga. Con la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale del Dpcm e del decreto ministeriale che aggiornano i Livelli essenziali di assistenza, il Servizio sanitario nazionale mette finalmente nero su bianco circa 800 tra nuove prestazioni, servizi e terapie, sostituendo, correggendo o cancellando ciò che nel frattempo era diventato superato.

Non è esattamente una rivoluzione copernicana, ma in un sistema nel quale l’innovazione medica corre spesso molto più veloce dei regolamenti, anche aggiornare ciò che lo Stato garantisce ai cittadini può diventare una notizia. E questa volta l’elenco delle novità è tutt’altro che simbolico.

La parola chiave è accesso. L’obiettivo dichiarato è fare entrare nei Lea una parte di quella medicina che nel frattempo ha fatto passi avanti, lasciando fuori, almeno in teoria, prestazioni ormai obsolete. Un principio piuttosto semplice: se la medicina cambia, dovrebbe cambiare anche ciò che il Servizio sanitario è tenuto a garantire. Il problema, storicamente, è che tra le due cose può trascorrere un tempo sufficiente a far sembrare contemporanea una prestazione nata in un’altra epoca.

Dalla Sma alla gravidanza: la prevenzione si allarga

Tra le novità più rilevanti c’è l’estensione su tutto il territorio nazionale dello screening neonatale per l’atrofia muscolare spinale, la Sma, insieme all’ampliamento dello screening neonatale già previsto per altre patologie. Il programma viene infatti esteso ad altre otto malattie metaboliche e rare.

È un passaggio importante perché, in medicina, arrivare prima spesso significa curare meglio. E nel caso di alcune malattie rare l’identificazione precoce può cambiare radicalmente il percorso clinico di un bambino.

Entrano inoltre nei Lea nuove prestazioni, tra cui i test prenatali non invasivi, e vengono ampliate quelle dedicate alla gravidanza fisiologica, con l’obiettivo di rafforzare la tutela della madre e del nascituro.

La logica è quella di una sanità che tenta di spostare il baricentro dalla cura della malattia alla sua individuazione precoce. Una formula che nei documenti ministeriali suona lineare. Nella pratica, naturalmente, molto dipenderà dalla capacità delle Regioni di trasformare le nuove garanzie sulla carta in appuntamenti, esami e servizi realmente disponibili.

Malattie croniche e rare, più prestazioni in esenzione

Un altro capitolo riguarda le malattie croniche e invalidanti. Vengono inserite nuove patologie e ampliate le prestazioni che possono essere effettuate in regime di esenzione.

Aggiornamenti anche per le malattie rare, con l’ingresso di nuove condizioni e una revisione della descrizione di quelle già comprese nel sistema. È un intervento apparentemente tecnico, ma tutt’altro che marginale per chi vive quotidianamente dentro una diagnosi rara e sa quanto possa essere complicato orientarsi tra classificazioni, codici, prestazioni e diritti.

Qui il tema non è soltanto aggiungere qualche voce a un elenco. È cercare di fare in modo che la classificazione amministrativa non rimanga troppo indietro rispetto alla conoscenza scientifica.

Tumore al seno, la genetica entra ancora di più nei Lea

Particolarmente significativo il capitolo dedicato all’oncologia.

Tra le novità c’è l’inserimento di prestazioni finalizzate a una migliore caratterizzazione del carcinoma mammario ormonoresponsivo in fase precoce. L’obiettivo è consentire di individuare la terapia più appropriata, evitando che la cura sia determinata soltanto dalla diagnosi generale del tumore, senza considerare le caratteristiche biologiche che possono orientare le scelte terapeutiche.

Viene inoltre previsto a livello nazionale un programma di screening e sorveglianza per le varianti patogenetiche dei geni BRCA1 e BRCA2 nelle donne appartenenti a famiglie nelle quali siano già stati diagnosticati tumori della mammella o dell’ovaio associati a queste varianti.

E qui la parola prevenzione assume un significato particolarmente concreto.

