29 Ottobre 2026, giovedì
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Iperconsumo, la pandemia della societa’ ludica

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Fotografia creata con AI

Il modello dell’economia neoliberista sopravvive a se stesso imponendo il consumo eccessivo e estremo, affermando l’identità individuale in base ai modelli di consumo operati.

Da questa semplice osservazione derivano però alcune conseguenze che devono essere approfondite e comprese.

Iper consumo e Iper produzione

Per ottenere forme di consumo eccessivo, estremo ed esasperato, serve una iper produzione in grado di sommergere i mercati con la propria offerta. È il caso del “fast fashion” che genera iper produzione, quantità immense di acquisti accompagnate da rapido abbandono della merce acquistata, e migliaia di tonnellate di prodotti dismessi che sommergono le discariche africane in cui gli scarti occidentali confluiscono, il tutto con evidenti processi di consumo delle risorse impiegate, di inquinamtno alla produzione e di sovra inquinamento alla fine del ciclo economico.

Feticismo dell’Acquisto

Il buon Marx, cento cinquant’anni fa più o meno, individuava nel “feticismo del prodotto” l’assimilazione dell’individuo produttore, operaio, alla dinamica produttiva del capitale. Oggi il meccanismo è esploso in un più generale feticismo dell’acquisto capace di fare immedesimare gli individui nei loro acquisti, di definire la “qualità individuale” attraverso la dinamica degli acquisti operati.

Sociologia del consumo

Le dinamiche sopra accennate si riflettono in una nuova sociologia del consumo, in cui i soggetti “capaci di spesa” si affermano nella loro integrazione sociale, mentre i soggetti scarsamente orientati al consumo divengono “estranei” al tessuto sociale, emarginati nella gerarchia sociale. A sottolineare la “pericolosità sociale” dei soggetti scarsamente orientati al consumo  gli spazi destinati all’acquisto (grandi magazzini, shopping mall etc) , alla manifestazione degli acquisti operati (locali pubblici di incontro e ritrovo), e al consumo degli acquisti operati (residenze e appartamenti di medio alto tenore), si strutturano in termini di difesa, di protezione, di incremento delle modalità di sicurezza, un meccanismo che include anche la disponibilità di veicoli urbani che, per dimensione e struttura, discendono dai mezzi utilizzati dagli eserciti nelle azioni operative rappresentando così il “fortino personale” dell’acquirente guidatore.

Paradossalmente quella che era una “libertà di consumo” si è rapidamente trasformata in “obbligatorietà”, manifestando il consumo come unica clausola manifesta e comprensibile di affermazione sociale.

Consumo e comportamenti

Deriva allora dai meccanismi indicati l’obbligatorietà di esibire agli occhi del mondo i propri consumi, sia che si tratti di viaggi o di ristorazione o di qualsiasi altro genere di consumo, sovrapponendo – non solo idealmente – l’identità del consumatore con la qualità e quantità dei consumi manifestati e esposti.

Da qui l’esigenza di fotografarsi e postare le immagini di consumi turistici in località conosciute quando non famose e per questo ritenute “confermative” rispetto alla propria identità consumistica e relazionale, con il reciproco rifiuto di investire il proprio tempo libero in visite a località ignote che non garantirebbero il riflesso confermativo e qualitativo sull’individuo consumatore.

Il medesimo meccanismo impone frequenti consumi di breve periodo, tesi a incrementare il riflesso confermativo attraverso la reiterazione del processo.

L’Esasperazione come Motivazione

In una Società Ludica, come ebbi modo di definirla in un precedente saggio, definita dal Consumo  di forme di Intrattenimento e di Tempo Libero (dalle PayTv ai Social Media, dal turismo ai consumi un tempo indicati come superflui o velleitari), la massificazione dei comportamenti identitari e confermativi rende necessario “alzare l’asticella” del proprio consumo e della propria azione pubblicamente esposta (instagrammata) per non essere confusi con la massa e per mantenere una visibilità identitaria rispetto al proprio “mercato relazionale”, fatto di relazioni generalmente fittizie, di like, di cuoricini e di condivisioni.

Nel momento in cui questa dinamica si concretizza allora si comprende anche il perché le gang di ragazzini violenti pubblichino i video delle loro bravate, con l’intento di ampliare il loro “mercato relazionale”.

Ma parliamo di altri consumi, più semplici e meno spietati.

Tutti vanno a Venezia, ma pochi scalano il Campanile di San Marco; tutti vanno a Roma ma pochi sventolano una bandiera dalla cima delle mura del Colosseo; tutti vanno a New York ma pochi si lanciano col paracadute dall’Empire State Building.

Osserviamo allora una crescita molto rapida dei consumi “estremi”: arrampicata in solitaria, lanci in paracadute, immersioni in acque infestate da predatori, performance mozzafiato di Parkour, spericolate e rischiose discese di sentieri   montani in mountain bike e altre forme di estremizzazione.

L’esasperazione del gesto, dell’azione instagrammabile, diviene allora elemento rilevante nelle dinamiche motivazionali generando adrenalina e ammirazione negli osservatori e portando ad alti livelli l’affermazione online dei protagonisti.

I Parchi dell’Emozione

Accade allora che i Parchi Tematici realizzino e facciano proprie le tendenze in atto presentando spettacoli sempre più audaci e rischosi per chi li interpreta, e giochi destinati al pubblico tendenzialmente in crescita adrenalinica: il risultato è che mentre il grande pubblico statunitense risparmia su altri consumi contemporaneamente affolla i Parchi Tematici più capaci di offrire Adrenalina e Emozione, consentendo ai visitatori di postare video e reels in grado di suscitare invidia e ammirazione (e relativi like).

In tono minore, ma in forma più preoccupante, le file di turisti in ciabatte e infradito che attendono di poter affrontare le Cime del Lavaredo, o le code che affollano i campi di risalita dell’Everest o di altre vette himaliane.

La possibilità di affrontare l’emozione e il rischio e di far scorrere fiumi di adrenalina nelle proprie arterie e in quelle di chi guarderà i reels online definiscono forme sempre più rilevanti di “turismo” e della relativa motivazione di consumo.

In Italia ci si annoia?

Qualche anno fa scrivevo che “in Italia ci si annoia”, perché dopo avere visitato città e musei le dinamiche serali sono piuttosto irrilevanti. Bene, il percorso delle attrattive da offrire è evidente.

Ora si tratta di attrezzare l’offerta.

