26 Ottobre 2026, lunedì
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La legge elettorale e il grande mistero del voto segreto

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La legge elettorale torna alla Camera e, con lei, torna anche una vecchia specialità della politica italiana: la paura del voto segreto.

Il provvedimento, già modificato dal Senato, è approdato a Montecitorio per la terza lettura. La discussione generale è cominciata, mentre per domani è previsto il primo passaggio delicato, quello sulle pregiudiziali di costituzionalità, che le opposizioni hanno annunciato di voler sottoporre a scrutinio segreto. Intorno al 5 ottobre dovrebbero arrivare i voti di fiducia sugli articoli modificati a Palazzo Madama, mentre il voto finale è atteso tra l’8 e il 9 ottobre, anch’esso con la possibilità dello scrutinio segreto.

Insomma, il Parlamento si prepara a discutere una legge destinata a stabilire come gli italiani sceglieranno il prossimo Parlamento, ma il primo problema sembra essere diventato stabilire come voteranno i parlamentari che devono approvarla.

La maggioranza, evidentemente, non vuole lasciare nulla al caso. Giorgia Meloni ha chiesto una presenza obbligatoria dei parlamentari del centrodestra e il ministro per i Rapporti con il Parlamento Luca Ciriani ha richiamato ministri e deputati alla necessità di essere presenti. Dopo il precedente di luglio, quando un emendamento sulle preferenze fu affossato nel voto segreto nonostante l’accordo raggiunto nella maggioranza, l’attenzione sui cosiddetti franchi tiratori è tornata ai massimi livelli.

La scena, a questo punto, ha quasi qualcosa di teatrale. Da una parte i capigruppo che organizzano presenze, assenze, missioni cancellate e turni parlamentari. Dall’altra il voto segreto, che per definizione dovrebbe consentire al deputato di esercitare la propria funzione senza dover esibire il certificato di fedeltà al gruppo.

E così il Parlamento italiano si trova davanti a un curioso paradosso: il voto è segreto, ma tutti vogliono sapere chi ha votato cosa.

La caccia al franco tiratore

A luglio, durante il primo passaggio alla Camera, il fallimento dell’emendamento sulle preferenze aveva già provocato un piccolo terremoto politico. Nel centrodestra si contarono una trentina di voti contrari o comunque non riconducibili alla linea ufficiale della maggioranza, secondo le ricostruzioni di quei giorni. Da qui nacque la vicenda delle cosiddette “vedette” di Fratelli d’Italia, alcuni componenti degli staff parlamentari che dalle tribune avrebbero osservato e registrato i movimenti dei deputati durante il voto segreto.

Una sorta di VAR parlamentare, con la differenza che qui non si cercava di stabilire se il pallone avesse oltrepassato una linea, ma se qualche deputato avesse oltrepassato la linea del proprio partito.

La vicenda aveva suscitato le proteste delle opposizioni e l’intervento dell’Associazione stampa parlamentare. Per il nuovo passaggio della legge, la tribuna centrale di Montecitorio, riservata ai giornalisti, sarà accessibile esclusivamente alla stampa. Gli staff dei parlamentari potranno invece utilizzare le tribune laterali destinate ai cineoperatori, rispettando il codice di autoregolamentazione che vieta fotografie e riprese improprie dei lavori parlamentari.

Il problema, però, resta intatto: quando il voto è segreto, nessuno dovrebbe sapere come ha votato il singolo deputato. E proprio per questo, paradossalmente, diventa ancora più interessante per i partiti scoprire chi abbia tradito la consegna.

Il terminale elettronico ha fatto il suo ingresso nell’Aula della Camera con una tecnologia più moderna, ma per lo scrutinio segreto resta la vecchia pulsantiera con i tre tasti. La tecnologia cambia, il sospetto no.

Nel Transatlantico, secondo le ricostruzioni circolate in queste ore, si discute persino della possibilità di premere il pulsante con l’indice o con il mignolo, così da rendere riconoscibile agli osservatori il comportamento del deputato senza dover mostrare il voto. È la fisiognomica del bottone: non importa soltanto cosa premi, importa anche quale dito utilizzi.

La riforma che cambia il sistema

Al di là della commedia parlamentare, la materia è tutt’altro che marginale.

Il testo tornato alla Camera introduce un sistema proporzionale corretto da un premio di maggioranza, elimina i collegi uninominali e prevede l’indicazione del candidato alla presidenza del Consiglio da parte delle liste o delle coalizioni. Il Senato ha inoltre introdotto un meccanismo di preferenze con capilista bloccati e ha modificato le regole per la presentazione delle liste.

È proprio su quest’ultimo punto che si concentra una delle contestazioni più dure.

Per le formazioni che non hanno rappresentanza parlamentare, il numero delle sottoscrizioni necessarie è stato portato da 1.500 a 6.000 per collegio. La modifica è stata presentata dalla maggioranza anche come strumento per evitare la proliferazione di liste civetta. Per le forze già presenti in Parlamento sono invece previste regole differenti ed esenzioni o soglie ridotte in determinate condizioni.

La questione, dunque, non è soltanto quante firme servano. È soprattutto chi debba raccoglierle e chi, invece, possa presentarsi alle elezioni senza affrontare lo stesso ostacolo.

È qui che la polemica politica si fa sostanziale.

Il paradosso della firma digitale

Riccardo Magi, segretario di +Europa, ha annunciato uno sciopero della fame proprio su questo punto. Ha definito la riforma un “colpo di Stato elettorale” e ha contestato sia l’aumento delle firme sia l’impossibilità, secondo il testo approvato dal Senato, di utilizzare la firma digitale per la raccolta delle sottoscrizioni necessarie alla presentazione delle liste.

La questione è particolarmente curiosa in un Paese nel quale ormai si può fare praticamente tutto dal telefono, dalla dichiarazione dei redditi alla consultazione di documenti amministrativi, e nel quale lo stesso sistema elettorale si sta progressivamente confrontando con strumenti digitali.

