28 Ottobre 2026, mercoledì
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Milo Yiannopoulos arrestato dall’Ice a New Orleans: l’ex enfant terrible della destra verso l’espulsione

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È finita sotto la custodia dell’Immigration and Customs Enforcement la permanenza negli Stati Uniti di Milo Yiannopoulos, il controverso commentatore britannico noto per le sue posizioni provocatorie e per la sua vicinanza agli ambienti dell’estrema destra americana.

Yiannopoulos è stato arrestato all’aeroporto di New Orleans dagli agenti dell’Ice, l’agenzia federale incaricata dei controlli sull’immigrazione e delle espulsioni. Alla base del fermo ci sarebbe la sua mancata presentazione a un’udienza sull’immigrazione fissata nel mese di luglio.

Secondo il Dipartimento della Sicurezza interna degli Stati Uniti, l’assenza davanti al giudice ha avuto conseguenze immediate: nei confronti di Yiannopoulos è stato emesso un ordine definitivo di espulsione.

L’ingresso negli Stati Uniti e il soggiorno oltre i termini

La vicenda, secondo la ricostruzione fornita dal portavoce del Dhs, risale all’ingresso di Yiannopoulos negli Stati Uniti. Il commentatore britannico sarebbe entrato legalmente nel Paese il 14 maggio 2019, passando da New York.

Successivamente, però, avrebbe prolungato la propria permanenza oltre il periodo autorizzato. Una violazione che, nelle parole del portavoce del Dipartimento della Sicurezza interna, non sarebbe stata una semplice irregolarità amministrativa: Yiannopoulos avrebbe infatti «scelto di trattenersi oltre il periodo consentito, violando le leggi del nostro Paese».

La mancata comparizione all’udienza prevista per luglio avrebbe quindi aggravato la sua posizione sul piano migratorio, fino alla decisione del giudice di disporne l’espulsione.

Dalla provocazione politica al provvedimento di espulsione

Il nome di Yiannopoulos è da anni legato alle battaglie culturali più divisive della destra radicale anglosassone. Britannico, divenuto una figura di spicco negli ambienti conservatori statunitensi grazie a un linguaggio volutamente provocatorio e a una costante esposizione mediatica, nel corso degli anni ha costruito la propria notorietà anche attraverso polemiche e controversie.

Ora, però, a prevalere non sono le sue battaglie politiche o le sue provocazioni, ma la sua posizione sul piano dell’immigrazione.

Il Dipartimento della Sicurezza interna ha fatto sapere che Yiannopoulos rimarrà sotto custodia dell’Ice in attesa dell’espulsione. Il fermo segna così un passaggio decisivo in una vicenda che si trascina da anni e che, almeno per il momento, sembra destinata a concludersi fuori dagli Stati Uniti.

La sua detenzione a New Orleans riporta inoltre al centro dell’attenzione il rigore con cui le autorità americane stanno applicando le norme nei confronti di chi rimane nel Paese oltre i termini consentiti e non rispetta gli appuntamenti fissati nell’ambito delle procedure migratorie.

Sanità, è scontro sulle emergenze: Sereni (Pd) attacca il governo sulla nomina di Monti

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La gestione delle emergenze sanitarie torna al centro del confronto politico. A sollevare il caso è Marina Sereni, responsabile Sanità e Salute nella segreteria nazionale del Partito democratico, che chiede al governo di chiarire le indiscrezioni relative alla possibile nomina del dottor Monti alla guida del dipartimento del Ministero della Salute deputato alla gestione delle emergenze. Il nodo, per Sereni, riguarda innanzitutto la coerenza tra il profilo professionale del candidato e le responsabilità connesse a un incarico tanto delicato. La dirigente dem parla di una scelta che, qualora le notizie riportate dalla stampa venissero confermate, rappresenterebbe «l’ennesimo scempio al Ministero della Salute».

Nel mirino finisce in particolare la formazione professionale di Monti, odontoiatra, che secondo quanto riferito da Sereni si sarebbe dimesso dall’Ordine professionale proprio nel periodo della pandemia da Covid-19, in concomitanza con l’introduzione dell’obbligo vaccinale. Un elemento che la responsabile Sanità del Pd considera politicamente e professionalmente rilevante alla luce del ruolo che il candidato sarebbe chiamato a ricoprire.

