28 Ottobre 2026, mercoledì
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Overdose, l’Italia non abbassa la guardia: il picco dei decessi è tra i quarantenni

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L’Italia continua a fare i conti con una delle conseguenze più drammatiche del consumo di sostanze: la morte per overdose. I numeri, rispetto a dieci anni fa, raccontano una tendenza complessivamente più contenuta, ma l’ultimo dato disponibile segnala un’inversione che non può essere ignorata.

Secondo la Relazione annuale al Parlamento sul fenomeno delle dipendenze, con dati aggiornati al 2025, le vittime di overdose sono state 249, il 7,8% in più rispetto all’anno precedente. Un bilancio che riporta al centro dell’attenzione la necessità di politiche strutturali di prevenzione, informazione e riduzione del danno.

Ma c’è un altro elemento che fotografa il cambiamento dello scenario. Per la prima volta la cocaina, insieme al crack, supera l’eroina come sostanza principalmente associata ai decessi, risultando presente nel 33% delle morti. Un sorpasso che racconta l’evoluzione del mercato e dei consumi e che impone di aggiornare anche gli strumenti con cui si affronta il fenomeno delle dipendenze.

Il rischio cresce con l’età

L’overdose non è un fenomeno confinato alle fasce più giovani della popolazione. I tassi di mortalità più elevati si registrano tra le persone con più di 25 anni, mentre il dato raggiunge il suo massimo tra i quarantenni.

È una fotografia che invita a superare alcuni stereotipi ancora radicati nell’immaginario collettivo: la dipendenza non appartiene soltanto alla dimensione della marginalità giovanile, ma può accompagnare persone adulte e consolidarsi nel tempo, con conseguenze potenzialmente letali.

Anche la geografia dei decessi restituisce differenze significative. La quota maggiore si concentra nel Nord Italia, con il 41,56% delle morti. Seguono il Centro, con il 33,77%, e il Sud, comprese le isole, con il 24,68%.

Numeri che non sono soltanto una classifica territoriale, ma possono rappresentare un indicatore delle differenti condizioni di accesso ai servizi, delle caratteristiche dei consumi e della presenza sul territorio di reti di assistenza e intervento.

La riduzione del danno torna al centro del dibattito

A richiamare l’attenzione dell’opinione pubblica sui dati, alla vigilia della Giornata internazionale di sensibilizzazione sulle overdose, è l’Associazione Luca Coscioni, che rinnova al governo la richiesta di rafforzare le politiche di riduzione del danno.

Il punto di partenza è concreto: quando l’obiettivo immediato non è ancora quello di interrompere il consumo, occorre comunque mettere in campo strumenti capaci di ridurre il rischio di morte e di conseguenze irreversibili.

Tra le criticità segnalate dall’associazione figura anche la difficoltà, in alcune aree del Paese, di reperire il Naloxone, il farmaco utilizzato per contrastare gli effetti di un’overdose da narcotici e oppioidi. La tempestività dell’intervento può essere decisiva e la disponibilità dello strumento rappresenta quindi uno degli elementi centrali di una strategia efficace.

Dalla prevenzione alla ricerca: nuove strade per le dipendenze

Il contrasto alle overdose, tuttavia, non può esaurirsi nell’emergenza. Accanto alla prevenzione e agli interventi salvavita, il dibattito si sta allargando alla ricerca di nuovi approcci terapeutici per le dipendenze.

Tra le prospettive citate figurano gli studi sull’impiego dell’LSD e la sperimentazione dell’ibogaina, sostanza derivata da una pianta, nell’ambito del trattamento delle dipendenze da oppioidi. Si tratta di frontiere di ricerca che richiedono naturalmente solide verifiche scientifiche, valutazioni sulla sicurezza e un rigoroso percorso di sperimentazione prima di qualsiasi applicazione clinica generalizzata.

Resta poi un fronte tanto semplice quanto decisivo: informare. Conoscere i rischi legati alle sostanze, sapere come riconoscere un’overdose e sapere come intervenire può fare la differenza tra un’emergenza gestibile e una tragedia.

Tra gli obiettivi indicati dall’associazione c’è inoltre la prevenzione della trasmissione di infezioni attraverso lo scambio di siringhe usate, altro capitolo fondamentale delle politiche di riduzione del danno.

249 morti sono ancora troppe

Il dato complessivo è dunque una fotografia che non consente letture rassicuranti. Il numero dei decessi è inferiore rispetto a dieci anni fa, ma 249 persone morte per overdose in un solo anno rappresentano comunque un bilancio che interroga il sistema sanitario e le politiche pubbliche.

Il sorpasso della cocaina sull’eroina, il picco dei decessi tra i quarantenni e le differenze territoriali suggeriscono che il fenomeno sia cambiato e che, di conseguenza, debbano cambiare anche le risposte.

Prevenire, informare, rendere disponibili gli strumenti salvavita, facilitare l’accesso ai servizi e sostenere la ricerca: la sfida non è soltanto ridurre una statistica, ma impedire che un’overdose si trasformi in una morte evitabile.

Nepal e Tibet, l’alluvione non dà tregua: oltre 600 morti e quasi 3mila dispersi

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È una corsa contro il tempo tra le montagne di Nepal e Tibet, dove le acque hanno lasciato dietro di sé un paesaggio di distruzione. A tre giorni dalla devastante alluvione che ha colpito il distretto nepalese di Rasuwa, il bilancio continua a salire: secondo quanto riferito dall’Associated Press, le vittime sono almeno 626, mentre i dispersi sfiorano quota 3mila. I feriti sono circa 2.300.

Le operazioni di ricerca e soccorso proseguono senza sosta lungo circa 80 chilometri di vallate trasformate dalla furia dell’acqua in un susseguirsi di fango, detriti e infrastrutture spazzate via. Le squadre nepalesi continuano a cercare eventuali sopravvissuti, mentre ogni ora che passa rende più difficile la speranza di ritrovare le persone ancora disperse.

