25 Ottobre 2026, domenica
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Oro contro dollaro: la rivolta dei BRICS contro l’Occidente

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A cura di Gilberto Borzini

Intervistato da una nota emittente nazionale un ex commissario europeo e primo ministro italiano afferma che” L’Europa ha il 9% della popolazione mondiale e il 45% del patrimonio mondiale, e dovremmo fare di tutto per mantenere i nostri privilegi inalterati.”

Dimentica, o finge di dimenticare quel signore, che il gap tra popolazione e patrimonio si determinò attraverso secoli di rapine, di furti, di brigantaggi che passano sotto il nome di “colonialismo”, ovvero secoli durante i quali i Paesi Europei accumularono straordinarie ricchezze sottraendole con la forza delle armi ai rispettivi legittimi proprietari.

Diversamente da Engels e da Marx quel signore intervistato sostiene che la proprietà è una sorta di diritto naturale, quasi che il diritto naturale fosse una derivazione del darwinismo che non sempre premia l’etica e la morale.

Le identiche regole di acquisizione violenta e rapina valgono anche per la ricchezza statunitene, dove il rapporto tra popolazione e patrimonio è ancora più sconcertante.

Difficile, allora, non comprendere come mai il “resto del mondo” guardi all’occidente con ostilità e come, una volta raggiunta una soglia minima di crescita e valore economico, lo stesso “resto del mondo” si predisponga a ribaltare i termini della questione storica ed economica.

I Paesi che nel corso degli ultimi decenni si sono andati raccogliendo attorno all’acronimo BRICS definiscono ormai un bilancio aggregato che rivaleggia direttamente con l’aggreato dei G7, il cosiddetto occidente con l’aggiunta del Giappone e della Corea del Sud; mentre l’occidente partecipa e sorregge l’economia statunitense basata sul dollaro USA, così come nei secoli precedenti aveva la Lira Sterlia Inglese come moneta di riferimento, i Paesi aderenti ai BRICS cercano una nuova e diversa valuta “comunitaria” attraverso la quale valutare e definire gli scambi commerciali, una sorta di “Euro dei Brics” in cui ogni valuta nazionale definisca un rapporto di cambio consolidato.

La novità nel meccanismo non è data da un’idea di SME o di serpente monetario che in Europa circolava già negli anni 80, bensì nel ritorno ad una validazione valutaria basata sulle riserve aurifere, ovvero ad un concetto di economia in salsa Bretton Woods e palesemente rinnegante la modellazione finanziaria voluta dagli USA e basata sul rapporto diretto tra domanda e offerta.

Oro, Armi e Petrodollari

Nel secondo dopoguerra gli USA affermarono il rapporto valutario basato sul “mercato” grazie alle politiche di acquisto dell’energia (petrodollari) i cui pagamenti venivano effettuati con Titoli di Stato, mantenendo elevata la domanda di credito statunitense e con quella il valore della valuta.

Il successo della manovra fu tale da consentire agli USA di uscire dagli accordi di Bretton Woods, sganciare il dollaro dalle riserve aurifere, e far confluire la massima parte di trasferimenti commerciali e valutari attraverso propri canali finanziari e bancari, i più noti canali SWIFT (Society for Worldwide Interbank Financial Telecommunication ) o BIC di gestione utilizzati anche dai circuiti internazionali come Visa e Mastercard,  in cui ogni passaggio affermava una nuova domanda in dollari, ben sapendo che ad ogni domanda di valuta corrisponde la “creazione” di valuta.

Identica fu la dinamica della “consulenza in materia di sicurezza” esercitata dagli USA con i Paesi Alleati, con cui consulenze, presenze militari e venita di armi confluivano nel sostegno al debito pubblico USA garantito dai Buoni del Tesoro a stelle e strisce.

I due modelli, e in generale ogni pratica economica governativa americana, confermò negli scorsi cinquanta anni lo strapotere del dollaro come valuta di riserva, risparmio e protezione, sostituendo con il dollaro il valore aureo in un modello in cui, quasi paradossalmente, ad incremento del “colonialismo statunitense”, si sosteneva la valuta corrente, e il debito pubblico, degli USA.

La Guerra dei mondi

L’idea in capo ai Paesi BRICS di riportare la riserva aurea al centro della valutazione delle valute commerciali diviene allora non solo forma operativa ma affermazione strategica di un modello oppositorio agli USA e alle dinamiche commerciali di un sistema imperialista e post colonialista tipico dell’impostazione occidentale.

Il sistema alternativo allo SWIFT sviluppato dai Paesi BRICS si chiama BRICS Pay (supportato dal protocollo di messaggistica BRICS Bridge), ed è progettato per gestire pagamenti transfrontalieri in valute locali senza usare il dollaro.

Mentre Sud Africa e Brasile son ricchi di giacimenti auriferi, India e Cina hanno acquistato nell’ultimo triennio rilevanti stock di oro, rimpinguando i caveau e i forzieri delle rispettive  banche centrali; nella stassa fase temporale la Cina ha avviato la moneta digitale e, con i suoi partner, una circuitazione dei flussi commerciali e dei pagamenti internazionali indipendente da quella occidentale, avviando una vera  epropria “guerra di indipendenza” dichiarata dai Brics nei confronti dell’intero sistema occidentale, commerciale, bancario e finanziario.

La Guerra è avviata e obiettivo auspicato dai belligeranti BRICS è il ridimensionamento del rapporto tra abitanti e patrimonio, un nuovo equilibrio tra esseri umani e disponibilità di consumo in capo ad ogni individuo.

Piaccia o non piaccia all’ex commissario europeo  e primo ministro.

Il pilota ferito apre la cabina mentre l’aereo precipita: «Ho fatto un ultimo sforzo»

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La scena, per una volta, non è quella rassicurante del comandante che annuncia l’atterraggio ai passeggeri. È quella, molto meno cinematografica e molto più brutale, di un pilota ferito che si trova a terra mentre l’aereo che dovrebbe governare sta precipitando. Eppure è proprio in quei secondi che Smit Machchhar, capitano indiano di un volo Flydubai diretto da Dubai a Tel Aviv, decide di tentare l’ultima carta: rialzarsi, raggiungere la porta della cabina di pilotaggio e aprirla dall’interno.