Ma la polemica non si ferma ai requisiti professionali. Sereni mette infatti in discussione anche il metodo con cui sarebbe stata individuata la figura destinata a un incarico strategico per il funzionamento della macchina sanitaria nazionale. Secondo l’esponente dem, la selezione apparirebbe «costruita su misura del percorso professionale del dott. Monti» e sarebbe legata anche alle sue presunte frequentazioni e amicizie politiche nell’area di Fratelli d’Italia.

È un’accusa che investe direttamente il governo Meloni e, più in generale, il tema della qualità delle nomine nelle strutture pubbliche. Per il Pd, la gestione delle emergenze sanitarie richiede competenze, esperienza e autorevolezza istituzionale, soprattutto dopo gli anni della pandemia, che hanno mostrato quanto siano decisive la preparazione tecnica e la capacità di coordinamento nei momenti di crisi.

«Ma quando smetterà il Governo Meloni di preoccuparsi solo delle poltrone e si metterà a lavorare a favore della salute dei cittadini?», domanda provocatoriamente Sereni, chiede all’esecutivo di interrompere l’iter e di fornire immediatamente chiarimenti. La questione, dunque, non riguarda soltanto una singola nomina. Sullo sfondo si apre una discussione più ampia sul rapporto tra competenza e appartenenza politica nella scelta dei vertici della sanità pubblica, soprattutto quando gli incarichi riguardano la risposta alle emergenze. Un terreno sul quale, dopo l’esperienza del Covid, ogni scelta destinata a incidere sulla capacità operativa del Servizio sanitario nazionale è inevitabilmente destinata a essere sottoposta a un esame particolarmente rigoroso.

Travolto e incastrato nel mezzo agricolo: 59enne muore mentre raccoglieva barbabietole nel Padovano

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È finita nel modo più drammatico una mattinata di lavoro nei campi di Tribano, nel Padovano. Un uomo di 59 anni ha perso la vita mentre era impegnato nelle operazioni di raccolta delle barbabietole su un terreno agricolo. La dinamica dell’incidente è ora al vaglio delle autorità intervenute sul posto.

L’allarme è scattato questa mattina, quando il lavoratore è rimasto incastrato all’interno di un mezzo agricolo utilizzato per la raccolta. Una situazione che ha richiesto l’intervento immediato dei Vigili del fuoco.

La squadra di soccorso è arrivata sul posto alle 7:35. I pompieri hanno operato per liberare l’uomo e successivamente hanno provveduto alla messa in sicurezza del mezzo coinvolto nell’incidente. Ogni tentativo, però, si è rivelato vano: il 59enne era già privo di vita.

Sul luogo della tragedia sono intervenuti anche i carabinieri di Tribano, chiamati a effettuare gli accertamenti necessari per ricostruire con precisione quanto accaduto e chiarire le circostanze dell’incidente.

Ancora una volta, dunque, un’attività agricola si trasforma in una tragedia sul lavoro. Saranno gli accertamenti degli investigatori a stabilire cosa sia successo nei momenti precedenti all’incidente e se vi siano eventuali responsabilità o condizioni di sicurezza da verificare.

Migranti e Conigliette

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Immagine rielaborata con AI da Daniele Cappa per La Notte

A cura di Gilberto Borzini

Terminato il rito consumistico collettivo delle vacanze estive trascorse al mare le adolescenti tornano in città indossando la nuova divisa distintiva composta da pantaloncini e top, esibendosi gioiosamente seminude davanti agli occhi di chi quel mare lo ha attraversato tra mille difficoltà.

Potrebbe essere una questione di decoro, ma non lo è.

Se ne potrebbe fare un ragionamento di morale ma non è nelle mie corde.

Diciamo piuttosto che si tratta di motivi di convenienza, ovvero se sia opportuno o meno sventolare la propria estetica davanti agli occhi di chi di quell’estetica sente un bisogno primario, fisiologico.

E aggiungo: lecito domandarsi perché mai la nuova divisa adolescenziale femminile sia composta da pantaloncini e top, accompagnati da stivali più o meno da vaccari.

L’adolescenza si accompagna con la ricerca di un’omologazione, di una forma di vestiario caratterizzante. Top e pantaloncini per le ragazze, maglie stazzonate e brache da basket per i maschi definiscono il paesaggio adolescenziale urbano mettendo esplicitamente in evidenza la precoce maturità femminile rispetto ai coetanei maschi sempre un po’ ciondoloni rispetto alle colleghe.