Per le donne sane che risultano positive alle varianti BRCA1 o BRCA2 sono previsti percorsi di sorveglianza attiva, con controlli finalizzati a intercettare precocemente eventuali tumori della mammella o dell’ovaio. Tra le prestazioni possono rientrare visite senologiche, ecografie e mammografie.

Non si tratta, dunque, di aspettare che la malattia si presenti per poi intervenire. Il principio è quello di seguire con maggiore attenzione chi presenta un rischio genetico documentato, cercando di guadagnare tempo. In oncologia, non è poco.

Anche la radioterapia cambia pelle

Novità anche per la radioterapia, con l’aggiornamento delle prestazioni e l’introduzione di un percorso unitario che comprende sia il trattamento radioterapico sia le prestazioni preparatorie necessarie.

È uno degli aspetti meno appariscenti del provvedimento, ma proprio per questo significativo. La sanità non è fatta soltanto di grandi innovazioni tecnologiche. È fatta anche di come vengono organizzate le prestazioni, di quante volte un paziente deve ripetere un passaggio, di quanto sia comprensibile il percorso e di quanto tempo si perda tra un esame e l’altro.

Via le prestazioni obsolete

La revisione riguarda anche la specialistica ambulatoriale, con l’inserimento di nuove prestazioni e la cancellazione di quelle considerate ormai obsolete.

È la parte meno spettacolare dell’aggiornamento, ma forse una delle più necessarie. Perché un elenco di prestazioni sanitarie non dovrebbe essere un museo amministrativo. Se una tecnica è stata superata da strumenti più moderni, continuare a mantenerla formalmente in catalogo serve a poco. Anzi, rischia di rendere più difficile capire cosa sia davvero garantito e con quali modalità.

L’eliminazione delle prestazioni obsolete viene indicata dal ministero anche come uno strumento per migliorare la sostenibilità del Servizio sanitario nazionale. Meno ciò che non serve più, più spazio per ciò che serve davvero: sulla carta, il ragionamento non fa una grinza. La prova, però, sarà sempre quella della realtà.

Schillaci: «Un capitolo decisivo»

Il ministro della Salute Orazio Schillaci parla di un «capitolo decisivo» per costruire un Servizio sanitario nazionale «più moderno, più equo e più vicino ai reali bisogni di salute» dei cittadini.

«Con la pubblicazione dei nuovi Lea in Gazzetta Ufficiale», ha dichiarato Schillaci, «scriviamo un capitolo decisivo per dare ai cittadini un Servizio sanitario nazionale più moderno, più equo e più vicino ai loro reali bisogni di salute».

Il ministro rivendica inoltre la volontà di garantire uniformità di accesso sul territorio nazionale, evitando che le innovazioni rimangano concentrate nelle aree dove la sanità dispone di maggiori risorse.

L’obiettivo dichiarato è dunque quello di evitare una sanità a velocità diverse: una che offre le tecnologie più aggiornate e un’altra costretta a fare i conti con liste d’attesa, carenze organizzative e prestazioni disponibili soltanto sulla carta.

Il dettaglio che pesa: i Lea erano già stati aggiornati

C’è però un dettaglio che racconta meglio di qualsiasi slogan la distanza tra la medicina e la macchina amministrativa dello Stato.

L’ultimo aggiornamento dei Lea risaliva infatti al 2017, mentre il precedente Dpcm era addirittura del 2001. E l’aggiornamento del 2017 ha trovato piena attuazione soltanto nel 2024, con lo sblocco del cosiddetto decreto tariffe.

Quasi un decennio per aggiornare pienamente un sistema che dovrebbe, per sua natura, stare al passo con l’evoluzione della medicina.

Schillaci definisce il nuovo provvedimento «un risultato storico» e sottolinea la necessità di assicurare alla sanità pubblica la capacità di seguire l’innovazione senza costringere i cittadini ad aspettare anni prima di poter beneficiare di prestazioni già disponibili nella pratica clinica.

