29 Ottobre 2026, giovedì
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Boeing, maxi-risarcimento da 29 milioni per la vittima del 737 Max precipitato in Etiopia

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Ventinove milioni di dollari. È la cifra che una giuria di Chicago ha riconosciuto alla famiglia di Michael Ryan, ingegnere irlandese del Programma alimentare mondiale delle Nazioni Unite, morto nel disastro del Boeing 737 Max di Ethiopian Airlines del marzo 2019. Una somma che si colloca tra i risarcimenti più elevati finora assegnati nell’ambito delle cause civili legate ai due incidenti che, nell’arco di appena cinque mesi, misero sotto accusa il nuovo modello di Boeing e provocarono complessivamente 346 vittime.

Ryan era a bordo del volo Ethiopian Airlines partito da Addis Abeba e diretto a Nairobi. Il Boeing precipitò a meno di sei minuti dal decollo, senza lasciare superstiti: morirono tutte le 157 persone presenti sull’aereo.

La battaglia della vedova

A portare Boeing davanti a una giuria è stata Naoise Nee Connolly, vedova di Ryan, che ha scelto di non accettare la proposta transattiva avanzata dalla casa costruttrice. Una decisione tutt’altro che scontata, considerando che Boeing ha raggiunto accordi con la maggior parte delle famiglie delle vittime senza rendere pubblici gli importi.

La famiglia Ryan ha invece deciso di affrontare il processo, chiedendo che fosse una giuria a stabilire il valore della perdita. Una scelta che ha trasformato il procedimento in uno dei casi civili più significativi scaturiti dalla tragedia del 737 Max.

Ryan non era soltanto un funzionario internazionale. Nel corso della sua attività per le Nazioni Unite aveva lavorato in contesti umanitari estremamente difficili, compresa la risposta all’epidemia di Ebola in Liberia e l’assistenza ai rifugiati Rohingya. La sua morte, dunque, ha privato la famiglia e l’organizzazione internazionale di una figura impegnata per anni nelle emergenze più complesse.

Il rifiuto del «denaro insanguinato»

Ancora più netta è stata la posizione della vedova rispetto ai pagamenti volontari messi a disposizione da Boeing per le famiglie delle vittime. Connolly li aveva definiti «denaro insanguinato», scegliendo di destinare a una fondazione per la sicurezza aerea la propria quota, pari a 1,65 milioni di dollari.

Il gesto ha dato alla vicenda giudiziaria una dimensione che va oltre il semplice risarcimento economico: l’obiettivo dichiarato era contribuire a rafforzare la sicurezza dell’aviazione e fare in modo che tragedie analoghe non si ripetessero.

Il nodo del software anti-stallo

I due disastri del 737 Max — quello di Lion Air in Indonesia nell’ottobre 2018 e quello di Ethiopian Airlines nel marzo 2019 — hanno avuto un elemento tecnico comune: il sistema MCAS, il software progettato per intervenire sull’assetto dell’aereo e prevenire uno stallo.

Boeing ha riconosciuto le proprie responsabilità negli incidenti e si è scusata pubblicamente con le famiglie delle vittime. Nel caso Ryan, come negli altri procedimenti, il confronto giudiziario ha riportato al centro le accuse relative alla progettazione e alla gestione del sistema di controllo del velivolo.

Un precedente dopo l’altro

Il verdetto sulla famiglia Ryan arriva dopo un’altra importante sentenza pronunciata a Chicago. A maggio, una giuria aveva infatti stabilito un risarcimento di 49,5 milioni di dollari a favore della famiglia di Samya Stumo, 24 anni, anche lei tra le vittime del volo Ethiopian Airlines.

Gli avvocati della famiglia Stumo avevano accusato Boeing di negligenza, sostenendo che le carenze nella progettazione e nella comunicazione relative al sistema MCAS avessero contribuito alla tragedia.

I due verdetti confermano così una linea giudiziaria particolarmente severa nei confronti del costruttore americano. Dietro le cifre, tuttavia, resta una questione che nessun risarcimento può davvero quantificare: la perdita di 346 vite in due incidenti che hanno cambiato per sempre la storia recente dell’aviazione commerciale e costretto Boeing a confrontarsi con una delle crisi reputazionali e industriali più profonde della propria storia.

Medio Oriente, l’allarme corre tra Cisgiordania e Golfo: Huckabee accusa i coloni di “terrorismo”

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La crisi mediorientale si allarga su più fronti e, accanto alla dimensione militare e geopolitica, torna a mostrare il suo volto più drammatico sul terreno e in mare. In Cisgiordania, le violenze dei coloni israeliani contro la popolazione palestinese provocano una presa di posizione insolitamente netta dell’ambasciatore degli Stati Uniti in Israele, Mike Huckabee. Nel Golfo Persico, invece, l’attenzione si concentra sull’emergenza ambientale provocata da due importanti fuoriuscite di petrolio segnalate nelle acque prospicienti Iran e Oman.

A Qusra, località della Cisgiordania, due famiglie palestinesi sarebbero state prese di mira da coloni israeliani, che avrebbero circondato e assediato le loro abitazioni con l’obiettivo di intimidire gli occupanti. Tra le case coinvolte ce n’è anche una di proprietà di un cittadino statunitense.

È proprio a questo episodio che Huckabee ha affidato una condanna senza sfumature. In un messaggio pubblicato su X, l’ambasciatore ha definito l’assedio delle abitazioni un “atto di terrorismo”, accusando i responsabili di avere agito con l’intento di “intimidire e molestare” una famiglia. Parole particolarmente pesanti, soprattutto perché pronunciate da un rappresentante dell’amministrazione americana in Israele.

“Non ci sono scuse per un comportamento così violento”, ha aggiunto Huckabee, definendo ripugnanti le azioni compiute contro la famiglia. Una presa di posizione che riporta sotto i riflettori la questione della violenza dei coloni in Cisgiordania, ormai diventata uno dei fronti più delicati del conflitto israelo-palestinese.

