29 Ottobre 2026, giovedì
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Attentato a Ranucci, Lavitola resta in carcere: il gip smonta la sua versione

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Lavitola resta in carcere. È questa, per ora, la risposta più netta arrivata dalla magistratura nella vicenda dell’attentato contro Sigfrido Ranucci. Il gip di Roma ha respinto la richiesta di arresti domiciliari presentata dalla difesa dell’imprenditore, ritenendo non credibile, o comunque non sufficientemente sostenuta da elementi verificabili, la ricostruzione fornita durante l’interrogatorio di garanzia.

Lavitola ha ammesso un punto decisivo: di essere stato il mandante dell’azione intimidatoria. Ha però tentato di ridimensionarne portata, modalità e finalità. Secondo la sua versione, l’obiettivo non sarebbe mai stato quello di far esplodere un ordigno davanti alla casa del giornalista, ma semplicemente di mandare un segnale: quattro o cinque colpi di pistola contro il muro della villetta di Ranucci, a Pomezia.

Una sorta di avvertimento, dunque. Non una bomba.

Eppure, nella notte dell’attentato, furono utilizzati esplosivi collocati sulle autovetture in prossimità dell’abitazione. Un salto di livello che, secondo il giudice, rende particolarmente difficile accettare la tesi di un’esecuzione autonoma da parte degli autori materiali.

La confessione che non convince il gip

È proprio qui che si concentra uno dei passaggi più pesanti dell’ordinanza.

Il gip definisce le dichiarazioni di Lavitola “fumose”, “assolutamente generiche” e prive di elementi concreti suscettibili di riscontro. Non soltanto: il movente indicato dall’imprenditore viene giudicato inverosimile e in contraddizione con una parte delle risultanze investigative.

Lavitola ha raccontato di essere venuto a conoscenza, poco prima dell’attentato, di un presunto progetto omicidiario ai danni di Ranucci riconducibile all’intelligence israeliana. Secondo la sua ricostruzione, la minaccia sarebbe stata collegata a un’inchiesta di Report su una vicenda riguardante un cantiere navale.

Preoccupato per l’amico, avrebbe quindi deciso di organizzare l’azione intimidatoria con un intento, nella sua versione, quasi paradossale: provocare un innalzamento delle misure di sicurezza attorno al giornalista e proteggerlo così da un pericolo maggiore.

Una spiegazione che non persuade il giudice.

Non solo perché, osserva il gip, mancherebbero riscontri concreti a questa presunta minaccia, ma anche perché la ricostruzione presenta una contraddizione interna: se l’obiettivo era mettere Ranucci al riparo proprio da quell’ambiente, risulta difficile comprendere perché Lavitola avrebbe poi sollecitato un giornalista di Report a cercare i responsabili dell’attentato nello stesso contesto dal quale, secondo la sua versione, avrebbe voluto proteggere il conduttore.

Dalla pistola alla bomba: il nodo delle responsabilità

C’è poi un altro elemento che pesa nella decisione di mantenere Lavitola in carcere.

L’imprenditore avrebbe sostenuto di non essere stato a conoscenza delle concrete modalità con cui l’attentato sarebbe stato materialmente eseguito. Il gip, però, ritiene che gli elementi raccolti inducano a escludere che Clesio Tavares abbia agito autonomamente, o comunque senza il preventivo consenso di Lavitola.

È il punto che separa una semplice ammissione di responsabilità da una confessione pienamente circostanziata.

Lavitola riconosce di aver commissionato l’azione, ma cerca di tracciare una linea netta tra il proprio ruolo e l’utilizzo dell’esplosivo. Il giudice, almeno allo stato delle indagini, non considera quella linea sufficientemente credibile.

E proprio la distanza tra ciò che Lavitola ammette e ciò che gli investigatori ritengono di poter ricostruire rappresenta uno dei principali fronti ancora aperti dell’inchiesta.

Il telefono e il computer possono raccontare il resto

Nel frattempo, gli investigatori stanno analizzando il materiale sequestrato sui dispositivi elettronici dell’imprenditore: telefono cellulare e computer.

È un lavoro destinato a proseguire ancora per alcune settimane e potrebbe essere determinante per ricostruire contatti, comunicazioni, spostamenti e rapporti intercorsi prima e dopo l’attentato.

Proprio dagli accertamenti tecnici potrebbe arrivare la necessità di ascoltare Sigfrido Ranucci come persona informata sui fatti. L’eventuale audizione davanti ai pm della Procura di Roma, quindi, non sarebbe imminente: considerati i tempi degli accertamenti sui dispositivi, potrebbe essere calendarizzata non prima di settembre.

Il giornalista, dunque, potrebbe essere chiamato a fornire agli investigatori elementi utili soprattutto alla luce di ciò che emergerà dall’analisi del materiale digitale.

La difesa di Ranucci: “Un amico mai avrebbe potuto arrivare a tanto”

Di fronte agli ultimi sviluppi, l’avvocato Roberto De Vita, legale di Ranucci, sottolinea soprattutto il carattere personale della relazione tra il giornalista e Lavitola.

“Sigfrido Ranucci mai avrebbe potuto immaginare, e penso nessuno, che un amico potesse arrivare a tanto”, osserva il penalista, sottolineando come allo sgomento si aggiungano ora interrogativi sul “disegno reale” dell’azione criminale.

Il legale mette inoltre in evidenza la sproporzione tra il movente dichiarato da Lavitola e le modalità dell’attentato: un ordigno ad alto potenziale collocato sulle autovetture, vicino a un’abitazione nella quale, in quel momento, si trovava anche la figlia di Ranucci.