Il punto non è stabilire se la firma digitale sia, per definizione, più democratica di quella autografa. Il punto è che l’idea di raccogliere sottoscrizioni attraverso strumenti digitali è stata formalmente proposta in Parlamento ed è stata respinta nel corso dell’esame della riforma.

Ed è proprio questo che rende la discussione meno folkloristica di quanto potrebbe sembrare.

Perché una legge elettorale non stabilisce soltanto il modo in cui si trasformano i voti in seggi. Stabilisce anche, indirettamente, quali soggetti politici possono arrivare sulla scheda.

Da una parte ci sono dunque i partiti già presenti nelle istituzioni. Dall’altra quelli che chiedono di entrarci.

La domanda politica è inevitabile: quanto deve essere difficile attraversare la porta del Parlamento per chi è già dentro e quanto per chi deve ancora entrarci?

La maggioranza risponde richiamando la necessità di evitare liste improvvisate e candidature prive di consistenza. Le opposizioni vedono invece nella nuova disciplina un ostacolo sproporzionato per le formazioni emergenti. Sono due letture politiche profondamente diverse della stessa norma.

“Stabilicum” o “Melonellum”: anche il nome è una battaglia

La riforma ha già prodotto il suo inevitabile vocabolario da Prima Repubblica 2.0.

Per la maggioranza è lo “Stabilicum”, nome che richiama l’obiettivo dichiarato della governabilità. Per le opposizioni è il “Melonellum”, con un evidente riferimento alla presidente del Consiglio e alla natura politica attribuita alla riforma.

Nel frattempo la legge continua a essere descritta attraverso formule sempre più evocative, come se il problema fosse trovare il titolo prima ancora di approvare il testo.

“Stabilicum” contro “Melonellum”. Governabilità contro rappresentanza. Stabilità contro pluralismo. Palazzo contro piazza.

La sostanza, però, sta nei meccanismi.

E uno dei più rilevanti è il premio di maggioranza, collegato al raggiungimento del 42 per cento dei voti, insieme alla distribuzione dei seggi e al nuovo sistema delle preferenze.

Su questi elementi si misura lo scontro politico vero, molto più delle etichette.

Appendino: “È la legge della paura”

Durante la discussione generale, Chiara Appendino, deputata del Movimento 5 Stelle, ha attaccato frontalmente la maggioranza.

“Altro che Stabilicum”, ha detto, definendola “la legge della paura”. Secondo Appendino, il centrodestra starebbe modificando le regole elettorali per tutelare il proprio consenso e avrebbe scelto di blindare il provvedimento attraverso la fiducia.

La deputata ha allargato poi la critica alle politiche del governo, accusandolo di non intervenire sui profitti dei grandi gruppi energetici e delle banche e di sacrificare, a suo giudizio, gli interessi nazionali nei rapporti con l’Unione europea.

Sono accuse politiche, naturalmente, e come tali vanno lette. Ma fotografano bene il clima nel quale la riforma arriva alla sua fase conclusiva: non una revisione tecnica condivisa, bensì una battaglia sulla distribuzione futura del potere parlamentare.

La cosa più curiosa è che tutti temono il voto

C’è un elemento che attraversa l’intera vicenda e che merita più attenzione delle schermaglie lessicali.

La maggioranza vuole approvare la legge. Le opposizioni vogliono modificarla o impedirne l’approvazione. I partiti di governo chiedono ai propri parlamentari di essere presenti. Le opposizioni chiedono lo scrutinio segreto. Gli staff vengono tenuti lontani dalla tribuna centrale. I partiti osservano i propri parlamentari. E qualcuno, nel frattempo, comincia persino uno sciopero della fame.

Tutto questo accade attorno a una legge che dovrebbe servire a rendere più ordinata la competizione democratica.

È una situazione quasi pirandelliana: il voto degli italiani deve essere libero, quello dei parlamentari deve essere disciplinato; il voto segreto deve essere garantito, ma il partito vorrebbe sapere come è stato espresso; le nuove forze politiche devono poter concorrere, ma devono prima dimostrare di avere già una capacità organizzativa significativa; la politica si digitalizza, ma per raccogliere una firma elettorale la carta continua a conservare un fascino quasi sacrale.

E forse è proprio questo il punto più interessante della vicenda.

Una legge elettorale dovrebbe essere una porta d’ingresso alla rappresentanza. Non dovrebbe diventare una dogana, con chi è già dentro che controlla i documenti di chi sta cercando di entrare.

Naturalmente spetterà al Parlamento decidere se questo equilibrio sia ragionevole. Ma il dibattito di questi giorni racconta qualcosa di più profondo della semplice battaglia tra maggioranza e opposizione: racconta quanto, in politica, le regole del gioco diventino improvvisamente materia delicatissima quando chi le scrive sa che, prima o poi, dovrà giocarci anche la propria partita.

E così, mentre Montecitorio si prepara al voto segreto, il vero mistero non è più soltanto chi premerà quale pulsante.

È capire se, una volta approvata la legge, qualcuno sarà ancora disposto a chiamarla semplicemente una legge elettorale.

Usa, condannata a morte a 18 anni: il Tennessee ferma l’esecuzione a un’ora dall’iniezione letale

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A un’ora dall’iniezione letale, quando il conto alla rovescia sembrava ormai arrivato al termine, l’esecuzione di Christa Pike è stata sospesa. La mattina del 30 settembre una Corte d’appello federale statunitense, la U.S. Court of Appeals for the Sixth Circuit, ha emesso un ordine d’urgenza bloccando la procedura prevista nel Tennessee.

Pike, oggi cinquantenne, è detenuta da oltre trent’anni ed è l’unica donna nel braccio della morte del Tennessee. Aveva 18 anni quando fu condannata per l’omicidio di Colleen Slemmer, una ragazza di 19 anni uccisa nel 1995. Se l’esecuzione fosse stata eseguita, sarebbe stata la prima donna giustiziata nello Stato in almeno due secoli.

La decisione dei giudici federali non cancella la condanna e non stabilisce che Pike sia innocente. Interviene invece su una questione che potrebbe avere un peso decisivo nella valutazione della pena: il passato di violenze e abusi sessuali che la donna avrebbe subito durante l’infanzia e che, secondo i suoi avvocati, non sarebbe stato adeguatamente preso in considerazione nel procedimento che portò alla condanna a morte.