Nel Golfo l’emergenza diventa anche ambientale

Mentre in Cisgiordania sale la tensione, nel Golfo Persico si apre un’altra emergenza, questa volta con conseguenze potenzialmente pesanti sull’ecosistema marino e sulle attività economiche della regione.

Due petroliere sono infatti al centro dell’allarme per altrettante fuoriuscite di greggio nelle acque vicine alle coste di Iran e Oman. L’incidente si inserisce in uno scenario già estremamente fragile, segnato dalle ripercussioni della guerra tra Stati Uniti e Iran e dal perdurante blocco dello Stretto di Hormuz, uno dei principali snodi mondiali per il trasporto di petrolio.

La crisi energetica rischia così di trasformarsi anche in una crisi ambientale. La riduzione delle scorte globali di greggio, segnalata dall’Agenzia internazionale dell’energia, si intreccia con le difficoltà della navigazione e con il rischio che nuovi incidenti possano aggravare ulteriormente la situazione.

Teheran ha scelto di porre l’accento proprio sulla responsabilità internazionale. Il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Esmaeil Baghaei, ha sostenuto che le parti che beneficiano del traffico commerciale nella regione hanno anche un “obbligo legale e morale” di contribuire alla bonifica e al risanamento dei danni ambientali.

È una richiesta che si inserisce in un quadro geopolitico già incandescente. Il Golfo non è soltanto uno spazio strategico per gli equilibri energetici mondiali, ma anche un ecosistema particolarmente esposto agli effetti di incidenti, traffico navale e tensioni militari.

Così, mentre in Cisgiordania la parola “terrorismo” entra nel linguaggio della diplomazia americana per descrivere la violenza dei coloni, nel Golfo la parola d’ordine diventa “emergenza”: ambientale, energetica e geopolitica. Due crisi apparentemente diverse, ma accomunate dallo stesso elemento di fondo: in Medio Oriente, la linea tra conflitto sul terreno e conseguenze regionali è ormai sempre più sottile.

Truffa a una 94enne e alla sua fondazione: oltre 1,2 milioni sottratti, quattro persone nei guai

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Aveva dedicato gran parte della sua vita alla solidarietà, creando una fondazione senza scopo di lucro destinata ad aiutare le persone più fragili del territorio. Ma proprio attorno a quel patrimonio costruito con finalità benefiche si sarebbe sviluppato un sistema capace di prosciugare, nel tempo, risorse per oltre un milione di euro.

È il quadro ricostruito dalla Guardia di Finanza di Roma al termine di un’indagine coordinata dalla Procura della Repubblica di Velletri e condotta dalla Compagnia di Nettuno. Al centro degli accertamenti, una donna di 94 anni residente a Nettuno e la fondazione da lei costituita. Quattro persone sono state segnalate all’autorità giudiziaria nell’ambito dell’inchiesta, che ha portato alla luce un articolato intreccio di appropriazione indebita, riciclaggio e autoriciclaggio.

Il denaro dell’anziana finisce su altri conti

L’indagine è partita dalla denuncia di alcune anomalie nella gestione del patrimonio della 94enne. Da lì, i finanzieri hanno passato al setaccio conti correnti, movimentazioni bancarie e rapporti finanziari dell’anziana e delle persone che, a vario titolo, gravitavano attorno a lei.

La ricostruzione dei flussi avrebbe consentito di individuare distrazioni patrimoniali e successive operazioni di schermatura per un valore complessivo superiore a 1,2 milioni di euro.

Una prima tranche, pari a oltre 742mila euro, sarebbe stata sottratta direttamente dalle disponibilità della donna attraverso una serie di trasferimenti. Il denaro, secondo gli investigatori, sarebbe quindi approdato sui conti correnti di collaboratori domestici, consulenti finanziari e familiari di questi ultimi.

Una rete di passaggi finanziari che, sempre secondo l’ipotesi investigativa, avrebbe avuto lo scopo di rendere più difficile ricostruire l’origine delle somme e individuarne i reali destinatari.

Nel mirino anche la fondazione solidale

Ma la vicenda non si sarebbe fermata al patrimonio personale della 94enne.

Gli investigatori hanno infatti esteso gli accertamenti alla fondazione che l’anziana aveva creato quasi quarant’anni fa con l’obiettivo di sostenere le persone più bisognose del litorale romano. Un patrimonio nato dunque per finalità esclusivamente solidaristiche e che, secondo quanto emerso dall’inchiesta, sarebbe stato progressivamente depauperato.

In questo secondo filone, l’attenzione si sarebbe concentrata sull’amministratore dell’ente, un professionista romano, che dal 2019 avrebbe sottratto sistematicamente risorse dalle casse della fondazione. A supportarlo, secondo la ricostruzione degli investigatori, sarebbe stata la garante dell’ente.

L’analisi dei rapporti bancari ha permesso alla Guardia di Finanza di seguire le tracce del denaro e ricostruire una serie di movimentazioni considerate sospette. Oltre 532mila euro sarebbero stati distratti dalle disponibilità della fondazione e trasferiti a favore di terzi.

Una doppia beffa: il patrimonio personale e quello destinato ai più fragili

È proprio questo l’aspetto più significativo dell’inchiesta: non soltanto il presunto depauperamento delle risorse di una donna molto anziana, ma anche quello del patrimonio destinato alle attività di solidarietà della fondazione.

Due piani che, secondo gli investigatori, si sarebbero intrecciati attraverso una serie di rapporti personali e finanziari. Da una parte i soldi dell’anziana, dall’altra quelli dell’ente benefico: patrimoni differenti ma accomunati, nell’ipotesi accusatoria, da un medesimo sistema di distrazione e successiva movimentazione delle somme.