Da qui la domanda centrale: se davvero l’intento fosse stato proteggere il giornalista, perché mettere in atto un’azione capace di esporre lui e la sua famiglia a un rischio così grave?

È una domanda alla quale, al momento, l’inchiesta non ha ancora dato una risposta definitiva.

Una vicenda che ha spaccato la politica

Attorno al caso, intanto, si è consumata anche un’altra partita, tutta politica e mediatica.

La vicenda ha infatti accentuato una frattura già evidente nel dibattito pubblico attorno a Ranucci e a Report. Da una parte, una sinistra che, pur con le cautele imposte da un’inchiesta giudiziaria ancora in corso, ha espresso solidarietà al giornalista e fiducia nell’accertamento dei fatti. Dall’altra, esponenti della destra e una parte della stampa più vicina alle posizioni governative hanno utilizzato gli sviluppi del caso per rilanciare dubbi, insinuazioni e contestazioni nei confronti del conduttore.

È un terreno sul quale occorre muoversi con particolare prudenza: un conto sono le responsabilità penali, che spettano alla magistratura accertare; un altro è il confronto politico sul ruolo del giornalismo d’inchiesta e sulla permanenza di Ranucci alla Rai.

Proprio su questo secondo fronte, però, la vicenda rischia di trasformarsi in qualcosa di più di un semplice caso giudiziario. Il sospetto, avanzato nel dibattito politico e mediatico, è che il fango gettato sul giornalista possa finire per alimentare una strategia finalizzata a renderne più difficile la permanenza in Rai e a favorire, al suo posto, una figura considerata meno scomoda.

È un’ipotesi politica, non un fatto giudiziariamente accertato, e come tale va tenuta distinta dalle risultanze dell’inchiesta. Ma è difficile negare che Report, per la natura delle sue inchieste e per il ruolo di Ranucci, sia da tempo uno dei programmi più esposti nel confronto tra informazione, potere e politica.

Il vero interrogativo resta aperto

La decisione del gip, dunque, non chiude la vicenda. Al contrario, la rende ancora più complessa.

Lavitola resta in carcere perché, secondo il giudice, la sua confessione non basta a chiarire il quadro e soprattutto perché la versione offerta sul movente e sulle modalità dell’attentato non trova, allo stato, adeguati riscontri.

Ora saranno gli accertamenti tecnici, i contatti ricostruiti attraverso telefoni e computer e le ulteriori testimonianze a dover colmare i vuoti.

Resta soprattutto da capire quanto della versione di Lavitola sia realmente accaduto e quanto, invece, sia una ricostruzione costruita per ridimensionare il suo ruolo.

Perché tra l’ordine di “sparare qualche colpo contro un muro” e un attentato con esplosivo davanti alla casa di un giornalista, la distanza non è soltanto tecnica. È la distanza che separa un gesto intimidatorio da un’azione potenzialmente letale.

Ed è proprio quella distanza che, adesso, gli investigatori dovranno ricostruire centimetro dopo centimetro.

Coniugi trovati morti in casa nel Vicentino: erano deceduti da almeno dieci giorni

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È un quadro ancora tutto da ricostruire quello emerso a Fara Vicentino, nel Vicentino, dove due coniugi, lui di 71 anni e lei di 66, sono stati trovati morti all’interno della loro abitazione. Secondo i primi accertamenti, il decesso risalirebbe ad almeno dieci giorni prima del ritrovamento.

A far scattare l’allarme è stata la sorella della donna, che da oltre una settimana non riusciva più ad avere sue notizie. Una preoccupazione diventata sempre più concreta fino alla richiesta di intervento. Per accedere all’abitazione è stato necessario l’intervento dei vigili del fuoco.

Una volta entrati, i soccorritori si sono trovati davanti a una scena particolarmente complessa. I corpi erano infatti in avanzato stato di decomposizione, circostanza che rende più difficile stabilire con immediatezza le cause e le modalità delle morti e verificare l’eventuale presenza di segni riconducibili a traumi o violenze.

Sul posto sono intervenuti i sanitari del Suem 118, i carabinieri e gli investigatori del Nucleo investigativo di Vicenza, oltre al pubblico ministero di turno. Gli accertamenti sono proseguiti nell’abitazione per ricostruire le ultime ore di vita della coppia e comprendere che cosa possa essere accaduto.

L’autopsia per chiarire le cause della morte

Proprio le condizioni dei cadaveri hanno portato la Procura a disporre l’autopsia su entrambi i corpi. Gli esami medico-legali saranno determinanti per individuare le cause dei decessi e verificare l’eventuale presenza di lesioni o altri elementi utili alle indagini.

Al momento, dunque, gli investigatori mantengono aperte diverse possibilità. Tra le ipotesi considerate figura anche quella di un gesto estremo, mentre dai primi riscontri non emergerebbero elementi che facciano pensare al coinvolgimento di altre persone.

Si tratta, tuttavia, di una fase ancora preliminare. Saranno soprattutto gli accertamenti autoptici e gli ulteriori rilievi investigativi a fornire elementi più solidi per ricostruire la vicenda. In attesa di quei risultati, sulla morte dei due coniugi resta ancora un punto interrogativo che gli investigatori dovranno cercare di sciogliere.