Per ora resta da capire quanto durerà la sospensione e se il procuratore generale del Tennessee deciderà di impugnare l’ordine.

L’omicidio di Colleen Slemmer

Il delitto risale al 1995. Christa Pike frequentava insieme a Colleen Slemmer il Knoxville Job Corps, un programma federale rivolto a giovani in condizioni di difficoltà. Secondo la ricostruzione dell’accusa, Pike considerava Slemmer una rivale sentimentale e la attirò in una zona appartata del campus.

Qui, secondo gli atti del processo, Pike, il suo fidanzato dell’epoca e un’altra ragazza aggredirono e torturarono la giovane prima di ucciderla.

La brutalità dell’omicidio colpì profondamente l’opinione pubblica americana. Sul corpo della vittima venne inoltre inciso un simbolo satanico, un particolare che contribuì ad alimentare l’enorme attenzione mediatica attorno al caso.

Pike e il suo fidanzato furono condannati per l’omicidio. Lei aveva appena 18 anni e divenne così una delle più giovani donne condannate a morte negli Stati Uniti.

La questione dell’età

A più di trent’anni di distanza, il caso torna dunque a concentrarsi non soltanto sulla responsabilità per l’omicidio, ma sulle condizioni personali e psicologiche di una ragazza che, al momento del delitto, aveva appena raggiunto la maggiore età.

La difesa sostiene che la pena capitale sia sproporzionata alla luce dell’età di Pike all’epoca dei fatti e delle condizioni nelle quali era cresciuta. Gli avvocati hanno posto l’accento su una storia familiare segnata, secondo la loro ricostruzione, da abbandono e violenze sessuali, comprese accuse di stupro subite durante l’infanzia.

Nel corso degli anni a Pike sono stati diagnosticati un disturbo bipolare e un disturbo da stress post-traumatico. Per la difesa, questi elementi avrebbero dovuto essere valutati in maniera più approfondita prima di arrivare alla decisione di imporre la pena di morte.

È proprio questo il punto sul quale la Corte d’appello ha deciso di intervenire, chiedendo tempo per esaminare se il passato di abusi della donna sia stato adeguatamente considerato.

Trent’anni nel braccio della morte

La vicenda di Christa Pike attraversa così più di tre decenni della storia della pena capitale negli Stati Uniti. Nel frattempo, il dibattito sulla possibilità di applicare la pena di morte a persone che hanno commesso un crimine quando erano molto giovani si è trasformato profondamente, anche sul piano giuridico.

Il caso di Pike presenta però una peculiarità: il reato fu commesso quando aveva già compiuto 18 anni, una soglia che nel diritto statunitense segna una distinzione fondamentale rispetto alla responsabilità penale dei minorenni.

La sospensione decisa dalla Corte d’appello non risolve quindi il caso, ma riapre una questione che sembrava ormai arrivata all’ultimo atto. La domanda ora è se, prima di procedere con l’esecuzione, debba essere rivalutato il peso delle esperienze traumatiche vissute da Pike durante l’infanzia e il loro possibile ruolo nelle circostanze che accompagnarono il delitto.

Dopo oltre trent’anni, il calendario dell’esecuzione si è fermato a pochi minuti dalla fine. Per Christa Pike, la porta del braccio della morte resta aperta. Ma, almeno per ora, anche quella della cella.

Napoli, si nasconde nel doppiofondo dell’armadio: arrestato uno dei vertici del clan Mazzarella

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La fuga è finita alle prime luci dell’alba, in un nascondiglio ricavato dentro un armadio. È lì che i carabinieri del Nucleo operativo della Compagnia Napoli-Stella hanno trovato Giuseppe Del Prete, ritenuto uno degli esponenti di vertice del clan Mazzarella e latitante dallo scorso 3 marzo.

L’arresto è avvenuto nel quartiere di Forcella, al termine delle ricerche condotte dai militari dell’Arma. Del Prete aveva cercato di rendersi introvabile sfruttando un vano appositamente realizzato nel doppiofondo di un armadio, uno spazio nascosto alla vista e utilizzato per sottrarsi alla cattura.

Sul suo conto pendeva un provvedimento per associazione a delinquere di stampo mafioso e associazione finalizzata al traffico illecito di sostanze stupefacenti. Reati che, secondo l’impostazione dell’autorità giudiziaria, sono alla base del provvedimento che ha portato alla sua ricerca e, ora, all’arresto.

L’individuazione di Del Prete mette così fine a una latitanza durata quasi sette mesi. A trovarlo sono stati i carabinieri della compagnia Napoli-Stella, che lo hanno scovato all’interno del nascondiglio predisposto per evitare di essere intercettato.

Il doppiofondo dell’armadio non è bastato a garantirgli la fuga. All’arrivo dei militari, il nascondiglio è stato scoperto e per Del Prete sono scattate le manette. Con il suo arresto si chiude una delle ricerche che, da mesi, vedevano impegnati i carabinieri nel tentativo di rintracciare l’esponente del clan Mazzarella.

Ericsson, Genova perde 131 ricercatori. È scontro in Parlamento

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La partita sulla ricerca Ericsson a Genova arriva in Parlamento e si trasforma in un caso politico. Al centro c’è la decisione dell’azienda di chiudere l’intera unità di ricerca ligure, con il coinvolgimento di 131 tra ingegneri e ricercatori. Una scelta che, secondo la denuncia della deputata Chiara Appendino e del senatore Luca Pirondini, rischia di cancellare in pochi mesi un patrimonio di competenze costruito nell’arco di quindici anni anche grazie al sostegno delle istituzioni pubbliche.

L’audizione di Ericsson davanti alla Commissione Attività produttive della Camera avrebbe dovuto rappresentare l’occasione per chiarire ragioni e prospettive della riorganizzazione. Ma l’assenza dell’amministratore delegato ha alimentato ulteriormente la polemica. «Chi ha deciso di chiudere l’intera unità di ricerca a Genova, disfacendosi di 131 ingegneri e ricercatori, non ha avuto il coraggio di presentarsi davanti al Parlamento», accusano Appendino e Pirondini.