Estate volatile, Generali Investments sceglie il credito

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L’estate dei mercati finanziari si annuncia tutt’altro che tranquilla. La crescita economica resta solida e la tenuta degli utili continua a offrire sostegno agli asset rischiosi, ma il quadro è attraversato da due incognite in grado di cambiare rapidamente il sentiment degli investitori: la sostenibilità del boom dell’intelligenza artificiale e il deterioramento del cessate il fuoco tra Stati Uniti e Iran.

È questa, in sintesi, la lettura di Thomas Hempell, Head of Macro & Market Research di Generali Investments, che invita a non confondere la resilienza del ciclo con l’assenza di rischi. Il contesto resta favorevole agli investimenti, ma richiede maggiore selettività e una gestione più prudente dell’esposizione al rischio nei mesi estivi.

L’AI resta un’opportunità, ma il mercato alza l’asticella

Il primo fronte di attenzione è quello tecnologico. I titoli legati all’intelligenza artificiale e al comparto dei semiconduttori conservano prospettive di lungo periodo interessanti, ma le valutazioni incorporate nei prezzi rendono il settore particolarmente sensibile a qualsiasi delusione.

Il dubbio non riguarda tanto la capacità dell’AI di trasformare l’economia, quanto la velocità con cui gli ingenti investimenti effettuati dalle società tecnologiche riusciranno a tradursi in ricavi e profitti. L’enorme mole di capex, il rischio di una compressione dei margini e l’intensificarsi della concorrenza cinese rappresentano altrettanti elementi di pressione.

Il mercato ha già iniziato a fare i conti con queste incognite. L’indice Philadelphia Semiconductor ha perso circa il 25% dai massimi di giugno, mentre il Nasdaq 100 ha ceduto quasi il 10%. Una correzione che non equivale necessariamente a un cambio di paradigma, ma segnala quanto siano elevate le aspettative incorporate nelle quotazioni.

Per Generali Investments, quindi, la parola d’ordine è diversificazione. Piuttosto che concentrare il rischio sui pochi grandi protagonisti del rally tecnologico, risulta più equilibrato costruire l’esposizione attraverso indici azionari più ampi, riducendo così la dipendenza dalle performance di singoli titoli.

Il fattore geopolitico torna a passare dal petrolio

A complicare ulteriormente lo scenario è il deterioramento del cessate il fuoco tra Stati Uniti e Iran. Le tensioni geopolitiche hanno immediatamente riacceso i riflettori sul mercato dell’energia, con il rialzo dei prezzi del petrolio che rischia di trasformarsi in un nuovo fattore inflazionistico.

Nello scenario centrale di Generali Investments, tuttavia, l’escalation dovrebbe rimanere sotto controllo. In questo caso, la BCE manterrebbe invariati i tassi, mentre la Federal Reserve procederebbe con un solo taglio entro la fine dell’anno.

Il vero elemento di rischio è rappresentato da un conflitto più lungo e difficile da contenere. Un prolungamento delle tensioni potrebbe spingere nuovamente verso l’alto i prezzi energetici e, di conseguenza, l’inflazione. In uno scenario simile, entrambe le banche centrali potrebbero trovarsi nella necessità di invertire la rotta e procedere con un rialzo dei tassi già a settembre.

È un rischio di coda, ma con conseguenze potenzialmente significative per tutte le principali asset class.

Il credito come cuscinetto contro la volatilità

È proprio in questo quadro che si inserisce la scelta di portafoglio di Generali Investments. L’orientamento verso gli asset rischiosi rimane positivo, ma viene leggermente ridotto durante i mesi estivi, in considerazione di un rapporto rischio-rendimento meno lineare.

La preferenza più netta va al credito obbligazionario, soprattutto rispetto ai titoli governativi. Gli spread corporate sono già relativamente compressi, ma secondo la società il rendimento offerto dalle obbligazioni societarie continua a rappresentare un elemento di protezione interessante in caso di aumento della volatilità.

La logica è chiara: in una fase caratterizzata da crescita ancora robusta ma da rischi geopolitici e valutazioni elevate, il credito può offrire un compromesso più equilibrato tra rendimento e rischio rispetto ad altre componenti del mercato obbligazionario.

Sul fronte azionario, invece, il sovrappeso viene ridimensionato fino a trasformarsi in una posizione soltanto marginalmente positiva. Non è una chiamata ribassista, quanto piuttosto un invito a non inseguire le valutazioni dopo i forti rialzi accumulati da alcune aree del mercato.

Duration: prudenza soprattutto sui Treasury

Anche la view sulla duration riflette questa impostazione cauta. Generali Investments mantiene una posizione neutrale sui bond in euro, mentre assume un orientamento leggermente corto sulla duration negli Stati Uniti.

A pesare sul mercato americano sono soprattutto fattori strutturali: l’elevato livello del debito pubblico e l’aumento dei premi a termine rendono meno attraente una forte esposizione alla duration dei Treasury.

Il risultato è una strategia che non punta a prevedere una singola direzione dei mercati, ma a costruire un portafoglio capace di resistere a scenari differenti. Crescita e utili continuano a sostenere il rischio, ma AI, petrolio e geopolitica possono rapidamente cambiare il quadro.

Per l’estate, dunque, Generali Investments non sceglie di uscire dal rischio: sceglie di dosarlo meglio. E, soprattutto, di cercare nel credito il cuscinetto più efficace contro una volatilità che potrebbe tornare protagonista.

Cristiano Ronaldo e Georgina, il “sì” più atteso: matrimonio da Pallone d’Oro

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Cristiano Ronaldo e Georgina Rodríguez hanno detto sì. E lo hanno fatto nel modo che, forse, più li rappresenta: lontano dal clamore di una grande cerimonia pubblica, ma con un’immagine destinata immediatamente a fare il giro del mondo.

Il matrimonio si è celebrato oggi a Cascais, in Portogallo, con una cerimonia civile privata e intima, alla presenza dei cinque figli della coppia. A rompere il silenzio è stato lo stesso fuoriclasse portoghese, che ha affidato ai social il primo, essenziale annuncio delle nozze.

Nessun ingresso trionfale, nessun abito mostrato nei dettagli, nessuna lunga didascalia. Solo una fotografia ravvicinata delle mani di Ronaldo e Georgina, sovrapposte, con le nuove fedi bene in vista. A completare lo scatto, appena due lettere — “CG” — e un cuore. Poche parole, ma sufficienti a ufficializzare quello che milioni di fan aspettavano da tempo.

Quasi dieci anni insieme

La storia d’amore tra Ronaldo e Rodríguez è iniziata nel 2017, quando Georgina lavorava come assistente in un negozio Gucci. Nello stesso anno la relazione è diventata pubblica e, da allora, la coppia ha costruito una famiglia numerosa, condividendo nel tempo una parte importante della propria vita anche attraverso i social.

