27 Ottobre 2026, martedì
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Ceuta, l’allarme dei servizi spagnoli arrivò a Rabat prima dell’assalto

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L’allarme era arrivato con un giorno di anticipo. Il 29 luglio, mentre sui social si moltiplicavano le convocazioni per una mobilitazione verso Ceuta, i servizi segreti spagnoli avevano già messo in guardia il governo sulla possibilità di un ingresso di massa nella città autonoma, via mare e via terra.

A rivelarlo sono i documenti recentemente desecretati dalle autorità spagnole: quaranta atti che ricostruiscono, minuto per minuto, la catena delle informazioni raccolte dall’intelligence alla vigilia di uno degli episodi migratori più imponenti registrati nella storia recente di Ceuta.

Ma tra le carte c’è soprattutto un elemento destinato a riaprire il dibattito sulle responsabilità e sulla gestione dell’emergenza: l’allerta non rimase confinata alle autorità spagnole. Il Centro nazionale di intelligence (Cni) informò anche i servizi segreti marocchini.

L’allerta del 29 luglio

La segnalazione partì in una «nota urgente» del Cni, indirizzata alla Delegazione del governo a Ceuta e agli apparati di sicurezza. Al centro dell’attenzione c’erano due gruppi organizzati attraverso WhatsApp, utilizzati per coordinare una possibile incursione collettiva nell’enclave spagnola in occasione della Festa del Trono, celebrata in Marocco il 30 luglio.

I numeri fotografavano una mobilitazione tutt’altro che marginale. Il gruppo denominato «Assaltare Ceuta» contava circa 160 mila utenti; un secondo gruppo ne riuniva altri 22 mila. In totale, secondo la comunicazione dell’intelligence, la capacità di diffusione dei messaggi arrivava a circa 180 mila follower.

Non era dunque soltanto una voce circolata nella rete. Per gli analisti spagnoli, la dimensione dei gruppi rappresentava un indicatore concreto della possibilità che la mobilitazione virtuale si trasformasse in un movimento reale verso la frontiera.

La nota tattica venne trasmessa alla Uce-3 della Guardia Civil, l’unità incaricata dell’intelligence, e al Cenif, struttura della Polizia nazionale impegnata sul fronte dell’immigrazione. In via straordinaria, la comunicazione raggiunse anche la Delegazione del governo a Ceuta.

Fin qui, una macchina di prevenzione che sembra avere seguito i propri protocolli.

La vera novità emerge però da un altro passaggio delle carte: la stessa informazione fu inoltrata anche a Rabat, precisamente alla Direzione generale di vigilanza del territorio (Dgst), responsabile dell’intelligence interna marocchina, e alla Direzione generale di studi e documentazione (Dged), organismo di riferimento per l’intelligence esterna.

La previsione e ciò che accadde dopo

Il 30 e il 31 luglio l’allarme si trasformò in realtà. Un’ondata senza precedenti investì Ceuta, con l’ingresso nell’enclave di oltre 72 mila persone, secondo le stime governative citate nei documenti. Circa il 90 per cento fece successivamente ritorno in Marocco.

Le carte, tuttavia, non indicano che il Cni fosse in grado di prevedere l’esatta portata dell’evento. L’intelligence aveva individuato la mobilitazione e il rischio di un afflusso coordinato, ma non aveva stimato che l’operazione potesse assumere dimensioni di tale entità.

È proprio su questo punto che si concentra una delle questioni più delicate emerse dalla desecretazione.

Secondo fonti dell’intelligence citate dalla Cadena Ser, i documenti dimostrerebbero che le autorità marocchine erano state avvertite, ma avrebbero commesso un «errore nella valutazione della minaccia». Una distinzione importante: essere informati di un possibile assalto non equivale necessariamente a conoscere la scala che l’evento avrebbe assunto poche ore dopo.

Il rapporto militare: «negligente e passiva»

Ancora più significativo è ciò che accadde nelle prime ore dell’emergenza.

Un rapporto del Centro di intelligence delle Forze armate spagnole (Cifas), datato 30 luglio alle 13, descrive la condotta delle autorità marocchine come «passiva».