Iran, la stretta di Washington si allarga: Kushner in missione tra Israele e Cairo, mentre Gaza torna al centro

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La guerra con l’Iran entra in una fase nella quale diplomazia, pressione economica e dossier mediorientali tornano a intrecciarsi. La prossima settimana Jared Kushner, inviato del presidente Donald Trump, sarà in Israele per incontrare il premier Benjamin Netanyahu e fare il punto soprattutto sulla situazione a Gaza. Il viaggio proseguirà al Cairo, dove Kushner dovrebbe confrontarsi con i mediatori di Egitto, Qatar e Turchia.

Una missione che segnala come, per Washington, il conflitto non possa essere gestito su un solo tavolo. Da una parte c’è lo scontro con Teheran e la necessità di esercitare una pressione crescente sul regime iraniano; dall’altra resta aperto il fronte di Gaza, con una trattativa che continua a richiedere la mediazione di più attori regionali.

Washington alza il livello della pressione

A rendere ancora più netto il cambio di passo è stato il Segretario al Tesoro americano Scott Bessent, che ha annunciato una nuova offensiva sul terreno economico. L’obiettivo dichiarato è sottoporre l’Iran a un isolamento finanziario ed economico «come il mondo non ha mai visto prima», con ulteriori misure attese già dalla prossima settimana.

La strategia americana punta dunque a trasformare la pressione militare e politica in una vera e propria morsa economica, colpendo le capacità di Teheran di finanziare e sostenere il proprio apparato. L’entità delle nuove misure potrebbe rappresentare un ulteriore salto di qualità nel confronto tra Washington e la Repubblica islamica.

Ma nella Casa Bianca esiste anche una priorità molto concreta e immediata: evitare che la guerra si traduca in uno shock energetico per gli Stati Uniti.

Petrolio e benzina prima di tutto

Il vice presidente J.D. Vance ha chiarito che, nell’attuale conflitto, la priorità assoluta di Washington è mantenere sotto controllo i prezzi del petrolio e della benzina per i consumatori americani. Il contenimento della minaccia nucleare iraniana viene subito dopo.

Una gerarchia che fotografa bene la complessità della crisi. L’amministrazione Trump deve infatti tenere insieme sicurezza nazionale, pressione su Teheran e ricadute economiche interne. Un’impennata prolungata del greggio avrebbe conseguenze immediate sul costo dei carburanti e, più in generale, sull’inflazione americana.

Il tema energetico si intreccia inoltre con il controllo delle rotte commerciali. Gli Stati Uniti, secondo quanto dichiarato dall’amministrazione, ritengono di poter mantenere il blocco navale a tempo indeterminato, una prospettiva destinata ad alimentare ulteriormente le tensioni attorno al conflitto e alla sicurezza della navigazione regionale.

La Cisgiordania riapre un altro fronte

Mentre Washington guarda a Gaza e all’Iran, cresce la preoccupazione anche per quanto sta accadendo in Cisgiordania. Particolare allarme ha suscitato la situazione di Qusra, villaggio palestinese nel nord della Cisgiordania, sottoposto da sei giorni alle incursioni e alla pressione di coloni israeliani estremisti.

La vicenda avrebbe provocato irritazione anche all’interno dell’amministrazione americana. Secondo quanto riferito da alcuni residenti ai media israeliani, nella serata di giovedì i coloni avrebbero lasciato la maggior parte delle abitazioni occupate, mantenendo tuttavia la presenza all’esterno delle case e continuando a esercitare pressione sulla popolazione.

È un episodio che rischia di complicare ulteriormente il quadro diplomatico. Mentre Washington cerca di costruire una strategia complessiva sul Medio Oriente, la situazione sul terreno continua infatti a produrre nuove emergenze, rendendo più difficile separare i diversi fronti della crisi.

La missione di Kushner e il doppio tavolo del Medio Oriente

Il viaggio di Kushner assume così un significato che va oltre il semplice confronto con Netanyahu. Israele, Gaza e il circuito dei mediatori regionali sono ormai parte dello stesso mosaico diplomatico, mentre la guerra con l’Iran rischia di ridisegnare gli equilibri dell’intera regione.

Il passaggio al Cairo, in particolare, conferma l’importanza attribuita da Washington ai canali di mediazione con Egitto, Qatar e Turchia. Il nodo resta quello di evitare che l’escalation con Teheran finisca per travolgere anche i fragili tentativi di gestione della crisi di Gaza.

Nei prossimi giorni, dunque, Washington sarà chiamata a muoversi su più fronti contemporaneamente: aumentare la pressione economica sull’Iran, contenere le conseguenze energetiche del conflitto, mantenere il controllo delle rotte marittime e, nello stesso tempo, impedire che Gaza e la Cisgiordania diventino ulteriori detonatori di una crisi regionale già profondamente instabile.

La missione di Kushner arriva proprio nel momento in cui questi dossier iniziano a convergere. E il messaggio della Casa Bianca appare chiaro: la partita con l’Iran non si gioca più soltanto sul piano militare, ma anche attraverso economia, diplomazia ed energia.

Guerra Russia-Ucraina, pioggia di droni e bombe: vittime e danni da Sumy al Baltico

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La guerra torna a colpire con particolare durezza i civili nel nord-est dell’Ucraina. Nelle ultime 24 ore l’oblast di Sumy è stato teatro di una nuova ondata di bombardamenti russi che ha provocato almeno due vittime: una donna di 63 anni e il nipote di appena 9 anni. Altre quattro persone sono rimaste ferite.