Insieme hanno avuto due figlie, Alana Martina e Bella Esmeralda. Ronaldo è inoltre padre di Cristiano Jr. e dei gemelli Eva e Mateo, per una famiglia che oggi conta dunque cinque figli.

Accanto ai momenti felici non sono mancati quelli più dolorosi. Nel 2022 Ronaldo e Georgina hanno affrontato la perdita del figlio Ángel, morto durante il parto. Una tragedia raccontata pubblicamente dalla coppia e diventata una delle pagine più difficili della loro vita insieme.

L’anello aveva già fatto il giro del web

Il matrimonio, in realtà, era atteso da tempo. A riaccendere le indiscrezioni era stata proprio Georgina Rodríguez nell’agosto del 2025, quando aveva mostrato sui social il grande anello ricevuto da Ronaldo, rendendo di fatto pubblico il fidanzamento.

Da quel momento, la domanda era diventata una delle più ricorrenti tra i milioni di follower della coppia: quando sarebbe arrivato il matrimonio?

La risposta è arrivata oggi, dopo anni di relazione e quasi un decennio vissuto tra successi sportivi, vita familiare e un’esposizione mediatica globale. E anche la scelta di annunciare le nozze attraverso una fotografia minimale sembra avere un significato preciso: il protagonista non è lo spettacolo, ma il legame.

Per una coppia abituata a vivere sotto i riflettori, il vero colpo di scena è stato proprio questo: un “sì” senza bisogno di mostrare tutto. Solo due mani, due anelli e quelle iniziali — “CG” — che trasformano uno scatto privato in un annuncio destinato a milioni di persone.

Il web, naturalmente, è già impazzito. Ma stavolta non per un gol, un trofeo o una nuova sfida sportiva. Per il capitolo più personale della carriera di Cristiano Ronaldo: quello in cui il campione portoghese ha scelto di diventare, ufficialmente, marito di Georgina Rodríguez.

Hormuz, Trump rilancia: «Gli Stati Uniti hanno il controllo». Ma lo Stretto resta un nodo strategico

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La tensione attorno allo Stretto di Hormuz resta alta, nonostante le rassicurazioni di Donald Trump. Il presidente degli Stati Uniti continua infatti a sostenere che Washington abbia il pieno controllo del cruciale passaggio marittimo, una delle principali arterie energetiche del pianeta.

«Abbiamo noi il controllo totale», ha ribadito Trump, descrivendo gli Stati Uniti come «in ottima posizione». Parole che puntano a trasmettere un messaggio di forza e deterrenza in una fase nella quale la sicurezza della navigazione attraverso Hormuz continua a rappresentare un elemento decisivo per gli equilibri geopolitici e per i mercati dell’energia.

Il petrolio torna a scorrere

Sul fronte dei traffici, intanto, emergono segnali di parziale ripresa. La circolazione delle petroliere è tornata ad aumentare e, secondo il segretario all’Energia statunitense Chris Wright, attraverso lo Stretto transitano attualmente quasi 9 milioni di barili di petrolio al giorno.

Un dato che testimonia quanto Hormuz rimanga centrale per l’approvvigionamento energetico internazionale. Qualunque ostacolo alla navigazione nello Stretto può infatti ripercuotersi rapidamente sui flussi di greggio e, di conseguenza, sulle quotazioni e sulle prospettive dei mercati globali.

La situazione, dunque, resta tutt’altro che risolta: da una parte Washington insiste sulla propria capacità di garantire il controllo dell’area; dall’altra, la ripresa dei traffici segnala la necessità di mantenere alta l’attenzione sulla sicurezza delle rotte.

Trump: «Ho seguito le indicazioni dei servizi»

A complicare ulteriormente il quadro è il racconto dello stesso Trump sulle modalità con cui ha lasciato la Turchia dopo un recente vertice.

Il presidente americano ha confermato di non aver utilizzato l’Air Force One e di essere partito a bordo di un altro velivolo. La decisione, ha spiegato, sarebbe stata determinata da una minaccia valutata dai servizi di sicurezza e dalle autorità militari.

«Io seguo le indicazioni dei servizi segreti e dei militari», ha raccontato Trump, spiegando che gli era stato chiesto di utilizzare «un volo diverso, un aereo diverso».

Il trasferimento, avvenuto lontano dai riflettori abituali che accompagnano gli spostamenti presidenziali, assume così un significato preciso: la sicurezza del presidente americano è stata considerata prioritaria al punto da modificare anche il dispositivo logistico normalmente previsto per i suoi viaggi.

Tra le tensioni su Hormuz e le precauzioni adottate per gli spostamenti presidenziali, il messaggio che arriva da Washington è dunque duplice: gli Stati Uniti vogliono mostrare di avere il controllo della situazione, ma allo stesso tempo riconoscono implicitamente che il livello di rischio resta elevato.

Le sentinelle dell’ombra: Quando il lavoro notturno si fa custodia del mito

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Ci sono miti e leggende sparsi in ogni angolo del mondo, storie che affrontano il tempo e sfidano la ragione. Ma se esiste una capitale mondiale della narrazione invisibile, un luogo dove la dimensione esoterica e la realtà sociale si fondono senza soluzione di continuità, quella capitale è Napoli. Qui il passato non passa mai davvero, resta in agguato nell’ombra, scritto con un inchiostro invisibile sui muri dei palazzi storici, pronto a sfiorare chiunque sia ancora capace di ascoltare.
Via Santa Lucia, al civico 15, è uno di questi corridoi sospesi tra ciò che è stato e ciò che ancora ci osserva. L’imponente palazzo sorge nel cuore di un antico borgo marinaro dove l’eco delle onde e le storie dei pescatori si intrecciano da secoli con la pietra, proprio nel luogo in cui la leggenda vuole sia approdato il corpo della sirena Partenope, guscio e matrice generatrice dell’intera città. Progettato intorno al 1910 dal celebre architetto Giovanni Battista Comencini per volontà di Achille Visocchi, deputato e in seguito Senatore del Regno d’Italia, l’edificio rappresenta con il suo stile neorinascimentale e i fregi Art Nouveau l’orgoglio di una borghesia del Primo Novecento che volle lasciare un segno incancellabile.
Di giorno, la strada scorre tra il vocio dei passanti, i profumi del mare e la frenesia moderna. Ma è quando cala la notte e le luci si spengono che il gigante di pietra svela la sua natura profonda. È qui che la dimensione del mito, dal richiamo antico di Partenope fino ai custodi della casa, incontra la condizione umana più attuale, quella del lavoro notturno, della vigilanza e della solitudine d’impiego a tutela della collettività e della memoria.
Nel grande cortile interno, dove l’eco del traffico sfuma in un silenzio solenne, la lapide marmorea dedicata a Visocchi e i dettagli in ferro battuto raccontano una storia di prestigio. Nelle ore più silenziose, poco prima dell’alba, intricate figure geometriche e delicati rilievi sembrano animarsi, mentre la tradizione vuole che tra le rampe della maestosa Scala A e nei sotterranei in tufo vegli la Bella ‘Mbriana. Nella cultura popolare napoletana, questo spirito benefico, il cui nome deriva dal latino meridiana quale simbolo di luce e calore domestico, rappresenta la protezione della casa e della comunità, costituendo l’antitesi positiva del dispettoso Munaciello.