Il documento ritiene «molto probabile» che le autorità marocchine non stessero favorendo attivamente l’ondata migratoria, ma che avessero agito fino a quel momento in maniera «negligente e passiva».

È un passaggio che introduce una sfumatura decisiva nella ricostruzione degli eventi. Le carte, infatti, non sembrano sostenere in modo diretto la tesi di un’azione marocchina deliberatamente orchestrata per spingere migliaia di migranti verso Ceuta. Piuttosto, delineano uno scenario nel quale Rabat, pur avendo ricevuto l’informazione preventiva, non avrebbe reagito con la tempestività necessaria davanti a una minaccia che stava crescendo.

Il Cifas formulava inoltre una previsione: le forze di sicurezza marocchine avrebbero probabilmente aumentato il proprio livello di intervento dal 1° agosto, una volta conclusa la Festa del Trono.

Una frontiera sospesa tra intelligence e politica

La sequenza ricostruita dai documenti restituisce così un quadro più complesso di quello suggerito dalle sole immagini dell’emergenza. Prima delle migliaia di persone ammassate davanti alla frontiera e delle traversate in mare, c’erano segnali digitali, gruppi WhatsApp, comunicazioni riservate e rapporti dell’intelligence.

E soprattutto c’era un’informazione che aveva attraversato la frontiera prima ancora che lo facesse l’ondata migratoria.

Il Cni aveva individuato i canali attraverso i quali veniva organizzata la mobilitazione. Aveva quantificato la portata della comunicazione sui social. Aveva allertato gli apparati spagnoli e, in una circostanza tutt’altro che ordinaria, aveva trasmesso la stessa segnalazione agli omologhi marocchini.

Quello che non riuscì a essere previsto fu invece quanto grande sarebbe stato il fenomeno e quanto rapidamente si sarebbe trasformato in realtà.

La desecretazione dei documenti non consegna dunque una risposta semplice alla domanda su cosa accadde a Ceuta. Consegna qualcosa di più interessante: la fotografia di una crisi annunciata, almeno in parte, e di una catena di allerta che aveva raggiunto anche il Paese chiamato a controllare l’altro lato della frontiera.

Il punto politico e operativo resta aperto: se il rischio era stato segnalato in anticipo, perché la risposta sul terreno arrivò soltanto dopo che l’ondata aveva già raggiunto dimensioni straordinarie?

È nella distanza tra quell’allarme del 29 luglio e ciò che accadde nelle 48 ore successive che si trova uno dei passaggi più significativi della vicenda di Ceuta.

«L’IA potrebbe sfuggire al controllo»: si dimette a 27 anni il ricercatore di Anthropic

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La domanda, questa volta, non è quanto velocemente l’intelligenza artificiale riuscirà a diventare più potente. È se l’uomo riuscirà a restare al comando mentre quella corsa accelera.

A porla, con una scelta personale tanto radicale quanto destinata a far discutere, è Jacob Coxon, 27 anni, ricercatore britannico laureato a Cambridge, che ha deciso di lasciare Anthropic, uno dei principali laboratori mondiali impegnati nello sviluppo dell’intelligenza artificiale. La sua preoccupazione è precisa: non voler contribuire alla costruzione di sistemi che, una volta raggiunto un determinato livello di autonomia, potrebbero diventare impossibili da controllare.

La vicenda, rivelata dal Wall Street Journal, riporta al centro del dibattito uno dei timori più controversi della ricerca sull’IA: la possibilità che sistemi sempre più sofisticati possano arrivare non soltanto a svolgere compiti complessi, ma anche a migliorare autonomamente le proprie capacità, accelerando uno sviluppo non più pienamente governabile dagli esseri umani.

Coxon ha trascorso circa tre anni nei principali laboratori americani di IA, occupandosi di pretraining, una fase cruciale dell’addestramento dei modelli attraverso enormi quantità di dati. Un’esperienza che gli ha consentito di osservare dall’interno la velocità con cui il settore sta procedendo. E proprio quella velocità, oggi, sembra aver alimentato i suoi dubbi.

