A cura di Salvatore Guerriero Presidente Nazionale e Internazionale di PMI INTERNATIONAL – Confederazione delle Imprese nel Mondo.
Quando si osservano oggi l’economia italiana e quella tedesca, si ha spesso la tentazione di metterle a confronto come se rappresentassero due modelli alternativi: da una parte la Germania della grande industria, dei grandi gruppi e del Mittelstand; dall’altra l’Italia delle micro, piccole e medie imprese, dei distretti produttivi, delle aziende familiari e di una manifattura diffusa sul territorio. È una lettura comprensibile, ma non sufficiente a descrivere la realtà. Italia e Germania sono infatti due sistemi produttivi profondamente diversi nella struttura, ma straordinariamente interconnessi nella sostanza. Le loro imprese condividono filiere, mercati, tecnologie, forniture, investimenti e competenze. Una parte importante della forza industriale europea nasce proprio dall’interazione tra queste due economie.
È per questo che il confronto non dovrebbe trasformarsi nell’ennesima classifica tra chi è più bravo e chi lo è meno. Dovrebbe diventare, piuttosto, un’occasione per capire quali siano i punti di forza e le fragilità di due modelli che oggi sono entrambi chiamati a cambiare.
L’Italia ha costruito una parte straordinaria della propria ricchezza attraverso una rete capillare di imprese. Microimprese, aziende familiari, imprese artigiane, piccole industrie e medie aziende specializzate hanno rappresentato e continuano a rappresentare una delle più autentiche ricchezze del nostro Paese. In molti territori l’impresa non è soltanto un soggetto economico: è una parte della comunità, una custode di competenze, una realtà che trasmette conoscenze da una generazione all’altra e che mantiene vivo un patrimonio produttivo difficilmente replicabile altrove. Questa straordinaria diffusione imprenditoriale ha consentito all’Italia di conquistare posizioni di assoluto rilievo sui mercati internazionali. Moda, meccanica, agroalimentare, arredamento, design, componentistica, automazione, beni strumentali, nautica, farmaceutica e numerosi altri comparti dimostrano ogni giorno che una piccola o media impresa italiana può essere, nella propria nicchia, un’impresa di livello mondiale. Ma proprio la dimensione rappresenta oggi uno dei nodi che il nostro sistema deve affrontare con maggiore coraggio. Il problema dell’Italia non è avere troppe PMI. Il problema è che molte imprese, pur possedendo competenze, prodotti e mercati, non riescono a compiere il passaggio verso una struttura più solida, patrimonializzata, managerializzata e internazionale.
Crescere non significa necessariamente perdere l’identità. Significa acquisire la capacità di affrontare investimenti più importanti, assumere competenze qualificate, utilizzare maggiormente la tecnologia, aprirsi a nuovi capitali, costruire reti e aggregazioni, entrare stabilmente nei mercati esteri. Una piccola impresa può conservare la propria anima familiare e territoriale e, allo stesso tempo, diventare un’impresa internazionale.
È proprio su questo terreno che il confronto con il Mittelstand tedesco diventa particolarmente interessante. Il Mittelstand non è semplicemente una categoria statistica. È anche una cultura economica e imprenditoriale. È la capacità di un’impresa di essere fortemente radicata nel territorio e, contemporaneamente, fortemente proiettata verso il mondo. Molte aziende tedesche di medie dimensioni sono imprese familiari che hanno saputo investire per decenni in ricerca, formazione, tecnologia, specializzazione e internazionalizzazione, fino a diventare leader globali in mercati estremamente specifici. È una delle lezioni che l’Italia dovrebbe osservare con maggiore attenzione: non è necessario essere una grande multinazionale per essere protagonisti dell’economia mondiale. È possibile essere un’azienda familiare, rimanere profondamente legati al proprio territorio e allo stesso tempo diventare un riferimento internazionale.
Ma sarebbe un errore trasformare il Mittelstand in un modello perfetto e immutabile. Anche la Germania è davanti a una fase di profonda trasformazione. L’aumento dei costi energetici, la pressione burocratica e regolatoria, la carenza di personale qualificato, la concorrenza globale, la trasformazione dell’automotive, la necessità di accelerare sulla digitalizzazione e sull’intelligenza artificiale stanno mettendo alla prova un sistema industriale che per molti anni ha beneficiato di condizioni economiche e geopolitiche particolarmente favorevoli.