L’indagine della Guardia di Finanza ha quindi consentito di ricomporre tassello dopo tassello la circolazione del denaro, individuando i soggetti che avrebbero beneficiato delle somme e le operazioni utilizzate per ostacolarne la tracciabilità.

Il bilancio dell’operazione parla di oltre 1,2 milioni di euro complessivamente sottratti o distratti e di quattro persone segnalate all’autorità giudiziaria. Saranno ora gli ulteriori sviluppi dell’iter giudiziario a stabilire responsabilità e ruoli individuali, nel rispetto della presunzione di innocenza.

Italia e Germania, insieme per una nuova industria europea

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Immagine creata da Daniele Cappa con il supporto dell'AI per la Notte

A cura di Salvatore Guerriero Presidente Nazionale e Internazionale di PMI INTERNATIONAL – Confederazione delle Imprese nel Mondo.

Quando si osservano oggi l’economia italiana e quella tedesca, si ha spesso la tentazione di metterle a confronto come se rappresentassero due modelli alternativi: da una parte la Germania della grande industria, dei grandi gruppi e del Mittelstand; dall’altra l’Italia delle micro, piccole e medie imprese, dei distretti produttivi, delle aziende familiari e di una manifattura diffusa sul territorio. È una lettura comprensibile, ma non sufficiente a descrivere la realtà. Italia e Germania sono infatti due sistemi produttivi profondamente diversi nella struttura, ma straordinariamente interconnessi nella sostanza. Le loro imprese condividono filiere, mercati, tecnologie, forniture, investimenti e competenze. Una parte importante della forza industriale europea nasce proprio dall’interazione tra queste due economie.

È per questo che il confronto non dovrebbe trasformarsi nell’ennesima classifica tra chi è più bravo e chi lo è meno. Dovrebbe diventare, piuttosto, un’occasione per capire quali siano i punti di forza e le fragilità di due modelli che oggi sono entrambi chiamati a cambiare.

L’Italia ha costruito una parte straordinaria della propria ricchezza attraverso una rete capillare di imprese. Microimprese, aziende familiari, imprese artigiane, piccole industrie e medie aziende specializzate hanno rappresentato e continuano a rappresentare una delle più autentiche ricchezze del nostro Paese. In molti territori l’impresa non è soltanto un soggetto economico: è una parte della comunità, una custode di competenze, una realtà che trasmette conoscenze da una generazione all’altra e che mantiene vivo un patrimonio produttivo difficilmente replicabile altrove. Questa straordinaria diffusione imprenditoriale ha consentito all’Italia di conquistare posizioni di assoluto rilievo sui mercati internazionali. Moda, meccanica, agroalimentare, arredamento, design, componentistica, automazione, beni strumentali, nautica, farmaceutica e numerosi altri comparti dimostrano ogni giorno che una piccola o media impresa italiana può essere, nella propria nicchia, un’impresa di livello mondiale. Ma proprio la dimensione rappresenta oggi uno dei nodi che il nostro sistema deve affrontare con maggiore coraggio. Il problema dell’Italia non è avere troppe PMI. Il problema è che molte imprese, pur possedendo competenze, prodotti e mercati, non riescono a compiere il passaggio verso una struttura più solida, patrimonializzata, managerializzata e internazionale.

Crescere non significa necessariamente perdere l’identità. Significa acquisire la capacità di affrontare investimenti più importanti, assumere competenze qualificate, utilizzare maggiormente la tecnologia, aprirsi a nuovi capitali, costruire reti e aggregazioni, entrare stabilmente nei mercati esteri. Una piccola impresa può conservare la propria anima familiare e territoriale e, allo stesso tempo, diventare un’impresa internazionale.

È proprio su questo terreno che il confronto con il Mittelstand tedesco diventa particolarmente interessante. Il Mittelstand non è semplicemente una categoria statistica. È anche una cultura economica e imprenditoriale. È la capacità di un’impresa di essere fortemente radicata nel territorio e, contemporaneamente, fortemente proiettata verso il mondo. Molte aziende tedesche di medie dimensioni sono imprese familiari che hanno saputo investire per decenni in ricerca, formazione, tecnologia, specializzazione e internazionalizzazione, fino a diventare leader globali in mercati estremamente specifici. È una delle lezioni che l’Italia dovrebbe osservare con maggiore attenzione: non è necessario essere una grande multinazionale per essere protagonisti dell’economia mondiale. È possibile essere un’azienda familiare, rimanere profondamente legati al proprio territorio e allo stesso tempo diventare un riferimento internazionale.

Ma sarebbe un errore trasformare il Mittelstand in un modello perfetto e immutabile. Anche la Germania è davanti a una fase di profonda trasformazione. L’aumento dei costi energetici, la pressione burocratica e regolatoria, la carenza di personale qualificato, la concorrenza globale, la trasformazione dell’automotive, la necessità di accelerare sulla digitalizzazione e sull’intelligenza artificiale stanno mettendo alla prova un sistema industriale che per molti anni ha beneficiato di condizioni economiche e geopolitiche particolarmente favorevoli.

Il mondo è cambiato e sta cambiando rapidamente. Le vecchie certezze industriali non sono più sufficienti. La globalizzazione ha assunto forme nuove, le catene del valore stanno modificandosi, la Cina è contemporaneamente mercato e concorrente, l’energia è diventata una questione strategica e la tecnologia sta trasformando interi comparti produttivi. Di fronte a questa trasformazione, Italia e Germania si trovano davanti a due sfide quasi speculari.

L’Italia deve crescere senza perdere la propria flessibilità. Deve accompagnare le imprese che hanno capacità e potenzialità verso una maggiore dimensione, favorendo aggregazioni, reti d’impresa, accesso al capitale, managerializzazione, formazione e internazionalizzazione. La Germania deve invece trasformarsi senza perdere la propria forza industriale. Deve rendere il proprio sistema più agile, innovativo e resiliente, affrontando con decisione le nuove sfide energetiche, tecnologiche e geopolitiche. In entrambi i casi, tuttavia, emerge una verità che considero fondamentale: la produttività e la competitività non dipendono soltanto dalle dimensioni dell’impresa.