Machchhar lo ha raccontato direttamente a Narendra Modi, nel corso di una videochiamata dall’ospedale. Il pilota appare con la testa fasciata, i tubicini ancora al naso e i segni evidenti delle ferite riportate durante l’aggressione. Una conversazione che ha qualcosa di surreale: da una parte il primo ministro indiano, dall’altra l’uomo che pochi giorni o poche ore prima si trovava al comando di un aereo trasformato improvvisamente in una trappola sospesa nel cielo.

Secondo il racconto del comandante, il copilota lo avrebbe accoltellato. Ferito e caduto a terra, Machchhar ha però compreso che qualcosa di ancora più grave stava accadendo: l’aereo stava perdendo quota.

A quel punto, racconta, ha cercato di fare quello che poteva. «Ero a terra ferito, ma mi sono detto di fare un ultimo sforzo per aprire la porta dall’interno». Una frase semplice, quasi dimessa, per descrivere un gesto dal quale dipendeva la possibilità per gli altri membri dell’equipaggio e per i passeggeri di intervenire.

Il dettaglio più sorprendente arriva subito dopo. In quella cabina, mentre la situazione precipitava letteralmente, Machchhar dice di avere trovato la forza recitando l’Hanuman Chalisa, la preghiera induista dedicata al dio Hanuman. Fede e riflessi professionali, in quel momento, si sono intrecciati in modo difficile da separare. Prima la preghiera, poi l’azione. O forse insieme, perché nei momenti estremi gli esseri umani non seguono necessariamente l’ordine logico che immaginiamo quando tutto va bene.

La videochiamata è stata resa pubblica dal canale YouTube dell’ufficio del primo ministro indiano. Modi ha espresso al pilota la vicinanza dell’intero Paese, sottolineando il valore del suo comportamento e parlando di un esempio di coraggio.

Non è mancato il richiamo simbolico alla giornata in cui l’India celebra l’anniversario della nascita del Mahatma Gandhi. Un accostamento inevitabilmente carico di significato: da una parte la figura del leader della non violenza, dall’altra un uomo costretto a reagire alla violenza per impedire che una situazione già drammatica degenerasse ulteriormente.

Al di là della retorica istituzionale, resta però l’immagine più potente di questa vicenda: un comandante ferito, a terra, che comprende che non può semplicemente restare lì. L’aereo continua a volare, ma la cabina di pilotaggio è diventata il punto decisivo della storia. E lui, nonostante le ferite, prova ad aprirla.

In aviazione esistono procedure per quasi tutto. Checklist, protocolli, sistemi ridondanti, addestramento per le emergenze. Esiste perfino una procedura mentale per mantenere la calma quando tutto intorno suggerisce di perderla. Ma nessun manuale può rendere ordinaria una situazione nella quale il pilota viene aggredito, ferito e costretto a intervenire mentre il velivolo è ancora in volo.

Machchhar, dal letto dell’ospedale, non racconta un’impresa con il tono di chi si considera un eroe. Racconta un ultimo sforzo. È forse proprio questo il dettaglio che rende la sua testimonianza più potente: in quei secondi non sembrava esserci spazio per l’eroismo, ma soltanto per la necessità di fare qualcosa.

La porta della cabina, in quel momento, non era più soltanto una porta. Era il confine tra una tragedia possibile e la possibilità di reagire. E il comandante, ferito e ormai a terra, ha scelto di provare ad attraversarlo.

Armao, l’ombra della corruzione sulla Sicilia dei poteri

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La Sicilia politica torna a fare i conti con una parola che, quando compare nei fascicoli della magistratura, raramente arriva da sola: corruzione. Questa volta il nome che finisce al centro dell’inchiesta è quello di Gaetano Armao, 64 anni, avvocato, docente di diritto amministrativo all’Università di Palermo ed ex vicepresidente della Regione siciliana, oltre che ex assessore regionale all’Economia.

La Procura di Palermo ha chiesto per lui una misura cautelare nell’ambito di un’inchiesta nella quale vengono ipotizzati, a vario titolo, i reati di corruzione per atto contrario ai doveri d’ufficio e corruzione per l’esercizio della funzione. La richiesta, è bene precisarlo, non equivale a una condanna né accerta una responsabilità: sarà il giudice per le indagini preliminari a valutare gli elementi raccolti dagli investigatori e la fondatezza delle contestazioni.

Il fascicolo non riguarda però soltanto Armao. Le misure cautelari richieste dalla Procura sono complessivamente nove e coinvolgerebbero, secondo quanto emerso, anche professionisti, pubblici ufficiali e imprenditori. Tra i nomi indicati figura quello dell’avvocato Pietro Luigi Matta.

Perquisizioni tra Palermo e Roma

L’inchiesta ha compiuto un salto di livello con una serie di perquisizioni disposte dalla Procura palermitana. Gli investigatori hanno passato al setaccio l’abitazione di Armao e i suoi studi professionali a Palermo e Roma, alla ricerca di documenti, dispositivi e altri elementi che possano contribuire a ricostruire i rapporti finiti sotto osservazione.

Una procedura che, in questa fase, ha una funzione precisa: mettere in sicurezza il materiale investigativo ed evitare che eventuali elementi utili all’inchiesta possano essere alterati, sottratti o dispersi.

Le verifiche avrebbero interessato anche alcuni uffici regionali, alla presenza di un magistrato della Procura. Un passaggio tutt’altro che secondario, considerato il lungo rapporto di Armao con l’amministrazione regionale.

Avvocato cassazionista e professore di diritto amministrativo, Armao è stato vicepresidente della Regione siciliana e assessore all’Economia tra il 2017 e il 2022. Negli anni successivi ha continuato a mantenere un ruolo significativo nel mondo accademico e professionale siciliano. L’Università di Palermo lo indica, tra l’altro, come docente e direttore di attività formative nell’ambito dei contratti pubblici e dell’europrogettazione.

