A cura di Gilberto Borzini
Intervistato da una nota emittente nazionale un ex commissario europeo e primo ministro italiano afferma che” L’Europa ha il 9% della popolazione mondiale e il 45% del patrimonio mondiale, e dovremmo fare di tutto per mantenere i nostri privilegi inalterati.”
Dimentica, o finge di dimenticare quel signore, che il gap tra popolazione e patrimonio si determinò attraverso secoli di rapine, di furti, di brigantaggi che passano sotto il nome di “colonialismo”, ovvero secoli durante i quali i Paesi Europei accumularono straordinarie ricchezze sottraendole con la forza delle armi ai rispettivi legittimi proprietari.
Diversamente da Engels e da Marx quel signore intervistato sostiene che la proprietà è una sorta di diritto naturale, quasi che il diritto naturale fosse una derivazione del darwinismo che non sempre premia l’etica e la morale.
Le identiche regole di acquisizione violenta e rapina valgono anche per la ricchezza statunitene, dove il rapporto tra popolazione e patrimonio è ancora più sconcertante.
Difficile, allora, non comprendere come mai il “resto del mondo” guardi all’occidente con ostilità e come, una volta raggiunta una soglia minima di crescita e valore economico, lo stesso “resto del mondo” si predisponga a ribaltare i termini della questione storica ed economica.
I Paesi che nel corso degli ultimi decenni si sono andati raccogliendo attorno all’acronimo BRICS definiscono ormai un bilancio aggregato che rivaleggia direttamente con l’aggreato dei G7, il cosiddetto occidente con l’aggiunta del Giappone e della Corea del Sud; mentre l’occidente partecipa e sorregge l’economia statunitense basata sul dollaro USA, così come nei secoli precedenti aveva la Lira Sterlia Inglese come moneta di riferimento, i Paesi aderenti ai BRICS cercano una nuova e diversa valuta “comunitaria” attraverso la quale valutare e definire gli scambi commerciali, una sorta di “Euro dei Brics” in cui ogni valuta nazionale definisca un rapporto di cambio consolidato.
La novità nel meccanismo non è data da un’idea di SME o di serpente monetario che in Europa circolava già negli anni 80, bensì nel ritorno ad una validazione valutaria basata sulle riserve aurifere, ovvero ad un concetto di economia in salsa Bretton Woods e palesemente rinnegante la modellazione finanziaria voluta dagli USA e basata sul rapporto diretto tra domanda e offerta.
Oro, Armi e Petrodollari
Nel secondo dopoguerra gli USA affermarono il rapporto valutario basato sul “mercato” grazie alle politiche di acquisto dell’energia (petrodollari) i cui pagamenti venivano effettuati con Titoli di Stato, mantenendo elevata la domanda di credito statunitense e con quella il valore della valuta.
Il successo della manovra fu tale da consentire agli USA di uscire dagli accordi di Bretton Woods, sganciare il dollaro dalle riserve aurifere, e far confluire la massima parte di trasferimenti commerciali e valutari attraverso propri canali finanziari e bancari, i più noti canali SWIFT (Society for Worldwide Interbank Financial Telecommunication ) o BIC di gestione utilizzati anche dai circuiti internazionali come Visa e Mastercard, in cui ogni passaggio affermava una nuova domanda in dollari, ben sapendo che ad ogni domanda di valuta corrisponde la “creazione” di valuta.
Identica fu la dinamica della “consulenza in materia di sicurezza” esercitata dagli USA con i Paesi Alleati, con cui consulenze, presenze militari e venita di armi confluivano nel sostegno al debito pubblico USA garantito dai Buoni del Tesoro a stelle e strisce.
I due modelli, e in generale ogni pratica economica governativa americana, confermò negli scorsi cinquanta anni lo strapotere del dollaro come valuta di riserva, risparmio e protezione, sostituendo con il dollaro il valore aureo in un modello in cui, quasi paradossalmente, ad incremento del “colonialismo statunitense”, si sosteneva la valuta corrente, e il debito pubblico, degli USA.
La Guerra dei mondi
L’idea in capo ai Paesi BRICS di riportare la riserva aurea al centro della valutazione delle valute commerciali diviene allora non solo forma operativa ma affermazione strategica di un modello oppositorio agli USA e alle dinamiche commerciali di un sistema imperialista e post colonialista tipico dell’impostazione occidentale.
Il sistema alternativo allo SWIFT sviluppato dai Paesi BRICS si chiama BRICS Pay (supportato dal protocollo di messaggistica BRICS Bridge), ed è progettato per gestire pagamenti transfrontalieri in valute locali senza usare il dollaro.
Mentre Sud Africa e Brasile son ricchi di giacimenti auriferi, India e Cina hanno acquistato nell’ultimo triennio rilevanti stock di oro, rimpinguando i caveau e i forzieri delle rispettive banche centrali; nella stassa fase temporale la Cina ha avviato la moneta digitale e, con i suoi partner, una circuitazione dei flussi commerciali e dei pagamenti internazionali indipendente da quella occidentale, avviando una vera epropria “guerra di indipendenza” dichiarata dai Brics nei confronti dell’intero sistema occidentale, commerciale, bancario e finanziario.
La Guerra è avviata e obiettivo auspicato dai belligeranti BRICS è il ridimensionamento del rapporto tra abitanti e patrimonio, un nuovo equilibrio tra esseri umani e disponibilità di consumo in capo ad ogni individuo.
Piaccia o non piaccia all’ex commissario europeo e primo ministro.