Esistono imprese italiane di medie dimensioni capaci di raggiungere livelli di produttività e specializzazione straordinari. Allo stesso modo, esistono imprese tedesche che oggi devono confrontarsi con problemi strutturali e con un contesto internazionale profondamente diverso da quello del passato. La vera competitività nasce dalla combinazione di molti fattori: capitale, tecnologia, organizzazione, competenze, ricerca, formazione, capacità manageriale e soprattutto capacità di conquistare mercati.

È qui che l’Europa deve cambiare prospettiva.

Non possiamo continuare a ragionare come se le nostre economie nazionali fossero sistemi isolati. La competizione globale non avviene più soltanto tra Italia e Germania, o tra Germania e Francia, o tra singoli Paesi europei. Avviene tra grandi sistemi economici e industriali. Gli Stati Uniti, la Cina, l’India, le nuove economie asiatiche e altri grandi protagonisti stanno costruendo rapidamente nuove capacità produttive, tecnologiche e finanziarie. L’Europa non può rispondere frammentando ulteriormente le proprie forze.

Deve fare esattamente il contrario. Deve mettere in rete le proprie eccellenze.

Ed è proprio per questo che Italia e Germania dovrebbero considerare la loro interdipendenza non come una debolezza, ma come un’opportunità strategica. Le filiere industriali tedesche hanno bisogno delle competenze e delle specializzazioni italiane. Molte imprese italiane hanno bisogno delle tecnologie, delle reti industriali e dei mercati tedeschi. Insieme possono costruire qualcosa di molto più forte di ciò che potrebbero realizzare separatamente. Non si tratta soltanto di aumentare gli scambi commerciali. Si tratta di sviluppare joint venture, ricerca comune, trasferimento tecnologico, formazione professionale, reti industriali, investimenti transfrontalieri e nuovi strumenti finanziari capaci di sostenere la crescita delle imprese.

È necessario costruire una nuova stagione di collaborazione industriale europea nella quale la grande impresa e la PMI non siano considerate realtà contrapposte, ma parti della stessa filiera. Una grande industria competitiva ha bisogno di una rete di fornitori innovativi e solidi. Una PMI competitiva ha bisogno di mercati, tecnologia, finanza e interlocutori capaci di accompagnarla nella crescita. Questo vale soprattutto per l’Italia.

Dobbiamo smettere di considerare la piccola dimensione come un destino. Una PMI deve poter rimanere piccola perché lo sceglie, perché quella dimensione è funzionale al proprio mercato e alla propria strategia. Ma non deve rimanere piccola perché non riesce ad accedere al credito, perché non trova competenze, perché non dispone di strumenti manageriali o perché il sistema amministrativo rende troppo difficile crescere. La politica industriale del futuro dovrebbe avere un obiettivo preciso: non trasformare tutte le piccole imprese in grandi imprese, ma consentire a ogni impresa con potenzialità di crescita di poter crescere.

È una differenza sostanziale.

Allo stesso tempo, anche la Germania dovrà affrontare una trasformazione culturale. La solidità del Mittelstand non può diventare conservatorismo. La tradizione industriale deve incontrare l’intelligenza artificiale, la digitalizzazione, le nuove tecnologie energetiche, i nuovi materiali, la transizione verso modelli produttivi più efficienti e una nuova generazione di lavoratori e imprenditori. Alla fine, però, c’è una questione che accomuna profondamente i due Paesi: il capitale umano. Non esiste competitività senza persone qualificate. Non esiste innovazione senza giovani preparati. Non esiste internazionalizzazione senza manager capaci di comprendere lingue, mercati, finanza, tecnologia e culture differenti. E non esiste continuità industriale senza un efficace passaggio generazionale.

Questa è forse la sfida più importante e meno visibile.

Possiamo finanziare gli investimenti, costruire infrastrutture, incentivare la digitalizzazione e sostenere la ricerca, ma se non formiamo le persone che dovranno utilizzare quelle tecnologie e guidare quelle imprese, rischiamo di costruire strumenti senza costruire futuro.

Da Presidente della CONFEDERAZIONE DELLE IMPRESE NEL MONDO – PMI INTERNATIONAL considero quindi il confronto tra Italia e Germania non una semplice analisi economica, ma una questione strategica per l’intera Europa. L’Italia non deve diventare la Germania. La Germania non deve diventare l’Italia. Ciascun Paese deve valorizzare ciò che ha costruito e, contemporaneamente, correggere ciò che non funziona più.  L’Italia deve trasformare la propria straordinaria cultura della piccola impresa in una cultura della crescita, dell’aggregazione e dell’internazionalizzazione. Deve aiutare le imprese migliori a diventare più solide, più capitalizzate, più tecnologiche e più presenti nel mondo. La Germania deve conservare la propria capacità industriale, ma renderla più flessibile e adeguata alla nuova realtà globale. E l’Europa deve fare ciò che finora ha fatto troppo poco: costruire una vera politica industriale comune, capace di sostenere le imprese europee nella competizione mondiale senza soffocarle sotto il peso della burocrazia.

Il futuro dell’industria europea non può essere soltanto una questione di incentivi. Deve essere una questione di strategia. Dobbiamo decidere quali tecnologie vogliamo sviluppare, quali filiere vogliamo proteggere, quali mercati vogliamo conquistare, quali competenze dobbiamo formare e quale ruolo vogliamo avere nel nuovo equilibrio economico mondiale. Italia e Germania possono svolgere un ruolo decisivo in questo processo. La prima possiede una straordinaria capacità di innovazione diffusa, creatività, manifattura specializzata e flessibilità imprenditoriale. La seconda possiede una fortissima cultura industriale, una grande capacità di organizzazione delle filiere, ricerca, tecnologia e internazionalizzazione.