Fino allo scorso agosto, inoltre, Armao ha presieduto la Commissione tecnica specialistica per le autorizzazioni ambientali di competenza regionale. È proprio l’intreccio tra ruoli pubblici, attività professionale e relazioni con il mondo economico e amministrativo a rendere particolarmente delicata la vicenda.

Un’inchiesta che allarga il perimetro

Il nome dell’ex vicepresidente non sarebbe dunque isolato. La Procura ha chiesto provvedimenti cautelari anche nei confronti di altre otto persone. Nell’elenco figurerebbero, tra gli altri, il deputato regionale del Movimento per l’Autonomia Giuseppe Geremia, Giuseppe Argirò, Benedetta Costanzo, Lombardo, Mario Lupo, Marco Gentile Malacarne, Pietro Luigi Matta, Sergio Vella e Luigi Zancla.

Secondo l’ipotesi accusatoria, al centro dell’inchiesta ci sarebbe un sistema di rapporti nel quale interessi professionali, attività imprenditoriali e funzioni pubbliche si sarebbero intrecciati attraverso presunti favori.

È naturalmente il punto sul quale occorrerà attendere gli sviluppi dell’indagine. Un’inchiesta giudiziaria non è ancora una sentenza e una richiesta di arresto non coincide con l’accertamento della colpevolezza. Saranno gli atti dell’indagine e, soprattutto, le successive decisioni dell’autorità giudiziaria a stabilire consistenza e responsabilità delle condotte contestate.

Il paradosso dell’uomo delle regole

La vicenda presenta anche un elemento che, sul piano giornalistico, non passa inosservato. Armao è un giurista e insegna diritto amministrativo, materia nella quale ha costruito una parte rilevante della propria carriera accademica e professionale. È inoltre autore di numerose pubblicazioni e ha ricoperto incarichi istituzionali di primo piano.

È proprio questo curriculum a rendere particolarmente significativa l’ipotesi investigativa, senza per questo trasformarla in una prova di colpevolezza. Se le contestazioni della Procura trovassero conferma, il nodo non sarebbe soltanto quello di eventuali vantaggi ottenuti o concessi, ma il rapporto tra funzione pubblica, interessi privati e rispetto delle regole che governano l’amministrazione.

Per ora, però, il punto fermo resta uno solo: esiste un’inchiesta, esistono contestazioni precise e la Procura ha chiesto misure cautelari. La parola decisiva spetterà ai giudici.

E in una terra dove la politica, la burocrazia, le professioni e gli interessi economici spesso finiscono per sfiorarsi più di quanto sarebbe auspicabile, sarà soprattutto il contenuto delle carte a dire se siamo davanti a un’accusa destinata a reggere oppure all’ennesimo fragoroso capitolo giudiziario destinato a ridimensionarsi con il passare dei mesi.

La pizza incontra la moda: il “Giardino di Vincenzo” conquista la Milano Fashion Week

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Nel cuore della Milano Fashion Week, la moda ha incontrato la gastronomia e l’intrattenimento in un appuntamento fuori dai calendari tradizionali. La collaborazione tra Vincenzo Capuano e il brand di abbigliamento Saints Studio ha preso forma nel locale di San Siro, in Piazzale dello Sport 6. L’evento ha animato il “Giardino di Vincenzo”, lo spazio all’aperto del locale immerso nella cornice dell’Ippodromo, dando vita a un percorso in cui creatività, cucina d’autore, musica e stile artigianale hanno dialogato in modo spontaneo.

Saints Studio, focalizzato sulle intersezioni tra cultura visiva, antropologia e folklore, ha portato all’evento la propria filosofia espressa nel manifesto “ogni parola è un’immagine che contiene il fossile di un mito”. Le sue creazioni hanno preso vita durante la serata, indossate da modelle che hanno posato per gli scatti fotografici integrandosi nell’atmosfera dell’evento. Attraverso pattern e grafiche capaci di fondere elementi storici e contemporanei, il brand ha inserito la moda nella dimensione sociale della serata, invitando gli ospiti a scoprire le storie e i dettagli dietro ogni capo.

Questo legame con il territorio e la narrazione visiva si è accostato alla proposta gastronomica di Vincenzo Capuano, caratterizzata dalla cura delle materie prime e da una reinterpretazione della tradizione in chiave contemporanea.

A dare ritmo alla serata è stato lo showman Max Righi. Conosciuto per le sue performance nei club italiani e internazionali, da Milano a Formentera, l’intrattenitore partenopeo ha guidato un Dinner Show che ha ripercorso i principali successi musicali dagli anni ’70 fino ai giorni nostri. Tra cori e applausi, il pubblico si è scatenato in particolare sulle note della tradizione classica napoletana, trasformando la cena in un momento di forte condivisione.

Il risultato è stato un format che dimostra come la Milano Fashion Week possa uscire dalle passerelle tradizionali per trasformarsi in un incubatore di contaminazioni culturali, capaci di unire il design d’autore al sapore della cucina italiana e all’energia della musica dal vivo.

Extraprofitti, scintille tra M5S e Lega. Appendino attacca: «Candiani getta la maschera»

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La politica italiana ha un talento particolare: trasformare le tasse in una questione di principio quando si tratta di pagarle e in una questione di prudenza giuridica quando si tratta di farle pagare a qualcun altro. È in questo terreno, dove gli interessi economici incontrano le convenienze di partito, che si inserisce il nuovo scontro sugli extraprofitti delle grandi società energetiche.

A riaccendere la miccia è Chiara Appendino, deputata del Movimento 5 Stelle, che punta il dito contro Stefano Candiani, esponente della Lega, dopo le sue dichiarazioni alla trasmissione Agorà. Il tema è la possibilità di tassare i guadagni straordinari dei colossi dell’energia. Candiani, secondo quanto riferito dalla parlamentare pentastellata, avrebbe espresso contrarietà all’ipotesi anche alla luce del rischio di ricorsi giudiziari.