Il punto, però, non riguarda soltanto la presenza o meno dei vertici aziendali. Sul tavolo c’è soprattutto la natura del lavoro svolto a Genova. Secondo i parlamentari, infatti, motivare i licenziamenti attraverso la crisi del mercato italiano delle telecomunicazioni non sarebbe sufficiente a spiegare la decisione: il centro genovese svolge attività di ricerca destinata a prodotti e tecnologie commercializzati su scala internazionale.

È proprio qui che si concentra una delle principali contestazioni. Se la ricerca sviluppata a Genova serve un mercato globale, sostengono i due esponenti politici, la minore attrattività del mercato italiano delle telecomunicazioni non può rappresentare da sola una spiegazione convincente per lo smantellamento del polo.

A rendere ancora più delicata la vicenda c’è poi il capitolo degli investimenti pubblici. Ericsson, ricordano Appendino e Pirondini, negli anni ha beneficiato del sostegno del Ministero delle Imprese e del Made in Italy per progetti di ricerca realizzati a Genova. Si parla di oltre 18 milioni di euro di investimenti e di circa 7,8 milioni di euro di agevolazioni. A questi si aggiunge, secondo la loro ricostruzione, la richiesta di ulteriori 2,4 milioni di euro di incentivi per un progetto legato al 6G.

Da qui la domanda politica: quale coerenza c’è tra il sostegno pubblico alla ricerca e la decisione, successiva, di smantellare il centro che quella ricerca la sviluppa?

«Prendono i soldi ieri, ne chiedono altri per domani, e scrivono le lettere di licenziamento oggi», sintetizzano i due parlamentari, trasformando la vicenda Ericsson in una questione che va oltre il destino dei singoli lavoratori. Perché il tema non è soltanto occupazionale. In discussione c’è anche la capacità dell’Italia di trattenere competenze tecnologiche avanzate e di garantire continuità agli investimenti pubblici destinati all’innovazione.

Genova, in questo quadro, rischia di perdere un pezzo significativo della propria filiera tecnologica. E la chiusura del polo pone un interrogativo più ampio sulle politiche industriali: che cosa accade quando una multinazionale decide di interrompere un’attività di ricerca dopo aver beneficiato, negli anni, di risorse pubbliche destinate proprio a rafforzarla?

Appendino e Pirondini chiedono ora due iniziative immediate: l’audizione in Parlamento delle organizzazioni sindacali e l’apertura di un tavolo presso il MIMIT, con il coinvolgimento della Regione Liguria e del Comune di Genova.

La richiesta è dunque di riportare la vertenza dentro una sede istituzionale, prima che la riorganizzazione diventi definitiva. Perché dietro i 131 posti a rischio c’è una questione che riguarda il futuro industriale della città, ma anche il rapporto tra multinazionali, ricerca strategica e risorse pubbliche.

E quando un polo tecnologico costruito in quindici anni rischia di essere smantellato, il problema non è soltanto quanti posti di lavoro si perdono. È anche capire che cosa resta, dopo, di tutto ciò che lo Stato e il territorio hanno contribuito a costruire.

Caravaggio torna a Napoli: il Premio che mette al centro l’arte e gli ultimi

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Ci sono città che custodiscono un artista e città che, in qualche modo, continuano a dialogare con lui. Napoli appartiene alla seconda categoria. È una città che Caravaggio attraversò in un momento drammatico della propria esistenza, ma che finì per lasciare nella sua pittura un’impronta profonda e riconoscibile. È anche per questo che sabato 3 ottobre 2026, all’Auditorium Porta del Parco di Bagnoli, andrà in scena la sesta edizione del Premio Caravaggio, un appuntamento che nel tempo ha assunto una precisa identità nel panorama culturale campano.

L’iniziativa non vuole essere soltanto una celebrazione. Il suo obiettivo è riportare l’attenzione sul rapporto tra il maestro e Napoli, una relazione che può essere riscoperta anche attraverso le opere che la città conserva ancora oggi. Per chi arriva nel capoluogo campano in occasione del Premio, dunque, l’appuntamento può diventare anche l’occasione per attraversare i luoghi nei quali la presenza di Caravaggio continua a parlare: dal Pio Monte della Misericordia, dove sono custodite le Sette opere di Misericordia, al Museo e Real Bosco di Capodimonte, che conserva la celebre Flagellazione di Cristo.

È una storia che affonda le proprie radici nel 2000. In quell’anno, sulle terrazze di Castel dell’Ovo, l’Associazione promotrice organizzò una personale d’arte. Durante l’inaugurazione avvenne un incontro destinato a produrre conseguenze ben più durature di quanto si potesse immaginare. Tra i visitatori c’era il professor Enzo Ruju, docente di un istituto artistico locale e successivamente tra le figure che avrebbero accompagnato il percorso culturale del Premio.

Nel corso della conversazione con il presidente dell’Associazione e organizzatore dell’iniziativa emerse una considerazione semplice, ma tutt’altro che marginale: Napoli possiede alcune delle testimonianze più importanti del passaggio di Caravaggio, ma quel patrimonio, secondo i promotori, meritava una valorizzazione ancora maggiore.

L’idea prese forma rapidamente. Durante il finissage della mostra venne annunciata la nascita di un premio dedicato al grande artista, collegato simbolicamente alla sua nascita, avvenuta il 29 settembre 1571. Il progetto incontrò fin dall’inizio l’attenzione di importanti istituzioni, tra cui il Parlamento Europeo, la Regione Campania, la Città Metropolitana di Napoli e il Comune di Napoli.

Il cuore dell’iniziativa rimane però il rapporto tra Caravaggio e la città.

Nel 1606, dopo l’uccisione di Ranuccio Tomassoni a Roma, Michelangelo Merisi si rifugiò a Napoli. Fu un passaggio decisivo nella sua vita e nella sua produzione artistica. Nella città partenopea realizzò alcune opere di straordinaria intensità, tra cui proprio la Flagellazione di Cristo e le Sette opere di Misericordia. Napoli divenne così non soltanto una tappa biografica, ma uno dei luoghi nei quali la sua pittura raggiunse una forza particolarmente drammatica.