Tra i feriti figurano il padre e la nonna del bambino, entrambi ricoverati in ospedale a causa di gravi ustioni. A riferire il bilancio è stata la polizia nazionale ucraina, secondo cui gli attacchi hanno interessato complessivamente 28 località della regione.

Il quadro dei danni restituisce la dimensione dell’offensiva: abitazioni private, veicoli, magazzini, materiale ferroviario, reti elettriche e altre infrastrutture civili sono stati danneggiati dai raid. Un elenco che racconta non soltanto la violenza degli attacchi, ma anche la pressione esercitata sulle infrastrutture essenziali di un territorio da anni esposto alla guerra.

Colpito un centro logistico vicino a Kiev

Parallelamente, il Ministero della Difesa russo ha rivendicato un attacco contro un centro logistico delle forze armate ucraine a Brovary, nell’area della regione di Kiev. Secondo la versione fornita da Mosca, l’operazione è stata condotta con droni Geran-4 Seeker.

Il ministero russo ha diffuso anche un filmato che, nelle sue dichiarazioni, documenterebbe l’impatto contro la struttura. Brovary occupa una posizione strategica: la città si trova a circa 25 chilometri a est della capitale ed è considerata un importante snodo per il movimento e il rifornimento delle forze impegnate nella difesa del settore nord-orientale di Kiev.

La sua collocazione, tra la capitale e l’area di Sumy, conferisce alla zona un peso logistico significativo in uno scenario nel quale le infrastrutture di supporto sono diventate obiettivi centrali della guerra.

Droni russi anche su Cherkasy

La pressione degli attacchi aerei non si è limitata a Sumy. Nella notte un attacco di droni russi ha colpito anche Smila, nella regione di Cherkasy, provocando cinque feriti.

Secondo quanto riferito dal capo dell’amministrazione militare regionale, Ihor Taburets, un drone ha centrato un edificio residenziale. I paramedici hanno soccorso cinque persone, che hanno tuttavia rifiutato il ricovero.

L’appartamento direttamente interessato dall’attacco era vuoto al momento dell’impatto, circostanza che ha probabilmente evitato un bilancio ancora più pesante. I soccorritori hanno domato rapidamente le fiamme, ma uno degli ingressi dell’edificio ha riportato danni considerevoli. Sul posto sono intervenuti i servizi di emergenza ed è stato allestito un centro operativo per coordinare gli interventi.

La risposta ucraina arriva sul Baltico

La dinamica degli attacchi resta però a doppio senso. Anche il territorio russo continua a essere bersaglio dei droni ucraini.

Nella regione di Leningrado, le autorità russe hanno segnalato danni nell’area di Ust-Luga, importante porto sul Mar Baltico e infrastruttura strategica per le esportazioni energetiche del Paese. Il governatore regionale Alexander Drozdenko ha riferito di un vasto attacco con droni e della presenza di un incendio nell’area portuale.

Secondo le autorità di Mosca, 51 droni ucraini sono stati abbattuti nella regione di Leningrado. Il bilancio dei danni e la dinamica esatta dell’incendio sono ancora oggetto delle comunicazioni delle autorità russe.

Ust-Luga rappresenta un nodo particolarmente sensibile perché collega la Russia ai mercati internazionali attraverso il Baltico e svolge un ruolo rilevante nelle esportazioni di petrolio. Un attacco nell’area, dunque, assume un valore che va oltre il danno locale: colpire infrastrutture portuali e logistiche significa mettere sotto pressione una delle arterie attraverso cui Mosca alimenta i propri flussi commerciali ed energetici.

Nel giro di poche ore, la geografia degli attacchi si è così allargata da Sumy e Cherkasy fino all’area di Kiev e al Baltico. Da una parte i bombardamenti russi continuano a colpire città e infrastrutture ucraine, con un costo umano che torna drammaticamente a pesare sulla popolazione civile. Dall’altra, i raid ucraini in territorio russo mirano sempre più spesso a infrastrutture strategiche, energetiche e logistiche.

È una guerra nella quale la distanza dal fronte conta sempre meno: abitazioni, snodi ferroviari, centri logistici e porti diventano parte integrante del campo di battaglia, mentre la popolazione civile continua a pagare il prezzo più immediato dell’escalation.

Incendio sul Monte Goj, notte di paura a Como: evacuate alcune palazzine

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Una notte di fuoco sul Monte Goj, alle porte di Como, dove un vasto incendio ha interessato la zona boschiva all’interno del parco regionale della Spina Verde. Le fiamme hanno imposto un imponente dispiegamento di soccorsi e, soprattutto, hanno costretto una cinquantina di residenti ad abbandonare temporaneamente le proprie abitazioni.

Più che il fronte del fuoco, a rendere necessario l’allontanamento è stata la qualità dell’aria. Il fumo, sospinto nelle aree abitate, ha raggiunto una concentrazione tale da risultare denso e difficilmente respirabile. Le famiglie evacuate sono state prese in carico dalla Croce Rossa e dalla Protezione civile.

La situazione, dopo una notte di lavoro senza sosta, appare in lieve miglioramento, ma l’emergenza non può ancora considerarsi conclusa. Dalla montagna continuano infatti a levarsi lunghe colonne di fumo, indicatore della presenza di focolai ancora attivi. Le fiamme, secondo le informazioni disponibili, sarebbero comunque sotto controllo.

130 vigili del fuoco in campo

Il dispositivo di soccorso è stato progressivamente rafforzato nel corso della notte. Complessivamente sono circa 130 i vigili del fuoco impegnati nelle operazioni, con squadre arrivate anche da altre regioni e dai diversi comandi della Lombardia.

