28 Ottobre 2026, mercoledì
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Mosca-Nato, l’Europa frena: «Nessun rischio immediato di un attacco russo ai 27»

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La guerra in Ucraina attraversa una nuova fase di tensione mentre il negoziato per una possibile intesa di pace sembra essersi nuovamente arenato. Sul terreno, Mosca continua a colpire il territorio ucraino: nella notte diversi raid hanno interessato Kiev e Odessa, provocando danni a infrastrutture, ma senza, secondo le informazioni disponibili, causare vittime.

È sul fronte diplomatico e della sicurezza, tuttavia, che nelle ultime ore si concentra l’attenzione internazionale. Secondo quanto riferito da fonti citate dal Wall Street Journal e da CBS News, il direttore della Cia John Ratcliffe sarebbe stato a Mosca per trasmettere alla leadership russa un avvertimento rispetto alle possibili conseguenze di eventuali attacchi contro Paesi appartenenti alla Nato.

Uno scenario che il Cremlino respinge con decisione. La prospettiva di un attacco russo all’Alleanza atlantica viene liquidata come priva di fondamento, parte di una narrazione allarmistica che Mosca considera costruita per alimentare i timori occidentali.

A raffreddare ulteriormente le indiscrezioni è soprattutto la valutazione proveniente da un alto funzionario europeo. «Posso affermare con estrema chiarezza che noi, così come i servizi europei in generale, non ravvisiamo alcun rischio immediato di un attacco da parte della Russia nei confronti dei Paesi europei e dei membri della Nato», ha dichiarato, sottolineando l’assenza di segnali concreti sul terreno che facciano pensare a un’imminente operazione militare russa contro uno Stato dell’Alleanza.

La precisazione è tutt’altro che secondaria. Nel linguaggio della sicurezza, infatti, la differenza tra una capacità militare potenziale e un’intenzione operativa imminente è sostanziale. Le autorità europee, pur mantenendo alta l’attenzione sulle mosse del Cremlino, non rilevano al momento quegli indicatori che normalmente accompagnerebbero la preparazione di un attacco diretto contro un Paese Nato.

Questo non significa, però, che l’Europa consideri esaurita la minaccia russa. Al contrario, secondo il funzionario, è soprattutto sul terreno della guerra ibrida che la pressione di Mosca continua a essere avvertita. «Quello a cui abbiamo assistito sono stati attacchi ibridi e, in alcuni casi, non proprio ibridi, che continuano a verificarsi e che, secondo le nostre previsioni, continueranno a verificarsi», ha spiegato.

Sabotaggi, operazioni di influenza, cyberattacchi e altre forme di pressione sotto la soglia del conflitto convenzionale rappresentano dunque, nella valutazione europea, un rischio concreto e persistente. È su questo terreno che i governi del continente si attendono una prosecuzione dell’attività russa, anche in assenza di un piano immediato per un’aggressione militare diretta.

A rendere ancora più delicato il quadro contribuiscono intanto le nuove minacce rivolte da Mosca al Regno Unito. La portavoce del ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova, ha dichiarato che la Russia potrebbe colpire strutture militari britanniche, sia all’interno sia all’esterno dell’Ucraina, come ritorsione per gli attacchi condotti in territorio russo con armi fornite da Londra.

Il messaggio del Cremlino introduce così un ulteriore elemento di rischio: quello di una progressiva estensione geografica e politica delle conseguenze del conflitto. Una cosa è, infatti, il sostegno occidentale a Kiev; un’altra è l’eventualità che Mosca consideri infrastrutture o asset militari dei Paesi che forniscono armi all’Ucraina come obiettivi legittimi di rappresaglia.

Il quadro che emerge è quindi più complesso di quanto suggerisca l’alternativa tra «guerra alla Nato» e «nessun pericolo». Da una parte, le fonti europee escludono al momento un rischio immediato di attacco diretto ai 27 o agli altri membri dell’Alleanza. Dall’altra, la pressione russa non è affatto venuta meno e assume forme diverse, mentre la retorica delle ritorsioni si fa più esplicita.

Il punto di equilibrio, per l’Europa, resta dunque quello tra deterrenza e prudenza: evitare di sottovalutare una minaccia che continua a manifestarsi, senza però trasformare ogni segnale di tensione in la prova di un’imminente guerra tra Russia e Nato. Ed è proprio su questa distinzione che, almeno per ora, le valutazioni dei servizi europei invitano a mantenere la barra dritta.

Nepal travolto dall’alluvione, l’Ue mobilita un milione di euro per gli aiuti

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Un milione di euro per portare soccorso alle comunità nepalesi colpite dalle devastanti inondazioni. È questa la risposta dell’Unione europea all’emergenza che ha travolto vaste aree del Paese, lasciando dietro di sé strade distrutte, villaggi isolati e famiglie ancora alla ricerca dei propri cari dispersi.

A rendere ancora più drammatica la situazione è la fragilità di territori e popolazioni che non hanno ancora completato la ricostruzione dopo le calamità degli anni passati. L’acqua ha così colpito comunità già esposte, mettendo nuovamente a dura prova infrastrutture, abitazioni e servizi essenziali.

«Strade spazzate via. Villaggi isolati. Famiglie alla ricerca dei propri cari dispersi», ha scritto su X la commissaria europea per la Parità, Hadja Lahbib, annunciando lo stanziamento. L’obiettivo, ha spiegato, è garantire un sostegno immediato alle persone maggiormente colpite.

Le risorse europee saranno destinate in particolare alle necessità più urgenti: assistenza sanitaria, distribuzione di cibo e acqua potabile e fornitura di alloggi temporanei. Un intervento pensato per sostenere la fase iniziale dell’emergenza, quando la priorità è raggiungere le aree rimaste isolate e assicurare alla popolazione condizioni minime di sicurezza e assistenza.

L’impegno di Bruxelles arriva dunque in una fase particolarmente delicata per il Nepal, dove agli effetti diretti delle inondazioni si sommano le difficoltà di comunità ancora impegnate a ricostruire dopo precedenti disastri. L’aiuto europeo punta a colmare almeno nell’immediato le necessità più pressanti e a offrire un sostegno concreto alle operazioni di soccorso.

Di fronte alla forza improvvisa dell’acqua, il bilancio dell’emergenza resta legato soprattutto alla capacità di raggiungere le zone più difficili da collegare e di assistere rapidamente le persone rimaste senza casa, senza rifornimenti o separate dai propri familiari. Per loro, il milione di euro messo a disposizione dall’Ue rappresenta una prima risposta concreta a una crisi che ha nuovamente messo a nudo la vulnerabilità di molte comunità nepalesi.

