La confessione del mandante dell’attentato a Sigfrido Ranucci riaccende i riflettori non soltanto sull’inchiesta giudiziaria, ma anche sul clima nel quale si muove il giornalismo d’inchiesta in Italia. E mentre emergono nuovi elementi sul caso, dalla società civile e dal mondo politico arrivano messaggi di solidarietà al conduttore di Report e alla redazione del programma.
Tra le prime voci a levarsi è quella di Chiara Appendino, deputata del Movimento 5 Stelle, che affida a una nota una difesa netta del programma e del principio di libertà dell’informazione.
«Sto con Report. Punto», esordisce Appendino, rivendicando la natura trasversale delle inchieste realizzate dalla trasmissione. Un programma, sottolinea, che nel corso degli anni ha acceso i riflettori sui cosiddetti poteri forti, sulla destra, sulla sinistra e anche sulla stessa Appendino, quando ricopriva l’incarico di sindaca di Torino.
Proprio questa trasversalità, secondo la parlamentare, rappresenterebbe la prova che Report non può essere ricondotto a una precisa appartenenza politica. «Non è un programma di parte. È un programma libero», afferma, aggiungendo che il giornalismo indipendente va difeso soprattutto quando le sue inchieste diventano scomode.
Il punto centrale della presa di posizione riguarda però Ranucci. Il giornalista, ricorda Appendino, «si è trovato una bomba sotto casa» e, secondo quanto emerge dagli atti dell’inchiesta, sarebbe stato individuato come vittima dell’attentato, senza alcun coinvolgimento nelle condotte contestate agli altri protagonisti della vicenda.
Da qui la critica alle richieste di sospensione del conduttore avanzate da esponenti della maggioranza: per Appendino si rischia un paradosso nel quale chi ha subito un attentato finisce, di fatto, sul banco degli imputati. «Vogliono punire chi ha subìto l’attentato cercando di rendere la vittima il colpevole», sostiene la deputata, definendo questa impostazione non una manifestazione di garantismo, ma un messaggio potenzialmente intimidatorio rivolto all’intero mondo dell’informazione.
Il ragionamento di Appendino si sposta quindi dal singolo caso alla questione più ampia della libertà di stampa. Se un giornalista che conduce inchieste sui poteri e sulle dinamiche politiche ed economiche viene messo sotto pressione proprio dopo essere stato vittima di un attentato, il rischio, osserva la parlamentare, è che il caso assuma un significato che va oltre la vicenda personale di Ranucci.
Non manca, infine, un affondo sulle polemiche relative alle conversazioni private e alle cosiddette “chat”, diventate negli ultimi tempi terreno di scontro politico. Appendino contesta quella che considera una doppia morale: severità nei confronti delle comunicazioni degli avversari e maggiore indulgenza quando a essere coinvolti sono esponenti della propria area politica.
«Le chat scandalose sono sempre e solo quelle degli altri», afferma, citando anche le polemiche relative alla vicenda Delmastro e alle intercettazioni legate alle dinamiche finanziarie attorno a Mps.
Il messaggio conclusivo è una rivendicazione di principio, più che una semplice solidarietà personale: «Le inchieste non si spengono. Si difendono».
Una frase che sintetizza il nodo politico e civile aperto dalla vicenda Ranucci: il confine tra critica legittima a un programma televisivo e pressione sul lavoro di una redazione, soprattutto quando quella redazione è già stata colpita da un atto intimidatorio. E, più in generale, la domanda su quanto spazio debba essere garantito a un giornalismo capace di mettere in discussione, senza distinzioni di schieramento, chi esercita potere.