Una posizione che Appendino interpreta come la conferma di una linea politica precisa. «Per una volta va riconosciuta alla Lega un po’ di sincerità», attacca, sostenendo che le parole del deputato leghista avrebbero finalmente chiarito l’orientamento del partito: nessuna intenzione di procedere con un prelievo sugli extraprofitti.

Il nodo dei ricorsi e quello della coerenza politica

La questione giuridica, naturalmente, esiste. Un intervento fiscale sugli utili straordinari deve confrontarsi con la definizione della base imponibile, i criteri di applicazione, il rispetto delle norme e la possibilità che le imprese interessate contestino il provvedimento. Evocare il rischio di contenziosi può dunque rappresentare un’obiezione tecnica. Per Appendino, tuttavia, dietro questa cautela si nasconderebbe una scelta politica ben più netta: evitare di incidere sugli interessi dei grandi gruppi economici.

La deputata M5S non usa giri di parole e accusa la Lega di «arrampicarsi sugli specchi» con argomentazioni giuridiche che, a suo giudizio, servirebbero a giustificare una sostanziale indisponibilità a tassare i guadagni eccezionali del settore energetico.

Da qui l’affondo contro l’intero esecutivo, che Appendino descrive come troppo vicino agli interessi delle grandi banche e delle lobby dell’energia. Si tratta di un’accusa politica della parlamentare, non di un fatto dimostrato dalle dichiarazioni riportate. Ma il bersaglio è chiaro: mettere in discussione la coerenza tra la retorica pubblica della maggioranza e le scelte concrete del governo.

Il doppio registro di Salvini

Nel mirino finisce soprattutto Matteo Salvini. Secondo Appendino, il leader leghista avrebbe costruito una parte della propria comunicazione politica sulla denuncia degli arricchimenti legati alla crisi energetica, senza però tradurre quelle parole in un’iniziativa concreta nelle sedi di governo.

«Nelle piazze tuona contro chi si è arricchito con la crisi energetica, poi in Consiglio dei ministri tace», sostiene la parlamentare. La contestazione è diretta e investe uno dei meccanismi più riconoscibili della competizione politica: la distanza, reale o presunta, tra ciò che si promette davanti agli elettori e ciò che si è disposti a sostenere quando bisogna trasformare gli slogan in provvedimenti.

Appendino parla apertamente di «teatrino» e accusa Salvini di utilizzare il tema degli extraprofitti a fini propagandistici. La sua domanda è semplice: se tassare i guadagni straordinari è davvero una priorità, perché questa battaglia non si traduce in una posizione altrettanto chiara nelle decisioni dell’esecutivo?

È un interrogativo che chiama in causa la responsabilità politica della Lega, ma anche la necessità di distinguere tra dichiarazioni pubbliche, proposte effettivamente presentate e decisioni formalmente assunte dal governo. Per stabilire quanto sia ampia la distanza denunciata da Appendino, occorre infatti confrontare le parole dei protagonisti con gli atti e le posizioni ufficiali.

Bollette, carburanti e il peso della percezione

Sul fondo resta il problema che rende la disputa tutt’altro che astratta: il costo dell’energia per famiglie e imprese. Quando le bollette pesano sui bilanci domestici e i carburanti incidono sulle spese quotidiane e sui costi di produzione, la discussione su chi abbia beneficiato delle oscillazioni del mercato assume inevitabilmente una dimensione sociale.

Il punto politico è capire se e in quale misura gli utili eccezionali registrati da alcune imprese possano giustificare un prelievo aggiuntivo, quali soggetti debbano esserne coinvolti e come utilizzare le eventuali risorse raccolte. Questioni che richiedono dati, criteri verificabili e strumenti giuridicamente solidi, oltre alle dichiarazioni di principio.

La tassazione degli extraprofitti, del resto, non è una formula magica capace di risolvere automaticamente il caro-energia. La sua efficacia dipende da come viene disegnata, dalla platea interessata, dalle condizioni economiche di riferimento e dalla destinazione delle entrate. Ma proprio per questo il confronto dovrebbe svolgersi nel merito, senza ridurre tutto a una contrapposizione tra chi difende i cittadini e chi tutela le imprese.

La polemica è aperta, la prova passa dagli atti

Con il suo intervento, Appendino prova a costringere la Lega a uscire dall’ambiguità che le attribuisce. La deputata M5S affida alle parole di Candiani il compito di smontare quella che considera una contraddizione tra la denuncia degli extraprofitti e la resistenza a introdurre un’imposta specifica.

La conclusione della parlamentare è affidata a una stoccata personale: «Candiani ha avuto almeno la sfacciataggine di dirlo. Salvini non ha nemmeno il coraggio di ammetterlo».

Una frase costruita per colpire, più che per chiudere la discussione. Perché la partita, al di là delle schermaglie, resta aperta su un terreno molto concreto: quali strumenti il governo intenda adottare, quali rischi giuridici sia disposto ad affrontare e quali costi voglia far ricadere sui diversi soggetti economici.

In politica, denunciare gli extraprofitti è relativamente semplice. Molto più impegnativo è spiegare come si intenda tassarli, con quali garanzie e con quali risultati attesi. È lì, tra gli annunci e le norme, che la polemica dovrà misurarsi con i fatti.

Carabinieri, 400 posti da maresciallo per laureati: il concorso che porta la laurea in caserma

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La laurea non basta. Ma, per una volta, può servire anche a entrare in caserma.

Da oggi prende ufficialmente il via il primo concorso straordinario nella storia dell’Arma dei Carabinieri destinato al reclutamento di 400 allievi Marescialli in possesso di una laurea. Una novità che prova a intercettare un patrimonio di competenze finora rimasto prevalentemente fuori dai tradizionali percorsi di accesso al ruolo.

Le aree interessate sono quattro e fotografano un’Arma che, accanto alle funzioni più tradizionali, ha sempre più bisogno di professionalità specialistiche: scientifica, umanistica, sanitaria e ambientale. Insomma, dalla provetta ai libri, dalla sanità alla tutela del territorio, la divisa cerca anche competenze accademiche.