La corsa contro il tempo nel tunnel

Uno dei fronti più drammatici resta quello dell’Upper Trishuli Hydropower Project, nel distretto di Rasuwa. L’esercito nepalese è impegnato nel tentativo di raggiungere circa 100 persone rimaste bloccate all’interno di un tunnel, dopo che la piena del fiume Bhotekoshi ha travolto l’area.

Nel frattempo, circa 350 lavoratori e residenti sono già stati messi in salvo. Ma la situazione resta estremamente complessa: il terreno è instabile, le vie di accesso sono state devastate e le squadre devono avanzare tra enormi quantità di detriti.

Ancora nessuna notizia dei tre italiani

Tra le persone di cui non si hanno ancora notizie ci sono anche tre italiani. Si tratta del ligure Marco Ratto e di una coppia italo-svizzera, per i quali proseguono le ricerche.

È invece riuscita a salvarsi Valentina Piccinini, insieme al compagno Stefano Lotumano. La donna ha raccontato i momenti drammatici dell’alluvione, descrivendo l’arrivo improvviso della piena: «Un boato immenso e una nube marrone verso noi. Senza l’aiuto dei nepalesi non sarei qui».

Sono salvi anche i bresciani Giovanni Fassini e Marco Lombardi, protagonisti di una lunga odissea durante l’emergenza. Per loro il rientro in Italia è previsto nelle prossime ore.

Kathmandu apre agli aiuti stranieri

Di fronte alla dimensione della tragedia, il governo nepalese ha intanto rivisto la propria posizione sull’assistenza internazionale. Dopo aver inizialmente escluso l’ingresso di squadre straniere nelle operazioni di ricerca e soccorso, Kathmandu ha deciso di consentire l’accesso, seppur in maniera limitata, ad alcuni esperti internazionali.

A riferirlo è il Kathmandu Post, citando un alto funzionario governativo. La decisione sarebbe arrivata anche in seguito alle forti pressioni della comunità internazionale, soprattutto considerando la presenza di cittadini stranieri tra i dispersi.

«Abbiamo ricevuto fortissime pressioni dalla comunità internazionale per consentire almeno l’ingresso di squadre di ricerca e soccorso e di alcuni esperti», ha spiegato il funzionario. L’autorizzazione riguarderà un numero limitato di specialisti e determinate aree.

Il contributo internazionale potrebbe rivelarsi importante non soltanto nella ricerca dei dispersi, ma anche nelle complesse operazioni di recupero e identificazione delle vittime.

Ricostruire costerà miliardi

Mentre nelle aree colpite si continua a scavare alla ricerca dei dispersi, il Nepal deve già fare i conti con la fase successiva all’emergenza: quella della ricostruzione.

Il conto potrebbe essere enorme. Secondo una prima stima del ministro delle Finanze Swarnim Wagle, il Paese potrebbe avere bisogno di 4-5 miliardi di dollari per ripristinare infrastrutture e territori devastati dalle alluvioni di questa settimana.

Si tratta, ha precisato Wagle, di una valutazione ancora preliminare. Il bilancio dei danni è infatti tuttora in corso e potrebbe aumentare man mano che le squadre riescono a raggiungere le aree più isolate.

Per ora, però, la priorità resta una sola: trovare i dispersi e salvare chi è ancora vivo. Tra fiumi fuori controllo, tunnel allagati e vallate irriconoscibili, il Nepal continua a combattere contro il tempo.

Morti di Effe, vivi per l’economia

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A cura di Gilberto Borzini

Qua e là nei social più diffusi, piuttosto periodicamente, saltano fuori ironici e sarcastici commenti femminili rivolti al vasto gruppo di “morti di effe” che popola, a legger loro, non solo il web ma la società tutta.

Ebbene, spezzo una lancia in loro favore, in favore dei patetici adoratori del nulla, definendoli eroici consumatori di beni voluttuari che sostengono a spada tratta, si noti l’ironia, l’economia nazionale e planetaria.

Detta così, banale, se non fosse per l’attrazione dell’eros non vi sarebbe società e senza società nulla sarebbe l’economia, e a poco se non nulla vale scandalizzarsi se il web si popola di adescatrici e maliziose femmine che seducono, ammaliano, attirano, conquistano e poi cedono, affittano, prestano, locano o addirittura vendono le proprie grazie o l’intimo usato o un repertorio d’immagini delle loro più recondite capacità, di amplessi multipli o di solitarie scorribande del piacere. La questione non è neppure se sia nato prima il pollo o la gallina, il cliente o la meretrice, che da che mondo e mondo domanda e offerta viaggiano speditamente sottobraccio, di pari passo, senza perdere un colpo.

La questione, piuttosto, è fiscale.

Nei locali dove il sesso si consuma girano solo contanti e i titolari registrano esclusivamente i pagamenti effettuati con denaro digitale. Ben raramente i clienti esigono fattura e il nero è il principe del principio di piacere.

Temo altresì che anche nei portali organizzati e specificamente definiti valga la regola del sorvolo fiscale, così come nel vasto mondo della fotografia amatoriale che muove ogni settimana migliaia di persone tutte comprese in relazioni cash cash.

Cresce il numero di escort, di sex workers, di fetish ladies e di mistress in un proliferare dell’offerta che smuoverebbe persino una letargica domanda con un piede nella fossa rosari pietosamente conto di quanto meglio sarebbe schiattare in un eroico amplesso sorridente piuttosto che nel conforto dei macchinari ospedalieri.

Cresce (anche) perché lavoro vero se ne trova poco, perché la scuola non ha adeguatamente preparato le giovani pulzelle che al mercimonio si dedicano, perché il complesso delle cose suggerisce che si guadagni molto di più marchettando (anche on line) o sculettando piuttosto che schiacciando per otto ore le meccaniche d’ufficio, con poi quel rischio sempre presente che sia il capo a domandare gratuitamente ciò che il mercato paga profumatamente.

Cresce l’offerta perché sono tutte belle, dalle unghie perfette, dai corpi felini, dalle ciglia curate, dalle chiappe rifatte e tutto quel ben di dio di investimento fatto sul migliorare l’estetica non sarà mica stato speso per favorire il singolo desiderio di un geometra matrimonialista: l’investimento va recuperato in breve tempo e la scorciatoia è una e nota, e il così fan tutte regola quel che resta del pudore.