La questione diventa sociale, e travalica il semplice stile di riferimento, quando la divisa indossata e partecipata diviene esplicitamente erotizzante, trasformando le adolescenti in un nuovo esercito di conigliette, nella nuova ondata di prodotti in circolazione, pronti alla vendita o al noleggio, in una società dei consumi dove gli stessi consumatori sono essi stessi prodotti di consumo.

La questione diviene economica quando una categoria adolescenziale si percepisce socialmente adeguata solamente rientrando nella categoria di prodotto di consumo assegnata, se si conferma ai propri e agli altrui occhi solo in quanto grazioso prodotto da consumare in nome dell’estetica manifestata.

La questione diventa politica quando bande di conigliette sfilano davanti allo sguardo di eserciti di giovani maschi di diversa cultura e appartenenza che in quei corpi individuano essenzialmente ciò che da quei corpi e da quelle movenze viene rappresentato, ovvero un prodotto di consumo da consumarsi rapidamente, dato che gioventù e bellezza hanno per natura date di scadenza ravvicinate.

Certo, diranno i soloni della libertà fasulla, ognuno sia libero di travestirsi come vuole e l’altro freni l’istinto ed eserciti la dote del rispetto.

Ma vale la pena allora chiedersi se l’esibirsi sia atto di libertà, se il mostrarsi definisca autonomia, se il proporsi coincida con l’emancipazione, e personalmente ritengo proprio di no.

E se l’esibirsi, il mostrarsi e il proporsi non sono manifestazioni di libertà ma imposizioni del contesto economico che vuole ognuno prodotto e compratore, forse conviene cercare un differente  modello di rappresentazione di sé, altrimenti ha ben poco valore il lamentarsi se il diverso osa ciò che non dovrebbe osare affermando nell’atto dell’osare il suo diritto di consumatore, il suo diritto di prigioniero nel cercare evasione e libertà, il suo diritto di emarginato a vendicare il proprio disagio moltiplicato nei luoghi in cui aveva sognato accoglienza e vita.

Se il concetto di Libertà termina nella libertà altrui, in una società complessa e articolata il limite e il confine vanno calcolati attentamente, e il pudore conseguentemente.

Sarebbe bello, allora, immaginare una gioventù elegante e sobria.

Pamela, ancora vandalizzato il memoriale a Roma. La madre: “Un gesto mirato e premeditato”

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Ancora una volta, il ricordo di Pamela Mastropietro finisce nel mirino dei vandali. A denunciare l’ennesimo episodio è Alessandra Verni, madre della 18enne romana uccisa a Macerata nel 2018, che torna a chiedere attenzione su quello che considera un gesto tutt’altro che casuale.

Nel luogo di memoria dedicato alla figlia, a Roma, qualcuno ha asportato e distrutto la fotografia di Pamela. Un atto che, secondo la madre, presenta elementi incompatibili con una semplice bravata.

“Ancora una volta mi trovo costretta a denunciare l’ennesimo sgarbo e atto vandalico ai danni del luogo di memoria dedicato a mia figlia Pamela”, racconta Verni. A colpirla, in particolare, sono le modalità con cui è stata rimossa la fotografia: la cornice, spiega, non era semplicemente appoggiata, ma fissata e assicurata con una catena metallica.

Un dettaglio che porta la donna a ritenere che chi abbia agito fosse consapevole di ciò che stava facendo e avesse con sé gli strumenti necessari per rimuovere la cornice.

“È stata asportata e distrutta la sua foto. Chi ha compiuto questo gesto non ha agito d’impulso: la cornice era fissa e assicurata con una catena in metallo. Questo significa che chi è arrivato sul posto era ben attrezzato con strumenti idonei a tagliarla o forzarla”, sottolinea.

Da qui la conclusione della madre: “Si è trattato di un’azione mirata e premeditata”.

Non è, peraltro, la prima volta che il luogo dedicato alla memoria della giovane viene danneggiato. Alessandra Verni aveva già denunciato in passato episodi vandalici analoghi, trasformando ogni nuovo gesto contro quel memoriale in una ferita che si aggiunge a una tragedia familiare mai rimarginata.

Il memoriale rappresenta infatti qualcosa di più di uno spazio fisico: è il punto in cui il ricordo privato di una figlia diventa anche memoria pubblica. Per questo, ogni danneggiamento assume per la madre un significato particolarmente doloroso.