Ma oggi, qual è il valore sociale di queste figure e di chi le vive dall’interno?

Fare la vigilanza notturna al civico 15 non significa soltanto compiere un servizio di controllo edilizio. In un’epoca segnata dall’individualismo, dalla precarietà e dallo sfilacciamento dei legami sociali a livello nazionale, la figura del vigilante notturno diventa metafora di una presenza costante e invisibile. Nelle ore più profonde, tra il fruscio del vento e il crepitio del marmo, il lavoratore entra in un dialogo silenzioso con la città che dorme. Passo dopo passo, il custode finisce quasi per mescolarsi alla pietra e al mito, diventando egli stesso un’ombra discreta, una sentinella del bene comune.
Il messaggio che da Napoli si proietta sull’intero Paese è chiaro: dietro il fascino delle leggende, la fascinazione per Partenope e la maestosità dell’architettura, c’è sempre la vita vera delle persone. La Bella ‘Mbriana non è soltanto un folklore esoterico, ma il simbolo di un bisogno universale di protezione, di dignità del lavoro e di cura degli spazi che abitiamo.
In un’Italia che troppo spesso dimentica i propri lavoratori invisibili e il valore della memoria storica, riscoprire i luoghi dell’anima significa restituire centralità all’uomo. Perché se è vero che le leggende popolano il mondo intero, è solo attraverso la tutela della nostra identità e della dignità sociale che possiamo continuare a definirci comunità.

Addio a Fiorenza Marchegiani, l’attrice che fu Marta accanto a Massimo Troisi

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La sua Marta, in Ricomincio da tre, aveva il volto di una donna lontana dai cliché dell’epoca. Indipendente, concreta, capace di confrontarsi alla pari con Gaetano, il personaggio interpretato da Massimo Troisi. Un ruolo che, pur inserito in un film destinato a diventare un classico della commedia italiana, raccontava già una sensibilità diversa, più moderna e meno incline alle convenzioni. È anche attraverso quella figura che il pubblico ricorderà Fiorenza Marchegiani, morta l’11 agosto ad Albano Laziale all’età di 73 anni.

Nata a Osimo, nelle Marche, nel 1953, Marchegiani aveva costruito la propria carriera senza mai affidarsi a un solo linguaggio. Teatro, cinema e televisione sono stati i tre territori di un percorso professionale solido, sviluppato nell’arco di decenni e caratterizzato da una presenza costante, anche quando lontana dai riflettori della notorietà più rumorosa.

La formazione era quella rigorosa dell’Accademia d’Arte Drammatica di Roma, il luogo nel quale si forma una generazione di interpreti destinata a portare sul palcoscenico e davanti alle telecamere una solida preparazione teatrale. Proprio il teatro fu il suo primo approdo professionale. Con lo Stabile di Genova lavorò in La foresta di Aleksandr Ostrovskij e ne I due gemelli veneziani di Carlo Goldoni, diretta da Luigi Squarzina, uno dei protagonisti della regia teatrale italiana del Novecento.

Poi arrivò la televisione, con le prime esperienze nelle produzioni Rai, e infine il cinema. Il passaggio decisivo avvenne nel 1981, quando Massimo Troisi la volle nel cast di Ricomincio da tre, la sua prima regia cinematografica. Per Marchegiani fu l’incontro con un’opera destinata a lasciare un segno profondo nella cultura popolare italiana.

Nel film interpreta Marta, la fidanzata di Gaetano. Al fianco di Troisi, Marchegiani contribuisce a costruire una relazione sentimentale che si allontana dalla rappresentazione tradizionale della coppia tipica della commedia di quegli anni. Il successo del film trasformò Troisi in una delle figure centrali del nuovo cinema italiano, mentre per Marchegiani quel ruolo rimase il più immediatamente associato al suo nome.

Il cinema, tuttavia, non sarebbe diventato il centro della sua carriera. Dopo una decina di film, l’attrice trovò soprattutto nella televisione un terreno professionale duraturo. A partire dal 1999 entrò nel cast di Vivere, interpretando Letizia Visconti Gherardi e conquistando così un pubblico ancora più ampio attraverso uno dei titoli più seguiti della serialità italiana.

Nel 2002 fu Giancarla Morante in Incantesimo. Tre anni più tardi arrivò Elisa di Rivombrosa, altra produzione di grande popolarità. Negli anni successivi Marchegiani continuò a lavorare in fiction e serie televisive, comparendo in Distretto di polizia, Un amore e una vendetta, con Anna Valle e Alessandro Preziosi, e, dal 2012, ne Le tre rose di Eva. Tra le sue esperienze sul grande schermo figura anche Natale a New York, accanto a Christian De Sica.

Una carriera, dunque, costruita soprattutto sulla continuità. Marchegiani non è stata l’attrice di un unico personaggio, anche se un ruolo come quello di Marta ha finito inevitabilmente per diventare il suo biglietto da visita più riconoscibile. Il suo percorso racconta piuttosto il lavoro quotidiano di un’interprete capace di attraversare epoche, linguaggi e generi, passando dal teatro d’autore alle fiction popolari senza perdere la propria impronta professionale.

Negli ultimi anni aveva progressivamente ridotto la propria presenza sulla scena pubblica, mantenendo un profilo riservato. A ricordarla, dopo la notizia della scomparsa, è stata anche la sua Osimo, la città nella quale era nata e alla quale era rimasta profondamente legata.

La sindaca Michela Glorio ha ricordato Marchegiani come una «brillante attrice», sottolineando il rapporto mai interrotto con la città. Nel suo messaggio ha evocato anche immagini quotidiane, le passeggiate dell’attrice nel centro storico, tra corso Mazzini e piazza del Comune: un modo per restituire alla figura pubblica la dimensione privata di una donna rimasta affezionata alle proprie radici.