Eccoli allora i morti di Effe, miserabili accattoni dell’eros, migrati attraverso il deserto affettivo e il tempestoso mare delle relazioni complicate, smaniosi di compiere ciò che natura esige senza i quali né escort né mistress, né modelle e fotomodelle, né sex workers, né cubiste, né conduttrici e intrattenitrici televisive disporrebbe di una rendita sufficiente a tirare a campare.

Perché i morti di Effe sostengono l’economia, lavorano (loro sì, e spesso tanto) per pagare le prestazioni offerte e senza il loro desiderio, senza la necessità, senza la brama, l’urgenza e la frenesia, l’economia sarebbe azzerata, limitata a scambi tecnici di bulloni e cacciaviti, di farina e di uova. Perché sono i morti di Effe che sostengono le economie dell’abbigliamento e dell’estetica, delle palestre e dei locali della movida, delle discoteche e dei motel.

Diciamolo chiaramente: senza morti di Effe saremmo tutti morti di fame.

Caruso, le radici della voce diventano futuro

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Ci sono storie che nascono lontano dai grandi palcoscenici e che, proprio come una voce ben proiettata, finiscono per arrivare molto più lontano di quanto si potesse immaginare. È la storia del Festival Internazionale “Enrico Caruso” di Piedimonte Matese, nato da un’intuizione e cresciuto, in appena cinque anni, fino a trasformarsi in un appuntamento capace di parlare al mondo della lirica.

Ora quella storia compie un salto di qualità. La quinta edizione del Festival ospita infatti la prima edizione del Concorso Internazionale “Enrico Caruso – Le radici della voce”, competizione lirica rivolta a giovani cantanti provenienti da tutto il mondo, con iscrizione gratuita e un montepremi complessivo di 14 mila euro.

Una scelta che non è soltanto artistica, ma anche identitaria. Perché Piedimonte Matese non è semplicemente il luogo che celebra il nome di Caruso: è uno dei luoghi originari della sua vicenda umana. Il grande tenore nacque a Napoli, ma fu concepito proprio a Piedimonte Matese, dove vivevano i suoi genitori prima del trasferimento nel capoluogo partenopeo. È da questo legame, insieme anagrafico, storico e affettivo, che la città ha costruito negli anni la propria vocazione carusiana.

L’avventura del Festival affonda le radici in una felice intuizione di Guido Civitillo, condivisa con i fratelli Italo, Salvatore e Gaetano, cresciuti musicalmente anche attraverso l’ascolto dei dischi del Maestro. Con la collaborazione della Camera di Commercio di Caserta e del Comune di Piedimonte Matese, quella prima serata celebrativa, organizzata nel centenario della morte di Caruso, ha progressivamente dato vita a un progetto culturale più ampio.

Oggi il progetto guarda decisamente oltre la memoria. Guarda ai giovani, alla formazione, al confronto internazionale e, soprattutto, al futuro del canto lirico.

Dai quattro continenti alla sfida finale

Sono stati oltre ottanta i concorrenti arrivati a Piedimonte Matese per questa prima edizione del Premio, sotto la direzione artistica di Franco Moretti. Le selezioni hanno coinvolto una commissione di assoluto rilievo internazionale, composta da Nicola Colabianchi, Sovrintendente e Direttore Artistico della Fondazione Teatro La Fenice di Venezia; Federico Pupo, Direttore Artistico della Fondazione Teatro Carlo Felice di Genova; Simon Krečič, Direttore Artistico e Musicale dell’Opera del Teatro Nazionale Sloveno di Maribor; Fulvio Artiano, Direttore del Conservatorio di Musica “Giuseppe Martucci” di Salerno, e dallo stesso Moretti.

Dopo la fase eliminatoria, il gruppo dei partecipanti si è ristretto a 41 ammessi, in rappresentanza di dieci Paesi e tre continenti. Ora la competizione entra nel vivo con i dodici finalisti chiamati a contendersi la vittoria.

Sono Achille Del Giudice, tenore; Antimo Dell’Omo, baritono; Stela Dicusara, soprano; Mira Dozio Pinchuk, soprano; Laura Fortino, soprano; Mario Greco, tenore; Junsung Jeon, baritono; Eunchan “Theo” Lee, tenore; Ruixin Li, baritono; Fooroz Razavi, soprano; Haruna Tominaga, soprano; Rosa “Rossella” Vingiani, soprano, e Davide Zaccherini.

I finalisti saranno accompagnati dalle pianiste Elisa Montipò e Claudia Mariano, in una serata che rappresenterà non soltanto l’ultimo atto della selezione, ma anche il primo vero confronto con un pubblico e con professionisti di grande esperienza internazionale.

Il 30 agosto il grande Gala

Il momento culminante sarà domenica 30 agosto, alle ore 21, in Piazza del Carmine, con il Gran Galà dei Vincitori.

A dirigere la serata sarà Jacopo Sipari di Pescasseroli, sul podio dell’Orchestra dell’Istituzione Sinfonica Abruzzese, formazione alla quale il direttore è particolarmente legato e di cui è direttore musicale.

Accanto ai vincitori salirà sul palco uno degli interpreti più attesi della serata: il tenore napoletano Vincenzo Costanzo, chiamato a essere una sorta di padrino artistico dei giovani protagonisti del concorso.

«Chi sceglie la strada del canto e della musica è un supereroe, oggi come oggi», ha sottolineato Costanzo, dichiarandosi «felice e onorato» di poter accompagnare idealmente questi giovani artisti nella loro prima grande sfida internazionale. Un concorso che, ha evidenziato il tenore, unisce un importante montepremi alla possibilità concreta di essere ascoltati da figure di primo piano del mondo della lirica e del teatro internazionale.