Mettere insieme queste caratteristiche potrebbe rappresentare una delle più importanti opportunità per l’industria europea. Per questo non credo che la domanda del futuro debba essere: chi è più forte, l’Italia o la Germania? La domanda vera è un’altra: quanto possono diventare più forti l’Italia e la Germania se imparano a crescere insieme?

È da questa prospettiva che dobbiamo guardare al futuro. L’impresa italiana non deve rinunciare alla propria identità per diventare internazionale. Deve portare nel mondo ciò che sa fare meglio. Il Mittelstand tedesco non deve rinunciare alla propria tradizione industriale. Deve trasformarla in una nuova capacità di competere. E l’Europa deve finalmente comprendere che la propria forza non nasce dalla dimensione delle sue istituzioni, ma dalla competitività delle sue imprese, dalla qualità del suo capitale umano e dalla capacità di trasformare conoscenza, lavoro e innovazione in valore.

Questa, a mio avviso, è la vera sfida della nuova industria europea. Non scegliere tra Italia e Germania. Costruire, attraverso Italia e Germania, un’Europa capace di competere nel mondo.

Famiglia nel bosco, Papa Leone XIV risponde ai genitori: «Prego per voi»

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Papa Leone XIV ha risposto alla lettera di Catherine e Nathan, i genitori dei tre bambini al centro della controversa vicenda della cosiddetta “famiglia nel bosco”. Una risposta breve, ma dal forte valore simbolico per una coppia che da mesi chiede di poter tornare a vivere con i propri figli.

Il Pontefice, nella missiva, fa sapere di aver preso nota del contenuto della lettera e assicura di ricordare la famiglia nelle sue preghiere. A rendere pubblica la risposta è stato l’avvocato dei genitori, Simone Pillon, secondo il quale Catherine e Nathan hanno accolto con gratitudine le parole del Papa, ringraziandolo per l’attenzione riservata alla loro vicenda.

La lettera era stata inviata a Leone XIV il 28 maggio scorso. I genitori avevano chiesto al Pontefice un interessamento sul caso e, soprattutto, le sue preghiere per una situazione familiare che si trascina ormai da mesi.

Nella loro missiva avevano inoltre richiamato le parole contenute in una delle prime encicliche del Papa, soffermandosi in particolare sul principio del diritto primario e inalienabile dei genitori a scegliere il tipo di educazione e formazione da impartire ai propri figli. Un passaggio che, secondo la difesa, assume un significato particolare alla luce della vicenda che li riguarda.

I tre bambini lontani dai genitori

I tre minori sono stati allontanati dai genitori nel novembre dello scorso anno e si trovano attualmente in una struttura di accoglienza nel territorio di Vasto, in esecuzione di un provvedimento del Tribunale per i minorenni dell’Aquila.

La vicenda ha suscitato un ampio dibattito pubblico, mettendo al centro questioni delicate e difficili da conciliare: la tutela dei minori, l’autonomia delle scelte educative della famiglia, le condizioni di vita dei bambini e il ruolo delle istituzioni chiamate a verificarne il benessere.

Sul piano giudiziario, il percorso per un possibile ritorno dei minori con i genitori resta aperto. Il 25 giugno è stata depositata un’istanza per il ricongiungimento familiare. Successivamente, il 7 agosto, la difesa ha presentato un sollecito.

La risposta di Papa Leone XIV non entra, naturalmente, nel merito delle decisioni giudiziarie e non modifica l’iter del procedimento. Il suo significato è soprattutto umano e pastorale: il Pontefice ha scelto di rispondere alla richiesta di una famiglia che gli aveva affidato una parte della propria sofferenza, assicurando la propria vicinanza nella preghiera.

Per Catherine e Nathan, in attesa che siano le autorità competenti a pronunciarsi sul futuro dei loro figli, quelle parole rappresentano dunque un segnale di attenzione. Una risposta essenziale, ma che arriva in una fase particolarmente delicata della vicenda, mentre la richiesta di ricongiungimento attende ancora un esito.

Ranucci, dopo la confessione del mandante scatta la solidarietà: “Il giornalismo libero si difende quando dà fastidio”

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La confessione del mandante dell’attentato a Sigfrido Ranucci riaccende i riflettori non soltanto sull’inchiesta giudiziaria, ma anche sul clima nel quale si muove il giornalismo d’inchiesta in Italia. E mentre emergono nuovi elementi sul caso, dalla società civile e dal mondo politico arrivano messaggi di solidarietà al conduttore di Report e alla redazione del programma.

Tra le prime voci a levarsi è quella di Chiara Appendino, deputata del Movimento 5 Stelle, che affida a una nota una difesa netta del programma e del principio di libertà dell’informazione.

«Sto con Report. Punto», esordisce Appendino, rivendicando la natura trasversale delle inchieste realizzate dalla trasmissione. Un programma, sottolinea, che nel corso degli anni ha acceso i riflettori sui cosiddetti poteri forti, sulla destra, sulla sinistra e anche sulla stessa Appendino, quando ricopriva l’incarico di sindaca di Torino.

Proprio questa trasversalità, secondo la parlamentare, rappresenterebbe la prova che Report non può essere ricondotto a una precisa appartenenza politica. «Non è un programma di parte. È un programma libero», afferma, aggiungendo che il giornalismo indipendente va difeso soprattutto quando le sue inchieste diventano scomode.

Il punto centrale della presa di posizione riguarda però Ranucci. Il giornalista, ricorda Appendino, «si è trovato una bomba sotto casa» e, secondo quanto emerge dagli atti dell’inchiesta, sarebbe stato individuato come vittima dell’attentato, senza alcun coinvolgimento nelle condotte contestate agli altri protagonisti della vicenda.

