3 Ottobre 2026, sabato
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Sanità, i nuovi Lea arrivano in Gazzetta: circa 800 prestazioni entrano nel Ssn

Dallo screening neonatale per la Sma ai test prenatali non invasivi, dalla genetica dei tumori alla cura delle malattie croniche e rare: aggiornati i Livelli essenziali di assistenza. Il precedente ritocco risaliva al 2017 e ha avuto piena attuazione soltanto nel 2024. Schillaci: «Un Ssn più moderno ed equo»

La sanità pubblica italiana prova, almeno sulla carta, a togliersi di dosso qualche ruga. Con la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale del Dpcm e del decreto ministeriale che aggiornano i Livelli essenziali di assistenza, il Servizio sanitario nazionale mette finalmente nero su bianco circa 800 tra nuove prestazioni, servizi e terapie, sostituendo, correggendo o cancellando ciò che nel frattempo era diventato superato.

Non è esattamente una rivoluzione copernicana, ma in un sistema nel quale l’innovazione medica corre spesso molto più veloce dei regolamenti, anche aggiornare ciò che lo Stato garantisce ai cittadini può diventare una notizia. E questa volta l’elenco delle novità è tutt’altro che simbolico.

La parola chiave è accesso. L’obiettivo dichiarato è fare entrare nei Lea una parte di quella medicina che nel frattempo ha fatto passi avanti, lasciando fuori, almeno in teoria, prestazioni ormai obsolete. Un principio piuttosto semplice: se la medicina cambia, dovrebbe cambiare anche ciò che il Servizio sanitario è tenuto a garantire. Il problema, storicamente, è che tra le due cose può trascorrere un tempo sufficiente a far sembrare contemporanea una prestazione nata in un’altra epoca.

Dalla Sma alla gravidanza: la prevenzione si allarga

Tra le novità più rilevanti c’è l’estensione su tutto il territorio nazionale dello screening neonatale per l’atrofia muscolare spinale, la Sma, insieme all’ampliamento dello screening neonatale già previsto per altre patologie. Il programma viene infatti esteso ad altre otto malattie metaboliche e rare.

È un passaggio importante perché, in medicina, arrivare prima spesso significa curare meglio. E nel caso di alcune malattie rare l’identificazione precoce può cambiare radicalmente il percorso clinico di un bambino.

Entrano inoltre nei Lea nuove prestazioni, tra cui i test prenatali non invasivi, e vengono ampliate quelle dedicate alla gravidanza fisiologica, con l’obiettivo di rafforzare la tutela della madre e del nascituro.

La logica è quella di una sanità che tenta di spostare il baricentro dalla cura della malattia alla sua individuazione precoce. Una formula che nei documenti ministeriali suona lineare. Nella pratica, naturalmente, molto dipenderà dalla capacità delle Regioni di trasformare le nuove garanzie sulla carta in appuntamenti, esami e servizi realmente disponibili.

Malattie croniche e rare, più prestazioni in esenzione

Un altro capitolo riguarda le malattie croniche e invalidanti. Vengono inserite nuove patologie e ampliate le prestazioni che possono essere effettuate in regime di esenzione.

Aggiornamenti anche per le malattie rare, con l’ingresso di nuove condizioni e una revisione della descrizione di quelle già comprese nel sistema. È un intervento apparentemente tecnico, ma tutt’altro che marginale per chi vive quotidianamente dentro una diagnosi rara e sa quanto possa essere complicato orientarsi tra classificazioni, codici, prestazioni e diritti.

Qui il tema non è soltanto aggiungere qualche voce a un elenco. È cercare di fare in modo che la classificazione amministrativa non rimanga troppo indietro rispetto alla conoscenza scientifica.

Tumore al seno, la genetica entra ancora di più nei Lea

Particolarmente significativo il capitolo dedicato all’oncologia.

Tra le novità c’è l’inserimento di prestazioni finalizzate a una migliore caratterizzazione del carcinoma mammario ormonoresponsivo in fase precoce. L’obiettivo è consentire di individuare la terapia più appropriata, evitando che la cura sia determinata soltanto dalla diagnosi generale del tumore, senza considerare le caratteristiche biologiche che possono orientare le scelte terapeutiche.

Viene inoltre previsto a livello nazionale un programma di screening e sorveglianza per le varianti patogenetiche dei geni BRCA1 e BRCA2 nelle donne appartenenti a famiglie nelle quali siano già stati diagnosticati tumori della mammella o dell’ovaio associati a queste varianti.

E qui la parola prevenzione assume un significato particolarmente concreto.

Per le donne sane che risultano positive alle varianti BRCA1 o BRCA2 sono previsti percorsi di sorveglianza attiva, con controlli finalizzati a intercettare precocemente eventuali tumori della mammella o dell’ovaio. Tra le prestazioni possono rientrare visite senologiche, ecografie e mammografie.