Nel 2005 Osimo le aveva conferito la civica benemerenza, riconoscendo proprio quel legame con il territorio. Un riconoscimento che oggi assume il valore di una testimonianza di appartenenza, al di là della carriera e della notorietà.

Anche Offagna ha voluto ricordarla. Il sindaco Ezio Capitani ha raccontato un’amicizia nata ai tempi del liceo e il rapporto dell’attrice con il paese, dove aveva trascorso parte dell’infanzia e dove vivevano nonni e zii. Un ricordo personale che si aggiunge a quello istituzionale e restituisce il ritratto di una donna che, nonostante una carriera sviluppata lontano dalle Marche, non aveva smesso di considerare quelle origini una parte essenziale della propria identità.

Fiorenza Marchegiani lascia così un percorso che attraversa oltre quarant’anni di spettacolo italiano. E se il pubblico continuerà a riconoscerla soprattutto negli occhi e nelle parole di Marta, accanto a un giovane Massimo Troisi, quella non sarà l’unica fotografia della sua carriera. Sarà piuttosto la porta d’ingresso a una storia professionale più ampia: quella di un’attrice partita dal teatro, arrivata al cinema nel momento giusto e capace poi di costruire nella televisione una presenza lunga, riconoscibile e discreta.

Etna, la cenere non dà tregua: voli sospesi a Catania fino alle 18. Vacanze in tilt per oltre 100 mila viaggiatori

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L’Etna continua a dettare i tempi della mobilità siciliana. La nuova emissione di cenere vulcanica in atmosfera ha costretto la Sac, società che gestisce gli aeroporti di Catania e Comiso, a prolungare le limitazioni al traffico aereo, trasformando l’emergenza vulcanica in una vera e propria crisi logistica per migliaia di passeggeri.

All’aeroporto internazionale Vincenzo Bellini di Catania, le operazioni di arrivo e partenza restano sospese fino alle 18 di oggi, mentre allo scalo Pio La Torre di Comiso lo stop è previsto, al momento, fino alle 10. Una situazione in continua evoluzione, legata all’attività eruttiva del vulcano e alla presenza di particelle di cenere che possono compromettere le condizioni di sicurezza necessarie per il traffico aereo.

Catania, lo scalo resta fermo

La Sac ha comunicato la chiusura degli spazi aerei corrispondenti al settore B3, in conseguenza della presenza di cenere vulcanica in atmosfera. Il provvedimento riguarda sia i voli in arrivo sia quelli in partenza dall’aeroporto catanese.

A Comiso, invece, la sospensione delle operazioni è stata disposta a causa della contaminazione da cenere vulcanica. Per i passeggeri il consiglio della società di gestione è quindi quello di evitare spostamenti inutili verso gli aeroporti e di controllare preventivamente lo stato del proprio volo direttamente con la compagnia aerea.

Un’indicazione particolarmente importante in una giornata nella quale gli aggiornamenti possono cambiare rapidamente, in funzione dell’evoluzione dell’attività dell’Etna e della dispersione della nube di cenere.

Quattro giorni di caos e oltre 100 mila viaggiatori coinvolti

L’emergenza arriva nel cuore dell’esodo estivo e i numeri restituiscono la dimensione del problema. Secondo le stime riportate dal Corriere della Sera, tra l’8 e l’11 agosto all’aeroporto di Catania sarebbero stati cancellati almeno 388 voli in partenza, pari a circa il 55% di quelli programmati. A questi si aggiungono 212 voli in arrivo cancellati, circa il 30% del totale previsto.

Il bilancio non si esaurisce nelle cancellazioni. Diversi aeromobili sono stati dirottati verso altri aeroporti siciliani, con effetti a cascata sull’organizzazione dei viaggi. Per molti passeggeri, raggiungere la destinazione originaria ha significato affrontare ulteriori trasferimenti in auto, taxi o autobus, con tempi di percorrenza dilatati e costi aggiuntivi.

A pagare il prezzo più alto sono soprattutto i turisti che avevano programmato vacanze con coincidenze strette, trasferimenti già prenotati o rientri fissati in date precise. Nel complesso, secondo le stime citate, sono oltre 100 mila i viaggiatori che hanno dovuto fare i conti con cancellazioni, ritardi o variazioni del proprio itinerario.

Tra le compagnie maggiormente interessate dalle modifiche operative figurano Ryanair, easyJet, Ita Airways e Wizz Air, che stanno gestendo riprogrammazioni e variazioni dei collegamenti sulla base delle condizioni operative degli scali.

Perché la cenere è un pericolo per gli aerei

Dietro quella che, agli occhi di un passeggero, può sembrare una semplice nuvola di polvere si nasconde un rischio concreto per la sicurezza del trasporto aereo. La cenere vulcanica è composta da particelle estremamente abrasive che, se presenti lungo le rotte degli aeromobili o in prossimità degli aeroporti, possono interferire con diverse componenti del volo.

La nube può innanzitutto ridurre la visibilità e rendere più complesse le operazioni di decollo e atterraggio. Ma il problema riguarda soprattutto gli effetti che le particelle possono avere sugli aeromobili: la cenere può depositarsi sulle superfici esterne, interferire con alcuni sistemi e, soprattutto, rappresentare un serio rischio per i motori, nei quali le particelle possono fondersi a causa delle temperature estremamente elevate.

Per questo motivo la presenza della nube viene monitorata con particolare attenzione e le autorità aeronautiche possono imporre limitazioni o chiusure degli spazi aerei anche quando le condizioni al suolo sembrano apparentemente gestibili.

Il vento può cambiare rapidamente lo scenario

A rendere ancora più imprevedibile l’emergenza è il ruolo del vento. Direzione e intensità delle correnti atmosferiche determinano infatti il percorso della nube e possono spostare la cenere verso le aree aeroportuali, modificando in tempi relativamente brevi le condizioni operative.

È anche per questo che le finestre temporali indicate per la sospensione dei voli non devono essere interpretate come una garanzia di ripresa automatica delle attività. La riapertura degli scali dipenderà dall’evoluzione dell’attività dell’Etna, dalla presenza di cenere negli spazi aerei interessati e dalle verifiche necessarie per garantire condizioni di sicurezza.

Nel frattempo, per chi deve partire o rientrare dalla Sicilia, la parola d’ordine resta una sola: verificare il volo prima di raggiungere l’aeroporto. In una giornata condizionata dall’ennesima fase di attività del vulcano, infatti, il tabellone delle partenze può cambiare più velocemente dei programmi di viaggio.