La nuova denuncia riaccende così l’attenzione sulla necessità di tutelare i luoghi della memoria, soprattutto quando diventano simboli di vicende che hanno profondamente segnato l’opinione pubblica. Nel caso di Pamela, la fotografia sottratta non è soltanto un’immagine: per la sua famiglia rappresenta la presenza, il volto e il ricordo di una ragazza la cui vita è stata spezzata a soli 18 anni.

Ora resta da chiarire chi abbia compiuto il gesto e per quale motivo. Ma per Alessandra Verni una cosa appare già evidente: la modalità dell’azione rende difficile archiviarla come una semplice bravata.

Anthropic, il Pentagono perde in tribunale: “Il bando è illegittimo, viola il Primo emendamento”

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Il muro eretto dal Pentagono contro Anthropic non regge alla prova del tribunale. La giudice federale Rita Faye Lin, della Corte distrettuale degli Stati Uniti per il Distretto settentrionale della California, ha stabilito che l’inserimento della società di intelligenza artificiale nella “lista nera” del Dipartimento della Difesa è stato illegittimo.

Al centro della decisione c’è una questione che va ben oltre il rapporto, sempre più delicato, tra governo americano e aziende tecnologiche: i limiti che l’amministrazione può incontrare quando un provvedimento pubblico assume i contorni di una ritorsione per le posizioni espresse da un’impresa.

Nella sentenza, lunga quasi 60 pagine, la giudice accoglie le principali argomentazioni di Anthropic e definisce particolarmente grave la condotta contestata al governo. Secondo Lin, dagli atti emerge che le misure adottate nei confronti della società hanno costituito una “ritorsione illegittima” in violazione del Primo emendamento della Costituzione statunitense.

Non solo. La Corte rileva anche un secondo profilo di illegittimità: prima dell’adozione del provvedimento restrittivo, ad Anthropic non sarebbe stata garantita la procedura prevista dal Quinto emendamento, che tutela il diritto a un giusto procedimento.

La conclusione della giudice è dunque netta: la restrizione imposta alla società è stata “arbitraria e capricciosa”.

Il nodo del Primo emendamento

La portata della sentenza è particolarmente significativa perché investe direttamente il rapporto tra libertà costituzionali e potere esecutivo. Il Primo emendamento tutela, tra l’altro, la libertà di espressione e limita l’uso del potere pubblico come strumento di punizione nei confronti di chi assume determinate posizioni.

È proprio questo, secondo la Corte, il punto decisivo nel caso Anthropic. Gli elementi agli atti, ritenuti incontestati, avrebbero dimostrato che l’azione del governo non si è limitata a una valutazione tecnica o contrattuale dell’azienda, ma ha assunto i caratteri di una ritorsione.

La distinzione è tutt’altro che formale. Un’amministrazione può stabilire regole, porre condizioni e tutelare interessi di sicurezza nazionale; ciò che non può fare, secondo il principio costituzionale richiamato dalla giudice, è utilizzare il proprio potere per colpire un soggetto in risposta a un’espressione o a una posizione tutelata dalla Costituzione.

Anche il procedimento finisce sotto accusa

La sentenza non si ferma però alla libertà di espressione. La giudice individua anche un problema di natura procedurale.

Prima di imporre una misura così incisiva nei confronti di Anthropic, sostiene Lin, alla società non sarebbe stata assicurata la possibilità di beneficiare delle garanzie previste dal Quinto emendamento. In altre parole, non sarebbe stato rispettato il percorso procedurale necessario prima di adottare il provvedimento restrittivo.

È un passaggio importante perché aggiunge alla contestazione costituzionale sul Primo emendamento quella relativa al corretto esercizio del potere amministrativo. La decisione, quindi, non mette in discussione soltanto il contenuto della misura adottata dal Pentagono, ma anche il modo in cui quella misura è stata concepita e applicata.

Un precedente rilevante per il rapporto tra Washington e l’industria dell’IA

La vicenda assume un peso particolare in un momento in cui il governo statunitense guarda alle società di intelligenza artificiale come a interlocutori strategici per la sicurezza nazionale, la difesa e lo sviluppo tecnologico.