Alessandria, avvelena lo zio in ospedale per l’eredità: arrestata 38enne

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«Ogni volta che mia nipote mi passa a trovare, mi addormento». Una frase apparentemente semplice, ma sufficiente a far emergere una situazione ben più inquietante. Da quelle parole, pronunciate da un uomo di 74 anni ricoverato in una struttura sanitaria di Casale Monferrato, è partita un’indagine dei carabinieri che ha portato all’arresto in flagranza della nipote, una donna di 38 anni.

Secondo quanto ricostruito dagli investigatori, la donna avrebbe tentato più volte di avvelenare lo zio con l’obiettivo di ottenere l’eredità. Un piano che, stando alle accuse, sarebbe stato portato avanti approfittando delle frequenti visite al parente, che la 38enne andava a trovare quasi quotidianamente.

L’allarme partito dall’ospedale

I primi sospetti non sarebbero però nati dalle dichiarazioni dell’anziano, ma da alcune anomalie individuate dall’équipe medica. I sanitari avrebbero infatti notato la manomissione delle sacche destinate alla terapia endovenosa del paziente, facendo scattare la segnalazione alle forze dell’ordine.

I carabinieri sono intervenuti nella struttura sanitaria e hanno sequestrato la flebo per gli accertamenti. Gli esami clinici successivi avrebbero evidenziato nel 74enne una somministrazione prolungata di ingenti quantità di benzodiazepine, farmaci che possono provocare sedazione, sonnolenza e un marcato stato di torpore.

Un quadro che, secondo l’ipotesi investigativa, sarebbe compatibile con una somministrazione ripetuta di farmaci non prevista dalla terapia.

Il malore dopo il succo di frutta

La situazione è precipitata il 20 agosto. Il 74enne ha accusato un improvviso malore fino a perdere conoscenza, rendendo necessario il trasferimento d’urgenza al pronto soccorso.

Un dettaglio avrebbe attirato ulteriormente l’attenzione degli investigatori: poco prima del malore, l’uomo aveva bevuto un succo di frutta offertogli dalla nipote durante una delle sue visite.

A quel punto le dichiarazioni dell’anziano hanno assunto un peso decisivo per l’inchiesta. I suoi racconti, insieme agli accertamenti sanitari e agli elementi raccolti sulla gestione delle terapie, avrebbero indirizzato i carabinieri verso la 38enne.

La visita e il blitz dei carabinieri

Il momento decisivo è arrivato quando la donna si è nuovamente presentata in reparto per fare visita allo zio. I carabinieri, che stavano seguendo la vicenda, sono intervenuti bloccandola.

Durante il controllo, secondo quanto emerso, la 38enne aveva con sé una borsa nella quale sono stati trovati una siringa usata e diversi flaconi di farmaci ansiolitici e antidepressivi.

Gli elementi raccolti hanno portato all’arresto in flagranza di reato. La donna, disoccupata e già nota alle forze dell’ordine, è accusata di tentato omicidio.

Un movente legato all’eredità

Sul possibile movente si concentra ora una parte significativa dell’attività investigativa. L’ipotesi è che la 38enne volesse accelerare la possibilità di entrare in possesso dei beni dello zio, sfruttando la sua condizione di fragilità e il ricovero in struttura.

Le indagini dovranno chiarire la dinamica delle presunte somministrazioni, la provenienza dei farmaci sequestrati e il loro eventuale collegamento con le condizioni di salute dell’anziano. Saranno inoltre gli accertamenti tossicologici e medico-legali a stabilire con maggiore precisione la natura e l’entità delle sostanze assunte dal 74enne.

Una vicenda ancora al vaglio degli investigatori e dell’autorità giudiziaria, nella quale il racconto della presunta vittima, le anomalie rilevate dai sanitari e gli oggetti trovati nella borsa della donna costituiscono i tasselli di un quadro accusatorio che dovrà ora essere verificato nelle successive fasi del procedimento.

Ratko Mladic, la fine del boia di Srebrenica: muore in carcere il generale condannato all’ergastolo

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Ratko Mladic è morto in un luogo che, più di ogni altro, ha accompagnato gli ultimi anni della sua parabola: l’ospedale penitenziario dell’Aja. Aveva 84 anni ed era detenuto dopo la condanna all’ergastolo per genocidio, crimini di guerra e crimini contro l’umanità. Secondo quanto riferito dall’emittente serba RTS e confermato dal suo avvocato, negli ultimi tempi le sue condizioni di salute erano peggiorate, anche a causa di diversi ictus.

Per la Bosnia Erzegovina, però, quella di Mladic non è soltanto la morte di un uomo. È la fine biologica di uno dei protagonisti più feroci della guerra che, tra il 1992 e il 1995, insanguinò il cuore dell’Europa. Per i familiari delle vittime, il generale resterà legato soprattutto a due luoghi: Sarajevo e Srebrenica.

Dall’esercito all’assedio di Sarajevo

Nato nel 1942 in un villaggio a sud di Sarajevo, Mladic crebbe in una famiglia segnata dalla violenza della guerra. Il padre, comandante partigiano, venne ucciso quando Ratko aveva appena due anni. A quindici anni il giovane lasciò il paese natale per entrare nell’esercito, iniziando una carriera che lo avrebbe portato ai vertici delle forze armate jugoslave.

Nel 1991 era al comando del Corpo di Pristina, incaricato di sorvegliare la frontiera con l’Albania, quando la dissoluzione della Jugoslavia precipitò nella guerra. Il passaggio alla Bosnia fu rapido. Con la dichiarazione d’indipendenza della Bosnia Erzegovina, nella primavera del 1992, Mladic divenne uno degli uomini chiave delle forze serbo-bosniache.

Il 2 maggio ordinò il blocco di Sarajevo. Cominciò così un assedio destinato a durare quasi quattro anni, durante i quali la capitale bosniaca sarebbe stata sottoposta a bombardamenti, privazioni e al fuoco dei cecchini. Acqua, elettricità e rifornimenti furono trasformati in strumenti di pressione contro una popolazione civile intrappolata nella città.

Sarajevo divenne il simbolo della guerra bosniaca: una capitale europea trasformata in campo di battaglia, con i civili costretti a cercare riparo dai colpi d’artiglieria e dai tiratori appostati sulle alture circostanti.

Srebrenica, il punto di non ritorno

Ma fu Srebrenica a consegnare definitivamente il nome di Mladic alla storia dei crimini internazionali.