Sant’Anna di Stazzema, Mattarella: «Le volontà di dominio si riaffacciano». La memoria come difesa della libertà

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Sono trascorsi 82 anni da quella mattina del 12 agosto 1944, ma Sant’Anna di Stazzema continua a interrogare il presente. Non soltanto come luogo della memoria di una delle più feroci stragi nazifasciste compiute in Italia, ma come monito davanti al ritorno di guerre, violenze e nuove forme di sopraffazione.

Nel giorno dell’anniversario dell’eccidio, il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha affidato a un messaggio il ricordo delle 560 vittime, in gran parte donne, anziani e bambini. Una memoria che, nelle parole del capo dello Stato, non può ridursi a una celebrazione del passato: deve diventare coscienza civile e responsabilità per il presente.

La mattina del 12 agosto 1944, i reparti delle SS, con la complicità dei fascisti, entrarono in azione a Sant’Anna di Stazzema dando vita a una strage che avrebbe lasciato un segno indelebile nella storia italiana. Case e luoghi della comunità si trasformarono in scenari di morte. Furono colpiti soprattutto i più vulnerabili, persone che non rappresentavano un obiettivo militare, ma che vennero travolte dalla logica dell’annientamento.

Per Mattarella, Sant’Anna rappresenta proprio «un simbolo dell’abisso in cui le guerre possono precipitare», quando la violenza cancella la dignità dell’essere umano e l’orrore prende il posto di ogni principio di umanità.

Ma il messaggio del presidente guarda con nettezza anche all’oggi. «Le guerre sono tornate a gettare la loro ombra sui nostri giorni», osserva Mattarella, rilevando come «le volontà di potenza» e «i propositi di dominio» siano tornati ad affacciarsi, «manifestandosi in forme anche inedite».

È questo il passaggio che lega più direttamente la memoria di Sant’Anna alla contemporaneità. Ricordare non significa soltanto ricostruire ciò che è accaduto, ma riconoscere i segnali che possono condurre nuovamente alla negazione dell’altro, alla disumanizzazione e alla sopraffazione. Per questo, sottolinea il capo dello Stato, diventano essenziali le testimonianze e quelle coscienze capaci di trasmettere alle nuove generazioni esperienze e valori.

Il riferimento è chiaro: la democrazia non vive soltanto nelle istituzioni, ma anche nella capacità quotidiana di respingere violenza e odio, insieme al disprezzo per il pluralismo e per l’identità delle persone.

Sant’Anna di Stazzema, oggi luogo della memoria e sede del Parco Nazionale della Pace, assume così un significato che supera i confini della tragedia del 1944. È uno spazio nel quale il ricordo diventa educazione alla responsabilità e nel quale la memoria della vittime si intreccia con la difesa dei valori democratici nati dalla Resistenza e dalla Liberazione.

«Fare memoria», ricorda Mattarella, «oltre che atto di responsabilità» è anche «atto di liberazione che si rinnova». La vittoria sul nazifascismo aprì la strada alla rinascita democratica, ma quella conquista, avverte il presidente, non può essere considerata definitiva. Ogni generazione è chiamata a rafforzare e difendere le conquiste civili, perché i loro presupposti etici e le ragioni dell’impegno democratico devono essere continuamente rinnovati.

È forse questo il significato più profondo dell’anniversario di Sant’Anna: la memoria non è rivolta soltanto all’indietro. È uno strumento per leggere il presente e orientare il futuro.

Nel finale del suo messaggio, Mattarella ribadisce il dovere della Repubblica di ricordare gli innocenti — donne, anziani e bambini — uccisi senza pietà a Sant’Anna e nelle frazioni di Stazzema, vittime di una violenza che arrivò a oltraggiare e bruciare i corpi, calpestando ogni sentimento di umanità.

Ed è proprio davanti a quella disumanità che, secondo il presidente, si trovano le radici della Repubblica. Radici dolorose, ma essenziali. Perché ricordare Sant’Anna significa anche riaffermare, nel presente, che nessuna volontà di potenza, nessun progetto di dominio e nessuna ideologia possono cancellare la dignità della persona e il valore della libertà.

La Sindone, il miracolo e l’inganno: il romanzo di Daniele Cappa riapre il grande mistero

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A cura di Cinzia Cattaneo

Ci sono misteri che appartengono alla storia e altri che, in qualche modo, continuano a vivere oltre la storia. La Sindone appartiene a entrambe le categorie.

Da secoli quel telo è capace di dividere opinioni, alimentare studi, interrogare la scienza e parlare alla fede. Per alcuni è una delle reliquie più importanti della cristianità, per altri un oggetto dalla storia controversa, per tutti un simbolo di enorme potenza. Ma che cosa accadrebbe se, invece di domandarsi soltanto se quel telo sia autentico, si provasse a immaginare il momento esatto in cui qualcuno decise di crearlo? È questa la domanda da cui prende le mosse Il Sudario – L’inganno che divenne fede, il nuovo romanzo di Daniele Cappa, scrittore, giornalista e promotore culturale originario della provincia di Biella e oggi residente a Vercelli.

La risposta che Cappa affida alla narrativa è una storia di potere, fede, ambizione, segreti e manipolazione. Una storia che comincia nel 1277, nella Francia medievale, e che immagina la nascita di un progetto destinato a produrre qualcosa di molto più grande delle intenzioni dei suoi stessi artefici. Un miracolo. O, almeno, qualcosa che abbia tutte le caratteristiche per essere considerato tale.

La promessa

Siamo nella Francia del 1277, in un’Europa nella quale la religione non è soltanto una dimensione spirituale, ma anche una delle grandi forze che regolano la politica, gli equilibri sociali e i rapporti di potere. La Chiesa è un’autorità immensa. I rapporti con l’Impero sono delicati. Il consenso religioso ha un peso politico e i simboli della fede possono diventare strumenti di straordinaria efficacia. È in questo scenario che viene formulata una promessa tanto semplice quanto rischiosa: portare al Papa un miracolo. Una promessa che, una volta pronunciata, non può più essere ritirata.

Per trasformarla in realtà nasce un progetto segreto. Nel romanzo vengono coinvolti religiosi, artisti, artigiani e studiosi, ciascuno chiamato a mettere a disposizione una parte delle proprie competenze. Ma nessuno deve conoscere tutto.

La compartimentazione del segreto diventa una delle regole fondamentali dell’impresa. Ognuno sa soltanto ciò che deve sapere. Il silenzio è parte integrante del progetto. Perché l’obiettivo non è semplicemente realizzare un oggetto. L’obiettivo è creare qualcosa che abbia la forza di convincere. E qui il romanzo introduce la sua intuizione più inquietante: un miracolo non deve necessariamente essere vero per produrre effetti reali. Deve essere creduto. Da quel momento il lettore entra in una storia nella quale il confine tra artificio e fede diventa sempre più difficile da individuare.

