Ventinove milioni di dollari. È la cifra che una giuria di Chicago ha riconosciuto alla famiglia di Michael Ryan, ingegnere irlandese del Programma alimentare mondiale delle Nazioni Unite, morto nel disastro del Boeing 737 Max di Ethiopian Airlines del marzo 2019. Una somma che si colloca tra i risarcimenti più elevati finora assegnati nell’ambito delle cause civili legate ai due incidenti che, nell’arco di appena cinque mesi, misero sotto accusa il nuovo modello di Boeing e provocarono complessivamente 346 vittime.
Ryan era a bordo del volo Ethiopian Airlines partito da Addis Abeba e diretto a Nairobi. Il Boeing precipitò a meno di sei minuti dal decollo, senza lasciare superstiti: morirono tutte le 157 persone presenti sull’aereo.
La battaglia della vedova
A portare Boeing davanti a una giuria è stata Naoise Nee Connolly, vedova di Ryan, che ha scelto di non accettare la proposta transattiva avanzata dalla casa costruttrice. Una decisione tutt’altro che scontata, considerando che Boeing ha raggiunto accordi con la maggior parte delle famiglie delle vittime senza rendere pubblici gli importi.
La famiglia Ryan ha invece deciso di affrontare il processo, chiedendo che fosse una giuria a stabilire il valore della perdita. Una scelta che ha trasformato il procedimento in uno dei casi civili più significativi scaturiti dalla tragedia del 737 Max.
Ryan non era soltanto un funzionario internazionale. Nel corso della sua attività per le Nazioni Unite aveva lavorato in contesti umanitari estremamente difficili, compresa la risposta all’epidemia di Ebola in Liberia e l’assistenza ai rifugiati Rohingya. La sua morte, dunque, ha privato la famiglia e l’organizzazione internazionale di una figura impegnata per anni nelle emergenze più complesse.
Il rifiuto del «denaro insanguinato»
Ancora più netta è stata la posizione della vedova rispetto ai pagamenti volontari messi a disposizione da Boeing per le famiglie delle vittime. Connolly li aveva definiti «denaro insanguinato», scegliendo di destinare a una fondazione per la sicurezza aerea la propria quota, pari a 1,65 milioni di dollari.
Il gesto ha dato alla vicenda giudiziaria una dimensione che va oltre il semplice risarcimento economico: l’obiettivo dichiarato era contribuire a rafforzare la sicurezza dell’aviazione e fare in modo che tragedie analoghe non si ripetessero.
Il nodo del software anti-stallo
I due disastri del 737 Max — quello di Lion Air in Indonesia nell’ottobre 2018 e quello di Ethiopian Airlines nel marzo 2019 — hanno avuto un elemento tecnico comune: il sistema MCAS, il software progettato per intervenire sull’assetto dell’aereo e prevenire uno stallo.
Boeing ha riconosciuto le proprie responsabilità negli incidenti e si è scusata pubblicamente con le famiglie delle vittime. Nel caso Ryan, come negli altri procedimenti, il confronto giudiziario ha riportato al centro le accuse relative alla progettazione e alla gestione del sistema di controllo del velivolo.
Un precedente dopo l’altro
Il verdetto sulla famiglia Ryan arriva dopo un’altra importante sentenza pronunciata a Chicago. A maggio, una giuria aveva infatti stabilito un risarcimento di 49,5 milioni di dollari a favore della famiglia di Samya Stumo, 24 anni, anche lei tra le vittime del volo Ethiopian Airlines.
Gli avvocati della famiglia Stumo avevano accusato Boeing di negligenza, sostenendo che le carenze nella progettazione e nella comunicazione relative al sistema MCAS avessero contribuito alla tragedia.
I due verdetti confermano così una linea giudiziaria particolarmente severa nei confronti del costruttore americano. Dietro le cifre, tuttavia, resta una questione che nessun risarcimento può davvero quantificare: la perdita di 346 vite in due incidenti che hanno cambiato per sempre la storia recente dell’aviazione commerciale e costretto Boeing a confrontarsi con una delle crisi reputazionali e industriali più profonde della propria storia.