Al pianoforte, per il repertorio di canzoni napoletane, sarà ancora Elisa Montipò. Nel corso del Gala verrà inoltre assegnato il Premio Speciale “Enrico Caruso”, che sarà consegnato personalmente da Enrico Caruso Jr., pronipote del leggendario tenore.

Un programma nel segno dei grandi tenori

Il programma musicale della serata costruisce un ideale ponte tra la tradizione del melodramma italiano e la voce contemporanea di Vincenzo Costanzo.

Tra i momenti più significativi figura l’Intermezzo dalla “Fedora” di Umberto Giordano, opera che inaugurerà la stagione de La Fenice e che porta con sé un legame particolarmente suggestivo con Caruso. La prima rappresentazione, nel 1898 al Teatro Lirico di Milano, fu infatti diretta dallo stesso compositore e vide un giovane Enrico Caruso nel ruolo del protagonista maschile.

Il celebre tema dell’arioso di Loris, “Amor ti vieta”, viene ripreso e ampliato nell’intermezzo orchestrale, trasformando quel nucleo melodico appassionato in una pagina di ampio respiro sinfonico. Sarà quindi Costanzo a riportare al centro della serata proprio “Amor ti vieta”, una delle pagine più celebri e intense del repertorio tenorile.

Dal verismo di Giordano si passerà a Ruggero Leoncavallo, con l’Intermezzo da “I Pagliacci”, pagina che, collocata tra il primo e il secondo atto, assume una precisa funzione drammaturgica: è un ponte emotivo che prepara il pubblico all’esplosione tragica della seconda parte dell’opera.

E sarà ancora Costanzo a vestire idealmente i panni di Canio in “Vesti la giubba”, una delle arie-simbolo del teatro musicale italiano. Un omaggio che assume un significato particolare proprio nella città legata alla memoria di Caruso, la cui storica incisione del 1902 di questa pagina viene ricordata come il primo disco al mondo a superare il milione di copie vendute.

La vocalità di Costanzo, scura e corposa nel registro medio-grave, ma capace di slanci luminosi e sicuri verso l’acuto, si presta in modo naturale alla drammaticità del personaggio: dalla confessione del recitativo all’esplosione del dolore, fino alla disperazione dell’uomo costretto a recitare mentre la propria vita sta andando in frantumi.

Puccini, tra abbandono, morte e redenzione

Il Gala entrerà quindi nell’universo sonoro di Giacomo Puccini, con l’Intermezzo di “Suor Angelica”, pagina in cui l’orchestra diventa protagonista di una tavolozza timbrica fatta di trasparenze, ombre, bagliori e tensioni interiori.

Seguirà “La Tregenda” da “Le Villi”, seconda parte dell’intermezzo della prima opera di Puccini, una pagina sinfonica attraversata da inquietudine e stupore, nella quale l’invenzione musicale sembra progressivamente trascinare ogni elemento esterno dentro un vortice emotivo.

Costanzo tornerà quindi al personaggio di Roberto con “Torna ai felici dì”, aria del secondo atto di “Le Villi” dominata dal rimorso, dalla colpa e dalla nostalgia per un amore perduto.

Il viaggio proseguirà con “E lucevan le stelle”, l’addio alla vita di Mario Cavaradossi in “Tosca”. Una pagina in cui il ricordo dell’amore e l’imminenza della morte si fondono in una confessione intima, sospesa sul celebre fraseggio nostalgico del clarinetto.

Il momento più atteso: “Nessun dorma!”

Ma sarà probabilmente “Nessun dorma!” il momento destinato a concentrare maggiormente l’attesa del pubblico.

Costanzo interpreterà Calaf, personaggio appena affrontato al Summer Opera Festival di Varna, portando a Piedimonte Matese una delle pagine più celebri e impegnative del repertorio pucciniano.

Qui la partitura esplode in una dimensione sonora imponente, tra impasti orchestrali metallici e improvvise aperture luminose. È il terreno ideale per una vocalità capace di unire potenza, slancio e ardimento, fino alla celebre ascesa conclusiva che trasforma la sicurezza del principe in una promessa destinata a travolgere la gelida Turandot e, insieme, l’intero pubblico.

Un concorso che parte dalla memoria per guardare al futuro

«Sono sicuro che questo concorso avrà lunga durata», ha dichiarato Jacopo Sipari di Pescasseroli, ringraziando Costanzo e Moretti per l’invito a dirigere la serata finale e sottolineando il proprio legame con l’Orchestra dell’Istituzione Sinfonica Abruzzese. «Ci sono tutte le premesse per costruire un solido futuro e promuovere la tradizione interculturale e le radici che hanno già reso grande la terra di Napoli».

È forse proprio questa la cifra più interessante dell’iniziativa: non limitarsi a celebrare un mito, ma utilizzare quel mito come punto di partenza.

Caruso appartiene alla storia del canto, ma la sua vicenda continua a interrogare il presente. La sua voce, consegnata alla memoria attraverso le prime incisioni discografiche, oggi diventa simbolicamente un invito rivolto a una nuova generazione di interpreti.

A Piedimonte Matese, dunque, le “radici della voce” non sono soltanto quelle di un grande tenore del passato. Sono quelle di una tradizione che prova a rinnovarsi, mettendo in dialogo giovani artisti provenienti da Paesi e culture diverse, grandi istituzioni musicali e una terra che ha scelto di trasformare la memoria in progettualità.

E così, mentre il concorso incorona i suoi primi vincitori e il Gala riporta in piazza le grandi pagine del melodramma italiano, la voce di Caruso torna idealmente a risuonare nel luogo da cui, prima ancora di diventare leggenda, ebbe origine la sua storia.

Cremona in ginocchio: dieci minuti di vento e grandine cancellano la normalità

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Dieci minuti sono bastati per cambiare il volto di Cremona. Una violenta tromba d’aria, accompagnata da raffiche di vento e da una grandinata di eccezionale intensità, ha investito la città nel pomeriggio di venerdì 28 agosto, lasciandosi alle spalle una lunga scia di danni.