Non si tratta, dunque, di aspettare che la malattia si presenti per poi intervenire. Il principio è quello di seguire con maggiore attenzione chi presenta un rischio genetico documentato, cercando di guadagnare tempo. In oncologia, non è poco.

Anche la radioterapia cambia pelle

Novità anche per la radioterapia, con l’aggiornamento delle prestazioni e l’introduzione di un percorso unitario che comprende sia il trattamento radioterapico sia le prestazioni preparatorie necessarie.

È uno degli aspetti meno appariscenti del provvedimento, ma proprio per questo significativo. La sanità non è fatta soltanto di grandi innovazioni tecnologiche. È fatta anche di come vengono organizzate le prestazioni, di quante volte un paziente deve ripetere un passaggio, di quanto sia comprensibile il percorso e di quanto tempo si perda tra un esame e l’altro.

Via le prestazioni obsolete

La revisione riguarda anche la specialistica ambulatoriale, con l’inserimento di nuove prestazioni e la cancellazione di quelle considerate ormai obsolete.

È la parte meno spettacolare dell’aggiornamento, ma forse una delle più necessarie. Perché un elenco di prestazioni sanitarie non dovrebbe essere un museo amministrativo. Se una tecnica è stata superata da strumenti più moderni, continuare a mantenerla formalmente in catalogo serve a poco. Anzi, rischia di rendere più difficile capire cosa sia davvero garantito e con quali modalità.

L’eliminazione delle prestazioni obsolete viene indicata dal ministero anche come uno strumento per migliorare la sostenibilità del Servizio sanitario nazionale. Meno ciò che non serve più, più spazio per ciò che serve davvero: sulla carta, il ragionamento non fa una grinza. La prova, però, sarà sempre quella della realtà.

Schillaci: «Un capitolo decisivo»

Il ministro della Salute Orazio Schillaci parla di un «capitolo decisivo» per costruire un Servizio sanitario nazionale «più moderno, più equo e più vicino ai reali bisogni di salute» dei cittadini.

«Con la pubblicazione dei nuovi Lea in Gazzetta Ufficiale», ha dichiarato Schillaci, «scriviamo un capitolo decisivo per dare ai cittadini un Servizio sanitario nazionale più moderno, più equo e più vicino ai loro reali bisogni di salute».

Il ministro rivendica inoltre la volontà di garantire uniformità di accesso sul territorio nazionale, evitando che le innovazioni rimangano concentrate nelle aree dove la sanità dispone di maggiori risorse.

L’obiettivo dichiarato è dunque quello di evitare una sanità a velocità diverse: una che offre le tecnologie più aggiornate e un’altra costretta a fare i conti con liste d’attesa, carenze organizzative e prestazioni disponibili soltanto sulla carta.

Il dettaglio che pesa: i Lea erano già stati aggiornati

C’è però un dettaglio che racconta meglio di qualsiasi slogan la distanza tra la medicina e la macchina amministrativa dello Stato.

L’ultimo aggiornamento dei Lea risaliva infatti al 2017, mentre il precedente Dpcm era addirittura del 2001. E l’aggiornamento del 2017 ha trovato piena attuazione soltanto nel 2024, con lo sblocco del cosiddetto decreto tariffe.

Quasi un decennio per aggiornare pienamente un sistema che dovrebbe, per sua natura, stare al passo con l’evoluzione della medicina.

Schillaci definisce il nuovo provvedimento «un risultato storico» e sottolinea la necessità di assicurare alla sanità pubblica la capacità di seguire l’innovazione senza costringere i cittadini ad aspettare anni prima di poter beneficiare di prestazioni già disponibili nella pratica clinica.

È il punto centrale dell’intera operazione. Perché inserire una prestazione nei Lea significa riconoscerla come diritto sanitario, ma non basta scriverlo in Gazzetta per farla comparire automaticamente negli ambulatori.

Il vero banco di prova comincerà quindi dopo la pubblicazione: nelle Regioni, nelle aziende sanitarie, negli ospedali e nei servizi territoriali. Sarà lì che le circa 800 novità dovranno trasformarsi da voci di un provvedimento in prestazioni concretamente accessibili.

Perché una sanità moderna non si misura soltanto dal numero delle prestazioni che promette. Si misura anche da quante di quelle prestazioni un cittadino riesce davvero a ottenere, in tempi ragionevoli e senza dover intraprendere una piccola spedizione amministrativa.

I nuovi Lea rappresentano dunque un aggiornamento importante. Ma, come spesso accade nella sanità italiana, la pubblicazione in Gazzetta è soltanto l’inizio della storia. La parte più difficile resta quella in cui il diritto scritto deve diventare cura.

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