La sentenza della Corte californiana introduce così un limite preciso: la collaborazione tra Stato e industria dell’IA non può trasformarsi in uno spazio sottratto alle garanzie costituzionali.

Il caso Anthropic diventa quindi un banco di prova per un rapporto destinato a diventare sempre più stretto ma anche più complesso. Da una parte ci sono le esigenze del Pentagono, legate alla sicurezza e all’impiego delle tecnologie di IA; dall’altra, aziende private che rivendicano autonomia nelle proprie scelte e nelle proprie posizioni pubbliche.

Con la sua decisione, la giudice Lin ricorda che anche nel terreno sensibile della sicurezza nazionale il potere esecutivo resta sottoposto ai vincoli della Costituzione.

E, in questo caso, secondo la Corte, quei limiti sono stati superati.

Hormuz, gli Usa rimuovono le mine iraniane: “Le rotte internazionali sono di nuovo libere”

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Le rotte internazionali dello Stretto di Hormuz sono state liberate dalle mine navali iraniane. A ufficializzare la conclusione dell’operazione è stato l’ammiraglio Brad Cooper, comandante del Comando centrale degli Stati Uniti (Centcom), che in un video pubblicato su X ha annunciato che le forze armate americane hanno “rimosso con successo le mine navali presenti nelle rotte di navigazione internazionali dello Stretto”.

Secondo Cooper, gli ordigni erano stati posizionati mesi fa dal Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica iraniano. Ora, ha spiegato il comandante americano, “le rotte di transito riconosciute a livello internazionale nello Stretto sono libere da mine iraniane”, grazie a un’operazione condotta dai militari statunitensi in condizioni particolarmente complesse.

Una bonifica condotta nel massimo riserbo

L’intervento non si è limitato a un’unica componente delle forze armate. La Marina statunitense ha impiegato sommozzatori e Navy Seal, affiancati da risorse aeree e operative provenienti da Esercito, Marina, Aeronautica e Corpo dei Marines.

Una combinazione di uomini e mezzi che ha consentito di intervenire sui corridoi storicamente utilizzati dalla navigazione internazionale attraverso Hormuz. Cooper ha definito il lavoro “meticoloso e discreto”, sottolineando il livello di rischio affrontato dalle squadre impegnate nella bonifica.

“Le condizioni sono state a dir poco difficili e pericolose, ma abbiamo portato a termine la missione”, ha dichiarato l’ammiraglio.

Nel corso del messaggio, Cooper ha inoltre mostrato una carta nautica sulla quale è indicato il sistema di separazione del traffico marittimo riconosciuto a livello internazionale: proprio quei corridoi rappresentano una delle arterie più strategiche per il commercio e per l’approvvigionamento energetico mondiale.

Quasi 1.500 navi assistite

La rimozione delle mine, secondo il Centcom, si inserisce in un’operazione più ampia finalizzata a garantire la navigabilità dello Stretto e a sostenere il blocco navale imposto dagli Stati Uniti all’Iran.

Cooper ha ringraziato i militari americani impegnati nella regione, parlando di “un lavoro eccezionale” svolto da una forza complessiva di circa 50mila uomini.

I numeri forniti dal comandante danno la misura dell’attività condotta negli ultimi mesi: quasi 1.500 navi commerciali sono state assistite nel passaggio attraverso Hormuz, con un sistema di protezione coordinata.

A bordo di quelle navi viaggiavano complessivamente quasi 750 milioni di barili di greggio, destinati ai mercati energetici internazionali. Un flusso di dimensioni enormi, che rende evidente il peso strategico dello Stretto: ogni interruzione del traffico può infatti avere ripercussioni ben oltre il Golfo Persico, incidendo direttamente sull’equilibrio dei mercati energetici globali.

Washington rivendica il successo del blocco

Nel bilancio tracciato da Cooper c’è anche un dato particolarmente significativo sul fronte iraniano. Mentre le forze statunitensi hanno garantito il transito verso l’esterno del Golfo di centinaia di milioni di barili di greggio, l’Iran, secondo quanto riferito dal Centcom, non avrebbe esportato neppure un barile di petrolio dalle proprie coste da quando il blocco navale americano è stato ripristinato, a metà luglio.

“L’azione Usa si è rivelata estremamente efficace”, ha sostenuto l’ammiraglio.

La linea adottata da Washington, nelle parole di Cooper, è stata netta: nessuna nave sarebbe entrata o uscita da un porto iraniano senza il via libera americano, con un’unica eccezione per i transiti autorizzati per ragioni umanitarie.