Il bilancio è pesante: migliaia di alberi abbattuti, tetti scoperchiati, una decina di chiese danneggiate e circa 10 mila automobili colpite dalla grandine. Sono oltre quaranta le persone rimaste ferite, fortunatamente nessuna in modo grave. Otto famiglie, evacuate dalle proprie abitazioni, sono rimaste senza un tetto.

Per ore la città è stata attraversata da sirene, squadre di soccorso e mezzi impegnati a liberare strade e mettere in sicurezza edifici e aree pubbliche. I vigili del fuoco hanno effettuato circa un centinaio di interventi, affiancati dai volontari della Protezione civile.

Tetti divelti e case evacuate

La furia del vento ha colpito abitazioni e palazzi in diversi punti della città. Sono decine gli edifici che hanno riportato danni alle coperture, con tegole e parti dei tetti divelte dalle raffiche. In alcuni casi si è resa necessaria l’evacuazione degli occupanti e sono ancora in corso le verifiche sulla stabilità degli immobili maggiormente danneggiati.

A impressionare è anche il bilancio sul patrimonio religioso. Almeno dieci chiese sono state danneggiate, con conseguenze particolarmente evidenti sulla cattedrale, dove è crollata la copertura di una guglia.

Ma è soprattutto la quantità di alberi caduti a raccontare la violenza dell’evento: intere porzioni della città sono state interessate dalla caduta di piante e rami, alcuni finiti sulle auto o sulle strade, rendendo necessario un massiccio lavoro di rimozione e messa in sicurezza.

Poi c’è la grandine. Chicchi di grosse dimensioni hanno colpito migliaia di vetture, provocando danni alla carrozzeria e ai parabrezza. La stima è di circa 10 mila automobili danneggiate.

La grandine colpisce anche il Piacentino

La perturbazione ha raggiunto con particolare violenza anche la parte orientale della Bassa Piacentina. A Castelsangiovanni, al confine con la provincia di Pavia, sono caduti chicchi di grandine descritti come grandi quanto palline da tennis.

Decine le richieste arrivate ai vigili del fuoco, soprattutto per alberi abbattuti dalle raffiche e finiti sulle automobili in sosta. Danni sono stati segnalati in diverse frazioni del territorio comunale e nell’area del polo logistico, attraversata dall’autostrada Piacenza-Torino.

La violenza della grandinata ha costretto numerosi automobilisti in transito a fermarsi. Un fenomeno breve, ma abbastanza intenso da creare una situazione di forte difficoltà sulla viabilità.

Il maltempo ha inoltre provocato danni alle colture, con conseguenze soprattutto per i vigneti. Non si registrano feriti.

Torino, otto persone bloccate: interviene il Drago

Situazione complessa anche nel Torinese, dove tre squadre dei vigili del fuoco sono intervenute con l’elicottero Drago per soccorrere otto persone rimaste bloccate sulla strada nella zona di Clot de la Batüa.

Le persone, che stavano cercando di raggiungere le proprie abitazioni, sono state recuperate e accompagnate in un luogo sicuro, in attesa di poter rientrare nelle loro case.

Nella stessa zona si trova un’area di sosta per camper, occupata da una decina di persone. La situazione è stata monitorata dai soccorritori, ma non è stato necessario procedere all’evacuazione.

Il lavoro è proseguito con la rimozione di fango e detriti che hanno invaso la carreggiata. Per ragioni di sicurezza, la strada è rimasta chiusa durante la notte.

Alberi e tegole pericolanti nell’Alessandrino

Il fronte del maltempo ha interessato anche la provincia di Alessandria. Una cinquantina le richieste di intervento arrivate ai vigili del fuoco per alberi caduti o pericolanti, alcuni dei quali finiti sulle strade e sulle automobili.

Il vento ha inoltre divelto tegole e reso pericolose tende e altre strutture. Le aree maggiormente interessate sono state il capoluogo, il Tortonese e la Bassa Valle Scrivia.

Temporali particolarmente intensi hanno attraversato anche l’area appenninica delle Valli Borbera, Spinti e Campassi, oltre al Valenzano.

In Trentino oltre 800 escursionisti soccorsi

Dalla pianura alle montagne, il maltempo ha creato situazioni di emergenza anche in Trentino, dove oltre 800 escursionisti sono stati assistiti e accompagnati a valle dopo il blocco degli impianti di risalita.

A quote superiori ai 2.500 metri, le raffiche hanno superato i 110 chilometri orari, rendendo particolarmente difficili le operazioni.

Le situazioni più complesse si sono concentrate nelle zone di Ciampac e Sass Pordoi, ma interventi sono stati effettuati anche a Buffaure e Col Rodella.

A Ciampac, circa 400 escursionisti sono rimasti bloccati dopo lo stop degli impianti e sono stati progressivamente trasferiti a valle con i mezzi dei vigili del fuoco volontari e della società di gestione.

Al Sass Pordoi erano invece circa 600 le persone coinvolte. Vigili del fuoco e Soccorso alpino hanno accompagnato circa 200 escursionisti attraverso la Forcella Pordoi, scortandoli verso valle. Anziani e bambini, considerati i soggetti più fragili, hanno invece potuto utilizzare l’impianto di risalita, riaperto in serata.

Un’unica giornata di maltempo, dunque, ha messo sotto pressione territori diversi e molto lontani tra loro. Ma è Cremona a pagare il prezzo più evidente della violenza della perturbazione: dieci minuti di vento e grandine hanno lasciato dietro di sé una città ferita, decine di famiglie da assistere e migliaia di danni ancora da quantificare.

Carburanti, benzina oltre i 2 euro al litro: il diesel sale a 2,13 euro

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Il prezzo dei carburanti concede un piccolo respiro agli automobilisti, ma il quadro resta tutt’altro che leggero. Secondo gli ultimi dati dell’Osservatorio sui prezzi dei carburanti del Ministero delle Imprese e del Made in Italy, aggiornati a sabato 29 agosto 2026, sulla rete stradale nazionale la benzina in modalità self service viene venduta mediamente a 2,016 euro al litro, mentre il gasolio raggiunge quota 2,130 euro al litro.