Ed è forse proprio qui che si trova la ragione più contemporanea del Premio.

Caravaggio non idealizzava l’umanità. La osservava. La cercava nelle strade, nei volti segnati dalla fatica, nelle persone che normalmente rimanevano fuori dalla rappresentazione ufficiale del potere e della bellezza. Nelle sue tele prostitute, mendicanti, popolani e giovani di strada potevano diventare Madonne, santi, apostoli, angeli. Il sacro non viveva più soltanto in una dimensione astratta: assumeva il volto concreto dell’uomo.

È una rivoluzione ancora capace di parlare al presente. La grandezza di Caravaggio sta anche nell’avere portato gli ultimi al centro della scena, trasformando la marginalità in dignità e la realtà quotidiana in materia d’arte. In questo senso, il Premio cerca di trasferire quel principio nel nostro tempo, riconoscendo persone che, attraverso professioni e percorsi differenti, abbiano saputo distinguersi e creare un rapporto significativo con la cultura, la ricerca, l’arte e la società.

Nel corso delle precedenti edizioni sono intervenuti, tra gli altri, il professor Enzo Ruju, critico d’arte, la professoressa Vivian Belmonte, docente dell’Istituto Superiore d’Arte di Nocera Inferiore, il dottor Franco Leone, studioso e ricercatore nel campo dell’arte, e la dottoressa Chiara Orizio, critica d’arte e studiosa delle tecnologie avanzate a Roma.

Il riconoscimento ha inoltre coinvolto negli anni personalità provenienti da mondi diversi: ricercatori, giornalisti, musicisti, artisti, diplomatici, medici e figure pubbliche. Tra i premiati figurano il cantante, musicista e attore Peppino di Capri, recentemente scomparso, l’attuale presidente del CONI Luciano Buonfiglio, l’endocrinologa di fama internazionale Anna Maria Colao, il professor Massimo Ciccozzi, ordinario di epidemiologia molecolare e direttore dell’Unità di Statistica Medica del Campus Bio-Medico di Roma, la cantante e attrice partenopea Thayra Orefice e il dottor Massimo Fragola, presidente del Seminario Permanente di Studi Internazionali.

Tra le attestazioni ricevute dagli organizzatori anche quella della vicepresidente del Senato della Repubblica e già sottosegretaria e viceministra della Cultura Lucia Borgonzoni, che ha sottolineato il valore della cultura come spazio nel quale arte, pensiero e bellezza continuano a incontrarsi.

Alla sesta edizione sarà presente anche Giuseppe Catapano, Magnifico Rettore di AUGE Università, figura da anni impegnata nella promozione della cultura e della formazione. La sua presenza assume un significato particolare anche alla luce del riconoscimento ricevuto nel 2022, quando Catapano fu tra le personalità insignite del Premio Caravaggio.

La partecipazione del Rettore rappresenta, per gli organizzatori, un ulteriore segnale di attenzione verso un’iniziativa che negli anni ha cercato di unire mondi apparentemente differenti: arte, università, professioni, ricerca e impegno civile. Una sensibilità che Catapano ha espresso attraverso la propria attività nel campo della formazione e della diffusione della cultura, con una visione che guarda oltre i confini nazionali. Non è casuale, in questo senso, il principio che accompagna AUGE: dove c’è cultura, AUGE risponde, in tutto il globo terraqueo.

Ed è proprio il concetto di cultura come patrimonio condiviso a fare da filo conduttore alla manifestazione di Bagnoli.

La scelta dell’Auditorium Porta del Parco non è soltanto una questione logistica. Inserire il Premio nel tessuto di Bagnoli significa portare un appuntamento culturale in un’area della città che negli ultimi anni è stata al centro di grandi trasformazioni e di importanti prospettive di rigenerazione. La cultura, in questo contesto, può diventare uno strumento per costruire connessioni e restituire centralità ai territori.

Il Premio Caravaggio arriva così alla sua sesta edizione con una formula ormai riconoscibile: partire dalla storia di un artista universale per interrogare il presente. Non un semplice omaggio celebrativo, dunque, ma un confronto tra ciò che Caravaggio rappresentò nel Seicento e ciò che ancora oggi la sua opera riesce a suggerire.

Perché il vero lascito del pittore lombardo non risiede soltanto nella tecnica, nella luce o nel drammatico realismo delle sue tele. Sta anche nella scelta di guardare là dove spesso gli altri non guardavano. Di dare un volto agli invisibili. Di trasformare la realtà, persino quella più dura, in una forma di bellezza capace di interrogare chi osserva.

È questa la scommessa del Premio: fare in modo che Caravaggio non rimanga soltanto dentro i musei, per quanto straordinari siano quelli che Napoli gli dedica. Farlo continuare a vivere nel confronto con le persone, con le professioni, con le eccellenze e con quella parte della società che, attraverso il proprio lavoro, contribuisce ogni giorno a costruire cultura.

Sabato 3 ottobre, a Bagnoli, il sipario si alzerà ancora una volta su questa storia. Una storia nata quasi per caso sulle terrazze di Castel dell’Ovo e diventata, nel tempo, un appuntamento che lega la memoria di un artista alla vitalità del presente.

A Napoli, del resto, Caravaggio non è mai stato soltanto un ospite di passaggio. È diventato parte della città. E la città, ancora oggi, continua a raccontarlo.

Sarà il Vaticano a guidare l’Europa?

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A cura di Gilberto Borzini

All’inizio fu Francesco il Rivoluzionario.

Gesuita, primo Papa Gesuita nella storia vaticana, per formazione vicino alle istanze degli ultimi e, per riguardo al dettato di Ignazio de Loyola, contrario ad ogni usura, ad ogni disonesto arricchirsi, alla speculazione finanziaria, tutti elementi che durante il suo pontificato affermarono con chiarezza la distanza del Vaticano rispetto al turbocapitalismo in corso.