È il punto centrale dell’intera operazione. Perché inserire una prestazione nei Lea significa riconoscerla come diritto sanitario, ma non basta scriverlo in Gazzetta per farla comparire automaticamente negli ambulatori.

Il vero banco di prova comincerà quindi dopo la pubblicazione: nelle Regioni, nelle aziende sanitarie, negli ospedali e nei servizi territoriali. Sarà lì che le circa 800 novità dovranno trasformarsi da voci di un provvedimento in prestazioni concretamente accessibili.

Perché una sanità moderna non si misura soltanto dal numero delle prestazioni che promette. Si misura anche da quante di quelle prestazioni un cittadino riesce davvero a ottenere, in tempi ragionevoli e senza dover intraprendere una piccola spedizione amministrativa.

I nuovi Lea rappresentano dunque un aggiornamento importante. Ma, come spesso accade nella sanità italiana, la pubblicazione in Gazzetta è soltanto l’inizio della storia. La parte più difficile resta quella in cui il diritto scritto deve diventare cura.

La spiritualità come trappola: scoperta una presunta setta nel Torinese

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C’è chi cerca la pace interiore e chi, secondo l’accusa, avrebbe trovato un modo assai meno pacifico per esercitare il proprio potere sugli altri. Nella Bassa Val di Susa, nel Torinese, i carabinieri hanno scoperto una presunta setta pseudo-spirituale al centro di un’inchiesta che racconta una realtà ben lontana dall’immagine rassicurante evocata da yoga, meditazione e percorsi di crescita personale.

Al centro dell’indagine c’è un uomo di 59 anni, raggiunto da un’ordinanza di custodia cautelare in carcere. I carabinieri del Comando provinciale di Torino lo ritengono responsabile, a vario titolo, di riduzione in schiavitù, maltrattamenti in famiglia, violenza sessuale aggravata e truffa aggravata ai danni dello Stato.

Sono accuse pesantissime, sulle quali dovrà naturalmente pronunciarsi la magistratura nel corso del procedimento. Ma gli elementi raccolti dagli investigatori delineano, secondo l’ipotesi accusatoria, un sistema nel quale la presunta dimensione spirituale sarebbe diventata il punto di ingresso per un rapporto di dipendenza e controllo.

L’indagine è stata condotta dai carabinieri del Nucleo investigativo di Torino e coordinata dalla Procura della Repubblica. Gli accertamenti avrebbero consentito di ricostruire il funzionamento della comunità residenziale gestita dal cinquantanovenne e, soprattutto, il percorso attraverso il quale alcune persone sarebbero state avvicinate.

Il meccanismo, sempre secondo quanto emerso dalle investigazioni, sarebbe partito da attività apparentemente orientate al benessere personale. Corsi di yoga, meditazione e persino difesa personale avrebbero rappresentato l’occasione per entrare in contatto con persone considerate vulnerabili. Da lì, il passaggio alla comunità residenziale.

È proprio su questo confine, sottile ma decisivo, che l’inchiesta sembra concentrare l’attenzione: quello tra una pratica spirituale e la sua possibile degenerazione in strumento di soggezione. Perché yoga e meditazione, naturalmente, non hanno nulla a che vedere con le accuse contestate all’indagato. Il problema, semmai, sarebbe stato l’uso che di quelle attività sarebbe stato fatto all’interno della struttura.

Secondo la ricostruzione degli investigatori, una volta entrate nella comunità, le persone avrebbero subito una progressiva condizione di assoggettamento, accompagnata da violenze fisiche e psicologiche. Un quadro nel quale, sempre secondo l’accusa, si sarebbero verificati anche abusi sessuali.

La contestazione di riduzione in schiavitù rende particolarmente grave il quadro investigativo. Non si parlerebbe dunque soltanto di episodi isolati, ma di una presunta dinamica di controllo sulla persona, tale da comprimere libertà e autodeterminazione. Saranno ora gli sviluppi dell’inchiesta e il confronto processuale a stabilire la consistenza delle accuse e le responsabilità individuali.