Il mondo è cambiato e sta cambiando rapidamente. Le vecchie certezze industriali non sono più sufficienti. La globalizzazione ha assunto forme nuove, le catene del valore stanno modificandosi, la Cina è contemporaneamente mercato e concorrente, l’energia è diventata una questione strategica e la tecnologia sta trasformando interi comparti produttivi. Di fronte a questa trasformazione, Italia e Germania si trovano davanti a due sfide quasi speculari.
L’Italia deve crescere senza perdere la propria flessibilità. Deve accompagnare le imprese che hanno capacità e potenzialità verso una maggiore dimensione, favorendo aggregazioni, reti d’impresa, accesso al capitale, managerializzazione, formazione e internazionalizzazione. La Germania deve invece trasformarsi senza perdere la propria forza industriale. Deve rendere il proprio sistema più agile, innovativo e resiliente, affrontando con decisione le nuove sfide energetiche, tecnologiche e geopolitiche. In entrambi i casi, tuttavia, emerge una verità che considero fondamentale: la produttività e la competitività non dipendono soltanto dalle dimensioni dell’impresa.
Esistono imprese italiane di medie dimensioni capaci di raggiungere livelli di produttività e specializzazione straordinari. Allo stesso modo, esistono imprese tedesche che oggi devono confrontarsi con problemi strutturali e con un contesto internazionale profondamente diverso da quello del passato. La vera competitività nasce dalla combinazione di molti fattori: capitale, tecnologia, organizzazione, competenze, ricerca, formazione, capacità manageriale e soprattutto capacità di conquistare mercati.
È qui che l’Europa deve cambiare prospettiva.
Non possiamo continuare a ragionare come se le nostre economie nazionali fossero sistemi isolati. La competizione globale non avviene più soltanto tra Italia e Germania, o tra Germania e Francia, o tra singoli Paesi europei. Avviene tra grandi sistemi economici e industriali. Gli Stati Uniti, la Cina, l’India, le nuove economie asiatiche e altri grandi protagonisti stanno costruendo rapidamente nuove capacità produttive, tecnologiche e finanziarie. L’Europa non può rispondere frammentando ulteriormente le proprie forze.
Deve fare esattamente il contrario. Deve mettere in rete le proprie eccellenze.
Ed è proprio per questo che Italia e Germania dovrebbero considerare la loro interdipendenza non come una debolezza, ma come un’opportunità strategica. Le filiere industriali tedesche hanno bisogno delle competenze e delle specializzazioni italiane. Molte imprese italiane hanno bisogno delle tecnologie, delle reti industriali e dei mercati tedeschi. Insieme possono costruire qualcosa di molto più forte di ciò che potrebbero realizzare separatamente. Non si tratta soltanto di aumentare gli scambi commerciali. Si tratta di sviluppare joint venture, ricerca comune, trasferimento tecnologico, formazione professionale, reti industriali, investimenti transfrontalieri e nuovi strumenti finanziari capaci di sostenere la crescita delle imprese.
È necessario costruire una nuova stagione di collaborazione industriale europea nella quale la grande impresa e la PMI non siano considerate realtà contrapposte, ma parti della stessa filiera. Una grande industria competitiva ha bisogno di una rete di fornitori innovativi e solidi. Una PMI competitiva ha bisogno di mercati, tecnologia, finanza e interlocutori capaci di accompagnarla nella crescita. Questo vale soprattutto per l’Italia.
Dobbiamo smettere di considerare la piccola dimensione come un destino. Una PMI deve poter rimanere piccola perché lo sceglie, perché quella dimensione è funzionale al proprio mercato e alla propria strategia. Ma non deve rimanere piccola perché non riesce ad accedere al credito, perché non trova competenze, perché non dispone di strumenti manageriali o perché il sistema amministrativo rende troppo difficile crescere. La politica industriale del futuro dovrebbe avere un obiettivo preciso: non trasformare tutte le piccole imprese in grandi imprese, ma consentire a ogni impresa con potenzialità di crescita di poter crescere.