Una fotografia che segnala una lieve flessione dei prezzi sulla rete ordinaria, senza però modificare in maniera sostanziale il livello raggiunto dai carburanti. La soglia dei 2 euro al litro per la benzina, ormai ampiamente superata dal diesel, continua infatti a rappresentare un elemento di pressione sui costi di mobilità di famiglie e imprese.

In autostrada il pieno costa ancora di più

La situazione cambia, come prevedibile, quando si guarda alla rete autostradale. Qui i listini medi rimangono sostanzialmente allineati alle precedenti rilevazioni, ma su livelli più elevati rispetto alla viabilità ordinaria.

Per la benzina self service il prezzo medio si attesta a 2,096 euro al litro, praticamente a ridosso dei 2,10 euro. Ancora più pesante il dato relativo al gasolio, che arriva a 2,204 euro al litro.

La differenza rispetto alla rete stradale è dunque evidente: fare rifornimento in autostrada continua a comportare un esborso maggiore, con il diesel che supera stabilmente la soglia dei 2,20 euro al litro.

Benzina e diesel, il confronto

I numeri del Mimit restituiscono anche un elemento ormai strutturale del mercato italiano: il gasolio continua a costare più della benzina.

Sulla rete stradale nazionale il divario medio è di circa 11,4 centesimi al litro a favore della benzina; sulle autostrade la distanza sale a circa 10,8 centesimi.

Tradotto in termini concreti, un rifornimento di 50 litri comporta una spesa media di circa 100,80 euro per la benzina e 106,50 euro per il gasolio sulla rete ordinaria. In autostrada, lo stesso quantitativo costa mediamente circa 104,80 euro per la benzina e 110,20 euro per il diesel.

Sono cifre che rendono immediatamente la misura dell’impatto dei prezzi alla pompa, soprattutto per chi percorre quotidianamente lunghe distanze o affronta viaggi in auto in questo periodo dell’anno.

Il quadro resta sotto osservazione

La lieve correzione registrata sulla rete stradale non basta dunque a parlare di una vera inversione di tendenza. Il mercato resta caratterizzato da prezzi elevati e da una marcata differenza tra rete ordinaria e autostrade.

L’aggiornamento dell’Osservatorio del Mimit conferma quindi un quadro nel quale il costo del pieno continua a pesare, mentre gli automobilisti guardano con attenzione anche pochi centesimi di differenza al litro, soprattutto in vista degli spostamenti di fine estate.

Il dato più significativo resta quello della benzina: 2,016 euro al litro in modalità self sulla rete stradale, con la media autostradale che sale a 2,096 euro. Per il gasolio, invece, il conto è ancora più salato: 2,130 euro al litro sulla rete ordinaria e 2,204 euro sulle autostrade.

Numeri che, al di là delle oscillazioni quotidiane, raccontano un mercato dei carburanti ancora sotto pressione e un pieno che continua a incidere in modo tutt’altro che marginale sul bilancio degli automobilisti.

Settembre non è più bassa stagione: 10 milioni di italiani scelgono di allungare l’estate

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Il calendario delle vacanze degli italiani sta cambiando. Mentre il grande controesodo segna ufficialmente la fine della fase più intensa dell’estate, settembre si prepara a vivere una propria stagione turistica: saranno infatti 10 milioni gli italiani pronti a partire nel corso del mese, confermando una tendenza ormai sempre più evidente, quella di spostare parte delle ferie oltre i tradizionali mesi di luglio e agosto.

A fotografare il fenomeno sono i dati dell’Osservatorio Confturismo/Confcommercio in collaborazione con Swg, secondo i quali chi viaggerà a settembre prevede di spendere in media circa 760 euro a persona. Una cifra che racconta non soltanto la voglia di vacanza, ma anche la crescente attenzione a periodi dell’anno capaci di offrire un equilibrio più favorevole tra qualità del soggiorno e costo.

Vacanze brevi, ma non solo

Settembre si presenta come un mese dalle formule di viaggio molto diverse. Una parte consistente dei vacanzieri sceglierà infatti soggiorni brevi: 2,8 milioni di italiani prevedono di fermarsi appena una o due notti.

Più numeroso il gruppo di chi concederà alla vacanza qualche giorno in più: 3 milioni di persone hanno programmato un soggiorno compreso tra tre e cinque giorni. Per tutti gli altri, invece, la partenza avrà un respiro decisamente più ampio, con sette o più pernottamenti.

Un mosaico di durate che conferma come la vacanza di settembre non abbia più un unico identikit: può essere il weekend lungo, una breve pausa per staccare dopo l’estate o un vero e proprio periodo di ferie.

Il mare resta il re delle preferenze

Nonostante il calendario più avanzato, il mare non cede il primato. È la scelta indicata dal 41% dei viaggiatori, a conferma di quanto la dimensione balneare continui a rappresentare l’immagine più forte della vacanza italiana.

Alle sue spalle si piazzano le grandi città d’arte, scelte dal 26%, mentre la montagna conquista il 18% delle preferenze. Settembre, dunque, sembra ampliare il ventaglio delle possibilità: meno ricerca della sola tintarella e maggiore spazio anche a cultura, paesaggio, passeggiate e turismo esperienziale.

A prevalere nettamente sono comunque le destinazioni domestiche: il 71% degli italiani resterà in Italia, mentre il 23% attraverserà i confini per raggiungere un altro Paese europeo. Solo il 6% sceglierà una destinazione al di fuori dell’Europa.

Tra le regioni italiane, la classifica premia la Toscana, seguita da Campania ed Emilia-Romagna. Guardando oltre i confini nazionali, invece, è la Spagna a conquistare il primo posto, davanti a Francia e Grecia.

Over 55 in prima fila

A guidare il popolo delle partenze settembrine sono soprattutto gli over 55, che rappresentano il 42% dei viaggiatori. Seguono i giovani, con il 35%, mentre la fascia tra i 35 e i 54 anni completa il quadro.