Nel luglio 1995 le forze serbo-bosniache conquistarono l’enclave musulmana, formalmente protetta dalle Nazioni Unite. Uomini e ragazzi bosgnacchi vennero separati dalle donne, dai bambini e dagli anziani. Migliaia di persone furono quindi uccise e sepolte in fosse comuni, mentre i corpi venivano successivamente trasferiti nel tentativo di occultare le dimensioni del massacro.

Circa 8.000 bosgnacchi furono uccisi. La strage di Srebrenica è stata riconosciuta come genocidio dalla giustizia internazionale ed è considerata il più grave crimine di questo tipo commesso in Europa dopo la Seconda guerra mondiale.

Mladic fu accusato dal Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia già nel 1995. Sul suo capo pendevano accuse di genocidio, persecuzione, sterminio, omicidio e altri crimini contro la popolazione civile.

Sedici anni da latitante

Dopo la guerra, Mladic riuscì per anni a sottrarsi alla giustizia. Il mandato di cattura internazionale non bastò a interrompere una latitanza durata sedici anni. Le autorità serbe e statunitensi arrivarono a offrire una ricompensa milionaria per informazioni utili alla sua cattura; nel 2010 la taglia fu portata a 10 milioni di dollari.

Mladic rimase però protetto da una rete di sostenitori e da settori delle strutture di sicurezza serbe e serbo-bosniache, fino a quando una segnalazione anonima permise di individuarlo.

Nel maggio 2011 venne arrestato a Lazarevo, in Serbia. Viveva sotto il falso nome di Milorad Komadić. La sua cattura rappresentò un passaggio decisivo anche sul piano politico: la consegna alla giustizia internazionale era infatti una delle condizioni cruciali nel percorso di avvicinamento della Serbia all’Unione europea.

Trasferito all’Aja, Mladic affrontò un lungo processo. Nel 2017 arrivò la sentenza: ergastolo. La condanna fu successivamente confermata in appello.

Una morte che non chiude la ferita

La notizia della morte ha prodotto reazioni diametralmente opposte nei territori della ex Jugoslavia.

In Bosnia Erzegovina, il ministro della Difesa Zukan Helez ha reagito con parole durissime, sottolineando che la morte del generale non può cancellare le conseguenze dei suoi crimini. Le fosse comuni restano, così come restano le vittime e le famiglie private per sempre dei propri cari.

Di segno opposto la reazione di Milorad Dodik, figura di primo piano della Republika Srpska, che ha definito la morte di Mladic un presunto “omicidio” e ha rilanciato la narrazione secondo cui il generale sarebbe stato un comandante impegnato nella difesa del popolo serbo.

È proprio questa contrapposizione a spiegare perché, a più di trent’anni dall’inizio della guerra, la vicenda di Mladic continui a essere politicamente esplosiva. La sua condanna giudiziaria è definitiva, ma la memoria del conflitto rimane divisa lungo le stesse linee etniche che attraversarono la Bosnia negli anni Novanta.

Mladic muore dunque in carcere, dopo aver trascorso gli ultimi anni della sua vita da condannato. Ma la sua morte non coincide con la fine della storia che lo ha visto protagonista. A Srebrenica restano le tombe e i nomi delle vittime; a Sarajevo restano le cicatrici dell’assedio. E nei Balcani resta aperta, ancora una volta, la questione più difficile: come trasformare una memoria contesa in una memoria condivisa.

La giustizia ha pronunciato la sua sentenza. Il tempo, invece, non ha ancora pronunciato la sua.

Unione del risparmio, l’Europa accelera: “Entro l’anno un accordo, anche con chi è pronto”

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L’Europa ha un’enorme riserva di capitale, ma continua a utilizzarla solo in parte per finanziare la propria crescita. È da questo paradosso che prende le mosse l’accelerazione impressa da Ursula von der Leyen all’Unione del risparmio e degli investimenti, uno dei dossier destinati a pesare maggiormente sulla competitività dell’Unione.

La presidente della Commissione europea, intervenendo alla Rencontre des Entrepreneurs de France a Parigi, ha fissato un obiettivo preciso: raggiungere entro la fine dell’anno un’intesa sulle misure necessarie a completare l’Unione. L’auspicio, ha sottolineato, è arrivare a un accordo con tutti i 27 Stati membri. Ma Bruxelles non esclude una strada più pragmatica: procedere, se necessario, con «quelli che sono pronti».

Il messaggio politico è netto: il tempo delle discussioni generali deve lasciare spazio alle decisioni. E la Commissione, ha ricordato von der Leyen, non parte da zero. Le proposte legislative sono già sul tavolo, con interventi che riguardano la cartolarizzazione, la possibilità per banche e assicurazioni di investire maggiormente, nonché l’integrazione e la supervisione dei mercati finanziari europei.

L’obiettivo non è soltanto rendere più efficiente il sistema finanziario. È soprattutto riportare il risparmio europeo verso l’economia europea, trasformando una massa enorme di liquidità in risorse per imprese, innovazione e investimenti.

I numeri spiegano meglio delle dichiarazioni la posta in gioco. Secondo von der Leyen, nelle banche europee sono depositati attualmente circa 10 mila miliardi di euro di risparmi delle famiglie. Una parte significativa del patrimonio finanziario europeo, inoltre, viene investita fuori dal continente. Per Bruxelles, questa dispersione rappresenta al tempo stesso un problema e un’opportunità: se anche solo una quota di quelle risorse venisse indirizzata verso le imprese europee, la capacità di investimento dell’economia dell’Unione potrebbe aumentare sensibilmente.

Le misure prospettate dalla Commissione potrebbero, nelle stime citate dalla presidente, sbloccare fino a 470 miliardi di euro di investimenti aggiuntivi. Una cifra che dà concretezza all’ambizione dell’Unione del risparmio e degli investimenti e che si inserisce nella più ampia strategia europea per colmare il divario di finanziamento che penalizza le imprese del continente rispetto ai principali concorrenti internazionali.

Il nodo, però, è anche politico. I mercati finanziari europei restano frammentati tra normative, prassi e sistemi di supervisione nazionali differenti. Per questo la costruzione di un vero mercato unico dei capitali richiede scelte che inevitabilmente toccano competenze, interessi e sensibilità degli Stati membri.

La formula utilizzata da von der Leyen — tutti insieme, se possibile; con chi è pronto, se necessario — segnala proprio la volontà di evitare che l’intero progetto rimanga ostaggio dei tempi del negoziato a 27. L’Europa, in altre parole, punta a mantenere l’obiettivo dell’unità, ma senza escludere forme di integrazione più rapide tra i Paesi disponibili a procedere.