Da qui la critica alle richieste di sospensione del conduttore avanzate da esponenti della maggioranza: per Appendino si rischia un paradosso nel quale chi ha subito un attentato finisce, di fatto, sul banco degli imputati. «Vogliono punire chi ha subìto l’attentato cercando di rendere la vittima il colpevole», sostiene la deputata, definendo questa impostazione non una manifestazione di garantismo, ma un messaggio potenzialmente intimidatorio rivolto all’intero mondo dell’informazione.

Il ragionamento di Appendino si sposta quindi dal singolo caso alla questione più ampia della libertà di stampa. Se un giornalista che conduce inchieste sui poteri e sulle dinamiche politiche ed economiche viene messo sotto pressione proprio dopo essere stato vittima di un attentato, il rischio, osserva la parlamentare, è che il caso assuma un significato che va oltre la vicenda personale di Ranucci.

Non manca, infine, un affondo sulle polemiche relative alle conversazioni private e alle cosiddette “chat”, diventate negli ultimi tempi terreno di scontro politico. Appendino contesta quella che considera una doppia morale: severità nei confronti delle comunicazioni degli avversari e maggiore indulgenza quando a essere coinvolti sono esponenti della propria area politica.

«Le chat scandalose sono sempre e solo quelle degli altri», afferma, citando anche le polemiche relative alla vicenda Delmastro e alle intercettazioni legate alle dinamiche finanziarie attorno a Mps.

Il messaggio conclusivo è una rivendicazione di principio, più che una semplice solidarietà personale: «Le inchieste non si spengono. Si difendono».

Una frase che sintetizza il nodo politico e civile aperto dalla vicenda Ranucci: il confine tra critica legittima a un programma televisivo e pressione sul lavoro di una redazione, soprattutto quando quella redazione è già stata colpita da un atto intimidatorio. E, più in generale, la domanda su quanto spazio debba essere garantito a un giornalismo capace di mettere in discussione, senza distinzioni di schieramento, chi esercita potere.

Attentato a Ranucci, Lavitola ammette: «Sono stato il mandante». Il difensore: «Volevo proteggerlo»

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Valter Lavitola ha ammesso di essere il mandante dell’attentato ai danni di Sigfrido Ranucci. È quanto riferito dal suo difensore, l’avvocato Sergio Cola, al termine dell’interrogatorio di garanzia davanti al gip, durato oltre cinque ore.

Una confessione che, secondo la ricostruzione della difesa, conferma dunque l’ipotesi formulata dalla Procura di Roma. Lavitola avrebbe riconosciuto di aver avuto un ruolo di mandante nell’azione contestata, ma ne avrebbe spiegato le motivazioni in una prospettiva profondamente diversa da quella dell’accusa.

«Ha confermato l’ipotesi accusatoria della Procura della Repubblica, ammettendo di essere stato il mandante dell’attentato», ha dichiarato Cola. Il legale ha quindi aggiunto che Lavitola avrebbe agito «per tutelare l’incolumità di Ranucci», sostenendo che il giornalista fosse già esposto a «parecchi pericolosi tentativi di aggressione».

Secondo questa versione, dunque, l’intento sarebbe stato quello di provocare un innalzamento del livello di protezione assegnato a Ranucci, portando le autorità a rafforzarne la scorta. Una spiegazione che sarà ora sottoposta alla valutazione dell’autorità giudiziaria e che introduce un elemento decisivo nell’interpretazione delle condotte contestate.

L’interrogatorio di garanzia, protrattosi per più di cinque ore, rappresenta quindi un passaggio rilevante nell’inchiesta: Lavitola avrebbe scelto di rispondere alle contestazioni, riconoscendo la propria responsabilità per il ruolo di mandante, ma offrendo al contempo una chiave di lettura delle ragioni che lo avrebbero spinto ad agire.

La vicenda resta ora nelle mani della magistratura, chiamata a verificare la ricostruzione fornita dall’indagato e a stabilire natura, finalità e responsabilità connesse all’attentato contro il giornalista.

Dal digiuno al dolore all’alluce: le ore che precedettero il drammatico deragliamento del tram a Milano

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Non una distrazione, ma un improvviso cedimento fisico. È questa la ricostruzione sostenuta dai consulenti di parte di Pietro Montemurro, il conducente dell’azienda dei trasporti milanesi alla guida del tram deragliato il 27 febbraio a Milano, incidente nel quale due persone hanno perso la vita e circa cinquanta sono rimaste ferite.

Montemurro è indagato per disastro ferroviario, omicidio e lesioni colpose. Ma la consulenza cardiologica e medico-legale depositata dalla sua difesa, in 19 pagine, propone una lettura radicalmente diversa dell’accaduto: il conducente avrebbe perso improvvisamente conoscenza a causa di un malore acuto, imprevedibile e non prevenibile, senza che vi fossero segnali tali da consentirgli di prevederlo o evitarlo.

Una conclusione che, secondo gli specialisti incaricati dalla difesa, escluderebbe una condotta negligente o imprudente. Il punto centrale dell’analisi non è dunque soltanto ciò che accadde sul tram, ma soprattutto ciò che era accaduto nelle ore immediatamente precedenti.

Quattro elementi, un improvviso blackout

La consulenza individua, con un grado di probabilità definito «elevatissimo, prossimo alla certezza», una sindrome vaso-vagale di tipo misto, vasodepressivo e cardioinibitorio come causa del malore.

In termini semplici, si tratta di una risposta improvvisa del sistema nervoso autonomo che può determinare un brusco abbassamento della pressione arteriosa e un rallentamento della frequenza cardiaca, fino alla perdita di coscienza.

Secondo i consulenti, il quadro non sarebbe riconducibile a una patologia pregressa, ma alla combinazione di quattro circostanze intervenute nelle ore precedenti. Una concatenazione di fattori apparentemente ordinari che, sommati, avrebbero creato le condizioni per il malore.