A Como sono confluiti uomini e mezzi provenienti, tra gli altri, da Liguria, Veneto ed Emilia-Romagna, insieme ai rinforzi lombardi. Il loro compito non è soltanto quello di aggredire il fronte dell’incendio, ma anche di presidiare le aree più esposte, proteggere le abitazioni e impedire che eventuali riprese delle fiamme possano raggiungere le zone urbanizzate.

Dalla mattina sono entrati in azione anche due Canadair della flotta aerea dello Stato, chiamati a supportare le squadre a terra con lanci d’acqua sui settori maggiormente interessati dal rogo.

Il vento resta l’incognita

A preoccupare maggiormente, nelle prossime ore, è l’evoluzione del vento. Rispetto alla serata di giovedì 13 agosto la sua intensità è al momento inferiore, ma le condizioni restano tali da richiedere la massima attenzione.

Proprio il vento aveva contribuito, nelle ore più critiche, a trasportare cenere, foglie e materiale combusto ben oltre l’area direttamente interessata dall’incendio. Residui del rogo sono stati segnalati anche in centro a Como e nei territori di Cernobbio e Moltrasio, sulle sponde del lago.

E proprio il lago diventa ora parte integrante della macchina dei soccorsi. Per consentire ai Canadair di effettuare in sicurezza le operazioni di approvvigionamento dell’acqua, saranno predisposti presidi di controllo della navigazione nel primo bacino, con l’obiettivo di limitare il traffico delle imbarcazioni da diporto durante i passaggi dei velivoli.

Strade chiuse, viabilità sotto pressione

L’emergenza ha avuto inevitabili ripercussioni anche sulla mobilità. Al momento risultano chiuse via Madruzza e via Oltrecolle, quest’ultima arteria particolarmente importante per i collegamenti con la strada statale per Lecco.

Le chiusure rientrano nelle misure adottate per garantire la sicurezza di residenti, soccorritori e automobilisti, oltre a consentire alle squadre impegnate sul terreno di operare senza ostacoli.

L’appello alla prudenza

Sul rogo è intervenuta anche la ministra per le Disabilità Alessandra Locatelli, che ha espresso preoccupazione per quanto sta accadendo nella sua città e ha rivolto un ringraziamento alle forze impegnate nell’emergenza.

Nel suo messaggio ha ricordato il lavoro dei Vigili del fuoco, della Protezione civile, della Colonna Mobile Regionale e dei volontari, sottolineando il contributo delle squadre arrivate da diverse province lombarde e il supporto dei mezzi aerei.

L’appello, in questa fase, è soprattutto uno: massima prudenza per chi si trova nelle vicinanze dell’area interessata dall’incendio.

La notte di emergenza lascia dunque spazio a una giornata ancora delicata. Il fronte principale appare contenuto, ma il Monte Goj continua a fumare e le condizioni del vento saranno decisive per capire se l’incendio potrà essere definitivamente domato o se sarà necessario mantenere alto il livello di mobilitazione.

Dare un’anima alla Terra: l’intelligenza oltre l’uomo

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Immagine creata con AI

A cura di Gilberto Borzini

Tutte le creature dispongono di intelligenza e anima? Per animisti e sciamani, sì, ma anche per la Costituzione della Bolivia che ha attribuito alla Terra, Pachamama, Personalità Giuridica impedendone così l’eccessivo sfruttamento. Chissà se l’UE saprà recepire il messaggio…

Ogni specie animale dispone di un proprio linguaggio. Ogni specie animale, con qualche rara eccezione come nel caso delle tartarughe, mostra affetto e protezione per i propri cuccioli. Moltissime specie animali definiscono organizzazioni sociali, distribuzione delle attività all’interno dei gruppi. Linguaggio, emozione e organizzazione sono allora indicatori manifesti di forme di intelligenza “parallele” rispetto alla nostra, al punto da poter affermare che ogni essere “animato”, ogni “animale” dispone di un’anima.

L’editrice Adelphi ha dedicato all’intelligenza animale una nutrita collana, Animalia, composta da una ventina di saggi di estremo interesse.

Anima diffusa

Il linguaggio, naturalmente, tradisce e traspone il concetto originario manifestando in questo caso l’idea originaria che coniuga l’Anima, ciò che dà la vita, con il regno animale e con tutti i suoi appartenenti.

Alcune diffusissime religioni si proclamano Animiste e attribuiscono personalità specifiche a tutte le manifestazioni della vita, con particolare attenzione alle foreste, ai boschi e al mare, affermando ogni elemento della Terra in qualità di possessore di un suo proprio spirito, amichevole o meno, con il quale l’Uomo può entrare in contatto se capace di astrazione dalla propria razionalità.

Per molti ambientalisti contemporanei la Terra è molto simile alla Pachamama andina, ovvero un Pianeta Vivente, e ogni creatura è manifestazione del Pianeta Vivente, ne è estensione, variazione sul tema, espressione parziale dell’organicità del Pianeta.

Ambientalismo, Anima e Legge

Qualcuno affermava che “senza lotta di classe l’ambientalismo è giardinaggio” individuando la necessità di limitare le forme dello sfruttamento delle risorse che il capitalismo ha portato a livelli insostenibili.