La corsa verso l’“endgame”

Secondo Coxon, nel settore è ormai sempre più frequente il ricorso a espressioni come endgame, utilizzate per descrivere il percorso verso sistemi capaci di migliorarsi autonomamente. Una prospettiva che, agli occhi del ricercatore, non appartiene più soltanto alla fantascienza, ma rappresenta uno degli scenari che la ricerca contemporanea sta concretamente cercando di affrontare.

Il punto più inquietante delle sue dichiarazioni riguarda però la tempistica. Coxon sostiene che alcuni degli scenari più estremi potrebbero materializzarsi già nel prossimo futuro e avverte che la competizione internazionale rischia di rendere ancora più difficile mantenere elevati standard di sicurezza.

La sfida non è soltanto tecnologica. È anche geopolitica ed economica. Da una parte ci sono i grandi laboratori statunitensi, impegnati a contendersi la leadership nell’IA; dall’altra, la crescente concorrenza cinese e una competizione globale nella quale ogni rallentamento può essere percepito come una perdita di terreno.

Ed è proprio questo meccanismo a preoccupare Coxon: quando la posta in gioco è la supremazia tecnologica, il rischio è che la sicurezza finisca per diventare una variabile subordinata alla velocità.

Anthropic, secondo quanto riportato, non avrebbe commentato la decisione del ricercatore di lasciare l’azienda.

Il timore degli stessi scienziati che costruiscono l’IA

A rendere ancora più significativa la vicenda è il fatto che le perplessità di Coxon non siano rimaste isolate.

Dopo la diffusione delle sue dichiarazioni, Evan Hubinger, uno dei principali scienziati di Anthropic, ha affidato a X una riflessione particolarmente netta. Il problema, ha scritto, non è soltanto teorico: all’interno dell’azienda si ritiene seriamente possibile che un’intelligenza artificiale sufficientemente avanzata possa arrivare a provocare l’estinzione dell’umanità.

Hubinger ha inoltre stimato personalmente oltre il 10 per cento la probabilità che uno scenario di questo tipo possa verificarsi nell’arco del prossimo decennio.

Una percentuale che, naturalmente, non rappresenta una previsione scientifica certa. È una valutazione di rischio, per sua natura incerta, formulata da uno scienziato che lavora proprio su questi problemi. Ma è il contesto a rendere quelle parole particolarmente pesanti: non arrivano da un osservatore esterno o da un critico dell’industria, bensì da uno dei ricercatori impegnati in prima persona nello sviluppo dei sistemi di IA.

Il problema dell’allineamento

Al centro delle preoccupazioni c’è il cosiddetto problema dell’allineamento: come fare in modo che un sistema di intelligenza artificiale estremamente potente continui a perseguire obiettivi compatibili con quelli umani anche quando le sue capacità diventano superiori a quelle dei suoi creatori.

È una questione ancora aperta. E, secondo Hubinger, Anthropic non avrebbe oggi una soluzione definitiva per garantire l’allineamento di una futura IA superintelligente.

È questo, forse, il passaggio più delicato dell’intera vicenda. La tecnologia procede mentre la capacità di prevederne e governarne tutte le conseguenze non procede necessariamente alla stessa velocità.

Coxon ha scelto di fermarsi. Altri ricercatori, invece, ritengono che sia possibile continuare a sviluppare l’IA lavorando contemporaneamente sui sistemi di sicurezza. Il vero interrogativo è quale delle due velocità finirà per prevalere: quella dell’innovazione o quella della prudenza.

Perché se il futuro dell’intelligenza artificiale dipenderà dalla capacità delle macchine di migliorarsi sempre più rapidamente, la questione decisiva potrebbe non essere quanto lontano riusciremo a spingerle.

Potrebbe essere se saremo ancora noi a decidere quando fermarci.