La sfida è trasformare il risparmio in capitale produttivo senza compromettere tutela dei risparmiatori e stabilità finanziaria. Se riuscirà a farlo, l’Unione del risparmio e degli investimenti potrebbe diventare uno degli strumenti più importanti per rafforzare la capacità dell’Europa di finanziare autonomamente la propria crescita.

Perché il problema, oggi, non sembra essere la mancanza di denaro. È la distanza tra il denaro che l’Europa possiede e gli investimenti di cui l’Europa ha bisogno.

Tra USA e BRICS, l’Italia deve scegliere: la sfida della svolta euroasiatica

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A cura di Gilberto Borzini

“L’ora delle decisioni irrevocabili è giunta”, disse qualcuno e mal gliene incolse. Ma per l’Italia e l’Europa è arrivato davvero il momento di domandarsi se all’alleanza atlantica non sia preferibile una visione euroasiatica.

Non amo affatto i regimi: sono cresciuto in una democrazia e credo sia tuttora la forma di governo più desiderabile; quindi, si eviti da apostrofarmi come filo questo o anti quello.

Osservo però che il nostro principale alleato, gli USA oggi guidati da Trump, vedono l’Unione Europea come un Cliente e non un alleato, e temono l’Europa come concorrente commerciale cercando così di contenerne le competenze imponendo tecnologia e dazi commerciali nonché le armi necessarie a combattere le loro guerre.

La tendenza statunitense non è affatto nuova, era così ai tempi di Reagan negli anni ’80 e col tempo si è solamente aggravata a mano a mano che l’esportazione europea negli USA aumentava e quella statunitense verso l’Europa diminuiva: l’aggressività statunitense dipende dalla loro bilancia commerciale e di questi tempi, davanti ad una voragine di Debito Pubblico che ha superato le peggiori fantasie finanziarie, per gli USA chiunque non porti denaro alle loro casse è considerato ostile se non addirittura nemico, chiunque non contribuisca a sostenere il loro pachidermico e ipertrofico debito pubblico è una sciagura da eliminare.

Purtroppo sembra che lo staff trumpiano non disponga affatto delle competenze necessarie né per ridurre il debito pubblico né per governare diplomaticamente il mondo, e la muscolarità espressa dall’amministrazione corrente provoca soprattutto malintesi, malumori, rancori e nuovi appartenenze politiche ed economiche di cui lo schieramento BRICS è l’elemento più manifesto.

Paradossi e pericoli

Le variegate minacce al Canada e all’Islanda non sono concettualmente diverse dall’aggressione al Venezuela o dal caos scatenato nel conflitto iraniano che ha prodotto come primo risultato concreto un’alleanza strategica e militare tra Turchia, Arabia Saudita e Pakistan capace di riproporre una visione del Califfato in chiave militare turca potenziata dalla disponibilità nucleare pachistana.

Paradosso nella situazione è la posizione turca, alleata statunitense nella NATO e oggi principale attore di una visione antisionista nella regione, ergendosi Erdogan a protettore dei Palestinesi contro al piccolo satana israeliano tanto caro a Washington.

Il paradosso indicato non è il solo, ma è quello che potrebbe generare i maggiori pericoli ora che gli USA pretendono di strangolare economicamente l’Iran (e i suoi clienti affezionati), minacciando di escludere Teheran dall’economia legata al dollaro proprio mentre i BRICS hanno avviato a loro volta un’economia bancaria e finanziaria svincolata dal dollaro statunitense e gestita in piena autonomia grazie alla tecnologia resa disponibile dalla Cina.

I Boomerang americani

La “minaccia” statunitense verso l’Iran, in pratica, produrrà la spaccatura del mondo economico in due: da una parte chi sta col dollaro USA e dall’altra chi no.

Sullo sfondo la disponibilità cinese di non poca parte dei titoli di Stato USA che, se immessi in svendita sul mercato, aggraverebbe il Debito statunitense portandolo oltre il limite accettabile del default, e un’America in default avrebbe una sola via d’uscita per riprendersi, accelerare nella versione bellica della politica estera.

Insomma, i paradossi generati dall’incompetenza statunitense possono generare non solo la terza guerra mondiale a pezzi di cui parlava Papa Francesco, ma un conflitto globale senza esclusione di colpi.

La scelta euroasiatica

L’Italia vive con le scarpe nel Mediterraneo e i capelli in Europa: i nostri confini geografici definiscono con eloquenza gli interessi strategici: dialogare e commerciare con il mondo islamico almeno fino a quando le rotte commerciali transiteranno dal mediterraneo, e guardare all’immenso spazio terrestre che senza interruzioni conduce all’Oceano Indiano e a quello Pacifico, spazio che diverrà a breve sostitutivo delle rotte navali che da Suez giungono al mediterraneo anche in virtù delle nuove rotte artiche tracciate nelle scorse settimane dalla Cina per commerciare con Canada e Nord Europa.

La scelta euroasiatica, quindi, si definisce nelle potenzialità commerciali ed economiche che l’immenso territorio offre in vista delle nuove infrastrutturazioni trasportistiche, in larga misura ferroviarie e navali, proposte dalla fabbrica del mondo, ovvero dalla Cina.

La scelta euroasiatica impone relazioni diplomatiche ed economiche con il vasto mercato crescente dell’Africa, dove oggi si sviluppano imponenti classi medie affamate di consumi, e di quel Medio Oriente che si rigenera passando dal mondo tribale osservato da Lawrence d’Arabia ad una surrealista e ipertecnologica contemporaneità.

Ci troviamo, purtroppo o per fortuna, a dover scegliere tra un ex alleato che minaccia sempre più frequentemente i nostri interessi vitali e un “supercontinente” all’interno del quale potremmo giocare un ruolo non irrilevante nelle dinamiche economiche e commerciali.

Però dobbiamo scegliere e dobbiamo scegliere in fretta perché il rischio di rimanere intrappolati dalla parte meno positiva del conflitto è reale e concreto.

Esodo di fine estate, sulle strade italiane oltre 25 milioni di spostamenti

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La valigia è ormai nel bagagliaio, le vacanze volgono al termine e per milioni di italiani comincia il viaggio di ritorno verso casa. È il tradizionale esodo di fine agosto, uno degli appuntamenti più delicati dell’estate per la mobilità nazionale. Secondo le stime dell’Osservatorio Mobilità Stradale di Anas, da venerdì 28 a domenica 30 agosto sono attesi oltre 25 milioni di spostamenti sulle strade e autostrade gestite dalla società del Gruppo Fs.