Francesco portò la rivoluzione in Vaticano non soltanto mettendosi di traverso rispetto alla politica economica neoliberista, ma sostenendo movimenti di difesa territoriale, etnica e ambientale, che con la loro azione si opponevano all’economia speculativa e rapinatrice del moderno imperialismo.

Poi venne Leone, che essendo statunitense per nascita fece sperare i trumpisti in un cambio di rotta, ma così non fu.

Leone mise subito mano ai diritti e alle speranze di chi lavora, minacciato dal dilagare della potenza di calcolo al silicio, ponendo al centro del suo agire l’Etica del Lavoro e dell’Economia, materia verso la quale il neocapitalismo non ha un occhio particolarmente di riguardo o di favore.

Così fu con Papa Leone che il Vaticano criticò aspramente i massacri di Gaza, la superfluità dannosa delle guerre, l’oscenità delle remigrazioni forzate, in ogni istante definendo una politica divergente dalle attese dell’economia prevalente, esercitata tanto dagli Stati Uniti quanto dall’Europa.

Il Miracolo

Il miracolo che avvenne fu che il Popolo, il popolo laico, persino quello agnostico e ateo ancor più che quello credente, si misero ad ascoltare le parole che giungevano dal Vaticano, applaudendo ai termini di Dignità, di Pace, di Solidarietà, di Accoglienza, di Giustizia Sociale, di Etica e Morale, di rispetto per la Natura e la Madre Terra, tutti termini che l’economia corrente finge di ignorare opponendo a quelli i concetti elementari del profitto e dell’avidità.

Certamente Francesco si rese ostile i farisei che riempiono le chiese, quelli che ben predicano e mal razzolano, quelli che sul potere concesso dal ruolo curiale costruirono imperi finanziari, quelli che dietro al velo del “misticismo” predicano un ritorno al Papa Re, alla messa in latino, alla restaurazione più radicale.

Altrettanto accade e accadrà a Leone, che per giunta parla il linguaggio della modernità e della contemporaneità uscendo dall’antico canone della reiterazione del noto.

Europa cristiana ?

La folla che ha circondato nella laicissima Francia la visita di Papa Leone lancia un messaggio imponente e preciso alla politica continentale, un messaggio diverso ma complementare rispetto alle inquietanti ombre politiche della Sassonia, un messaggio che afferma più o meno “la politica che avete espresso non coincide con le nostre attese e aspettative, e neppure con le necessità”.

Gli Europei, i popoli d’Europa, domandano, chiedono e esigono Pace, Rispetto e Dignità. Domandano una coesione sociale che parta dall’Etica diffusa e dalla Morale comune, una società che non sia semplicemente basata sul potere d’acquisto e l’ammontare del conto bancario, ma una società che sappia accogliere e condividere, una Società capace di Socialità mentre all’orizzonte si profilano aggregati umani basati sull’individualismo, il solipsismo e il narcicismo; una Società basata sul Rispetto, l’Eguaglianza e sulla pari Dignità di ognuno.

Cosa accade allora se l’abbraccio etico, idealmente offerto dalla folla al Papa, diviene domanda politica?

Cosa accade se il portato della domanda individua nel cristianesimo storicizzato, trascinato dalle vette della metafisica nella forma della dottrina sociale, la dinamica fondamentale di una proposta e di un progetto politico?

Può l’affermazione prepotentemente cristiana, che altro non può essere oggettivamente, aggregare e contemperare il portato sociale di altre fedi?

Francesco pensava di sì

Papa Francesco aveva intavolato con le altre Confessioni un rapporto di dialogo profondo e costante riconoscendo in molte fedi concorrenti al cattolicesimo i valori necessari alla definizione e all’affermazione della Dignità individuale e al contrasto con modelli economici antitetici.

Il dialogo con il mondo islamico, da moltissimi cristiani contestato, affondava proprio nel divieto imposto dalla Sharia alla speculazione e all’usura e al parallelo obbligo all’elemosina, al sostegno dei bisognosi da parte dei ricchi, concetti palesemente coerenti con l’idea di società cara a Bergoglio.

Certo, dal mondo islamico, da un certo mondo islamico, ci separano modelli relazionali e sociali invisi ai cristiani da tempo storicizzati: le forme della segregazione femminile, in particolare, non godono di buona fama nel mondo cristiano e divengono il termine di paragone più immediato, più evidente e manifesto della difficile integrazione tra le due culture.

Ma forse è questione di tempo, e il tempo della società è molto breve secondo l’interpretazione della Chiesa che ragiona in termini di Epoche e non di anni.

La convivenza europea delle due culture affiancate potrebbe, e forse dovrebbe, portare ad un reciproco contagio, concedendo libera autodeterminazione al femminile islamico e aggiungendo accoglienza, comprensione e dignità all’etica comportamentale cristiana.

Papa Bergoglio era convinto della possibilità e Papa Leone sembra orientarsi nella stessa direzione. Il Popolo europeo ha accolto i loro messaggi con entusiasmo.

La politica, continetale e atlantista, assai meno.

La Corte Suprema dà ragione a Trump: ripartono le espulsioni verso Paesi terzi

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La Corte Suprema degli Stati Uniti riapre la strada alla politica di espulsione dei migranti verso Paesi terzi voluta da Donald Trump. Con una decisione d’emergenza, l’Alta Corte ha infatti accolto la richiesta del Dipartimento di Giustizia e sospeso, almeno temporaneamente, il provvedimento con cui un giudice federale aveva bloccato la misura.

Il meccanismo consente all’amministrazione americana di trasferire rapidamente una persona verso un Paese diverso da quello di cui è cittadina, senza concederle un nuovo margine di tempo per contestare l’espulsione sulla base del rischio di persecuzione o tortura. Per la Casa Bianca si tratta di uno strumento centrale nella strategia di irrigidimento delle politiche migratorie.

La decisione della Corte Suprema rappresenta dunque un risultato importante per l’amministrazione Trump, che ha chiesto ai giudici di intervenire in via d’urgenza contro la sentenza del giudice distrettuale Brian Murphy, con sede a Boston. Secondo il magistrato, la politica adottata dal Dipartimento della Sicurezza interna per rimuovere i migranti verso Paesi terzi violava le garanzie previste dalla legge.

