2 Ottobre 2026, venerdì
HomeMondoPolitica nel MondoFairford, l’ombra dell’Iran sulla pista britannica. Trump: «O un accordo o li...

Fairford, l’ombra dell’Iran sulla pista britannica. Trump: «O un accordo o li facciamo saltare»

Cinque britannici arrestati vicino alla base della Raf usata dagli Stati Uniti, poi rilasciati su cauzione. Londra parla di «forti indizi» di un coinvolgimento iraniano, Teheran respinge le accuse e accusa il governo britannico di prendere «un granchio». Trump studia il dossier e, come spesso gli accade, lascia la diplomazia a un bivio piuttosto stretto.

A Fairford, nel Gloucestershire, la benzina non è finita soltanto nei furgoni. È finita anche sul fuoco delle tensioni tra Londra, Washington e Teheran.

La vicenda comincia nella notte di domenica 27 settembre, quando la polizia viene allertata per la presenza sospetta di tre furgoni nei pressi della RAF Fairford, base britannica utilizzata dagli Stati Uniti e diventata, nel corso della guerra con l’Iran, un punto strategico per le operazioni americane. Cinque uomini britannici, tutti ventenni e provenienti da Londra, vengono arrestati con l’accusa di reati legati agli esplosivi e alla preparazione di un atto terroristico.

Il quadro, però, nelle ore successive si fa meno cinematografico e più complicato. Nei veicoli viene trovata della benzina, utilizzabile come accelerante, ma non vengono rinvenuti esplosivi. I cinque sospetti vengono quindi rilasciati su cauzione, pur restando sotto indagine. Una decisione che negli Stati Uniti viene accolta con qualche perplessità e che Donald Trump non perde occasione di commentare.

Poi arriva il passaggio che trasforma un allarme di sicurezza in una questione geopolitica.

Il premier britannico Andy Burnham afferma che esistono «forti indizi» secondo cui l’Iran avrebbe avuto un ruolo nell’episodio di Fairford. Una formulazione politicamente pesante, ma ancora lontana da una ricostruzione giudiziaria definitiva: la stessa polizia antiterrorismo britannica considera l’indagine ancora aperta e sta esaminando diverse ipotesi, compresa quella di un coinvolgimento di uno Stato straniero o di suoi eventuali intermediari.

Burnham assicura che Londra sta lavorando a stretto contatto con Washington e definisce l’inchiesta «complessa e seria». Il governo britannico, insomma, prova a tenere insieme due esigenze che in casi come questo tendono a litigare tra loro: rassicurare l’opinione pubblica e non dire più di quanto le indagini consentano ancora di dire.

Teheran, naturalmente, non gradisce.

L’ambasciata iraniana a Londra respinge categoricamente qualsiasi collegamento con i cinque arrestati e definisce le accuse una costruzione «infondata e dolosa». Il ministro degli Esteri Abbas Araghchi rincara poi la dose rivolgendosi direttamente a Burnham. Il messaggio, tradotto dal linguaggio diplomatico a quello meno diplomatico dei social, è semplice: state cercando nel posto sbagliato.

Araghchi accusa Londra di alimentare una narrazione anti-iraniana e sostiene che le accuse arrivino proprio mentre il confronto tra Iran, Stati Uniti e alleati occidentali attraversa una delle sue fasi più tese. Teheran nega dunque qualsiasi responsabilità e lascia intendere di essere pronta a contestare anche sul piano legale quelle che considera accuse infondate.

Nel frattempo, dall’altra parte dell’Atlantico, Trump osserva la vicenda con l’abituale miscela di cautela dichiarata e minaccia esplicita.

Alla domanda dei giornalisti sull’eventuale coinvolgimento iraniano, il presidente americano risponde che gli Stati Uniti stanno studiando la questione «molto attentamente» e che arriveranno presto ulteriori elementi. Trump non conferma pubblicamente un’attribuzione definitiva, ma lascia chiaramente intendere che Washington considera la pista iraniana tutt’altro che marginale.

E poi, come spesso accade quando Trump passa dalla diplomazia alla sintassi, il ventaglio delle possibilità si restringe parecchio.

Parlando dei leader iraniani, il presidente americano sostiene che sia arrivato il momento di scegliere tra un accordo e un’ulteriore escalation militare. Alla domanda su come sia possibile negoziare con interlocutori che considera irrazionali, Trump risponde: «Maybe you blow them up», cioè «magari li facciamo saltare in aria». Subito dopo ribadisce il bivio: accordo oppure azione militare. E assicura che la guerra finirà «molto presto», in un modo o nell’altro.

È una frase che difficilmente potrebbe essere definita un invito alla distensione. Ma soprattutto fotografa il clima nel quale si inserisce il caso Fairford: ogni sospetto può diventare un tassello di una partita militare già incandescente e ogni dichiarazione rischia di trasformare un’indagine ancora in corso in una prova politica.

La questione centrale, infatti, resta ancora senza una risposta pubblica completa: che cosa stavano realmente facendo i cinque uomini nei pressi della base?

Gli investigatori devono stabilire il loro obiettivo, il significato della presenza dei tre furgoni, la provenienza del materiale trovato a bordo e, soprattutto, se esista davvero un collegamento con Teheran. La polizia britannica ha precisato che tra le linee investigative c’è anche la possibilità che eventuali reati siano stati commessi da persone che agivano, consapevolmente oppure inconsapevolmente, per conto di uno Stato straniero.

È una distinzione decisiva. Dire che esiste una pista iraniana non equivale a dimostrare che l’Iran abbia ordinato l’operazione. E dire che esistono «forti indizi», come sostiene Burnham, non significa che l’attribuzione sia già diventata una verità giudiziaria.

Fairford, intanto, resta un bersaglio dal valore tutt’altro che simbolico. La base è stata utilizzata dagli Stati Uniti per operazioni militari contro l’Iran e proprio questo elemento contribuisce a spiegare perché l’ipotesi di un’azione riconducibile a Teheran venga presa sul serio dalle autorità britanniche e americane.

Ma proprio perché la posta in gioco è così alta, la cautela non è un lusso lessicale. È parte dell’indagine.

Per ora ci sono cinque arresti, tre furgoni, del carburante ma nessun esplosivo trovato, una pista iraniana considerata concreta dagli investigatori e definita «fortemente indicativa» dal premier britannico, una smentita netta di Teheran e un presidente americano che mette sul tavolo, senza troppi giri di parole, tanto la possibilità di un accordo quanto quella di «farli saltare».

Il resto, almeno per il momento, è ancora da provare.

E in una vicenda che potrebbe avere conseguenze molto più grandi di una notte movimentata nel Gloucestershire, è probabilmente la parte della storia che conta di più.

Sponsorizzato

Ultime Notizie

Commenti recenti