Hormuz torna operativo, ma resta il nodo geopolitico

Il messaggio del Centcom arriva dunque con una doppia valenza. Da un lato, l’annuncio della bonifica delle rotte internazionali dalle mine rimuove una delle minacce più immediate alla sicurezza della navigazione. Dall’altro, la rivendicazione del controllo sui movimenti marittimi iraniani conferma quanto lo Stretto resti al centro della contrapposizione tra Washington e Teheran.

“Le rotte di navigazione internazionali sono aperte e l’attività è in crescita”, ha concluso Cooper.

Per gli Stati Uniti, la missione rappresenta così un risultato operativo e strategico insieme: mantenere aperto uno dei passaggi marittimi più delicati del pianeta, proteggere il traffico commerciale e, contemporaneamente, esercitare una forte pressione sull’Iran attraverso il controllo dei suoi collegamenti marittimi.

Addio a Harald V, la Norvegia perde il suo re più longevo d’Europa

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La Norvegia si ferma per l’ultimo saluto a Harald V. Il re è morto alle 6:35 di venerdì 28 agosto, all’età di 89 anni, al Rikshospitalet di Oslo, l’ospedale nazionale dove era stato ricoverato l’11 giorni prima in seguito a un controllo medico.

A dare la notizia è stata la Casa reale norvegese. Harald, il monarca più anziano d’Europa, era affetto da anemia emolitica, una patologia del sangue caratterizzata dalla distruzione dei globuli rossi a una velocità superiore alla loro naturale produzione. Nelle ultime ore, il quadro clinico si è ulteriormente aggravato a causa di un’infezione batterica nel sangue.

La notizia ha rapidamente attraversato Oslo, dove già dalla giornata di giovedì numerosi cittadini avevano cominciato a raggiungere il Palazzo reale per deporre fiori. Un gesto spontaneo che restituisce la misura del rapporto particolare costruito negli anni tra Harald e il suo Paese: una monarchia discreta, poco incline alla spettacolarizzazione e profondamente legata alla quotidianità nazionale.

Il passaggio della Corona

Con la morte di Harald V si apre ora una nuova fase per la monarchia norvegese. Sul trono è destinato a salire il principe Haakon, 53 anni, che assumerà la guida della Corona insieme alla moglie, la principessa Mette-Marit.

Il passaggio di consegne arriva dopo un lungo periodo nel quale Haakon ha progressivamente affiancato il padre nelle funzioni istituzionali, anche in considerazione delle condizioni di salute del sovrano.

Harald, del resto, aveva continuato fino all’ultimo a svolgere, per quanto possibile, i propri impegni pubblici. Nonostante l’età avanzata e le difficoltà fisiche, spesso aiutato da un bastone, aveva mantenuto una presenza significativa nella vita ufficiale del Paese.

Tra gli appuntamenti più recenti, anche l’incontro con la Nazionale di calcio norvegese, accolta al rientro in patria dopo la qualificazione ai quarti di finale dei Mondiali. Un’immagine che racconta bene lo stile del sovrano: lontano dai riflettori della politica, ma costantemente presente nei momenti capaci di unire la comunità nazionale.

Un autunno che non arriverà

Fino a pochi giorni fa, Harald e la regina Sonja avevano in programma una serie di visite ufficiali in diversi comuni della Norvegia durante l’autunno. Il calendario reale prevedeva dunque nuovi incontri con cittadini e amministrazioni locali, nel solco di una tradizione che ha sempre dato grande importanza al rapporto diretto tra la famiglia reale e il territorio.

Quegli appuntamenti non ci saranno. Al loro posto, il Paese si prepara ad accompagnare il sovrano nell’ultimo capitolo del suo lungo regno.

Harald V lascia una Norvegia profondamente cambiata rispetto a quella che aveva ereditato, ma nella quale la monarchia ha continuato a rappresentare un punto di riferimento istituzionale e simbolico. La sua figura, segnata da sobrietà e continuità, ha attraversato decenni di trasformazioni sociali e politiche senza perdere il legame con il Paese.

Ora quella continuità passa nelle mani di Haakon. Per la Norvegia comincia una nuova pagina della sua storia monarchica, mentre si chiude quella di un re che, fino all’ultimo, aveva cercato di rimanere al servizio della propria nazione.

