2 Ottobre 2026, venerdì
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La spiritualità come trappola: scoperta una presunta setta nel Torinese

Dallo yoga alla meditazione, fino a una comunità residenziale dove, secondo l’accusa, sarebbero esplosi violenze, abusi sessuali e forme di assoggettamento. In carcere un uomo di 59 anni: per i carabinieri avrebbe trasformato la ricerca interiore in uno strumento di controllo

C’è chi cerca la pace interiore e chi, secondo l’accusa, avrebbe trovato un modo assai meno pacifico per esercitare il proprio potere sugli altri. Nella Bassa Val di Susa, nel Torinese, i carabinieri hanno scoperto una presunta setta pseudo-spirituale al centro di un’inchiesta che racconta una realtà ben lontana dall’immagine rassicurante evocata da yoga, meditazione e percorsi di crescita personale.

Al centro dell’indagine c’è un uomo di 59 anni, raggiunto da un’ordinanza di custodia cautelare in carcere. I carabinieri del Comando provinciale di Torino lo ritengono responsabile, a vario titolo, di riduzione in schiavitù, maltrattamenti in famiglia, violenza sessuale aggravata e truffa aggravata ai danni dello Stato.

Sono accuse pesantissime, sulle quali dovrà naturalmente pronunciarsi la magistratura nel corso del procedimento. Ma gli elementi raccolti dagli investigatori delineano, secondo l’ipotesi accusatoria, un sistema nel quale la presunta dimensione spirituale sarebbe diventata il punto di ingresso per un rapporto di dipendenza e controllo.

L’indagine è stata condotta dai carabinieri del Nucleo investigativo di Torino e coordinata dalla Procura della Repubblica. Gli accertamenti avrebbero consentito di ricostruire il funzionamento della comunità residenziale gestita dal cinquantanovenne e, soprattutto, il percorso attraverso il quale alcune persone sarebbero state avvicinate.

Il meccanismo, sempre secondo quanto emerso dalle investigazioni, sarebbe partito da attività apparentemente orientate al benessere personale. Corsi di yoga, meditazione e persino difesa personale avrebbero rappresentato l’occasione per entrare in contatto con persone considerate vulnerabili. Da lì, il passaggio alla comunità residenziale.

È proprio su questo confine, sottile ma decisivo, che l’inchiesta sembra concentrare l’attenzione: quello tra una pratica spirituale e la sua possibile degenerazione in strumento di soggezione. Perché yoga e meditazione, naturalmente, non hanno nulla a che vedere con le accuse contestate all’indagato. Il problema, semmai, sarebbe stato l’uso che di quelle attività sarebbe stato fatto all’interno della struttura.

Secondo la ricostruzione degli investigatori, una volta entrate nella comunità, le persone avrebbero subito una progressiva condizione di assoggettamento, accompagnata da violenze fisiche e psicologiche. Un quadro nel quale, sempre secondo l’accusa, si sarebbero verificati anche abusi sessuali.

La contestazione di riduzione in schiavitù rende particolarmente grave il quadro investigativo. Non si parlerebbe dunque soltanto di episodi isolati, ma di una presunta dinamica di controllo sulla persona, tale da comprimere libertà e autodeterminazione. Saranno ora gli sviluppi dell’inchiesta e il confronto processuale a stabilire la consistenza delle accuse e le responsabilità individuali.

A colpire, nella vicenda, è anche la distanza tra il linguaggio utilizzato per avvicinare le persone e quello delle accuse formulate dalla magistratura. Da una parte parole come equilibrio, meditazione, consapevolezza e difesa personale. Dall’altra, secondo gli investigatori, violenza, abuso, sfruttamento e assoggettamento.

Una contraddizione che rende la vicenda ancora più inquietante. Perché quando la promessa di trovare se stessi diventa, secondo l’accusa, il pretesto per togliere agli altri libertà e dignità, la spiritualità smette di essere una ricerca personale e rischia di trasformarsi in una sofisticata tecnica di dominio.

L’inchiesta dovrà ora chiarire tutti i passaggi della vicenda, verificare le responsabilità e ricostruire la posizione delle persone coinvolte. Per il cinquantanovenne, intanto, si sono aperte le porte del carcere in esecuzione della misura cautelare disposta dall’autorità giudiziaria.

La parola “setta”, per quanto suggestiva e giornalisticamente immediata, dovrà dunque essere riempita di fatti e non soltanto di suggestioni. Ed è proprio questo che gli investigatori stanno cercando di fare: capire se dietro la facciata di una comunità pseudo-spirituale ci fosse davvero, come ipotizzato dall’accusa, un sistema organizzato di controllo, violenza e sfruttamento delle persone più fragili.

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