In un paio di Stati sudamericani, il primo è stato la Bolivia, si è andati oltre, riconoscendo Personalità Giuridica alla Terra, Pachamama, definendo pertanto all’interno della Costituzione la necessità di utilizzo responsabile, consapevole e sostenibile delle risorse offerte dalla Madre Terra. Una limitazione dello sfruttamento, in termini di sostenibilità, che parte dall’idea di un Pianeta Madre le cui risorse vanno gestite con cura e attenzione in un modello che prevede la coabitazione del pianeta tra Uomo e ogni altra Specie e dove l’Uomo, più capace delle altre Specie, afferma la propria consapevolezza proprio attraverso il Rispetto dei Diritti della altre Specie animali.

Europa sveglia !

Leggo che l’UE starebbe pensando di litigare con la Cina per questioni commerciali rischiando come sempre di farsi del male. Meglio sarebbe che l’UE assumesse l’idea descritta dal paragrafo precedente, che attribuisse Personalità Giuridica alla Terra, affermando limiti al diritto di sfruttamento delle risorse quando lo sfrutttamento eccede la capacità di riproduzione delle risorse stesse.

Questo argomento, ben più di altri accordi di compravendita delle emissioni dannose, potrebbe essere in grado di generare una stabilizzazione nei processi produttivi, una riduzione degli inquinanti, un modello di Rispetto generale e generico che partendo dalla Terra coinvolga tutte le creature.

L’ambientalismo, non l’eccesso normativo asfissiante che caratterizza l’UE, e il riconoscimento di Personalità Giuridica del Pianeta e delle sue risorse potranno indirizzare la nostra Specie verso nuove manifestazioni di intelligenza e di umanità salvaguardando il Futuro nostro e dei viventi con cui condividiamo l’esistenza.

Chi fosse interessato ad un approfondimento tematico può consultare il volume Pachamama, i diritti della Natura, disponibile al link  www.amazon.it/dp/B0CCCX6MGT

Porto Cervo, il superyacht da 8 milioni finisce sul fondo: 14 persone salve

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Un superyacht da circa otto milioni di euro adagiato su un fianco, a sette metri sotto il livello del mare, nelle acque della Costa Smeralda. È lo scenario che si sono trovati davanti i soccorritori nella serata di martedì 11 agosto, quando un Amer F100 di circa 30 metri è affondato al largo di Porto Cervo, nel tratto di mare compreso tra l’isola dei Cappuccini e Capo Ferro.

A bordo c’erano 14 persone tra ospiti ed equipaggio. Tutte sono state tratte in salvo e non si registrano feriti in pericolo di vita. L’incidente, però, ha immediatamente aperto un secondo fronte: quello della possibile contaminazione delle acque.

L’avaria, poi l’acqua nello scafo

Secondo le prime ricostruzioni, l’emergenza sarebbe iniziata con una avaria al motore, seguita da un principio d’incendio. Le fiamme sarebbero state rapidamente contenute, ma nel frattempo lo scafo avrebbe iniziato a imbarcare acqua.

La situazione è rapidamente precipitata fino al definitivo affondamento dell’imbarcazione, che si è posata sul fondale a circa sette metri di profondità.

Le persone presenti a bordo sono state soccorse anche grazie alle imbarcazioni che si trovavano nelle vicinanze. Il proprietario, un imprenditore italiano, ha atteso l’arrivo dei soccorsi e della Capitaneria di porto di La Maddalena, che ha coordinato le operazioni di messa in sicurezza. Gli occupanti sono stati successivamente accompagnati a Poltu Quatu.

Il recupero e il rischio ambientale

Ora l’obiettivo è riportare il superyacht in superficie nel minor tempo possibile. L’imbarcazione resta sotto stretta sorveglianza in attesa dell’intervento di un rimorchiatore specializzato, incaricato delle operazioni di recupero.

Particolare attenzione viene riservata al possibile rischio ambientale. Al momento, secondo le prime informazioni, non risultano fuoriuscite di carburante, ma la presenza dello yacht sul fondale rende necessario mantenere alta la vigilanza.

Per questo l’area intorno all’imbarcazione è stata isolata con panne di contenimento, una misura preventiva pensata per limitare eventuali dispersioni di carburante o altri liquidi inquinanti nel caso in cui dovessero verificarsi durante le operazioni di recupero.

Uno yacht appena consegnato

L’aspetto più singolare della vicenda è anche la freschezza dell’imbarcazione: il superyacht sarebbe stato consegnato al proprietario appena quattro giorni prima dell’affondamento.

Si tratta di un Amer F100, yacht di circa 30 metri di lunghezza e con un baglio di circa 7 metri. La motorizzazione comprende quattro Volvo Penta IPS1200 da 900 cavalli ciascuno, per una potenza complessiva di 3.600 cavalli e una velocità massima dichiarata di circa 28 nodi, equivalenti a poco più di 50 chilometri orari.

Gli interni sono organizzati in cinque cabine: una suite armatoriale, due cabine Vip e due cabine doppie. La configurazione consente di accogliere fino a 10 ospiti, oltre a cinque membri dell’equipaggio.

Un’imbarcazione progettata per offrire lusso, autonomia e prestazioni che, in una manciata di giorni, è diventata invece protagonista di un incidente tanto spettacolare quanto delicato. Ora la priorità è doppia: recuperare il gigante del mare e assicurarsi che il suo affondamento non lasci tracce sull’ecosistema della Costa Smeralda.

Neuberger: la corsa degli utili non è più solo americana

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La stagione degli utili del secondo trimestre consegna un verdetto rassicurante per i mercati: la macchina della crescita non si è inceppata. Negli Stati Uniti, anzi, i risultati stanno andando oltre le aspettative. Ma la lettura più interessante arriva quando si allarga l’obiettivo. Perché, secondo Shannon Saccocia, Chief Investment Officer Wealth di Neuberger, la forza degli utili non è più un fenomeno esclusivamente americano.