Il concorso rappresenta una prima volta per l’Istituzione. Non un dettaglio, considerato che l’Arma dei Carabinieri conta una lunga tradizione di selezione e formazione del proprio personale. Questa volta, però, il punto di partenza è diverso: non soltanto giovani interessati alla carriera militare, ma laureati chiamati a trasformare il proprio percorso universitario in uno strumento operativo al servizio della collettività.

Quattrocento posti, ma nessuna scorciatoia

Chi pensa che il titolo universitario possa trasformarsi automaticamente in un lasciapassare può mettere da parte l’ottimismo. La laurea apre la porta del concorso, non quella dell’ufficio del maresciallo.

Gli aspiranti dovranno infatti affrontare un percorso di selezione articolato. A seconda delle modalità previste dal bando, potranno essere chiamati a sostenere una prova preliminare, una prova scritta di lingua italiana o tedesca, la prova di efficienza fisica, gli accertamenti psico-fisici e attitudinali, la prova orale e, infine, la valutazione dei titoli di merito.

Una sequenza che mette insieme cultura generale, preparazione, forma fisica e caratteristiche personali. Perché conoscere una materia è importante, ma in divisa bisogna anche dimostrare di saper reggere il resto del mestiere.

I vincitori saranno nominati Marescialli in ferma volontaria e dovranno frequentare un corso della durata di almeno sei mesi. La formazione comprenderà sia gli aspetti professionali sia quelli militari, con l’obiettivo di costruire competenze specifiche e accompagnare i nuovi marescialli verso l’effettivo svolgimento delle loro funzioni.

Dalla laurea alla divisa

Il messaggio dell’Arma è piuttosto chiaro: le competenze acquisite all’università possono diventare una risorsa concreta per la sicurezza e per il servizio pubblico.

Non è soltanto una questione di titolo di studio. Il concorso punta a valorizzare conoscenze che possono trovare applicazione in settori sempre più complessi, nei quali la preparazione specialistica può affiancare le competenze investigative, operative e istituzionali proprie dell’Arma.

Per i candidati, naturalmente, la prospettiva è altrettanto concreta: trasformare anni trascorsi tra lezioni, esami e tesi in una professione al servizio della collettività. Con una differenza non proprio marginale rispetto alla vita universitaria: qui l’esame non finisce con un voto sul libretto.

Chi può partecipare

Il bando è rivolto ai cittadini italiani che siano in possesso di una delle lauree indicate nella tabella A allegata al bando, che godano dei diritti civili e politici e che non abbiano compiuto il 28° anno di età alla data prevista.

La domanda dovrà essere presentata esclusivamente online, attraverso il sito ufficiale dell’Arma dei Carabinieri, nell’area dedicata ai concorsi. Gli aspiranti avranno trenta giorni dall’apertura del bando per completare la procedura.

Trenta giorni, dunque, per decidere se una laurea può diventare qualcosa di più di una riga sul curriculum. Poi arriveranno le prove, gli accertamenti e la selezione vera e propria.

Perché questa volta il pezzo di carta conta. Ma, come spesso accade nella vita, dovrà dimostrare di valere qualcosa anche quando si comincia a correre.

La setta, le tuniche arancioni e dieci anni di paura

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C’è un’età in cui si dovrebbe imparare a distinguere il bene dal male. A nove anni, invece, Pandora imparava a obbedire.

Prima c’era lo yoga per bambini, un’ora alla settimana che sembrava un’attività come tante. Poi il corso per adulti, la decisione della madre di trasferirsi in una comunità rurale e, quasi senza che se ne accorgesse, il confine tra una pratica spirituale e una vita sotto controllo diventò sempre più sottile.

Pandora, oggi 27 anni, nella comunità legata al guru Bruno Malatesta ha trascorso dieci anni. Ne è uscita a vent’anni. La sua denuncia ha contribuito a scoperchiare una vicenda che, secondo quanto emerso dalle indagini, avrebbe attraversato circa due decenni e coinvolto donne, bambine e adolescenti.

Il racconto affidato dalla giovane a La Stampa è quello di un’infanzia e di un’adolescenza consumate dentro regole che, viste dall’esterno, potevano apparire eccentriche. Dall’interno, dice Pandora, erano invece una gabbia.

«Tutte eravamo obbligate a lavorare la terra, a pulire e cucinare». Le donne avevano la testa rasata e indossavano tuniche arancioni. Un’apparenza monacale, dietro la quale, secondo la sua testimonianza, si nascondeva un sistema fatto di disciplina, paura e mortificazione.

Il guru, racconta, le definiva «streghe puttane», sostenendo che lo fossero state in una vita precedente e che spettasse a lui liberarle dalle energie negative. Il male, spiegava, poteva assumere forme terribili: un cataclisma, una malattia, un tumore.

La paura diventava così uno strumento di controllo. E ciò che a una bambina poteva sembrare incomprensibile veniva trasformato in una verità da accettare.

Il maestro che poteva fare tutto

È proprio nella manipolazione psicologica che Pandora individua uno degli aspetti più difficili da raccontare oggi.

Durante le sedute, secondo la sua denuncia, Malatesta avrebbe utilizzato la presunta necessità di eliminare le «negatività» per giustificare contatti fisici e tocchi nelle parti intime. I cristalli diventavano, nel racconto della giovane, l’alibi rituale per gesti che lei percepiva come sbagliati, ma che non riusciva ancora a nominare.

«Sentivo dentro di me quell’istinto di bambina che mi faceva sentire male», racconta. «A disagio. Ma intorno a me erano tutte zitte».

È una dinamica che descrive bene il cortocircuito nel quale può trovarsi una persona cresciuta in un contesto di controllo: il disagio c’è, ma non trova conferme. Nessuno protesta. Nessuno sembra mettere in discussione l’autorità. E allora anche ciò che appare evidentemente sbagliato può finire per essere percepito come una prova da superare, una regola da accettare, un ordine che deve avere necessariamente una spiegazione.

«Lui è il maestro e può fare tutto», ricorda Pandora. «Pensi così. E se lo fa c’è un motivo».