Cocaina nei “biscotti della fortuna”: maxi sequestro all’aeroporto di Fiumicino

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Un carico di cocaina nascosto dove meno ci si aspetterebbe: dentro i tradizionali biscotti della fortuna. È il singolare stratagemma scoperto dalla Polizia di Stato all’aeroporto di Fiumicino, dove una cittadina cinese di 40 anni è stata arrestata in flagranza per detenzione di sostanze stupefacenti ai fini di spaccio.

La donna era stata individuata dagli investigatori della Squadra Mobile della Questura di Roma nell’ambito di una mirata attività info-investigativa, condotta con il supporto dell’Ufficio Prevenzione Generale e Soccorso Pubblico (Upgsp) e della Polizia di Frontiera Aerea. L’operazione è stata coordinata dalla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Civitavecchia.

Il controllo è scattato nei pressi dei gate d’imbarco, poco prima che la quarantenne salisse a bordo di un volo diretto a Taipei. È stata la successiva perquisizione dei bagagli da stiva a rivelare il contenuto del particolare carico.

Il trucco dei Fortune Cookie

All’interno della valigia gli agenti hanno trovato 127 bustine dorate con la scritta “Fortune Cookie”. Dietro l’apparenza innocua delle confezioni, però, si nascondeva ben altro: all’interno di ciascun biscotto erano state occultate confezioni termosaldate in cellophane contenenti cocaina.

Ogni involucro conteneva in media circa 40,7 grammi di sostanza. Complessivamente, la droga sequestrata ha raggiunto il peso di 5,178 chilogrammi.

Un sistema di occultamento studiato nei dettagli, al quale si aggiungevano altri elementi che, secondo gli investigatori, sarebbero stati utilizzati per tentare di aggirare i controlli. Nel bagaglio sono stati infatti rinvenuti anche sette tubetti di dentifricio e tre confezioni di caffè, ritenuti verosimilmente funzionali a confondere l’azione delle unità cinofile.

Un carico da oltre un milione di euro

Oltre alla quantità, a colpire è il valore economico della droga intercettata. Secondo una prima stima, i 5 chili di cocaina avrebbero potuto assicurare introiti superiori a 500mila euro sul mercato italiano al dettaglio.

La successiva immissione della sostanza sul mercato orientale, invece, avrebbe potuto generare profitti illeciti oltre la soglia di un milione di euro.

Il sequestro ha così interrotto un traffico internazionale prima che il carico potesse raggiungere la destinazione prevista. L’intervento degli investigatori ha permesso di bloccare la donna direttamente nello scalo romano, prima della partenza del volo.

Conclusi gli atti di rito, la quarantenne è stata trasferita presso la casa circondariale di Civitavecchia, dove è rimasta a disposizione dell’Autorità giudiziaria procedente.

Dietro il sorriso dei “biscotti della fortuna”, dunque, si nascondeva un carico tutt’altro che fortunato: oltre cinque chili di cocaina pronti a prendere il volo da Fiumicino verso Taipei.

Bari, tre missili Akeron nel furgone: arrestato un 46enne francese

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Un viaggio che, sulla carta, avrebbe dovuto essere una semplice tratta internazionale per conto di un’azienda del settore della difesa si è trasformato in un procedimento giudiziario. È accaduto al porto di Bari, dove un cittadino francese di 46 anni è stato fermato dalla Guardia di Finanza con cinque contenitori destinati al trasporto di sistemi d’arma. All’interno, secondo quanto emerso dal verbale di sequestro, c’erano anche tre missili Akeron, sistemi anticarro prodotti dalla francese MBDA.

Il controllo risale al 9 giugno scorso, ma la notizia del fermo è emersa soltanto il 26 agosto. L’uomo era appena sbarcato a Bari da una nave proveniente da Patrasso, in Grecia, ed era diretto verso la Francia. Proprio durante i controlli effettuati sul furgone sono stati individuati i cinque contenitori.

La versione fornita immediatamente dal 46enne è stata quella di un trasporto professionale. L’uomo ha dichiarato di essere un autista di MBDA France e di essere stato incaricato dalla società di trasferire il materiale dalla Francia alla Grecia. A destinazione, secondo quanto riferito, sarebbe dovuta intervenire la società Altus LSA per effettuare attività di riparazione.

