A cura di Gilberto Borzini
Terminato il rito consumistico collettivo delle vacanze estive trascorse al mare le adolescenti tornano in città indossando la nuova divisa distintiva composta da pantaloncini e top, esibendosi gioiosamente seminude davanti agli occhi di chi quel mare lo ha attraversato tra mille difficoltà.
Potrebbe essere una questione di decoro, ma non lo è.
Se ne potrebbe fare un ragionamento di morale ma non è nelle mie corde.
Diciamo piuttosto che si tratta di motivi di convenienza, ovvero se sia opportuno o meno sventolare la propria estetica davanti agli occhi di chi di quell’estetica sente un bisogno primario, fisiologico.
E aggiungo: lecito domandarsi perché mai la nuova divisa adolescenziale femminile sia composta da pantaloncini e top, accompagnati da stivali più o meno da vaccari.
L’adolescenza si accompagna con la ricerca di un’omologazione, di una forma di vestiario caratterizzante. Top e pantaloncini per le ragazze, maglie stazzonate e brache da basket per i maschi definiscono il paesaggio adolescenziale urbano mettendo esplicitamente in evidenza la precoce maturità femminile rispetto ai coetanei maschi sempre un po’ ciondoloni rispetto alle colleghe.
La questione diventa sociale, e travalica il semplice stile di riferimento, quando la divisa indossata e partecipata diviene esplicitamente erotizzante, trasformando le adolescenti in un nuovo esercito di conigliette, nella nuova ondata di prodotti in circolazione, pronti alla vendita o al noleggio, in una società dei consumi dove gli stessi consumatori sono essi stessi prodotti di consumo.
La questione diviene economica quando una categoria adolescenziale si percepisce socialmente adeguata solamente rientrando nella categoria di prodotto di consumo assegnata, se si conferma ai propri e agli altrui occhi solo in quanto grazioso prodotto da consumare in nome dell’estetica manifestata.
La questione diventa politica quando bande di conigliette sfilano davanti allo sguardo di eserciti di giovani maschi di diversa cultura e appartenenza che in quei corpi individuano essenzialmente ciò che da quei corpi e da quelle movenze viene rappresentato, ovvero un prodotto di consumo da consumarsi rapidamente, dato che gioventù e bellezza hanno per natura date di scadenza ravvicinate.
Certo, diranno i soloni della libertà fasulla, ognuno sia libero di travestirsi come vuole e l’altro freni l’istinto ed eserciti la dote del rispetto.
Ma vale la pena allora chiedersi se l’esibirsi sia atto di libertà, se il mostrarsi definisca autonomia, se il proporsi coincida con l’emancipazione, e personalmente ritengo proprio di no.
E se l’esibirsi, il mostrarsi e il proporsi non sono manifestazioni di libertà ma imposizioni del contesto economico che vuole ognuno prodotto e compratore, forse conviene cercare un differente modello di rappresentazione di sé, altrimenti ha ben poco valore il lamentarsi se il diverso osa ciò che non dovrebbe osare affermando nell’atto dell’osare il suo diritto di consumatore, il suo diritto di prigioniero nel cercare evasione e libertà, il suo diritto di emarginato a vendicare il proprio disagio moltiplicato nei luoghi in cui aveva sognato accoglienza e vita.
Se il concetto di Libertà termina nella libertà altrui, in una società complessa e articolata il limite e il confine vanno calcolati attentamente, e il pudore conseguentemente.
Sarebbe bello, allora, immaginare una gioventù elegante e sobria.