Tra gli elementi presi in esame figurano anche il digiuno, il dolore all’alluce e una visita dal dentista. Circostanze che, considerate singolarmente, potrebbero apparire marginali, ma che nella ricostruzione medico-legale assumono un peso diverso proprio perché inserite nella sequenza temporale che avrebbe preceduto lo svenimento.

L’ipotesi della difesa è quindi quella di un meccanismo fisiologico improvviso: non un comportamento consapevole del conducente, ma una perdita repentina della capacità di controllare il mezzo.

«Ha accelerato inconsapevolmente»

È in questo passaggio che la consulenza cerca di dare una spiegazione anche alla dinamica del deragliamento. La perdita di coscienza avrebbe infatti impedito a Montemurro di intervenire sui comandi, determinando un’accelerazione non intenzionale del tram.

Da qui la conclusione dei consulenti: non vi sarebbero elementi per ricondurre l’incidente a un comportamento illecito, negligente o imprudente.

La distinzione è decisiva anche sul piano giudiziario. Se il malore fosse stato realmente improvviso, imprevedibile e non prevenibile, verrebbe meno, secondo la prospettiva della difesa, il presupposto per attribuire al conducente una responsabilità colposa legata alla mancata adozione di condotte preventive.

Il nodo del telefono

La ricostruzione difensiva affronta anche un altro degli aspetti finiti sotto esame: l’eventuale utilizzo del telefono poco prima dell’incidente.

La difesa esclude che Montemurro fosse al telefono immediatamente prima del deragliamento, respingendo dunque l’ipotesi che una distrazione possa aver contribuito alla perdita di controllo del tram.

Il quadro delineato dai consulenti sposta così l’attenzione dalla condotta alla fisiologia: non una scelta sbagliata, una distrazione o una manovra imprudente, ma un evento organico improvviso che avrebbe privato il conducente della coscienza proprio mentre era alla guida.

Una ricostruzione che ora dovrà essere verificata

La consulenza presentata dalla difesa rappresenta, naturalmente, una ricostruzione di parte e dovrà essere confrontata con gli altri elementi raccolti nell’inchiesta.

La questione centrale resta dunque quella della prevedibilità del malore: stabilire se vi fossero condizioni o segnali che avrebbero potuto consentire al conducente di accorgersi del rischio e interrompere la guida oppure se, come sostiene la difesa, lo svenimento sia stato un evento repentino e non riconoscibile in anticipo.

È proprio su questa linea sottile — tra un malore imprevedibile e una condizione potenzialmente prevenibile — che potrebbe giocarsi una parte importante della valutazione delle eventuali responsabilità.

Nel frattempo, la sequenza ricostruita dai consulenti mette insieme dettagli apparentemente lontani tra loro — il digiuno, il dolore a un dito del piede, la visita dentistica e gli eventi delle ore precedenti — e li trasforma in possibili tasselli di un unico quadro fisiologico.

La domanda, ora, è se quella concatenazione sia stata davvero sufficiente a provocare il blackout improvviso alla guida del tram. E, soprattutto, se quel blackout fosse davvero impossibile da prevedere.

Marocco, stretta sui social: arrestati i presunti organizzatori del nuovo esodo verso Ceuta

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Il Marocco alza il livello di allerta in vista del 15 agosto, data indicata sui social come possibile momento per un nuovo tentativo di attraversamento di massa verso Ceuta, l’enclave spagnola sulla costa nordafricana. Il ministero dell’Interno di Rabat ha annunciato l’arresto di un gruppo di persone sospettate di aver promosso e alimentato online gli appelli alla mobilitazione.

La notizia, rilanciata dai media marocchini tra cui Assahifa, arriva dopo giorni di monitoraggio delle piattaforme social da parte delle autorità. Nel mirino sono finiti soprattutto post e messaggi diffusi da account di origine non identificata, attraverso i quali sarebbe stata sollecitata l’organizzazione di tentativi collettivi di attraversamento illegale della frontiera.

L’allerta corre sui social

A fare il punto sulla situazione è stato Rachid El Khalfi, portavoce del ministero dell’Interno marocchino. Secondo quanto riferito, le autorità hanno seguito con particolare attenzione la circolazione di contenuti online che invitavano a raggiungere in massa Ceuta e Melilla.

Per Rabat, il fenomeno non rappresenta soltanto una questione legata al controllo delle frontiere. Gli appelli, ha spiegato El Khalfi, possono trasformarsi in un fattore di rischio concreto per l’incolumità delle persone coinvolte nei tentativi di attraversamento. Da qui la decisione di rafforzare la sorveglianza e intervenire nei confronti di chi viene ritenuto responsabile della diffusione degli inviti alla mobilitazione.

Le indagini, ha precisato il portavoce, sono ancora in corso. Le autorità stanno cercando di ricostruire la provenienza dei messaggi, le modalità con cui sono stati diffusi e l’eventuale presenza di una rete organizzata dietro gli appelli.

La memoria degli assalti alla frontiera

L’allarme di Rabat si inserisce in un contesto particolarmente sensibile. Ceuta e Melilla, territori spagnoli circondati dal Marocco, rappresentano da anni uno dei punti più delicati della frontiera tra Europa e Africa. In queste aree si sono ripetuti tentativi di ingresso collettivo, spesso organizzati o alimentati attraverso il passaparola e, più recentemente, attraverso le piattaforme digitali.

L’utilizzo dei social introduce un elemento nuovo nella gestione dell’emergenza: la mobilitazione può essere annunciata e amplificata rapidamente, rendendo più difficile per le autorità distinguere tra iniziative spontanee, campagne coordinate e contenuti costruiti deliberatamente per provocare un afflusso massiccio.

Rabat prepara la risposta

Il ministero dell’Interno marocchino ha assicurato di aver predisposto “tutte le misure necessarie” per impedire tentativi di attraversamento illegale delle frontiere di Ceuta e Melilla. Una posizione che segnala la volontà di prevenire l’emergenza prima che possa materializzarsi sul terreno.