Negli Usa, 415 società dell’S&P 500 hanno già pubblicato i conti e l’88% ha battuto le stime sull’utile per azione. La crescita complessiva degli utili si aggira intorno al 25%, al netto delle componenti non ricorrenti. Un dato che acquista ancora più peso se si considera che il miglioramento non è confinato ai colossi dell’indice: anche la società mediana mostra una dinamica robusta.

A rafforzare il quadro contribuisce l’espansione dei margini. I margini operativi hanno raggiunto il 19,8%, 231 punti base in più rispetto a un anno fa, mentre il reddito operativo aggregato si avvicina alla soglia dei 1.000 miliardi di dollari. Non sorprende, dunque, che la combinazione tra risultati e aspettative abbia accompagnato l’S&P 500 verso nuovi massimi storici.

La sorpresa arriva dal Pacifico

Fin qui, nulla di particolarmente sorprendente per chi osserva da vicino Wall Street. La novità, secondo Saccocia, è che il miglioramento dei fondamentali sta assumendo una dimensione globale.

Il caso più evidente è il Giappone, dove il 71% delle società del Tokyo Stock Exchange Prime Market ha superato le previsioni. Gli utili risultano in crescita del 64% su base annua, sostenuti da diversi fattori: la forza del comparto manifatturiero, l’esposizione alla filiera dei semiconduttori e dell’intelligenza artificiale, le riforme nella governance societaria e il vento favorevole che soffia su difesa e cantieristica navale.

Anche i mercati emergenti presentano segnali incoraggianti. Le società dell’indice MSCI puntano a una crescita dell’utile per azione del 59% nel 2026. A sostenere questa dinamica sono soprattutto il ciclo dell’intelligenza artificiale in Cina, Corea del Sud e Taiwan, la componente manifatturiera e un dollaro più debole.

È una combinazione significativa perché suggerisce che non si tratta soltanto di un recupero finanziario o di un effetto statistico sui confronti annuali. Dietro i numeri si intravede una riaccelerazione economica sostenuta da investimenti ad alta intensità di capitale, con tecnologia, industria e infrastrutture a giocare un ruolo centrale.

Europa, il recupero che il mercato sta sottovalutando

La sorpresa più interessante, però, potrebbe essere europea.

Circa il 78% delle società dello Stoxx 600 ha già presentato i risultati e il 63% ha superato le attese, con una crescita dell’utile per azione del 23% su base annua. Anche in questo caso, il miglioramento non appare confinato a un unico segmento. Banche e semiconduttori guidano le revisioni al rialzo, ma segnali di forza arrivano anche da aerospazio, servizi finanziari e trasporti.

La fotografia, quindi, è quella di una ripresa più articolata di quanto suggerirebbe la tradizionale narrazione sull’Europa debole e priva di catalizzatori.

Neuberger mantiene comunque un sottopeso sull’azionario europeo. Il motivo è soprattutto la composizione della crescita: una quota rilevante del miglioramento degli utili resta concentrata nei comparti automobilistico e bancario. Inoltre, il quadro monetario rimane decisivo e le prossime mosse della BCE potrebbero influenzare in modo significativo sia le valutazioni sia il ritmo della ripresa.

Ma c’è un elemento che rende l’Europa difficile da ignorare: il prezzo.

Le azioni europee trattano a circa 14,8 volte gli utili prospettici, contro le circa 20 volte degli Stati Uniti. Una differenza che non elimina i rischi, ma offre un cuscinetto valutativo e rende il mercato europeo più interessante per chi cerca alternative alla concentrazione americana.

Il punto per gli investitori: diversificare prima che sia troppo tardi

È qui che si concentra il messaggio strategico di Saccocia. Il problema non è mettere in discussione la forza strutturale dell’economia e delle imprese americane. Il problema è che la straordinaria performance dei grandi titoli Usa ha progressivamente aumentato il rischio di concentrazione dei portafogli.

Se, contemporaneamente, la crescita degli utili comincia a distribuirsi tra più aree geografiche, mantenere un’esposizione quasi esclusiva agli Stati Uniti può diventare una scelta meno efficiente.

Giappone, mercati emergenti selezionati ed Europa non rappresentano necessariamente un’alternativa agli Stati Uniti, dunque, ma possono diventare complementi strategici. Il tema non è inseguire il mercato che ha appena fatto meglio, bensì allargare il perimetro delle fonti di rendimento.

La stagione degli utili suggerisce proprio questo cambio di prospettiva: Wall Street continua a correre, ma non è più l’unica pista su cui si muove la crescita. E, per gli investitori, la vera opportunità potrebbe essere proprio quella di accorgersene prima che il mercato globale abbia già incorporato la sorpresa.

Addio a Jake Whisenant, lo scalatore dei record: una caduta spezza il volo a 30 anni

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Per chi lo seguiva sulle grandi pareti di Yosemite, Jake Whisenant era soprattutto una cosa: velocità. Quella capacità rara di trasformare l’arrampicata su roccia in una sfida contro il tempo, affrontando itinerari lunghi, tecnici ed esposti con un ritmo fuori dal comune. A soli 30 anni, lo scalatore americano aveva già lasciato il segno nel mondo dell’arrampicata su big wall.

Ora, però, il suo nome è legato a una tragedia.