Lo scontro giudiziario, tuttavia, è tutt’altro che concluso. La Corte Suprema ha annunciato che esaminerà il caso nel merito entro la fine dell’anno. Il via libera concesso ora all’amministrazione ha quindi carattere temporaneo e consente alla politica di espulsione di tornare operativa mentre prosegue il confronto sul piano giuridico.

Come funziona il sistema dei Paesi terzi

La misura consente di deportare i migranti verso Stati diversi da quello d’origine quando questi Paesi abbiano fornito garanzie diplomatiche considerate credibili sul fatto che le persone trasferite non saranno perseguitate o sottoposte a torture.

È proprio su questo punto che si concentra una delle principali controversie. Per i sostenitori della politica, le garanzie diplomatiche rappresentano una tutela sufficiente per procedere rapidamente con le espulsioni. Per i suoi oppositori, invece, impedire ai migranti di presentare individualmente le proprie obiezioni prima del trasferimento rischia di comprimere in modo significativo il diritto a non essere rimandati in luoghi dove potrebbero subire persecuzioni o trattamenti vietati dal diritto internazionale.

Non è la prima volta che la Corte Suprema interviene sul programma. È infatti la terza occasione in cui l’Alta Corte autorizza temporaneamente l’amministrazione Trump a procedere con questo tipo di trasferimenti, in attesa di una valutazione definitiva sulla legittimità della misura.

La decisione è stata presa con una netta divisione interna alla Corte. I tre giudici dell’ala liberal hanno votato contro il provvedimento, mentre la maggioranza ha scelto di consentire, almeno per il momento, la ripresa della politica.

I numeri restituiscono la dimensione raggiunta dal fenomeno. Secondo i dati raccolti da organizzazioni internazionali impegnate nella tutela dei migranti, soltanto lo scorso anno oltre 25 mila persone sono state deportate verso 29 Paesi. La parte più consistente dei trasferimenti ha avuto come destinazione il Messico.

Per Trump, il pronunciamento rafforza uno degli assi portanti della sua agenda sull’immigrazione e offre alla Casa Bianca un ulteriore margine di manovra nelle procedure di espulsione. Ma la partita decisiva resta davanti alla Corte Suprema: sarà il giudizio nel merito, atteso entro la fine dell’anno, a stabilire se il sistema dei trasferimenti verso Paesi terzi potrà diventare una componente stabile della politica migratoria americana oppure se dovrà essere nuovamente limitato dai tribunali.

Baldissero d’Alba, la perizia ricostruisce gli spari: «Il ladro colpito a meno di 14 metri»

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La distanza tra la canna della pistola e l’uomo colpito potrebbe essere stata inferiore ai 14 metri. È uno degli elementi emersi dalla lunga perizia balistica condotta nel cascinale di Baldissero d’Alba, nel Cuneese, dove nella notte del 20 settembre Roberto Mollo, 35 anni, ha sparato contro un gruppo di ladri penetrati nella proprietà di famiglia. Uno dei proiettili ha raggiunto al collo Gjovalin Lazri, 36 anni, di origine albanese, che è morto durante la fuga.

Più che una semplice misurazione, l’accertamento ha provato a ricostruire quei pochi secondi in cui rumori, buio e fasci di luce si sono incrociati nel cortile della cascina. I consulenti hanno lavorato per oltre cinque ore, ripetendo la sequenza degli spari e confrontando traiettorie, posizione dell’arma e caduta dei bossoli. Un lavoro destinato a chiarire soprattutto da dove Mollo abbia fatto fuoco e quale fosse, in quel momento, la posizione degli intrusi.

I dodici bossoli e una sola posizione di sparo

Uno dei primi elementi acquisiti dagli investigatori era stata la disposizione dei dodici bossoli. Sono stati trovati concentrati in un unico punto dell’abitazione. Un dettaglio che, secondo la ricostruzione investigativa, suggerisce che Mollo abbia utilizzato l’arma semiautomatica dalla stessa posizione, indirizzando i colpi verso un’unica zona.

La direzione sarebbe stata quella delle luci delle torce impugnate dai ladri. Tre torce sono state recuperate dai militari. Una era accanto al corpo di Lazri ed è stata attribuita alla vittima.

La scena, dunque, racconta di un’azione concentrata in pochi istanti: l’irruzione, i rumori che svegliano il proprietario, il movimento all’interno della cascina e poi gli spari nel buio.

Dal piano terra al balcone

È proprio sulla posizione di Mollo che la perizia ha aggiunto un tassello alla ricostruzione. Secondo l’ipotesi investigativa, il 35enne, dopo essersi accorto della presenza dei ladri, si sarebbe spostato dal piano terra al balcone del primo piano.

Da lì avrebbe individuato le luci delle torce e le sagome degli intrusi, aprendo il fuoco.

La prima ricostruzione aveva collocato i ladri a una distanza variabile tra i 10 e i 30 metri dal punto in cui si trovava Mollo. Gli accertamenti balistici hanno però ristretto il campo: nel momento dello sparo mortale, Lazri potrebbe essere stato a non più di 14 metri.

Un dato che dovrà ora essere incrociato con tutti gli altri elementi raccolti sulla scena, a partire dalla traiettoria del proiettile che ha colpito Lazri al collo.

La simulazione degli spari

Durante la perizia i consulenti hanno riprodotto più volte la sequenza dello sparo, procedendo con serie di cinque colpi. L’obiettivo era verificare la compatibilità tra la posizione ipotizzata per Mollo, la traiettoria dei proiettili e il punto in cui sono stati ritrovati i bossoli.

Sul posto erano presenti la procuratrice aggiunta di Asti Laura Deodato, i legali delle parti e i rispettivi consulenti tecnici. Per la procura ha partecipato Stefano Conti, per la difesa di Roberto Mollo Ruggero Pettinelli, mentre Maurizio Cusimano è stato nominato dalla legale della famiglia Lazri.

Non è però ancora il momento di considerare chiusa la ricostruzione.