Un movimento imponente, destinato a concentrarsi soprattutto sulle direttrici che collegano le principali località turistiche con le grandi città. Il traffico sarà sostenuto per l’intero fine settimana, con i picchi più significativi nei periodi indicati da Viabilità Italia con bollino rosso: il pomeriggio di venerdì 28 agosto, la mattina di sabato 29 e il pomeriggio di domenica 30 agosto.

Meno cantieri, più presidio sulla rete

Per affrontare l’aumento della circolazione, Anas ha rafforzato il dispositivo operativo lungo l’intera rete nazionale e ha ridotto sensibilmente la presenza dei cantieri. Fino al 7 settembre saranno infatti chiusi o sospesi 1.175 cantieri su 1.414, pari all’83% di quelli complessivamente attivi.

Sul terreno saranno impegnati circa 2.500 tecnici e operatori di esercizio, affiancati dal personale delle Sale Operative Territoriali e della Sala Situazioni Nazionale. L’obiettivo è assicurare un monitoraggio continuo della viabilità, intervenire tempestivamente in caso di criticità e garantire agli automobilisti il massimo livello possibile di assistenza.

«Entriamo nella fase conclusiva dell’estate e per molti cittadini inizia il ritorno alla quotidianità, al lavoro e agli impegni che accompagnano la ripresa autunnale», ha dichiarato l’amministratore delegato di Anas, Claudio Andrea Gemme, sottolineando come queste giornate siano caratterizzate da traffico sostenuto e da una presenza crescente di veicoli sulle principali arterie e nelle aree prossime ai centri abitati.

Ma il vero fattore decisivo, avverte Gemme, resta il comportamento di chi si mette al volante. Dopo settimane trascorse con ritmi più rilassati, il rischio è trasformare la fretta del rientro in un pericoloso fattore di distrazione.

La fretta non accorcia il viaggio, la prudenza può salvarlo

Il messaggio di Anas è quindi netto: la sicurezza deve venire prima della rapidità. Pianificare il viaggio, rispettare i limiti di velocità, mantenere le distanze di sicurezza e guidare con attenzione sono comportamenti semplici, ma determinanti quando la densità del traffico aumenta.

«Qualche minuto in più nel viaggio non cambia la giornata; una scelta sbagliata alla guida può invece avere conseguenze molto gravi», ha ricordato Gemme.

Tra le raccomandazioni più importanti torna quella ormai fondamentale: mai utilizzare il cellulare mentre si guida. Anche una distrazione di pochi secondi può compromettere la capacità di reagire a un imprevisto e mettere a rischio non soltanto chi è al volante, ma tutti gli altri utenti della strada.

Il rientro dalle vacanze, insomma, non dovrebbe diventare una gara contro il tempo. La strada è uno spazio condiviso e, soprattutto nei fine settimana di grande esodo, ogni comportamento individuale può avere conseguenze sulla sicurezza collettiva.

Le direttrici più esposte

L’intensificazione del traffico potrà interessare numerosi itinerari turistici da nord a sud.

Nel Mezzogiorno particolare attenzione è prevista sulla A2 Autostrada del Mediterraneo, lungo l’asse che attraversa Campania, Basilicata e Calabria, e sulle SS 106 Jonica e SS 18 Tirrena Inferiore in Calabria. In Sicilia i flussi più consistenti potranno interessare le A19 Palermo-Catania e A29 Palermo-Mazara del Vallo, mentre in Sardegna sarà sotto osservazione la SS 131 Carlo Felice.

Nel Lazio, tra le arterie maggiormente sollecitate, figurano la SS 148 Pontina e la SS 7 Appia, entrambe strategiche per i collegamenti tra Roma e le località turistiche del basso Lazio.

Rilevante anche il traffico atteso lungo l’itinerario E45, formato dalla SS 675 e dalla SS 3 bis, che attraversa Umbria, Toscana ed Emilia-Romagna e rappresenta uno dei principali collegamenti tra il Nord-Est e il Centro Italia.

Sulla dorsale tirrenica potranno registrarsi incrementi sulla SS 1 Aurelia, interessata dalle direttrici di Lazio, Toscana e Liguria, mentre sull’Adriatica i flussi potranno intensificarsi lungo la SS 16, che attraversa Puglia, Molise, Abruzzo, Emilia-Romagna e Veneto.

Al Nord, occhi puntati sui raccordi autostradali RA13 e RA14 in Friuli-Venezia Giulia, soprattutto in prossimità dei valichi di confine, sulla SS 36 del Lago di Como e dello Spluga in Lombardia, sulla SS 45 di Val Trebbia in Liguria, sulla SS 26 della Valle d’Aosta, sulla SS 309 Romea tra Emilia-Romagna e Veneto e sulla SS 51 di Alemagna in Veneto.

Stop ai mezzi pesanti nel fine settimana

A favorire una maggiore fluidità della circolazione contribuirà anche il divieto di transito per i veicoli pesanti: sabato 29 agosto sarà in vigore dalle 8 alle 16, mentre domenica 30 agosto scatterà dalle 7 alle 22.

Per chi deve mettersi in viaggio, la parola d’ordine resta dunque una sola: programmare. Informarsi preventivamente sulle condizioni della rete, evitare quando possibile le fasce orarie più congestionate e verificare la presenza di eventuali cantieri inamovibili può fare la differenza.

Il calendario dei bollini e le informazioni aggiornate sull’esodo sono disponibili sulle pagine dedicate di Anas e Viabilità Italia. Prima di partire è inoltre consigliabile consultare la pagina “Esodo estivo” di Anas per conoscere la situazione dei cantieri che non possono essere rimossi o sospesi.

Il grande rientro, del resto, è inevitabile. Ma non deve necessariamente essere caotico. Con un po’ di pianificazione, tempi realistici e soprattutto prudenza, anche l’ultimo viaggio dell’estate può trasformarsi semplicemente nel primo passo verso la ripartenza.