Il vero mistero non è il telo

È probabilmente questo il punto nel quale Il Sudario si distingue dalle numerose opere che negli anni hanno affrontato il tema della Sindone. Cappa non scrive un saggio e non pretende di risolvere una controversia storica e scientifica che da secoli continua a suscitare discussioni. Non chiede al lettore di scegliere tra fede e scienza. Sceglie invece la strada della fiction e costruisce un’ipotesi narrativa. La domanda diventa molto più scomoda: se un oggetto nato da un inganno fosse capace di generare una fede autentica, quell’inganno cesserebbe di essere tale? È una domanda che non riguarda soltanto la Sindone. Riguarda il modo nel quale gli uomini costruiscono i simboli, attribuiscono significati agli oggetti, trasformano la memoria in tradizione e la tradizione in verità condivisa.

Un oggetto può essere costruito. Il suo significato, invece, può sfuggire completamente a chi lo ha costruito. È questo il paradosso che attraversa il romanzo.

Gli uomini possono fabbricare un’immagine, ma non possono necessariamente controllare ciò che quell’immagine diventerà.

Quando l’inganno diventa fede

Il titolo del romanzo è già una dichiarazione di intenti. Il Sudario. L’inganno che divenne fede. Non l’inganno contro la fede. Non l’inganno che distrugge la fede. L’inganno che diventa fede. È una differenza sottile, ma decisiva. Cappa porta il lettore nel momento in cui alcuni uomini possono ancora pensare di controllare ciò che stanno facendo. Sanno che stanno costruendo qualcosa. Sanno perché lo stanno facendo. Conoscono il rischio. Ma la storia che nascerà da quel progetto potrebbe essere molto più grande del progetto stesso. È qui che il romanzo smette di essere soltanto una storia sulla possibile origine di una reliquia e diventa una riflessione sul rapporto tra verità e percezione. Perché una convinzione può essere falsa nella sua origine e autentica nelle conseguenze? E se milioni di persone attribuiscono a un oggetto un significato spirituale, quel significato può essere considerato falso soltanto perché l’oggetto, all’origine, era stato concepito diversamente? Sono interrogativi che Cappa non risolve con una formula. Li lascia lavorare dentro il lettore.

Il vantaggio di conoscere il finale

C’è un apparente paradosso nella costruzione di Il Sudario. Il lettore sa già come dovrebbe finire. Sa che il misterioso telo immaginato dal romanzo è destinato a diventare, nei secoli, la Sindone. Eppure, questa consapevolezza non riduce il mistero. Lo sposta. Non interessa più soltanto sapere che cosa accadrà, ma come ci si arriverà. Chi ha concepito il progetto? Chi lo ha finanziato? Chi ne conosce la vera natura? Chi esegue gli ordini senza comprendere fino in fondo ciò a cui sta partecipando? E soprattutto, che cosa succede quando il risultato supera le intenzioni dei suoi creatori? È qui che il thriller storico assume una dimensione quasi psicologica. Il lettore conosce il futuro, ma non conosce la strada che conduce a quel futuro. E ogni pagina aggiunge un tassello a una costruzione nella quale il vero protagonista potrebbe essere proprio il segreto.

Una storia italiana che guarda a un pubblico internazionale

Il percorso del romanzo è interessante anche sul piano editoriale. Il Sudario è distribuito a livello globale da Amazon. Il libro è inoltre disponibile e prenotabile, oltre che su Amazon, presso librerie fisiche e online in diversi Paesi.

In Italia è presente attraverso Feltrinelli e IBS.

In Germania attraverso Hugendubel.

In Svizzera attraverso Orell Füssli.

Nel Regno Unito attraverso Foyles.

In Danimarca attraverso Saxo.

Nella Repubblica Ceca attraverso Libristo.

Negli Stati Uniti attraverso ThriftBooks, anche con riferimento al mercato di Washington, e Books-A-Million.

In Sudafrica attraverso Exclusive Book.

È una geografia editoriale che va ben oltre la dimensione nazionale.

Il romanzo nasce nel vercellese, passa attraverso l’esperienza di un autore che ha lavorato in diverse città italiane e arriva oggi a confrontarsi con lettori appartenenti a mercati culturali differenti. La materia narrativa, del resto, possiede già una vocazione internazionale. La Sindone non è un simbolo confinato a una sola città, a una sola nazione o persino a una sola tradizione culturale. È uno dei grandi oggetti simbolici della storia europea e della cristianità. Raccontarne una possibile origine significa quindi confrontarsi con un immaginario che non ha confini.

Il passaparola e l’ipotesi del cinema

Il crescente interesse intorno al romanzo sta alimentando anche una suggestione che, per il momento, deve essere trattata con prudenza. Attorno a Il Sudario circolano infatti indiscrezioni relative a un possibile interesse per un adattamento cinematografico. Non ci sono, al momento, annunci ufficiali né accordi da considerare conclusi. Ma la possibilità appare comprensibile osservando la materia narrativa del libro. La Francia medievale, i conventi, gli ambienti ecclesiastici, il laboratorio clandestino, gli uomini che lavorano nel segreto, le tensioni, i rituali e la costruzione progressiva del mistero hanno una forza visiva immediata.

È una storia che potrebbe facilmente trasformarsi in immagini. Un corridoio medievale. Una stanza illuminata dalle candele. Un gruppo di uomini che lavora su un oggetto del quale soltanto pochi conoscono il vero scopo. E, fuori, un mondo completamente ignaro di ciò che sta accadendo. Il cinema, però, è eventualmente una storia futura. Quella attuale è ancora una storia di carta. Ed è nelle pagine del romanzo che bisogna cercare la risposta.

La prospettiva di un autore ateo

C’è un altro aspetto che rende particolare il rapporto tra Cappa e la materia narrata. L’autore si definisce ateo, ma allo stesso tempo profondamente interessato alla spiritualità e alle grandi domande che accompagnano l’esistenza. Una posizione che nel romanzo non diventa una provocazione. Al contrario, gli consente di osservare il fenomeno religioso da una prospettiva narrativa non schierata. La Chiesa raccontata da Cappa è composta da uomini. Uomini devoti e uomini ambiziosi. Uomini che credono e uomini che dubitano. Uomini capaci di grandi intuizioni e di grandi errori.

La fede non viene ridotta a una caricatura e la Chiesa non viene trasformata nel semplice antagonista della storia.