11 settembre, i video segreti riaprono la pista saudita

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Vent’anni e cinque anni dopo l’11 settembre, il passato torna a bussare alla porta della giustizia americana attraverso immagini rimaste per un quarto di secolo dietro le porte degli archivi. Sono video oggi declassificati che potrebbero aggiungere nuovi tasselli a una delle questioni più controverse della tragedia del 2001: quale ruolo ebbero, se ne ebbero uno, esponenti o apparati dell’Arabia Saudita nell’assistenza ai terroristi?

Tra le immagini mai diffuse finora ce n’è una particolarmente significativa. La telecamera indugia su Washington: il Campidoglio, gli edifici del Congresso, l’obelisco del National Mall e altri luoghi di interesse strategico della capitale americana. Non si tratta, di per sé, della prova di un complotto. Ma il valore delle immagini cambia se collocato nel contesto dell’uomo al quale vengono attribuite: Omar Al-Bayoumi.

Al-Bayoumi è da anni una figura centrale nelle indagini sui possibili collegamenti sauditi con alcuni dei dirottatori. Secondo le accuse avanzate dalle famiglie delle vittime e dai loro legali, l’uomo avrebbe fornito assistenza a esponenti della cellula che preparava gli attentati. Le autorità saudite hanno sempre respinto le accuse di un coinvolgimento istituzionale di Riad negli attacchi.

È proprio questa zona grigia — tra rapporti personali, possibili attività di intelligence e responsabilità dello Stato — a rendere le nuove immagini potenzialmente rilevanti.

Il nodo non è soltanto stabilire chi abbia materialmente impugnato la telecamera. La domanda più delicata è capire perché quei luoghi fossero stati filmati, quando furono realizzate le riprese e soprattutto quale fosse l’attività di Al-Bayoumi negli Stati Uniti. Elementi che, isolati, possono apparire ambigui, ma che assumono un peso diverso se messi in relazione con le circostanze già emerse negli anni attraverso documenti investigativi e giudiziari.

La cosiddetta pista saudita è d’altra parte tutt’altro che nuova. Per anni le famiglie delle quasi tremila vittime hanno cercato di ottenere l’accesso a documenti classificati e di portare in tribunale le proprie accuse contro il governo di Riad. La controversia ha assunto dimensioni senza precedenti, fino alla causa civile da mille miliardi di dollari promossa dai familiari contro l’Arabia Saudita.

Una cifra che rende immediatamente la portata economica della battaglia, ma che non ne racconta la posta in gioco principale: ottenere un riconoscimento giudiziario di eventuali responsabilità e ricostruire, senza più zone d’ombra, la rete di sostegno che circondò i futuri attentatori negli anni precedenti all’11 settembre.

Le nuove immagini arrivano dunque in un momento particolarmente sensibile. A venticinque anni dagli attentati, gran parte dei protagonisti è morta, le prove sono disperse tra archivi investigativi e giudiziari e molte delle domande che accompagnarono le prime indagini non hanno mai trovato una risposta definitiva.

È importante, però, distinguere ciò che le immagini mostrano da ciò che si può legittimamente dedurre. Una ripresa del Campidoglio non dimostra che chi l’ha realizzata stesse preparando un attentato. Allo stesso modo, un eventuale rapporto con ambienti dell’intelligence saudita non costituisce automaticamente la prova di un coinvolgimento del governo di Riad negli attacchi.

È precisamente su questo terreno che la vicenda potrebbe giocarsi: non sulla suggestione delle immagini, ma sulla loro capacità di inserirsi in una sequenza documentale più ampia.

Il tempo, in questo caso, non ha cancellato le domande. Le ha rese più difficili, ma anche più precise. Ogni documento declassificato può infatti essere confrontato con testimonianze, rapporti investigativi e materiale già acquisito agli atti. E ogni nuovo elemento può contribuire a stabilire se si tratti di coincidenze, di attività investigative o di tasselli di una rete più complessa.

La storia dell’11 settembre è stata raccontata migliaia di volte. Ma non è ancora una storia completamente chiusa.

Le immagini di Washington rimaste per anni fuori dalla vista del pubblico riportano così l’attenzione su una domanda rimasta irrisolta: quanto lontano arrivavano realmente i legami tra alcuni cittadini sauditi presenti negli Stati Uniti e gli uomini che avrebbero trasformato quattro aerei di linea in armi?