Vendemmia 2026, l’Italia scelga il futuro del vino

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A cura di Salvatore Guerriero Presidente della Confederazione delle Imprese nel Mondo

La vendemmia 2026 sta consegnando all’Italia un messaggio che non possiamo più permetterci di ignorare. Dall’Abruzzo alla Sicilia, dalla Puglia alla Toscana, dall’Emilia-Romagna al Veneto, il clima sta modificando tempi, quantità e condizioni della produzione. In Abruzzo, nelle aree più colpite di Chieti e Pescara, le perdite possono arrivare al 70%, con una raccolta iniziata circa dieci giorni prima del normale. Ma sarebbe un errore considerare tutto questo soltanto l’ennesima emergenza agricola. Dietro la vendemmia 2026 c’è una questione molto più grande che riguarda l’economia italiana e il futuro di una delle filiere più importanti del nostro Paese. Il vino non è soltanto agricoltura. È industria, occupazione, export, turismo, territorio, cultura e identità nazionale. È una delle immagini più forti dell’Italia nel mondo e proprio per questo ciò che sta accadendo nei vigneti e nelle cantine deve essere letto con una prospettiva diversa. Il primo dato da considerare è l’incertezza. Le condizioni climatiche stanno diventando talmente variabili da rendere sempre più difficile formulare previsioni attendibili sull’intera vendemmia nazionale. L’anticipo della raccolta, le temperature elevate, la siccità e lo stress idrico non stanno producendo gli stessi effetti in tutte le regioni, ma stanno modificando profondamente le condizioni nelle quali le imprese devono programmare il proprio lavoro. E quando diventa difficile prevedere quantità, tempi e qualità della produzione, l’incertezza climatica diventa inevitabilmente anche incertezza economica.

Un’impresa può affrontare una cattiva annata. Può affrontarne anche una seconda. Ma quando siccità, caldo estremo, malattie, costi crescenti e difficoltà commerciali si susseguono, il problema non riguarda più soltanto il raccolto. Entra direttamente nei bilanci delle aziende e nella loro capacità di continuare a investire. È questa la differenza tra un’emergenza temporanea e una crisi strutturale. Se ogni anno una parte crescente delle risorse deve essere destinata a compensare i danni invece che a innovare, rinnovare gli impianti, migliorare la qualità e conquistare nuovi mercati, il sistema produttivo perde progressivamente capacità competitiva. Ed è qui che emerge il secondo grande paradosso. Mentre in alcune zone del Paese la mancanza d’acqua mette in difficoltà la produzione, il sistema vitivinicolo italiano continua a fare i conti con livelli elevati di vino presente nelle cantine. Il problema, dunque, non è semplicemente produrre meno o produrre di più. È riuscire a produrre ciò che il mercato è disposto ad acquistare, al prezzo necessario per garantire redditività alle imprese. Questa è la vera sfida che abbiamo davanti e che impone di superare una visione basata esclusivamente sui volumi produttivi.

L’Italia resta una potenza mondiale del vino. La nostra produzione, le nostre denominazioni, la qualità delle imprese e la forza del Made in Italy ci collocano ai vertici del mercato internazionale. Ma anche il nostro export sta attraversando una fase più complessa e i consumi stanno cambiando. Il consumatore internazionale è più attento al prezzo, alla qualità, alla sostenibilità e all’identità del prodotto, mentre nuove generazioni e nuovi stili di vita stanno modificando le abitudini di consumo. Non siamo quindi davanti alla crisi di un settore senza futuro. Siamo davanti a un settore forte che deve però cambiare modello, anticipando i mutamenti invece di inseguirli. Per troppo tempo abbiamo pensato che il problema dell’agricoltura fosse soprattutto quello di ottenere aiuti quando arrivava una calamità. Gli aiuti servono e devono essere tempestivi per le aziende colpite, ma non possono rappresentare la politica agricola del futuro. Se manca l’acqua, arrivano i ristori. Se arriva la grandine, arrivano i ristori. Se crollano i prezzi, arrivano altri interventi. Se le cantine sono piene, si riducono le rese. È una politica che interviene continuamente dopo che il problema si è manifestato, ma che rischia di non costruire mai le condizioni per evitarne la ripetizione. Dobbiamo invece passare dalla cultura dell’emergenza alla cultura della prevenzione e dell’investimento. Il primo grande investimento deve essere l’acqua. Non possiamo continuare ogni estate a parlare di siccità senza affrontare seriamente il problema delle infrastrutture idriche. Recuperare acqua, ridurre le perdite delle reti, realizzare sistemi di accumulo, migliorare la distribuzione e utilizzare l’irrigazione di precisione non sono più interventi accessori. Sono infrastrutture produttive indispensabili per una parte crescente dell’agricoltura italiana. Il cambiamento climatico ci impone di considerare l’acqua una risorsa strategica al pari delle altre grandi infrastrutture necessarie alla competitività del sistema produttivo. Ma l’acqua da sola non basta. Servono ricerca, innovazione agronomica, portinnesti e varietà più resilienti, tecnologie digitali, sistemi di monitoraggio e agricoltura di precisione. La tradizione vitivinicola italiana non deve essere difesa contro l’innovazione, ma attraverso l’innovazione. Solo così potremo conservare qualità, identità e caratteristiche dei nostri territori adattandole a condizioni climatiche profondamente diverse da quelle del passato. L’obiettivo non è trasformare la nostra viticoltura in qualcosa di diverso, ma metterla nelle condizioni di continuare a essere competitiva anche in un ambiente che sta rapidamente cambiando. E poi c’è il mercato. Qui dobbiamo avere il coraggio di dirci una verità semplice: le cantine piene non si svuotano producendo altro vino. Il futuro della nostra viticoltura non può essere costruito sulla quantità, ma sulla capacità di creare valore. Dobbiamo rafforzare l’aggregazione delle imprese, la qualità, la riconoscibilità dei territori e soprattutto la presenza sui mercati internazionali. La competizione mondiale non si vince soltanto producendo di più, ma riuscendo a vendere meglio ciò che produciamo, difendendo i margini delle imprese e costruendo una percezione sempre più forte del valore del nostro prodotto.