Whisenant è morto il 2 agosto in seguito a una caduta nella Sequoia-Kings Canyon Wilderness, nella Sierra Nevada californiana. La notizia è stata diffusa nelle ultime ore da familiari e amici, lasciando sgomenta una comunità che aveva imparato a conoscere e apprezzare il suo talento.

La sfida a El Capitan

Il momento più importante della sua carriera era arrivato nel 2024, quando Whisenant aveva affrontato Lurking Fear, uno degli itinerari più celebri della parete occidentale di El Capitan, nella Yosemite Valley.

Non una semplice ascensione: Lurking Fear è una lunga e impegnativa via di arrampicata artificiale che risale una delle pareti più iconiche del pianeta. È proprio su questo terreno che Whisenant aveva costruito parte della sua reputazione, distinguendosi per la rapidità con cui riusciva a muoversi su grandi pareti che, per altri scalatori, richiedono giorni di impegno.

La sua filosofia sembrava racchiusa nella ricerca di un equilibrio quasi impossibile: affrontare la complessità tecnica delle big wall senza rinunciare alla velocità. Un approccio che lo aveva portato all’attenzione internazionale e che nel 2024 gli aveva permesso di stabilire un record su Lurking Fear.

Una telefonata che cambia tutto

Poi, il 2 agosto, la montagna ha presentato il suo conto più crudele.

Whisenant è rimasto vittima di una caduta nella vasta area selvaggia della Sierra Nevada. Le circostanze dell’incidente hanno trasformato in poche ore una giornata come tante in una notizia impossibile da accettare per chi gli era vicino.

A raccontare il dramma è stata anche la fidanzata dello scalatore, che ha ricordato il momento in cui ha ricevuto la comunicazione della tragedia: «Ho ricevuto una telefonata…». Poche parole capaci di restituire tutta la brutalità di una perdita arrivata improvvisamente.

Il ricordo di uno scalatore fuori dal comune

Whisenant apparteneva a quella generazione di arrampicatori per i quali la performance non si misura soltanto sulla difficoltà di una via, ma anche nella capacità di percorrerla rapidamente, con precisione e controllo. Yosemite era il suo terreno d’elezione: un laboratorio naturale dove tecnica, resistenza, esperienza e gestione del rischio devono convivere a ogni metro.

La sua morte ricorda, ancora una volta, quanto sottile possa essere il confine tra la straordinaria libertà offerta dalla montagna e il pericolo che quella stessa libertà porta con sé.

A 30 anni, Jake Whisenant aveva ancora davanti una lunga strada. Aveva già conquistato pareti leggendarie e imposto il proprio nome nella storia recente delle big wall. La sua corsa, però, si è fermata sulla Sierra Nevada.

Resta il ricordo di uno scalatore che aveva fatto della velocità una firma personale e di El Capitan uno dei teatri delle sue imprese più importanti. Una storia di talento, ambizione e passione interrotta troppo presto.

Monte Bianco, due morti in un’ora: tragedia sui sentieri e sulle piste d’alta quota

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È stata una giornata segnata dalla morte sul massiccio del Monte Bianco, dove nel giro di appena un’ora due incidenti distinti hanno richiesto l’intervento dei soccorritori e provocato due vittime.

Il primo allarme è scattato intorno alle 14 nella zona del Col de l’Enclave, nel territorio di Contamines-Montjoie. Il Soccorso alpino di Chamonix (Pghm) è intervenuto dopo la caduta di una persona impegnata in un’escursione. A perdere la vita, secondo quanto riferito dal quotidiano Le Dauphiné Libéré, è stata una donna di 24 anni, che stava affrontando il percorso da sola.

La dinamica dell’incidente è ancora al vaglio, ma la caduta non ha lasciato scampo alla giovane escursionista. L’intervento dei soccorritori si è trasformato così in una drammatica operazione di recupero in un ambiente che, anche durante la stagione estiva, può presentare condizioni e difficoltà tutt’altro che prevedibili.

Appena un’ora più tardi, un secondo incidente mortale ha fatto scattare un nuovo intervento, questa volta nella zona del Col de l’Index, a Chamonix. La vittima è un uomo che stava praticando speed-riding, disciplina spettacolare e ad alto tasso di adrenalina che unisce sci e volo.

Lo speed-riding utilizza infatti una piccola vela, simile a quella impiegata nel parapendio, che permette agli sciatori di alternare tratti percorsi sulla neve a brevi fasi di volo. Una combinazione che consente di affrontare i pendii a velocità elevate e che richiede esperienza, precisione e un controllo particolarmente rigoroso dell’ambiente circostante.

Anche in questo caso, nonostante l’intervento dei soccorritori, per l’uomo non c’è stato nulla da fare.

Due vittime, due scenari diversi e appena sessanta minuti di distanza: la montagna ha mostrato ancora una volta, nello stesso pomeriggio, i suoi due volti. Da una parte l’escursionismo, attività apparentemente più ordinaria ma esposta ai rischi dell’alta quota; dall’altra una disciplina estrema che porta il confine tra sci e volo sulle pareti del massiccio.

Gli incidenti ricordano quanto, sulle montagne del Monte Bianco, anche un itinerario affrontato a piedi o una discesa apparentemente sotto controllo possano trasformarsi rapidamente in un’emergenza. Per i soccorritori di Chamonix è stata una giornata di lavoro segnata da due interventi ravvicinati e da un bilancio tragico: due persone hanno perso la vita nello stesso massiccio, a distanza di un’ora l’una dall’altra.