A colpire, nella vicenda, è anche la distanza tra il linguaggio utilizzato per avvicinare le persone e quello delle accuse formulate dalla magistratura. Da una parte parole come equilibrio, meditazione, consapevolezza e difesa personale. Dall’altra, secondo gli investigatori, violenza, abuso, sfruttamento e assoggettamento.

Una contraddizione che rende la vicenda ancora più inquietante. Perché quando la promessa di trovare se stessi diventa, secondo l’accusa, il pretesto per togliere agli altri libertà e dignità, la spiritualità smette di essere una ricerca personale e rischia di trasformarsi in una sofisticata tecnica di dominio.

L’inchiesta dovrà ora chiarire tutti i passaggi della vicenda, verificare le responsabilità e ricostruire la posizione delle persone coinvolte. Per il cinquantanovenne, intanto, si sono aperte le porte del carcere in esecuzione della misura cautelare disposta dall’autorità giudiziaria.

La parola “setta”, per quanto suggestiva e giornalisticamente immediata, dovrà dunque essere riempita di fatti e non soltanto di suggestioni. Ed è proprio questo che gli investigatori stanno cercando di fare: capire se dietro la facciata di una comunità pseudo-spirituale ci fosse davvero, come ipotizzato dall’accusa, un sistema organizzato di controllo, violenza e sfruttamento delle persone più fragili.

Daniele Cappa: “Ho ascoltato un cane. E da quell’ascolto è nato un romanzo che non somiglia a nulla”

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A cura di Cinzia Cattaneo

Ci sono autori che scrivono libri. E poi ci sono autori che vivono storie, le ascoltano, le inseguono, le lasciano accadere. Daniele Cappa appartiene alla seconda categoria. Negli ultimi mesi ha attraversato generi diversissimi con una naturalezza che sorprende: dai due volumi di Chef, la saga del serial killer più crudele della narrativa moderna, a Il buio dentro, che chiude la serie soprannaturale con una possessione memorabile. Da Maledicte, thriller storico ambientato nel Piemonte del dopoguerra, ai saggi filosofici Cos’è la vita?, Morte ed eros e Logos. Fino a Il sudario, il thriller gotico che racconta la nascita della Sindone e che ha consolidato la sua presenza nel panorama editoriale.

Oggi Cappa torna con un’opera completamente diversa: La mia storia senza parole. Un romanzo che non nasce da un’idea, ma da un ascolto. Una storia che non è stata cercata, ma che si è presentata da sola. “Un figlio nato da solo”, come lui stesso lo definisce.

Per capire come nasce un libro così, lo abbiamo incontrato.

Daniele, questo romanzo sembra arrivare da un luogo diverso rispetto ai tuoi lavori precedenti. Da dove nasce davvero? Nasce da un silenzio. Da un momento in cui ho smesso di pensare e ho iniziato ad ascoltare. Non avevo un progetto, non avevo un’idea da sviluppare. Avevo solo la sensazione che gli animali provassero molto più di ciò che noi immaginiamo. Ho sentito il bisogno di provare a tradurre quel mondo emotivo in qualcosa che gli umani potessero comprendere. È stato un gesto di delicatezza, prima ancora che di scrittura.

Perché hai scelto Xina come protagonista? Perché è vera. La partenza è stata semplice: mi sono ispirato al mio cane. Xina è il nome della mia compagna di vita, la cana che ogni giorno mi ricorda quanto gli animali siano capaci di sentire. Non è un cane speciale, non è un personaggio costruito per commuovere o per creare empatia artificiale. È un animale senziente, con un carattere preciso, con le sue abitudini, le sue paure, la sua gioia di vivere. In lei non c’è nulla di straordinario, ed è proprio questo che la rende universale. Xina è tutti i cani. È la loro voce silenziosa, quella che non parla ma che racconta tutto.