Anche la scelta dell’alloggio restituisce un’immagine variegata del turismo di settembre. Gli alberghi restano la soluzione più gettonata, con il 30% delle preferenze, ma le seconde case seguono a breve distanza, con il 25%. Al terzo posto ci sono i B&B, scelti dal 17%.

Più contenute le quote di chi opterà per case in affitto (11%), agriturismi (6%) e, infine, villaggi vacanze e resort.

Il clima cambia il calendario delle ferie

Dietro il successo crescente di settembre c’è anche un fattore che negli ultimi anni pesa sempre di più nelle decisioni dei viaggiatori: il clima.

«È sempre più il clima a influenzare il calendario delle vacanze degli italiani», osserva Manfred Pinzger, presidente di Confturismo Confcommercio. E settembre, da questo punto di vista, sembra avere tutte le carte in regola per trasformarsi da semplice appendice dell’estate a vero e proprio periodo di vacanza.

Temperature generalmente più miti, località meno affollate e una maggiore convenienza possono infatti rendere il viaggio di settembre particolarmente appetibile per chi cerca relax, bel tempo e condizioni meno caotiche rispetto ai mesi di punta.

La conseguenza è una progressiva redistribuzione dei flussi turistici. Le partenze non si concentrano più soltanto nel cuore dell’estate, ma si spalmano su un arco temporale più ampio, contribuendo ad allungare la stagione turistica e a modificare le abitudini degli italiani.

Il controesodo, insomma, non coincide più necessariamente con la fine delle vacanze. Per milioni di persone, il rientro di agosto può essere soltanto una parentesi prima di una nuova partenza. Settembre si prende così uno spazio sempre più importante nel calendario del turismo italiano: l’estate, almeno per chi può scegliere, non finisce con agosto.

Banconote da 50 euro lanciate in strada: a Belluno un senzatetto “dissemina” 4mila euro

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Una scena surreale, quasi da film, nel pomeriggio del 5 agosto a Belluno: un uomo senza fissa dimora è stato visto mentre prendeva banconote da 50 euro da una valigetta e le lasciava volare lungo la strada. A insospettire chi si trovava nei paraggi non è stata soltanto la modalità decisamente insolita con cui il denaro veniva “distribuito”, ma soprattutto la quantità delle banconote.

A dare l’allarme è stato un passante, che ha chiamato la polizia. Gli agenti, intervenuti sul posto, hanno recuperato complessivamente 4mila euro, suddivisi in 80 banconote da 50 euro. Un tesoretto che, in un primo momento, qualcuno aveva persino ipotizzato potesse essere costituito da banconote contraffatte. Gli accertamenti hanno invece fugato il dubbio: i soldi erano autentici.

La valigetta resta un mistero

Il protagonista della vicenda è un profugo iracheno che, secondo quanto riferito da Il Gazzettino, si trova a Belluno almeno dal 2022. Resta però senza risposta la domanda principale: da dove arrivava quella valigetta piena di denaro?

L’uomo, infatti, non avrebbe fornito elementi in grado di chiarire la provenienza dei contanti e, almeno per quanto emerso, non risultano denunce relative allo smarrimento o alla sottrazione di una somma simile.

La questura ha quindi atteso alcuni giorni, nella speranza che qualcuno si facesse avanti per reclamare il denaro. Ma nessuno ha rivendicato la proprietà della valigetta o delle banconote.

Nessun proprietario si presenta

Trascorso il periodo di attesa senza che emergesse un legittimo proprietario, la polizia ha provveduto a consegnare i 4mila euro al Comune di Belluno.

Restano così diversi interrogativi sulla vicenda: chi possedeva originariamente quel denaro? Come è arrivata la valigetta nelle mani dell’uomo? E perché quelle banconote sono finite in strada, una dopo l’altra?

Domande alle quali, per ora, non è stata trovata una risposta. L’unico elemento certo è che quella che poteva sembrare una scena incredibile — banconote da 50 euro lanciate in strada — ha portato al recupero di una somma tutt’altro che simbolica.

Hormuz, lo scontro sulle rotte: i Pasdaran accusano gli Usa, “l’apertura dello Stretto è una menzogna”

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Lo Stretto di Hormuz torna al centro della contesa tra Stati Uniti e Iran, e questa volta la disputa non riguarda soltanto il controllo militare di uno dei passaggi marittimi più strategici del mondo. Al centro dello scontro c’è anche una battaglia sulle parole: Washington parla di riapertura delle rotte internazionali, Teheran replica definendo quelle dichiarazioni una vera e propria “menzogna”.

A prendere posizione sono stati i Pasdaran, attraverso la Marina dei Guardiani della Rivoluzione. In una dichiarazione trasmessa dalla televisione di Stato Irib, le forze iraniane hanno respinto la versione americana secondo cui lo Stretto sarebbe nuovamente navigabile, accusando gli Stati Uniti di voler manipolare il mercato petrolifero e, allo stesso tempo, mascherare gli effetti delle proprie operazioni militari.

Secondo Teheran, dunque, Hormuz non può essere considerato semplicemente “aperto”. Il passaggio delle navi, sostengono i Guardiani della Rivoluzione, resterà subordinato al coordinamento con le autorità iraniane almeno fino a quando Washington non interromperà le proprie operazioni militari e non saranno rispettate le condizioni poste dall’Iran.

La versione americana è radicalmente diversa. Washington sostiene che le principali rotte internazionali siano state riaperte dopo le operazioni condotte dalla Marina statunitense per rimuovere le mine navali e ripristinare la sicurezza della navigazione.

A rafforzare la posizione americana è intervenuto direttamente il presidente Donald Trump, secondo il quale lo Stretto è sotto il controllo degli Stati Uniti e milioni di barili di petrolio stanno già attraversando quotidianamente il corridoio marittimo. Una rivendicazione che ha un evidente peso strategico e che punta a trasmettere ai mercati l’idea di una normalizzazione dei traffici energetici.