È una differenza sostanziale.
Allo stesso tempo, anche la Germania dovrà affrontare una trasformazione culturale. La solidità del Mittelstand non può diventare conservatorismo. La tradizione industriale deve incontrare l’intelligenza artificiale, la digitalizzazione, le nuove tecnologie energetiche, i nuovi materiali, la transizione verso modelli produttivi più efficienti e una nuova generazione di lavoratori e imprenditori. Alla fine, però, c’è una questione che accomuna profondamente i due Paesi: il capitale umano. Non esiste competitività senza persone qualificate. Non esiste innovazione senza giovani preparati. Non esiste internazionalizzazione senza manager capaci di comprendere lingue, mercati, finanza, tecnologia e culture differenti. E non esiste continuità industriale senza un efficace passaggio generazionale.
Questa è forse la sfida più importante e meno visibile.
Possiamo finanziare gli investimenti, costruire infrastrutture, incentivare la digitalizzazione e sostenere la ricerca, ma se non formiamo le persone che dovranno utilizzare quelle tecnologie e guidare quelle imprese, rischiamo di costruire strumenti senza costruire futuro.
Da Presidente della CONFEDERAZIONE DELLE IMPRESE NEL MONDO – PMI INTERNATIONAL considero quindi il confronto tra Italia e Germania non una semplice analisi economica, ma una questione strategica per l’intera Europa. L’Italia non deve diventare la Germania. La Germania non deve diventare l’Italia. Ciascun Paese deve valorizzare ciò che ha costruito e, contemporaneamente, correggere ciò che non funziona più. L’Italia deve trasformare la propria straordinaria cultura della piccola impresa in una cultura della crescita, dell’aggregazione e dell’internazionalizzazione. Deve aiutare le imprese migliori a diventare più solide, più capitalizzate, più tecnologiche e più presenti nel mondo. La Germania deve conservare la propria capacità industriale, ma renderla più flessibile e adeguata alla nuova realtà globale. E l’Europa deve fare ciò che finora ha fatto troppo poco: costruire una vera politica industriale comune, capace di sostenere le imprese europee nella competizione mondiale senza soffocarle sotto il peso della burocrazia.
Il futuro dell’industria europea non può essere soltanto una questione di incentivi. Deve essere una questione di strategia. Dobbiamo decidere quali tecnologie vogliamo sviluppare, quali filiere vogliamo proteggere, quali mercati vogliamo conquistare, quali competenze dobbiamo formare e quale ruolo vogliamo avere nel nuovo equilibrio economico mondiale. Italia e Germania possono svolgere un ruolo decisivo in questo processo. La prima possiede una straordinaria capacità di innovazione diffusa, creatività, manifattura specializzata e flessibilità imprenditoriale. La seconda possiede una fortissima cultura industriale, una grande capacità di organizzazione delle filiere, ricerca, tecnologia e internazionalizzazione.
Mettere insieme queste caratteristiche potrebbe rappresentare una delle più importanti opportunità per l’industria europea. Per questo non credo che la domanda del futuro debba essere: chi è più forte, l’Italia o la Germania? La domanda vera è un’altra: quanto possono diventare più forti l’Italia e la Germania se imparano a crescere insieme?
È da questa prospettiva che dobbiamo guardare al futuro. L’impresa italiana non deve rinunciare alla propria identità per diventare internazionale. Deve portare nel mondo ciò che sa fare meglio. Il Mittelstand tedesco non deve rinunciare alla propria tradizione industriale. Deve trasformarla in una nuova capacità di competere. E l’Europa deve finalmente comprendere che la propria forza non nasce dalla dimensione delle sue istituzioni, ma dalla competitività delle sue imprese, dalla qualità del suo capitale umano e dalla capacità di trasformare conoscenza, lavoro e innovazione in valore.
Questa, a mio avviso, è la vera sfida della nuova industria europea. Non scegliere tra Italia e Germania. Costruire, attraverso Italia e Germania, un’Europa capace di competere nel mondo.