Hai evitato l’antropomorfismo. Come si fa a raccontare un cane senza trasformarlo in un umano? Si fa togliendo. Togliendo parole, togliendo concetti, togliendo interpretazioni. Ho cercato di restituire sensazioni: odori, gesti, silenzi, attese. Il mondo emotivo di un cane non passa dalla logica, passa dalla percezione. È un linguaggio che non si scrive, si ascolta.

Il lettore entra nella mente di Xina, non nella tua. È stato difficile rinunciare alla tua voce? È stato liberatorio. La mia voce è presente in altri libri, in altri mondi. Qui non serviva. Qui serviva la sua. Ho dovuto imparare a stare un passo, se non due, indietro, a non spiegare, a non interpretare. A lasciare che fosse lei a guidare la storia, anche se non parla.

Questo romanzo è semplice da leggere ma complesso da costruire. Cosa ti ha impegnato di più? La sincerità. Dovevo essere onesto con ciò che un cane sente davvero. Non potevo inventare emozioni che non gli appartengono. La semplicità è stata la parte più difficile, perché richiede rispetto, ascolto, attenzione ai dettagli che spesso ignoriamo.

Negli ultimi mesi hai pubblicato libri diversissimi. Come riesci a muoverti tra thriller, filosofia, soprannaturale e ora narrativa sensoriale? Non scelgo i generi. Scelgo le storie. O meglio, le storie scelgono me. Quando arrivano, capisco subito che forma vogliono avere. Io mi limito a seguirle. È un processo molto naturale, quasi istintivo.

C’è un filo che unisce opere così lontane tra loro? Sì, la ricerca della verità emotiva. Che sia un assassino, un demone, un filosofo o un cane, cerco sempre ciò che è autentico. E poi c’è la mia curiosità. Ho bisogno di approfondire, di studiare, di sognare. Ogni libro è una porta che si apre su un mondo che voglio conoscere meglio.

Cosa speri che il lettore porti con sé dopo aver letto questo romanzo? Un modo diverso di guardare gli animali. Non come compagni, ma come esseri che sentono davvero. Vorrei che il lettore si accorgesse che ogni cane ha un universo emotivo complesso, delicato, profondo. E che merita di essere ascoltato.

Il libro è uscito ufficialmente il 19 settembre su Amazon e in pochissimi giorni era già in catalogo Feltrinelli, in Europa e Stati Uniti. Che emozione è stata? È stato incredibile. Non me l’aspettavo. Vedere un libro così intimo, così silenzioso, arrivare così lontano in così poco tempo è stato un regalo. È la prova che le storie nate da sole hanno una forza tutta loro.

E adesso? Qual è il prossimo passo? Adesso continuo a tenere per mano Il sudario, il thriller storico che racconta la nascita della Sindone. È un romanzo importante, che merita di essere presentato, spinto, accompagnato. E allo stesso tempo coccolerò La mia storia senza parole, perché è nato spontaneamente, senza chiedere nulla, e proprio per questo ha bisogno di essere protetto. Poi, come sempre, continuerò ad ascoltare. Le storie arrivano quando vogliono.

Mentre l’intervista si conclude, resta la sensazione che Daniele Cappa sia uno di quegli autori capaci di muoversi tra generi, mondi e sensibilità con una naturalezza rara. La mia storia senza parole ha inaugurato il suo viaggio il 19 settembre su Amazon e, nel giro di pochissimi giorni, è entrato nel catalogo Feltrinelli, raggiungendo lettori in Europa e negli Stati Uniti con una rapidità che sorprende per un romanzo così intimo e sensoriale. È un libro nato spontaneamente, senza calcolo, e forse proprio per questo sta dimostrando una forza tutta sua. Cappa continuerà a presentare e sostenere Il sudario, il thriller storico che racconta la nascita della Sindone, ma intanto accompagna con cura questa nuova opera che sembra avanzare con passo sicuro. Le sue storie non si limitano a uscire: si espandono, trovano spazio, conquistano lettori. E lui, con la calma di chi sa ascoltare, è già pronto a dare forma alla prossima.