Da Teheran arriva però un segnale più articolato. Il presidente iraniano Masoud Pezeshkian ha confermato che l’Iran ha raggiunto un’intesa con l’Oman per la creazione di una rotta di transito. Non si tratta, tuttavia, della piena riapertura dello Stretto: secondo Pezeshkian, il ritorno a una situazione di completa operatività dipenderà dall’attuazione, da parte americana, degli impegni contenuti nel memorandum di Islamabad dello scorso giugno.

È proprio su questo punto che si concentra ora il confronto. Hormuz non è soltanto una strettoia geografica attraverso cui passa una quota cruciale del commercio energetico mondiale: è diventato un vero indicatore dei rapporti di forza tra Washington e Teheran. Ogni dichiarazione sulla sua apertura o chiusura può avere ripercussioni immediate sulla sicurezza della navigazione, sulle aspettative dei mercati e sulle quotazioni del petrolio.

Le due versioni, quindi, raccontano due realtà profondamente diverse. Gli Stati Uniti rivendicano di aver ripristinato la libertà di navigazione attraverso il controllo militare delle rotte; l’Iran insiste invece sul fatto che nessuna riapertura possa dirsi effettiva senza un accordo politico e senza il rispetto delle condizioni fissate da Teheran.

Nel mezzo resta lo Stretto di Hormuz, dove la questione della navigazione si intreccia ormai indissolubilmente con quella della deterrenza, della diplomazia e dell’energia. E mentre Washington cerca di dimostrare che il traffico petrolifero è tornato a scorrere, Teheran avverte che il nodo non è ancora sciolto: per l’Iran, la vera apertura di Hormuz passa ancora dal tavolo negoziale.

Trump: «Accordo storico sul petrolio con il Venezuela». Washington punta su 65 miliardi di barili

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Dalle indiscrezioni alla conferma ufficiale. Donald Trump annuncia quello che presenta come un accordo destinato a ridisegnare gli equilibri energetici tra Stati Uniti e Venezuela. Un’intesa che, nelle parole del presidente americano, avrebbe un valore senza precedenti: Washington avrebbe ottenuto il controllo maggioritario di oltre 65 miliardi di barili di riserve petrolifere certe venezuelane, senza costi a carico dei contribuenti statunitensi.

Trump ha dato l’annuncio attraverso Truth, celebrando l’operazione come «il più grande affare petrolifero della storia mondiale» e rivendicandone immediatamente le ricadute economiche e strategiche per gli Stati Uniti.

Secondo il presidente, l’accordo è stato definito su sua disposizione dal segretario di Stato Marco Rubio e dal segretario alla Guerra Pete Hegseth, in stretto coordinamento con la presidente ad interim del Venezuela Delcy Rodriguez e attraverso una partnership con il settore privato.

Più petrolio, prezzi più bassi

Il cuore dell’intesa è naturalmente energetico. Per Trump, l’accesso alle immense riserve venezuelane consentirebbe agli Stati Uniti di più che raddoppiare le proprie riserve petrolifere, aumentando in modo significativo la disponibilità di greggio sul mercato americano.

La conseguenza attesa, secondo il presidente, sarebbe particolarmente rilevante per i consumatori: un consistente calo dei prezzi del carburante, destinato a protrarsi nel lungo periodo.

Una promessa che intreccia quindi politica energetica e consenso interno. L’obiettivo dichiarato dalla Casa Bianca è trasformare l’operazione venezuelana in un vantaggio concreto per gli automobilisti e, più in generale, per l’economia americana.

L’altra faccia dell’accordo: gli investimenti in Venezuela

Se Washington guarda alle riserve petrolifere, Caracas punta invece sulla prospettiva di rilancio economico. Il segretario di Stato Marco Rubio ha definito l’intesa «un’enorme vittoria» per entrambi i popoli, sottolineando soprattutto il potenziale afflusso di capitali nel Paese sudamericano.

Rubio stima infatti quasi 100 miliardi di dollari di investimenti privati destinati al Venezuela. Una cifra che, se confermata nella sua effettiva portata e attuazione, potrebbe rappresentare un elemento decisivo per la ripresa del settore energetico venezuelano e per l’economia nazionale.

Il petrolio diventa così il terreno sul quale Washington e Caracas cercano di costruire un nuovo rapporto: da una parte il controllo e l’accesso alle risorse, dall’altra capitali, investimenti e prospettive di crescita.

Trump: «Rafforzerà enormemente il rapporto tra i due Paesi»

Nella narrazione del presidente americano, l’accordo non è soltanto una gigantesca operazione commerciale. È anche uno strumento di politica estera.

Trump sostiene infatti che l’intesa rafforzerà ulteriormente i rapporti tra Stati Uniti e Venezuela, descritti come già in fase di progressivo avvicinamento. L’obiettivo sarebbe accompagnare Caracas verso una nuova fase di sviluppo e prosperità, sfruttando proprio la leva energetica.

Il messaggio politico è dunque altrettanto importante di quello economico: il petrolio come ponte tra due Paesi che per anni sono stati protagonisti di rapporti estremamente conflittuali.

Per Trump, l’operazione avrebbe così una doppia valenza. Da un lato mette a disposizione degli Stati Uniti una quantità enorme di risorse energetiche; dall’altro apre la strada a un possibile rilancio del Venezuela attraverso nuovi investimenti privati.

Una partita energetica e geopolitica

Dietro i numeri record rivendicati da Trump si intravede una partita che va ben oltre il prezzo alla pompa. Il Venezuela possiede alcune delle più importanti riserve petrolifere del pianeta e il controllo delle sue risorse rappresenta da sempre una questione strategica di primo piano.

L’accordo annunciato dal presidente americano punta quindi a combinare sicurezza energetica, investimenti privati e ridefinizione delle relazioni geopolitiche.

Resta ora da capire come l’intesa verrà concretamente attuata, quali saranno i meccanismi di controllo delle riserve, quali condizioni saranno applicate agli investimenti e quale sarà l’effettivo impatto sulla produzione petrolifera e sui prezzi negli Stati Uniti.

Trump, intanto, ha già fissato la cornice politica dell’operazione: una vittoria per gli americani, un’opportunità per il Venezuela e una nuova fase nei rapporti tra Washington e Caracas.