Separare per comandare

Il controllo, secondo il suo racconto, non passava soltanto attraverso le regole e il lavoro. Passava soprattutto attraverso le relazioni.

Pandora racconta che alle donne veniva impedito di abbracciarsi o toccarsi, perché avrebbero potuto trasmettersi reciprocamente energie negative. L’unica persona autorizzata a farlo era il guru.

Anche la madre sarebbe stata progressivamente allontanata dalla figlia.

«Mi ha distaccata da mia madre da quando ero piccola», racconta Pandora. La donna, secondo la testimonianza della figlia, era tra quelle che il guru teneva segregate. «Non la potevo vedere».

La separazione degli affetti diventava così un’altra forma di potere. Se il legame con la famiglia si indebolisce e quello con il mondo esterno viene reciso, la comunità finisce per diventare l’unico universo possibile. E chi ne controlla le regole controlla anche la percezione della realtà.

Fuori, racconta Pandora, non c’era praticamente nulla. Niente amici dopo la scuola, nessuna vita autonoma. Dentro c’erano invece terra da zappare, pasti da preparare, pulizie, yoga e arti marziali. Anche quattro ore consecutive di attività.

L’infanzia, insomma, aveva un programma molto preciso. E non prevedeva di essere bambini.

La paura di un rubinetto

Ci sono episodi apparentemente insignificanti che, nel racconto di chi è uscito da una situazione di controllo, assumono un peso enorme.

Pandora racconta le urla del guru quando qualcosa non andava secondo le sue aspettative. Anche un gesto banale, come spostare la leva di un rubinetto dalla parte sbagliata, poteva provocare una reazione spropositata.

«Oggi ho un problema con i rubinetti», dice.

È una frase quasi disarmante nella sua semplicità. Racconta però quanto possano sopravvivere nel tempo le conseguenze di anni trascorsi in uno stato di allerta permanente. Non serve un grande pericolo perché il corpo ricordi la paura. A volte basta un rubinetto.

Pandora dice di tremare ancora quando qualcuno urla.

Dieci anni per uscire

La storia comincia con una bambina di nove anni che segue la madre a yoga. Prosegue con una ragazzina che entra in una comunità sempre più chiusa e termina, almeno fisicamente, quando quella stessa ragazza decide di andarsene a vent’anni.

Sono undici anni di vita trascorsi sotto l’influenza della comunità, dieci dei quali vissuti al suo interno.

Oggi Pandora ha 27 anni e ha scelto di raccontare ciò che sostiene di avere subito. Lo fa utilizzando un nome diverso dal proprio, ma senza più nascondere la sostanza della sua esperienza.

La sua testimonianza, insieme alle attività investigative, ha contribuito a portare alla luce una vicenda nella quale spiritualità, autorità e controllo avrebbero finito per confondersi.

Ed è forse proprio questa la parte più inquietante della storia: non la tunica arancione, non i rituali, non le parole sulle vite precedenti. Ma il momento in cui una bambina smette di chiedersi se qualcosa sia giusto o sbagliato e comincia a pensare che, se lo ordina il maestro, allora deve esserci per forza un motivo.

Il resto, in una comunità chiusa, può diventare soltanto obbedienza.

Prima di Maduro, una domanda a Grok: quando la Casa Bianca chiede consiglio all’algoritmo

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C’è un momento, nella storia della politica internazionale, in cui la domanda non è più soltanto «che cosa sa l’intelligenza artificiale?», ma «chi la sta ascoltando?». È quello che potrebbe essere accaduto alla Casa Bianca poche settimane prima della cattura di Nicolás Maduro.

Secondo quanto riferito dal settimanale Time, Donald Trump avrebbe trascorso diverse ore a interrogare Grok, il chatbot sviluppato da xAI, la società di Elon Musk, durante un incontro privato con l’imprenditore nello Studio Ovale nel dicembre 2025. Al centro della conversazione ci sarebbe stato anche il Venezuela e, soprattutto, una domanda dal peso politico non proprio trascurabile: come avrebbero reagito i venezuelani alla cattura del loro presidente?

La risposta di Grok, sempre secondo la ricostruzione di Time, sarebbe stata favorevole allo scenario ipotizzato da Trump: una parte consistente della popolazione avrebbe potuto accogliere positivamente la rimozione di Maduro.

Poche settimane dopo, il 3 gennaio, le forze statunitensi avrebbero effettivamente catturato il presidente venezuelano e lo avrebbero trasferito negli Stati Uniti.

La tentazione di costruire un filo diretto tra le due vicende è forte. Troppo forte, forse. Perché una cosa è dire che Trump abbia interrogato un chatbot sulla possibile reazione dell’opinione pubblica venezuelana, altra cosa è sostenere che quel responso abbia contribuito a decidere un’operazione militare. Al momento non risultano elementi che dimostrino un rapporto causale tra le risposte di Grok e la decisione di procedere.

E qui la storia diventa più interessante della semplice curiosità tecnologica.

Secondo un funzionario presente all’incontro e citato da Time, Trump sarebbe rimasto colpito dall’apparente accuratezza della previsione del chatbot. Il dettaglio dice molto del nuovo rapporto tra potere politico e intelligenza artificiale: non serve necessariamente che una macchina prenda una decisione al posto di un presidente. Può essere sufficiente che venga percepita come capace di leggere uno scenario meglio, più rapidamente o con meno pregiudizi di chi lo circonda.

Il problema è che un chatbot non è un analista dell’intelligence, non è un diplomatico e soprattutto non è un oracolo.

Può mettere in ordine una quantità enorme di informazioni, confrontare scenari, sintetizzare documenti e individuare correlazioni. Ma può anche sbagliare. E può farlo con una disinvoltura inquietante, confezionando una risposta plausibile, fluida e apparentemente autorevole anche quando le basi sono fragili o il contesto è insufficiente.

È questo il vero punto della vicenda venezuelana. Non tanto scoprire se Grok abbia «convinto» Trump a catturare Maduro, cosa che le informazioni disponibili non consentono di affermare, quanto capire quale ruolo stiano assumendo i sistemi di intelligenza artificiale nelle stanze dove vengono prese decisioni con conseguenze reali.