Si torna sul posto, questa volta di notte

Gli accertamenti potrebbero proseguire con un secondo sopralluogo. Questa volta senza spari e soprattutto nelle ore notturne, per riprodurre il più fedelmente possibile le condizioni di quella sera.

Il punto centrale sarà la visibilità. Gli investigatori vogliono capire quanto fosse effettivamente possibile distinguere, dal balcone, le persone presenti nel cortile e quanto le torce potessero influenzare la percezione delle sagome nel buio.

L’intenzione è, se possibile, ripetere il sopralluogo in condizioni analoghe a quelle della notte del delitto, tenendo conto anche della situazione meteorologica e della luce lunare.

La perizia ha dunque aggiunto un numero, 14 metri, alla ricostruzione della notte di Baldissero d’Alba. Ma il dato più importante resta ancora da collegare alla domanda centrale dell’indagine: che cosa abbia visto realmente Roberto Mollo dal balcone nel momento in cui ha premuto il grilletto.

Inflazione, settembre riaccende l’allarme: prezzi al 4,2%, massimo da tre anni

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L’inflazione torna a correre e raggiunge a settembre il 4,2%. È questa la fotografia tracciata dalla stima preliminare dell’Istat, un dato che riporta la dinamica dei prezzi ai livelli più elevati degli ultimi tre anni.

Per trovare una variazione tendenziale superiore bisogna infatti tornare indietro fino a settembre 2023, quando l’inflazione aveva raggiunto il 5,3%. Da allora, le serie storiche dell’Istituto nazionale di statistica non avevano più registrato un incremento dei prezzi così marcato.

Il dato di settembre segna dunque un passaggio significativo nel quadro dell’inflazione italiana. Il 4,2% non rappresenta soltanto un valore elevato in termini assoluti, ma indica anche quanto sia tornata centrale la questione del costo della vita dopo la fase di forte rallentamento che aveva caratterizzato il periodo successivo alla precedente fiammata inflazionistica.

La stima dell’Istat è ancora preliminare e dovrà essere consolidata con i dati definitivi. Ma il segnale che arriva da settembre è già netto: la pressione sui prezzi torna a farsi sentire con un’intensità che non si osservava da tre anni.

Il confronto con il settembre del 2023 rende ancora più evidente la portata del dato. Allora l’inflazione aveva toccato il 5,3%, in una fase caratterizzata da una forte crescita dei prezzi. Oggi il livello è più basso, ma il ritorno al 4,2% riporta l’indice su una soglia che sembrava ormai appartenere a una fase superata.

Per famiglie, imprese e decisori economici, il dato di settembre rappresenta quindi un campanello d’allarme da monitorare con attenzione. L’evoluzione dei prossimi mesi sarà decisiva per capire se si tratta di una nuova accelerazione destinata a consolidarsi oppure di un passaggio temporaneo all’interno di una dinamica più ampia dei prezzi.

Uccise il benzinaio di Ardea per 500 euro, Marco Adamo condannato a 25 anni

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Nella fotografia: Nahid Miah

Ventisette maggio 2025. Sono da poco passate le dodici quando Marco Adamo arriva in moto davanti a un distributore di carburante di Tor San Lorenzo, ad Ardea. Ha 18 anni, indossa un casco integrale e abiti neri. In testa, secondo quanto ricostruito dagli investigatori, c’è un obiettivo preciso: portare via l’incasso della giornata, poco più di 500 euro.

Ad attenderlo c’è Nahid Miah, 36 anni, originario del Bangladesh e al lavoro alla stazione di servizio. Quella che doveva essere una rapina si trasforma in pochi istanti in un omicidio. Miah reagisce, nasce una colluttazione e Adamo lo colpisce con una coltellata al cuore. Per il benzinaio non c’è scampo.

Ora, per quell’aggressione, è arrivata la condanna: 25 anni di carcere per Marco Adamo, ritenuto responsabile dell’uccisione del 36enne.

La rapina, la resistenza e il colpo mortale

La dinamica viene ricostruita attraverso le immagini delle telecamere di sicurezza. Adamo arriva al distributore a bordo di una moto, successivamente risultata rubata due giorni prima a Roma. Il volto nascosto dal casco e il corpo completamente coperto dagli abiti rendono inizialmente più complesso identificarlo.

L’obiettivo, secondo la ricostruzione investigativa, è l’incasso del distributore. Una somma non particolarmente elevata, poco più di 500 euro, che diventa il motivo di una tragedia.

Miah tenta di opporsi. La rapina degenera in una colluttazione e, durante lo scontro, arriva la coltellata che raggiunge il cuore del benzinaio. Adamo fugge, lasciando il 36enne a terra.

Le telecamere seguono la fuga

È proprio la videosorveglianza a fornire agli investigatori una parte decisiva del puzzle. Le telecamere del distributore fissano gli istanti dell’aggressione. Quelle presenti lungo il percorso consentono poi di seguire gli spostamenti della moto utilizzata dal giovane prima e dopo il delitto.

Il mezzo viene ritrovato il giorno successivo ad Ardea. È quasi completamente carbonizzato, un elemento che gli investigatori interpretano come un tentativo di cancellare le tracce.

Ma la fuga non dura a lungo. Dopo una settimana, Adamo viene rintracciato. Di fronte agli inquirenti arriva quindi la confessione. Una frase, in particolare, restituisce la sua versione di quei momenti: «Ha riso di me, l’ho accoltellato».

Dopo la confessione, la condanna

Dalle immagini delle telecamere alla moto rubata, fino alla confessione, gli elementi raccolti dagli investigatori consentono di ricostruire la sequenza del delitto e di arrivare all’individuazione del responsabile.

A poco più di un anno dall’omicidio arriva così la sentenza: 25 anni di reclusione per Marco Adamo, per l’uccisione di Nahid Miah durante la rapina al distributore di Tor San Lorenzo.

Restano sullo sfondo i pochi minuti in cui una rapina per poco più di 500 euro si è trasformata in un omicidio. E la vita di un uomo, quella di Nahid Miah, spezzata da una sola coltellata al cuore.