Il vero oggetto dell’indagine è più profondo: è il comportamento umano davanti al bisogno di credere. Perché gli uomini cercano segni? Perché hanno bisogno di materializzare ciò che non possono vedere? E perché, una volta trovato un simbolo, sono disposti a difenderlo anche quando la sua origine diventa incerta?

Dal mistero medievale alle domande del presente

È probabilmente questo il motivo per cui una storia ambientata nel 1277 riesce a parlare anche al lettore contemporaneo. Il Sudario non riguarda soltanto un telo. Riguarda la costruzione delle convinzioni. Riguarda la forza delle immagini.

Riguarda il potere dei simboli. Riguarda il modo in cui un racconto, quando viene ripetuto abbastanza a lungo e inserito dentro una tradizione, può assumere una consistenza propria. In questo senso il Medioevo diventa quasi uno specchio del presente. Anche oggi gli uomini costruiscono narrazioni, attribuiscono significati, scelgono ciò a cui credere e trasformano immagini e racconti in convinzioni collettive.

Cambiano gli strumenti. Non cambia necessariamente il meccanismo umano. È questa la dimensione più contemporanea del romanzo di Cappa.

La vera domanda arriva alla fine

Quando si arriva alla conclusione, il lettore potrebbe accorgersi che il mistero iniziale è cambiato. All’inizio vuole sapere se la Sindone sia autentica. Poi vuole sapere come sia stata realizzata. Infine, si ritrova davanti a una domanda completamente diversa.

Che cosa rende vera una verità?

È l’origine? È la prova? È la fede? È il numero delle persone che la condividono? Oppure è la capacità di quella verità di attraversare il tempo e trasformare il modo nel quale gli uomini guardano il mondo? Il Sudario non pretende di fornire una risposta definitiva. E forse è proprio questa la sua scelta più intelligente. Perché un thriller che risolve ogni mistero finisce con l’ultima pagina. Un thriller che lascia una domanda aperta continua invece a vivere nella mente del lettore. La Sindone, in fondo, ha fatto esattamente questo per secoli. Ha continuato a interrogare. Ha continuato a dividere. Ha continuato a suscitare fede, dubbi, studi e interpretazioni. Il romanzo di Daniele Cappa prende quel mistero e lo riporta al suo possibile punto di partenza. A un gruppo di uomini. A una promessa. A un progetto clandestino. A un oggetto che non doveva soltanto essere visto. Doveva essere creduto. E forse è proprio qui che si trova la domanda più inquietante di tutto il romanzo:

quanto siamo disposti a credere a ciò che desideriamo sia vero?

Una domanda medievale solo in apparenza. Perché, a ben vedere, è una domanda che riguarda ancora noi.

Morte del bodyguard dopo il pestaggio: due fermi. Sospesa per 15 giorni la licenza della discoteca

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Due fermi e una discoteca con la licenza sospesa per quindici giorni. È il primo, pesante bilancio dell’inchiesta sulla morte di Antonio Perrotta, 34enne di Fuscaldo, deceduto dopo essere stato aggredito e picchiato all’esterno di una discoteca di Sangineto, dove lavorava come addetto alla sicurezza.

Sul fronte giudiziario, la Procura della Repubblica di Paola ha disposto il fermo di due persone ritenute coinvolte nella vicenda. Si tratta di due fratelli originari di Belvedere Marittimo, individuati dagli investigatori anche attraverso l’esame delle immagini degli impianti di videosorveglianza. I due, pur vivendo e lavorando all’estero, tornerebbero periodicamente nel paese d’origine e sono stati rintracciati proprio a Belvedere Marittimo.

Nelle prossime ore saranno ascoltati dal procuratore della Repubblica di Paola, Domenico Fiordalisi, nell’ambito degli accertamenti destinati a definire con maggiore precisione il loro ruolo nella drammatica sequenza culminata con la morte del giovane.

L’indagine è stata aperta per omicidio, con l’ipotesi, secondo quanto emerso finora, dell’aggravante dei futili motivi.

La lite, poi l’aggressione all’esterno

La ricostruzione investigativa prende le mosse da una discussione nata all’interno della discoteca. Un episodio che, stando agli elementi raccolti dagli inquirenti, sarebbe scaturito da motivi di scarsa rilevanza e che successivamente sarebbe degenerato una volta all’esterno del locale.

È lì che si sarebbe consumato il pestaggio ai danni di Perrotta.

A ricostruire ogni passaggio della serata sono gli investigatori della Squadra Mobile di Cosenza, del Commissariato di Diamante e i carabinieri delle Compagnie di Paola e Scalea. Un lavoro che ha messo insieme immagini di videosorveglianza e testimonianze raccolte nelle ore successive ai fatti.

Proprio le dichiarazioni di numerose persone ascoltate dagli investigatori, insieme agli elementi acquisiti attraverso le telecamere, avrebbero contribuito a delineare il quadro investigativo che ha portato la Procura di Paola a emettere i due provvedimenti di fermo.

Restano ora da chiarire tutti gli aspetti della dinamica, compreso il momento esatto in cui la discussione si sarebbe trasformata in violenza e il ruolo avuto da ciascuna delle persone coinvolte.

Il questore sospende la licenza del locale

Parallelamente all’inchiesta penale è arrivato anche il provvedimento dell’autorità di pubblica sicurezza. Il questore ha infatti disposto la sospensione per 15 giorni della licenza della discoteca di Sangineto nella quale Perrotta lavorava come addetto alla sicurezza.

La decisione, spiegano dagli uffici della Questura, è stata adottata sulla base degli atti predisposti e acquisiti dal Commissariato di Diamante, dalla Squadra Mobile della Questura di Cosenza e dal Comando Compagnia dei carabinieri di Paola.

Nel provvedimento viene evidenziato come, durante la serata danzante tra l’8 e il 9 agosto, all’interno del locale o nelle immediate vicinanze dell’uscita si siano verificati violenti scontri tra alcuni avventori e personale della sicurezza, dai quali sarebbe poi derivata la morte del giovane coinvolto nella vicenda.

La sospensione della licenza assume dunque anche un valore di prevenzione e di tutela dell’ordine e della sicurezza pubblica, mentre sul piano giudiziario saranno gli ulteriori accertamenti a stabilire responsabilità e dinamica dell’aggressione.

L’inchiesta, intanto, prosegue. Gli investigatori stanno ricostruendo minuto per minuto quella notte, cercando di dare un volto preciso alla violenza che ha trasformato una serata in discoteca in una tragedia e che è costata la vita, a soli 34 anni, ad Antonio Perrotta.