A cura di Cinzia Cattaneo
Ci sono autori che scrivono libri. E poi ci sono autori che vivono storie, le ascoltano, le inseguono, le lasciano accadere. Daniele Cappa appartiene alla seconda categoria. Negli ultimi mesi ha attraversato generi diversissimi con una naturalezza che sorprende: dai due volumi di Chef, la saga del serial killer più crudele della narrativa moderna, a Il buio dentro, che chiude la serie soprannaturale con una possessione memorabile. Da Maledicte, thriller storico ambientato nel Piemonte del dopoguerra, ai saggi filosofici Cos’è la vita?, Morte ed eros e Logos. Fino a Il sudario, il thriller gotico che racconta la nascita della Sindone e che ha consolidato la sua presenza nel panorama editoriale.
Oggi Cappa torna con un’opera completamente diversa: La mia storia senza parole. Un romanzo che non nasce da un’idea, ma da un ascolto. Una storia che non è stata cercata, ma che si è presentata da sola. “Un figlio nato da solo”, come lui stesso lo definisce.
Per capire come nasce un libro così, lo abbiamo incontrato.
Daniele, questo romanzo sembra arrivare da un luogo diverso rispetto ai tuoi lavori precedenti. Da dove nasce davvero? Nasce da un silenzio. Da un momento in cui ho smesso di pensare e ho iniziato ad ascoltare. Non avevo un progetto, non avevo un’idea da sviluppare. Avevo solo la sensazione che gli animali provassero molto più di ciò che noi immaginiamo. Ho sentito il bisogno di provare a tradurre quel mondo emotivo in qualcosa che gli umani potessero comprendere. È stato un gesto di delicatezza, prima ancora che di scrittura.
Perché hai scelto Xina come protagonista? Perché è vera. La partenza è stata semplice: mi sono ispirato al mio cane. Xina è il nome della mia compagna di vita, la cana che ogni giorno mi ricorda quanto gli animali siano capaci di sentire. Non è un cane speciale, non è un personaggio costruito per commuovere o per creare empatia artificiale. È un animale senziente, con un carattere preciso, con le sue abitudini, le sue paure, la sua gioia di vivere. In lei non c’è nulla di straordinario, ed è proprio questo che la rende universale. Xina è tutti i cani. È la loro voce silenziosa, quella che non parla ma che racconta tutto.
Hai evitato l’antropomorfismo. Come si fa a raccontare un cane senza trasformarlo in un umano? Si fa togliendo. Togliendo parole, togliendo concetti, togliendo interpretazioni. Ho cercato di restituire sensazioni: odori, gesti, silenzi, attese. Il mondo emotivo di un cane non passa dalla logica, passa dalla percezione. È un linguaggio che non si scrive, si ascolta.
Il lettore entra nella mente di Xina, non nella tua. È stato difficile rinunciare alla tua voce? È stato liberatorio. La mia voce è presente in altri libri, in altri mondi. Qui non serviva. Qui serviva la sua. Ho dovuto imparare a stare un passo, se non due, indietro, a non spiegare, a non interpretare. A lasciare che fosse lei a guidare la storia, anche se non parla.
Questo romanzo è semplice da leggere ma complesso da costruire. Cosa ti ha impegnato di più? La sincerità. Dovevo essere onesto con ciò che un cane sente davvero. Non potevo inventare emozioni che non gli appartengono. La semplicità è stata la parte più difficile, perché richiede rispetto, ascolto, attenzione ai dettagli che spesso ignoriamo.
Negli ultimi mesi hai pubblicato libri diversissimi. Come riesci a muoverti tra thriller, filosofia, soprannaturale e ora narrativa sensoriale? Non scelgo i generi. Scelgo le storie. O meglio, le storie scelgono me. Quando arrivano, capisco subito che forma vogliono avere. Io mi limito a seguirle. È un processo molto naturale, quasi istintivo.
C’è un filo che unisce opere così lontane tra loro? Sì, la ricerca della verità emotiva. Che sia un assassino, un demone, un filosofo o un cane, cerco sempre ciò che è autentico. E poi c’è la mia curiosità. Ho bisogno di approfondire, di studiare, di sognare. Ogni libro è una porta che si apre su un mondo che voglio conoscere meglio.
Cosa speri che il lettore porti con sé dopo aver letto questo romanzo? Un modo diverso di guardare gli animali. Non come compagni, ma come esseri che sentono davvero. Vorrei che il lettore si accorgesse che ogni cane ha un universo emotivo complesso, delicato, profondo. E che merita di essere ascoltato.
Il libro è uscito ufficialmente il 19 settembre su Amazon e in pochissimi giorni era già in catalogo Feltrinelli, in Europa e Stati Uniti. Che emozione è stata? È stato incredibile. Non me l’aspettavo. Vedere un libro così intimo, così silenzioso, arrivare così lontano in così poco tempo è stato un regalo. È la prova che le storie nate da sole hanno una forza tutta loro.
E adesso? Qual è il prossimo passo? Adesso continuo a tenere per mano Il sudario, il thriller storico che racconta la nascita della Sindone. È un romanzo importante, che merita di essere presentato, spinto, accompagnato. E allo stesso tempo coccolerò La mia storia senza parole, perché è nato spontaneamente, senza chiedere nulla, e proprio per questo ha bisogno di essere protetto. Poi, come sempre, continuerò ad ascoltare. Le storie arrivano quando vogliono.

Mentre l’intervista si conclude, resta la sensazione che Daniele Cappa sia uno di quegli autori capaci di muoversi tra generi, mondi e sensibilità con una naturalezza rara. La mia storia senza parole ha inaugurato il suo viaggio il 19 settembre su Amazon e, nel giro di pochissimi giorni, è entrato nel catalogo Feltrinelli, raggiungendo lettori in Europa e negli Stati Uniti con una rapidità che sorprende per un romanzo così intimo e sensoriale. È un libro nato spontaneamente, senza calcolo, e forse proprio per questo sta dimostrando una forza tutta sua. Cappa continuerà a presentare e sostenere Il sudario, il thriller storico che racconta la nascita della Sindone, ma intanto accompagna con cura questa nuova opera che sembra avanzare con passo sicuro. Le sue storie non si limitano a uscire: si espandono, trovano spazio, conquistano lettori. E lui, con la calma di chi sa ascoltare, è già pronto a dare forma alla prossima.
