3 Ottobre 2026, sabato
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Dalle chat al blitz: nel Salento la pista nera corre sul web

Una ventenne della provincia di Lecce è indagata per istigazione alla violenza e all’odio. Il ROS ha perquisito casa e dispositivi informatici: secondo gli investigatori, la ragazza sarebbe entrata in alcune chat dell’area accelerazionista dove circolavano propaganda neofascista e neonazista, odio razziale ed esaltazione delle stragi nelle scuole.

Non servono più stanze buie, volantini clandestini e simboli tracciati sui muri. Una parte dell’estremismo contemporaneo preferisce tastiere, nickname e chat apparentemente lontane dalla realtà. È lì, nel territorio senza confini dei social e delle piattaforme digitali, che secondo gli investigatori si sarebbe sviluppata anche la vicenda finita ora sotto la lente della Procura di Lecce.

Nella mattinata di oggi i carabinieri del ROS, con il supporto dei militari del Comando provinciale di Lecce, hanno eseguito una serie di perquisizioni personali, locali e informatiche nei confronti di una ventenne della provincia salentina, indagata per istigazione alla violenza e all’odio.

Il provvedimento è stato emesso dalla Direzione Distrettuale Antimafia della Procura di Lecce al termine di un’attività investigativa condotta sotto il coordinamento della Procura Nazionale Antimafia e Antiterrorismo.

A portare gli investigatori sulle tracce della giovane sarebbe stata soprattutto l’attività di monitoraggio della rete. Un lavoro che, nel linguaggio operativo, viene definito web patrolling, ma che nella sostanza significa osservare ciò che accade nei luoghi digitali nei quali propaganda, radicalizzazione e incitamento alla violenza possono viaggiare con una rapidità impensabile rispetto ai vecchi circuiti clandestini.

Secondo quanto emerso dall’inchiesta, il profilo social della ventenne avrebbe consentito di ricostruire la sua presenza all’interno della galassia virtuale riconducibile all’area accelerazionista. Un universo composito e radicale nel quale, stando alle contestazioni investigative, avrebbero trovato spazio contenuti di matrice neofascista e neonazista, messaggi di odio razziale e inviti alla violenza.

Il salto di qualità, secondo gli investigatori, sarebbe rappresentato proprio dall’esaltazione degli attacchi armati compiuti all’interno degli istituti scolastici, i cosiddetti mass shooting. Non soltanto ideologia, dunque, ma anche la celebrazione di episodi di violenza estrema come possibile modello di azione.

È questo uno degli aspetti più delicati dell’indagine. Perché il web, in casi del genere, non è soltanto il luogo nel quale le idee vengono pubblicate. Può diventare il luogo nel quale vengono condivise, amplificate, normalizzate e trasformate in linguaggio comune all’interno di comunità chiuse o semiaperte. Ed è proprio questa zona grigia, sospesa tra provocazione digitale e possibile istigazione concreta, a rappresentare uno dei terreni più complessi per chi indaga.

Gli investigatori hanno quindi deciso di passare dalla rete alla realtà fisica. Nel corso della perquisizione sono stati sequestrati tutti i dispositivi informatici nella disponibilità della giovane. Computer, telefoni e altri supporti digitali saranno ora sottoposti ad analisi approfondite, che potrebbero consentire di ricostruire conversazioni, contatti, materiali condivisi e l’eventuale estensione della rete di relazioni.

Il sequestro, in altre parole, non chiude l’indagine. Può essere l’inizio della parte più meticolosa: quella forense, fatta di dati recuperati, cronologie, conversazioni e collegamenti da verificare. Nel mondo digitale, spesso, ciò che viene cancellato non è necessariamente perduto. E proprio dall’analisi dei dispositivi potrebbero arrivare elementi utili a confermare oppure a ridimensionare il quadro fin qui ricostruito.

Resta però un punto essenziale, soprattutto quando un’indagine riguarda accuse tanto gravi. La perquisizione e l’iscrizione nel registro degli indagati appartengono alla fase delle indagini preliminari e non equivalgono a una condanna. La posizione della ventenne dovrà essere valutata nelle sedi competenti e alla luce degli elementi che saranno raccolti nel corso dell’inchiesta.

La presunzione di innocenza resta dunque intatta fino a una eventuale sentenza definitiva.

Intanto, il caso salentino riporta sotto i riflettori una questione più ampia: quanto sia sottile, nell’ecosistema digitale, la linea che separa la propaganda estremista dalla sua trasformazione in istigazione alla violenza. Una linea che oggi gli investigatori sono chiamati a individuare non soltanto nelle piazze o nei luoghi fisici, ma anche dentro una chat, dietro un profilo e tra le pieghe apparentemente infinite della rete.

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