L’Italia ha un patrimonio che nessun altro Paese può replicare nella stessa forma. Una bottiglia italiana non è soltanto una bevanda. È il racconto di un territorio, di una storia, di una cultura, di una cucina e di un paesaggio. Questo valore deve diventare una strategia economica. Vino, turismo, ristorazione, ospitalità e cultura possono essere parte di una sola grande proposta internazionale del Made in Italy. È una prospettiva che può generare nuovo valore soprattutto per i territori rurali e per quelle aree interne che hanno bisogno di nuove opportunità economiche e occupazionali. Per raggiungere questo obiettivo dobbiamo superare la frammentazione. Le piccole e medie imprese vitivinicole non possono affrontare da sole mercati internazionali sempre più complessi, costi crescenti, cambiamenti climatici e nuove esigenze finanziarie. Servono reti, aggregazioni, consorzi capaci di fare realmente sistema e strutture in grado di accompagnare le imprese nella promozione, nell’internazionalizzazione e nell’accesso al credito. La dimensione ridotta di molte aziende non deve diventare una condanna alla marginalità. Deve essere compensata dalla capacità di lavorare insieme. Anche la finanza deve cambiare approccio. Se chiediamo a un’impresa agricola di investire nell’acqua, nel rinnovo dei vigneti, nella digitalizzazione, nella sostenibilità e nella protezione dal rischio climatico, dobbiamo metterla nelle condizioni finanziarie per farlo. Non possiamo chiedere alle imprese di prepararsi al futuro e contemporaneamente lasciarle sole davanti al rischio. Il credito deve accompagnare la trasformazione produttiva e non limitarsi a intervenire quando l’impresa è già entrata in difficoltà. Per questo ritengo necessario aprire una nuova stagione della politica agricola italiana attraverso un vero Piano nazionale per la Viticoltura 2035, capace di mettere insieme acqua, ricerca, innovazione, credito, assicurazioni, infrastrutture, promozione, internazionalizzazione e turismo. Non l’ennesimo contenitore di contributi, ma una strategia nazionale con obiettivi chiari e una visione di lungo periodo. Dobbiamo sostenere immediatamente le aziende colpite dalla vendemmia 2026, ma nello stesso tempo dobbiamo finanziare quelle che vogliono trasformarsi, innovare e diventare più resilienti. Dobbiamo difendere il reddito degli agricoltori senza difendere modelli produttivi che il mercato non riesce più ad assorbire. Dobbiamo proteggere la qualità senza avere paura di ridurre le quantità quando è necessario. Dobbiamo soprattutto fare in modo che la parola Made in Italy continui a significare valore e non soltanto origine. La vendemmia 2026, dunque, non deve essere ricordata soltanto per il caldo, la siccità o le perdite registrate in alcune regioni. Deve diventare l’occasione per aprire finalmente una riflessione nazionale sul futuro della nostra viticoltura. L’Italia ha ancora tutto ciò che serve per vincere questa sfida. Ha imprese, competenze, territori, denominazioni, ricerca e una reputazione internazionale straordinaria. Ma nessun vantaggio competitivo è eterno se non viene continuamente rinnovato. La domanda, allora, non è soltanto quanta uva raccoglieremo nel 2026. La domanda vera è quale viticoltura vogliamo consegnare alle prossime generazioni.

Una viticoltura sempre più esposta al clima, ai costi e alle emergenze oppure una filiera moderna, innovativa, finanziariamente solida, capace di governare l’acqua, anticipare i cambiamenti, conquistare nuovi mercati e trasformare la qualità dei nostri territori in nuova ricchezza. Io credo che l’Italia debba scegliere la seconda strada. Perché non dobbiamo limitarci a salvare la prossima vendemmia. Dobbiamo mettere in sicurezza il futuro del vino italiano e, con esso, una parte importante del futuro economico del nostro Paese.

Yayoi Kusama, addio alla regina dei pois: l’arte che moltiplicò l’infinito

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Yayoi Kusama ha fatto dell’infinito una forma, dell’ossessione un linguaggio e dei pois una firma riconoscibile in ogni angolo del mondo. L’artista giapponese è morta il 14 agosto a Tokyo, all’età di 97 anni. A darne notizia è stata la fondazione che porta il suo nome, chiudendo il capitolo di una delle personalità più singolari, radicali e longeve dell’arte contemporanea.

La sua immagine — la parrucca rosso fuoco, gli abiti disseminati di pois, le zucche gialle e nere — è diventata quasi inseparabile dalla sua opera. Ma dietro quella cifra estetica apparentemente giocosa c’è una vicenda artistica e personale molto più inquieta: una ricerca nata dalla necessità di dare una forma alle proprie paure e diventata, nel tempo, una delle esperienze più originali dell’avanguardia internazionale.

Nata nel 1929 a Nagano, in una famiglia benestante ma attraversata da conflitti, Kusama cominciò a disegnare fin da bambina. Aveva appena dieci anni quando comparvero nei suoi lavori quei puntini e quei reticoli destinati a diventare il suo alfabeto visivo. Nella sua autobiografia li avrebbe descritti come una risposta alle proprie paure, una maniera per trasformare l’angoscia in immagini e, attraverso la ripetizione, cercare di dominarla.

Dopo gli studi di pittura a Kyoto, nel 1957 Kusama lasciò il Giappone e raggiunse gli Stati Uniti. Passò prima da Seattle e poi approdò a New York, dove rimase per sedici anni. Non furono anni facili: le difficoltà economiche si sommarono alla necessità di imporsi in un ambiente artistico competitivo e prevalentemente maschile. Eppure proprio lì Kusama costruì la sua reputazione, entrando nel cuore della sperimentazione d’avanguardia.

Negli anni Sessanta la sua arte uscì dalle tele e conquistò lo spazio pubblico. Kusama organizzò happening nei quali corpi nudi venivano ricoperti di pois, utilizzando la provocazione come strumento politico contro la guerra e a favore dei diritti civili. Fu anche una pioniera della contaminazione tra arte, moda e spettacolo, arrivando a creare una propria linea di abbigliamento.

La sua ricerca non conosceva confini netti: pittura, performance, scultura, moda e ambiente diventavano parti di un unico universo. Il punto, ripetuto fino a cancellare la percezione della singola forma, poteva diventare una superficie infinita; il reticolo poteva suggerire una dissoluzione dell’io; lo specchio poteva moltiplicare lo spazio fino a far perdere ogni riferimento.

Nel 1973 Kusama tornò in Giappone. Pochi anni dopo scelse volontariamente di vivere in un ospedale psichiatrico di Tokyo, continuando tuttavia a lavorare con una disciplina quasi incessante. La condizione di artista e quella di persona alle prese con la propria fragilità non furono mai, nel suo caso, dimensioni completamente separate. Al contrario, la sua produzione trasformò quella esperienza in una materia creativa.

La consacrazione internazionale arrivò soprattutto a partire dagli anni Novanta. Le sue zucche, che Kusama definiva veri e propri “compagni di vita”, divennero icone; le installazioni immersive conquistarono musei e pubblico; le Infinity Mirror Rooms, con le loro superfici riflettenti, luci e ripetizioni, trasformarono la visita a una mostra in un’esperienza quasi vertiginosa.

Era l’inizio di un fenomeno destinato a superare i confini del sistema dell’arte. Le sale degli specchi, perfette per essere fotografate e condivise, trovarono una seconda vita sui social network, facendo di Kusama una delle artiste più riconoscibili anche per un pubblico lontano dai musei. Il suo linguaggio, nato decenni prima come ricerca radicale e personale, diventava così una delle immagini più popolari dell’arte contemporanea.