Il nodo, ora, è capire se gli appelli circolati online riusciranno effettivamente a tradursi in una mobilitazione il 15 agosto. Per il momento, Rabat punta sulla prevenzione: controllo dei contenuti digitali, individuazione dei presunti promotori e rafforzamento delle misure di sicurezza lungo le aree di confine.

La partita, dunque, si gioca su due fronti: online, dove gli appelli possono raggiungere rapidamente migliaia di persone, e sul terreno, dove le autorità marocchine cercano di impedire che una mobilitazione virtuale si trasformi in un nuovo esodo verso le frontiere spagnole.

Dublinanti, Berlino non arretra: «I trasferimenti verso l’Italia si faranno»

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La Germania non intende fare marcia indietro sui cosiddetti dublinanti. E, dopo le prese di posizione arrivate dall’Italia, Berlino sceglie di mettere nero su bianco la propria interpretazione delle nuove regole europee sull’asilo, sostenendo che i trasferimenti verso l’Italia continueranno a essere effettuati.

A chiarirlo è stata la portavoce del ministero federale dell’Interno tedesco, che ha definito «un po’ sorprendente» l’agitazione registrata nelle ultime ore e le divergenze emerse con Roma. Secondo Berlino, infatti, non ci sarebbe alcuna rottura nei rapporti bilaterali sulla gestione dei migranti, ma piuttosto l’applicazione di intese già raggiunte.

«Germania e Italia collaborano bene da tempo» sulla politica migratoria e sull’attuazione del sistema europeo comune di asilo, ha ricordato la portavoce. Il riferimento è agli accordi bilaterali conclusi nell’autunno del 2025 con Italia e Grecia, attraverso i quali i due Paesi avrebbero concordato il ritorno all’applicazione delle norme di Dublino con l’entrata in vigore del nuovo sistema europeo comune di asilo, avvenuta nel giugno 2026.

La conseguenza, nella lettura tedesca, è precisa: i trasferimenti previsti dal regolamento di Dublino verso l’Italia torneranno a essere eseguiti.

Il nodo delle date

È proprio sulla dimensione temporale della norma che si concentra il principale punto di attrito tra Roma e Berlino.

La portavoce tedesca ha spiegato che, in questa fase, i trasferimenti riguardano soprattutto i casi successivi all’entrata in vigore del nuovo Patto europeo sull’asilo. Più prudente, invece, la risposta sulla possibilità di applicare la stessa disciplina alle pratiche precedenti: sulla questione, ha precisato, sarà necessario effettuare ulteriori verifiche prima di fornire una risposta definitiva.

Un passaggio tutt’altro che secondario, perché si intreccia direttamente con la posizione assunta dal Viminale. L’Italia ritiene infatti che i casi relativi ai migranti arrivati in Europa prima del 12 giugno debbano considerarsi sostanzialmente azzerati rispetto al nuovo meccanismo.

È dunque su questa linea temporale che potrebbe giocarsi una parte importante del confronto tra i due governi: non tanto sull’esistenza del sistema di Dublino, quanto sulla sua concreta applicazione e, soprattutto, sulla platea dei migranti ai quali trasferimenti e procedure possano essere applicati.

Berlino: «Dublino è un pilastro»

Il governo tedesco, però, non sembra intenzionato a lasciare spazio a interpretazioni sulla propria posizione di fondo.

Per Berlino, un sistema di Dublino realmente funzionante rappresenta una condizione indispensabile per rendere efficace l’intero sistema europeo comune di asilo. La Germania rivendica inoltre di essersi impegnata a livello Ue affinché le regole tornassero operative, compresi meccanismi di trasferimento che siano, nelle parole della portavoce, «vincolanti e praticabili» per tutti gli Stati membri.

L’obiettivo dichiarato è quello di evitare che il nuovo sistema europeo resti sulla carta: responsabilità chiare, procedure applicabili e trasferimenti effettivi dovrebbero costituire, secondo Berlino, uno dei cardini della gestione comune delle richieste d’asilo.

Una linea che inevitabilmente coinvolge l’Italia, primo Paese di arrivo per una parte significativa dei migranti che attraversano il Mediterraneo e, proprio per questo, uno degli Stati più esposti agli effetti del meccanismo di Dublino.

Tajani prova a raffreddare lo scontro

A ridimensionare la portata politica della contrapposizione ci ha pensato il ministro degli Esteri Antonio Tajani, intervenuto a Sant’Anna di Stazzema.

«Non credo ci sia un problema», ha detto, richiamando anche la questione delle navi delle Ong battenti bandiera tedesca che hanno effettuato sbarchi in Italia. Secondo Tajani, proprio questo insieme di elementi potrebbe contribuire a trovare un punto di equilibrio tra le esigenze dei due Paesi.

Il ministro ha quindi escluso, almeno per il momento, l’ipotesi di uno scontro aperto con Berlino e ha lasciato intendere che la questione possa essere ricomposta attraverso una soluzione condivisa.

Il punto, tuttavia, resta delicato. Dietro la disputa sui dublinanti si nasconde infatti una questione più ampia: quanto debba essere realmente vincolante la responsabilità del primo Paese di ingresso nel nuovo sistema europeo dell’asilo e come distribuire, nella pratica, il peso dell’accoglienza tra gli Stati membri.

La Germania chiede che le regole tornino a funzionare. L’Italia, alle prese da anni con la pressione degli arrivi via Mediterraneo, punta invece a evitare che il principio di responsabilità del Paese di primo ingresso si traduca in un meccanismo di trasferimenti automatici verso il nostro territorio.

Il confronto, dunque, non sembra destinato a chiudersi con una semplice dichiarazione diplomatica. La partita sui dublinanti è appena entrata nella sua fase più concreta: quella in cui le nuove regole europee dovranno misurarsi con i confini, le responsabilità e gli interessi dei singoli Stati.