Per decenni i presidenti americani hanno avuto sul tavolo rapporti dei servizi segreti, analisi diplomatiche, valutazioni militari, sondaggi e pareri di consiglieri. Ora, almeno secondo questa ricostruzione, sul tavolo può comparire anche una finestra di chat.

È una trasformazione tutt’altro che marginale.

La questione, infatti, non riguarda soltanto Grok. Riguarda la crescente disponibilità di strumenti capaci di produrre in pochi secondi scenari, previsioni e sintesi su questioni sulle quali fino a poco tempo fa erano necessarie intere strutture di analisi. Il vantaggio è evidente. Lo è altrettanto il rischio: confondere la velocità con l’affidabilità e la sicurezza del linguaggio con la solidità dell’informazione.

C’è poi un paradosso particolarmente americano nella vicenda. Elon Musk, proprietario di xAI e di Grok, avrebbe partecipato all’incontro con Trump nel quale il chatbot sarebbe stato interrogato sul Venezuela. L’uomo e la macchina, dunque, finiscono nello stesso racconto e nello stesso Studio Ovale, anche se questo non significa che abbiano avuto un ruolo operativo nella decisione militare.

Il confine tra consulenza tecnologica, influenza personale e decisione politica diventa così inevitabilmente più sottile.

La storia potrebbe essere liquidata come un aneddoto curioso dell’era Trump, una scena quasi da fantapolitica: il presidente degli Stati Uniti che domanda a un chatbot come reagirà un popolo alla caduta del proprio leader. Ma sarebbe un errore fermarsi all’immagine.

Perché la domanda più importante non è se Trump abbia creduto a Grok. È che cosa accade quando strumenti progettati per conversare entrano nel processo con cui governi e leader valutano guerre, crisi internazionali e operazioni militari.

Un algoritmo può suggerire uno scenario. Non può assumersene la responsabilità.

E se la politica comincia a chiedere alle macchine non soltanto di organizzare le informazioni, ma di interpretare il comportamento di intere popolazioni, il problema non è più tecnologico. Diventa istituzionale, politico e, soprattutto, umano.

Per ora resta un fatto da tenere distinto dall’interpretazione: Trump avrebbe consultato Grok prima dell’operazione contro Maduro. Che quelle risposte abbiano avuto un peso concreto nella decisione resta invece da dimostrare.

Ed è probabilmente questa la parte più importante della storia. Nell’epoca dell’intelligenza artificiale, anche una risposta apparentemente brillante deve ancora superare il vecchio, poco spettacolare ma indispensabile test dei fatti.

Francia, la protesta entra nelle scuole: 400 istituti chiusi e oltre cento danneggiati

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La protesta era partita dai banchi di scuola. Ora rischia di lasciare vuoti anche quelli.

In Francia la mobilitazione studentesca, nata per denunciare la carenza di insegnanti e le condizioni spesso critiche degli edifici scolastici, ha assunto dimensioni tali da costringere il governo a fare i conti non soltanto con le rivendicazioni degli studenti, ma anche con un bilancio di violenze e danneggiamenti che continua a crescere.

Il dato più pesante riguarda il personale scolastico: sono 65 i dipendenti rimasti feriti dall’inizio delle proteste, tra cui 40 presidi. A fornire il bilancio è stato il ministro dell’Istruzione, Édouard Geffray, intervenuto questa mattina su Bfmtv.

Secondo il ministro, sono oltre cento gli istituti che hanno subito danni gravi. Un conto salato per una protesta che aveva come bersaglio proprio le difficoltà del sistema scolastico francese. E che, nel giro di pochi giorni, ha finito per trasformare alcune scuole da luogo della contestazione a luogo della devastazione.

La giornata di giovedì 1 ottobre ha segnato un ulteriore salto di tensione. Quasi duemila persone sono state fermate durante le manifestazioni. Circa il 90 per cento, secondo quanto riferito dalle autorità, sarebbe minorenne. Un dato che aggiunge alla questione dell’ordine pubblico quella, tutt’altro che marginale, delle responsabilità individuali e familiari.

La protesta, partita dall’area parigina, si è intanto estesa ad altre città francesi. Le ragioni iniziali restano sul tavolo: mancano insegnanti e diversi edifici scolastici presentano problemi strutturali e di manutenzione. Ma alla piattaforma delle rivendicazioni si è aggiunto ormai un altro tema, quello della violenza durante le manifestazioni.

Il governo ha deciso di rispondere anche sul terreno della sicurezza. Geffray ha annunciato la chiusura di circa 400 scuole, considerate a rischio, con il ricorso alla didattica a distanza dove necessario. Una misura che produce un paradosso difficile da ignorare: la protesta contro le carenze della scuola finisce per allontanare gli studenti proprio dalle aule che chiedono di rendere migliori.

A Parigi, intanto, il ministro dell’Istruzione incontrerà le associazioni studentesche e quelle dei genitori. Il confronto potrebbe diventare il primo banco di prova per capire se la mobilitazione possa tornare nell’alveo delle rivendicazioni politiche e sindacali o se la spirale di scontri e danneggiamenti sia destinata a proseguire.

Darmanin: i genitori paghino i danni

Sul fronte giudiziario, il governo ha scelto una linea altrettanto dura. Il ministro della Giustizia, Gérald Darmanin, ha chiesto ai procuratori di far valere la responsabilità civile dei genitori per i danni provocati dai figli durante le proteste.

Il principio è semplice: se un minorenne provoca un danno, la famiglia potrebbe essere chiamata a sostenerne economicamente le conseguenze. Una richiesta che sposta la questione dalla piazza alle case, chiamando direttamente in causa le famiglie.

«Paghino i genitori», è in sostanza la linea indicata da Darmanin.