Nel 2016 il Time la inserì tra le cento persone più influenti al mondo. Il mercato contribuì a consacrarne ulteriormente il nome: nel 2019 un suo Infinity Net fu venduto per quasi otto milioni di dollari, confermando il peso raggiunto dalla sua opera anche sul piano collezionistico.

Kusama, però, non smise mai di essere una voce critica. In particolare nei confronti del Giappone, Paese che accusò di essere ancora segnato da un forte disprezzo nei confronti delle donne. La fama globale non cancellò dunque la componente ribelle della sua carriera: dietro l’estetica pop dei pois rimase l’artista che aveva sfidato convenzioni, generi e gerarchie.

Nel 2017, a Tokyo, fu inaugurato il museo dedicato interamente alla sua opera. Un luogo che sembrava suggellare una parabola straordinaria: da bambina che riempiva fogli di puntini per allontanare le proprie paure ad artista capace di trasformare quei medesimi puntini in un marchio universale.

“Amate le mie opere, anche dopo la mia morte”, aveva detto allora. Una richiesta che oggi assume il peso di un testamento artistico. Perché l’universo di Yayoi Kusama non si esaurisce nella riconoscibilità di una zucca o nella spettacolarità di una stanza di specchi. Sta nell’idea, più radicale, che la ripetizione possa diventare infinito, che il colore possa dissolvere i confini e che persino un’ossessione possa trasformarsi in bellezza.

Kusama se ne va a 97 anni. I suoi pois, invece, continuano a moltiplicarsi.

Nepal, l’alluvione travolge il confine himalayano: 165 morti e oltre 1.300 dispersi

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Le squadre di soccorso continuano a scavare tra fango e detriti lungo il confine tra Nepal e Tibet, mentre il bilancio della devastante ondata di maltempo si aggrava di ora in ora. Sono almeno 165 le vittime accertate e oltre 1.300 le persone ancora disperse. Un’emergenza che ha assunto proporzioni drammatiche, con intere comunità isolate e vaste aree residenziali e commerciali travolte dalla furia dell’acqua.

Villaggi cancellati da acqua e fango

Sul versante nepalese la polizia ha recuperato 157 corpi dopo le violente inondazioni che hanno colpito la regione. Le acque hanno trascinato via abitazioni, infrastrutture e collegamenti, rendendo particolarmente difficili le operazioni di soccorso.

Particolarmente preoccupante è la situazione delle persone di cui non si hanno più notizie. Secondo il ministero del Turismo del Nepal, circa 403 persone risultano disperse tra escursionisti e turisti presenti nelle aree colpite. Di queste, 341 sarebbero straniere. Il gruppo più numeroso è costituito da cittadini indiani, circa 142, ma tra i dispersi figurano anche persone provenienti da Australia, Regno Unito, Malesia, Paesi Bassi, Portogallo, Sudafrica, Corea del Sud e Stati Uniti.

Anche oltre il confine la situazione resta critica. I media statali cinesi hanno riferito di una devastante colata di fango che ha investito un centro abitato del Tibet, provocando almeno tre morti e lasciando disperse altre 265 persone.

Una macchina dei soccorsi mobilitata

Le autorità nepalesi hanno impiegato l’esercito nelle operazioni di evacuazione e nei soccorsi aerei, cercando di raggiungere le comunità rimaste isolate. Sul versante tibetano sono stati mobilitati quasi 800 operatori dell’emergenza, affiancati da circa 150 veicoli, cani da ricerca e imbarcazioni.

Anche la Croce Rossa è intervenuta distribuendo coperte, kit di primo soccorso, barelle e sacchi mortuari. Il lavoro dei soccorritori è però reso ancora più complesso dal rischio di nuove ondate di piena: eventuali ostruzioni lungo i corsi d’acqua potrebbero infatti provocare ulteriori esondazioni.

Il presidente cinese Xi Jinping ha ordinato di concentrare ogni sforzo nella ricerca e nel salvataggio dei dispersi. In Nepal, le autorità hanno descritto l’evento come una delle peggiori emergenze degli ultimi anni.

L’ipotesi del ghiacciaio collassato

Dietro la catastrofe potrebbe esserci anche un fenomeno legato alla trasformazione del delicato ambiente himalayano. Secondo una prima valutazione di geologi e glaciologi, basata su immagini satellitari e dati sismici, un enorme blocco di ghiaccio potrebbe essersi staccato da un ghiacciaio, precipitando per oltre un chilometro verso il fondovalle.

Il collasso avrebbe alimentato una gigantesca colata di acqua, fango e detriti lungo i fiumi Bhote Kosi e Trishuli, amplificando in maniera devastante l’impatto dell’evento.

A spiegare la dinamica è stato Daniel Shugar, geologo dell’Università di Calgary, secondo cui le immagini disponibili sembrano indicare che un ghiacciaio della zona si sia spezzato bruscamente, provocando la caduta di una sua porzione verso il fondovalle. Si tratta, al momento, di una ricostruzione preliminare: saranno ulteriori rilievi e analisi a stabilire con maggiore precisione la sequenza degli eventi.

Washington annuncia aiuti per 500mila dollari

Di fronte alla gravità della situazione è arrivata anche la risposta degli Stati Uniti, che hanno espresso cordoglio alle famiglie delle vittime e annunciato un intervento di emergenza da 500mila dollari.

I fondi saranno destinati, attraverso Catholic Relief Services, a strutture di emergenza, beni di prima necessità e servizi legati all’acqua potabile, ai servizi igienico-sanitari e all’igiene. Il Dipartimento di Stato invierà inoltre nella regione un consulente specializzato nella risposta alle catastrofi.

L’ambasciata statunitense a Kathmandu sta collaborando con le autorità nepalesi per individuare e assistere i cittadini americani eventualmente coinvolti.

Due italiani stanno bene

Tra le persone coinvolte figurano anche due italiani. A confermarlo è stato il ministro degli Esteri Antonio Tajani, precisando che entrambi sono in buone condizioni e vengono assistiti dalla diplomazia italiana.

«Sono in buone condizioni, vengono assistiti dalla nostra diplomazia e li aiuteremo a rientrare quando riterranno opportuno», ha dichiarato Tajani, aggiungendo che al momento non risultano altre segnalazioni di italiani coinvolti.

Mentre le operazioni proseguono, resta incerto il destino di centinaia di persone. Il numero dei dispersi e la difficoltà di raggiungere alcune delle aree più colpite fanno temere che il bilancio possa ulteriormente aumentare. Tra montagne fragili, ghiacciai in trasformazione e corsi d’acqua gonfiati oltre ogni misura, il disastro riporta ancora una volta in primo piano la vulnerabilità delle comunità che vivono alle pendici dell’Himalaya.