Il controllo e il sequestro

A insospettire i militari non sarebbe stata soltanto la presenza del materiale bellico, ma soprattutto la documentazione esibita per giustificarne il trasporto. Il conducente aveva con sé tre lettere di vettura internazionale, che nel verbale di sequestro vengono descritte come caratterizzate da indicazioni generiche in lingua francese e prive di una packing-list dettagliata.

L’ispezione dei contenitori ha portato alla scoperta di cinque sistemi d’arma anticarro: un tubo di lancio senza missile, un secondo contenente un missile da istruzione descritto come inerte e privo di sistema di guida, propulsione e testata, e altri tre contenitori con missili Akeron.

È proprio la classificazione del materiale ad aver assunto un peso centrale nell’inchiesta.

Sui tubi di lancio erano presenti bande blu, utilizzate secondo gli standard Nato per identificare materiale destinato all’addestramento e quindi privo della componente detonante. Nel corso degli accertamenti, tuttavia, sarebbe emerso che sotto il nastro blu compariva una colorazione Nato giallo-nera, associata al munizionamento ad alto esplosivo.

Un elemento che, agli occhi degli investigatori, avrebbe contribuito a rendere più delicata la vicenda e a mettere in discussione la natura del materiale trasportato.

Le autorizzazioni contestate

Il 46enne ha cercato di dimostrare la legittimità dell’operazione producendo documentazione commerciale, corrispondenza elettronica, fatture e un’autorizzazione rilasciata nel 2025 dal ministero della Difesa francese a MBDA France per attività riguardanti materiale bellico.

Secondo la ricostruzione della difesa, dunque, il trasporto non sarebbe stato clandestino né improvvisato, ma inserito in un’attività industriale autorizzata dalle autorità francesi e collegata a una destinazione militare in Grecia.

Il gip, però, avrebbe rilevato alcune incongruenze nella documentazione, in particolare per quanto riguarda date e timbri. A ciò si sarebbe aggiunta l’assenza delle autorizzazioni che, secondo l’ipotesi accusatoria, sarebbero state necessarie sul territorio italiano per il transito del materiale.

Da qui la contestazione nei confronti dell’uomo, accusato di introduzione non autorizzata di armi da guerra, e la decisione di disporre la custodia cautelare in carcere.

La difesa: «Materiale inerte»

La difesa respinge però l’interpretazione secondo cui il 46enne avrebbe trasportato illegalmente armi operative.

In una nota, l’avvocato Schino sostiene che «il trasporto oggetto del procedimento era pienamente autorizzato dal ministero della Difesa francese ed era destinato a una base Nato in Grecia». Secondo il legale, inoltre, il materiale sarebbe costituito da «modelli inerti, privi di qualsiasi capacità offensiva».

La difesa sottolinea anche che MBDA France avrebbe messo a disposizione documentazione tecnica e giuridica ritenuta idonea a dimostrare la regolarità dell’operazione.

Il 46enne, secondo il suo legale, avrebbe collaborato fin dall’inizio con le autorità e continuerebbe a dichiararsi completamente estraneo a qualsiasi condotta illecita. «La difesa confida nel lavoro della magistratura barese», ha aggiunto l’avvocato, sottolineando la necessità di ulteriori accertamenti.

Un caso ancora da chiarire

Il punto centrale dell’inchiesta è dunque destinato a ruotare attorno a una questione tutt’altro che formale: quale fosse l’effettiva natura del materiale trasportato e se le autorizzazioni francesi fossero sufficienti a legittimarne il transito in Italia.

Da una parte c’è la ricostruzione dell’accusa, che ha portato al sequestro dei sistemi d’arma e alla custodia cautelare; dall’altra quella della difesa, secondo cui si trattava di materiale inerte, inserito in un trasferimento internazionale autorizzato e diretto verso una struttura Nato in Grecia.

Saranno ora gli ulteriori accertamenti della magistratura a stabilire se le anomalie riscontrate nella documentazione siano compatibili con una normale operazione logistica nel settore della difesa oppure rappresentino elementi tali da configurare un trasporto non autorizzato di materiale bellico.

Nel frattempo, il 46enne resta in carcere e la vicenda, partita da un controllo di routine al porto di Bari, si è trasformata in un caso che intreccia sicurezza, normativa sulle armi da guerra e autorizzazioni internazionali nel delicato settore della cooperazione militare.