La stretta arriva mentre le autorità devono gestire una mobilitazione che presenta due facce sempre più difficili da separare. Da una parte ci sono problemi concreti, dalla carenza di docenti alla qualità degli edifici, che hanno dato origine alla protesta. Dall’altra ci sono violenze, feriti e strutture danneggiate, che stanno trasformando una vertenza scolastica in un problema nazionale di ordine pubblico.

Il governo dovrà ora riuscire in un esercizio non semplice: ascoltare le ragioni della protesta senza normalizzare la violenza e garantire la sicurezza senza trasformare le rivendicazioni degli studenti in un semplice dossier di polizia.

Nel frattempo, quattrocento istituti resteranno chiusi. E nelle scuole francesi la prima lezione, almeno per ora, sembra essere diventata quella sulla gestione di una protesta che ha smesso da tempo di stare soltanto dentro i confini dell’aula.

Delitto e Passione

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Fotografia di repertorio

A cura di Gilberto Borzini

Il delitto passionale non è certamente una novità, e credo esista dai primordi dell’umanità. Il concetto di “peccato” unito all’idea di adulterio è storicamente e biblicamente affermato, attribuendo la maggior gravità al tradimento femminile in quanto reo di poter adulterare la linea del sangue che definisce la “famiglia”, struttura cellulare alla base della struttura sociale.

La donna adultera compromette non solo l’onore maschile ma la discendenza ereditaria, e in un’economia chiusa in cui il matrimonio è contrattuale e definisce il consolidamento o l’ampliamento di un patrimonio domestico, la digressione femminile rischia di compromettere ogni progetto.

Così, storicamente, a maggior chiusura dell’economia e della società corrisponde una maggiore oppressione femminile, più severi divieti, punizioni raccapriccianti come la lapidazione pubblica molto spesso partecipata e operata proprio dalle donne della tribù chiamate a esercitare l’azione per mantenere l’istituzione domestica che si basa sulla procreazione.

Il possesso come meme culturale

Dalla struttura di necessità sociale che riguarda la famiglia, molto genericamente indicata nel paragrafo precedente, deriva il concetto di “proprietà” maschile sul corpo femminile assegnato, proprietà che è anche vigilanza e repressione. Alla donna, ceduta dal padre al marito durante la cerimonia matrioniale, veniva attribuita una “dote”, ovvero un sostegno patrimoniale alla famiglia dello sposo che si sarebbe sobbarcata da lì in avanti l’alimentazione, il vestiario e le cure della donna e dei figli che avrebbe dovuto generare.

Il matrimonio era, ed è ancora sotto il profilo del diritto, un contratto che nel tempo non ha subito eccessive trasformazioni  ma ha soprattutto consolidato nella cultura popolare e diffusa il concetto di “proprietà” patriarcale del maschio sulla femmina, e con quello il ruolo subalterno sociale femminile.

Il possesso come elemento psicologico

Come più volte ho indicato nel corso degli interventi pubblicati la parte dominante della psicologia individuale spetta all’Es, all’inconscio, che per sua natura è egocentrico, dispotico e aggressivo, avido di potere e di manifestazioni di potenza, più o meno ammaestrato dalle norme sociali introiettate attraverso il Super Io in un processo costante e permanente di mediazione il cui risultato è l’Ego manifesto.

Nel momento in cui la società attraverso lo schema politico e economico del contratto matrimoniale attribuisce al maschio il potere pieno ed esclusivo nei confonti della sposa e della famiglia, l’Es maschile è libero di affermare i propri interessi e orientamenti.

Contestualmente il Super Io femminile, di una donna educata all’obbedienza e alla sudditanza, impedisce all’Es di manifestarsi obbligando al donna a “farsi piacere la propria condizione” al punto che in certe culture non distanti dalla nostra la donna si preoccupava se il marito non la bastonava qualche volta ritenendo la mancata punizione una disattenzione alla propria persona.

La Differenza

L’uomo geloso e tradito punisce l’adultera e a volte, ma più raramente, il suo compagno di avventura.

La donna tradita e gelosa assale in primo luogo l’avversaria che cerca di sottrarle il marito o il partner comunque inteso.

In questa doppia e diversa struttura reattiva si definisce una radicalmente differente affermazione di responsabilità, entrambe orientate a penalizzare e a colpevolizzare la parte femminile: per l’uomo tradito la peccatrice è la donna che tradisce, mentre per la donna tradita la peccatrice è l’altra donna.

In entrambi i casi il problema della “proprietà” è manifesta.

Nella logica del diritto matrimoniale originario il marito dispone della moglie e le nega il consenso alla relazione extraconiugale cancellandola dalla sua proprietà e disponibilità privandola della vita.

Nella stessa logica la donna tradita lotta con l’avversaria per trattenere il marito da cui dipende, non raramente anche economicamente, affermando il suo diritto ad essere proprietà esclusiva e unica del marito.

Gli atteggiamenti, noti a tutti, sono divenuti nel corso dei secoli veri e propri “meme” sociali, comportamenti diffusi e confermati verso i quali solo recentemente, con l’avvento del femminismo più duro, si inizia a porre qualche obiezione anche di tipo logico e consequenziale.

Le normative hanno tentato un adeguamento ai tempi mutati e a una nuova logica relazionale, ma molta parte della società e del modello relazionale affettivo tramandato all’interno delle famiglie e delle culture locali è rimasto alle logiche precedenti, ai termini proprietari della relazione, al diritto della passione-proprietaria rispetto alla libertà femminile.

L’odierno femminicida non sopprime la persona ma il suo diritto all’autodeterminazione, affettiva o economica che sia e se agisce in questo modo è perché qualcuno, la famiglia, l’ambiente sociale, la tradizione, ne ha orientato il pensiero nella forma proprietaria e possessiva.

Per fermare questo dramma non basta l’idea, positiva, di educare all’affettività nei cicli scolastici ma bisogna riconsiderare i termini in cui si afferma “l’amore” nella cultura popolare, nelle canzoni, nei film, nelle rappresentazioni, persino nel lessico domestico: fino a quando all’amore sarà connesso il criterio semantico del possesso, del mia e mio, sarà difficile impostare una nuova e libera modalità affettiva e relazionale.