La risposta, se esiste, non è contenuta in un singolo fotogramma. Potrebbe però trovarsi nell’incrocio tra quei fotogrammi e ciò che gli archivi americani hanno continuato a custodire per venticinque anni.

Università, il caso dei posti letto: il Pd attacca Bernini

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Sul fronte degli alloggi universitari, tra annunci, numeri e risultati raggiunti, il Partito democratico accusa il governo di aver costruito una narrazione molto distante dalla realtà. Nel mirino dei dem finiscono soprattutto le parole pronunciate alla Camera dalla ministra dell’Università e della Ricerca Anna Maria Bernini, alla quale il Pd contesta di aver presentato come un successo una partita che, secondo i dati richiamati dall’opposizione, avrebbe invece registrato un significativo ritardo rispetto agli obiettivi fissati dal Pnrr.

«Come ormai le capita sistematicamente quando si confronta con i numeri», sostengono Alfredo D’Attorre, responsabile Università del Pd, Irene Manzi e Cecilia D’Elia, capigruppo nelle commissioni Cultura di Camera e Senato, «anche oggi la ministra Bernini ha descritto in aula un universo parallelo rispetto alla realtà delle cifre».

Il nodo dei posti letto

Il punto centrale della contestazione riguarda il traguardo dei nuovi posti letto destinati agli studenti. Secondo il Pd, alla conclusione della fase prevista dal Pnrr il target dei 60mila nuovi posti letto non sarebbe stato raggiunto: il governo avrebbe rendicontato circa 33mila posti, poco più della metà dell’obiettivo iniziale.

A questo si aggiunge, osservano i dem, un ulteriore obiettivo di 63mila posti letto collegato a un accordo con Cassa Depositi e Prestiti e spostato al 2027. Una prospettiva che, secondo l’opposizione, rinvia nel tempo la soluzione strutturale dell’emergenza abitativa degli studenti e lascia ancora da verificare l’effettiva realizzazione degli interventi.

La questione non è soltanto quantitativa. Per il Pd, il problema riguarda anche il modello scelto dal governo per utilizzare le risorse europee.

Pnrr e privati, la contestazione del Pd

Una parte rilevante della polemica riguarda infatti il coinvolgimento degli operatori privati. Secondo D’Attorre, Manzi e D’Elia, «quasi l’interezza dei fondi Pnrr» sarebbe finita a grandi operatori del settore, mentre le modalità con cui sono stati costruiti i bandi avrebbero di fatto reso molto difficile, se non impossibile, la partecipazione di numerosi soggetti pubblici.

Il motivo, nella ricostruzione del Pd, sarebbe da ricercare soprattutto nelle condizioni di cofinanziamento, giudicate meno favorevoli rispetto a quelle previste dalla legge 338 del 2000 per gli interventi di edilizia universitaria.

Da qui un’altra domanda politica: il miliardo circa di risorse pubbliche messo in campo ha prodotto una nuova offerta abitativa stabile e accessibile oppure ha soprattutto sostenuto l’ingresso di grandi operatori immobiliari nel mercato delle residenze universitarie?

Il nodo delle tariffe

È sul costo delle stanze, tuttavia, che la distanza tra governo e opposizione appare più netta.

Il Pd contesta infatti l’affermazione secondo cui gli interventi avrebbero garantito posti letto gratuiti. «I privati che hanno ricevuto circa 20mila euro per ogni posto letto aggiuntivo messo a disposizione», sostengono i tre esponenti dem, «non concederanno alcuna stanza gratis».

Il meccanismo, spiegano, sarebbe diverso: nell’accordo con la Commissione europea sarebbe previsto che il 30 per cento dei 60mila posti letto individuati venga destinato agli studenti inseriti nelle graduatorie del diritto allo studio. Inoltre, sui posti aggiuntivi complessivi, i gestori dovrebbero applicare tariffe ridotte del 15 per cento rispetto ai prezzi di mercato.

È proprio su questo punto che il Pd solleva però dubbi sulla reale convenienza per gli studenti.

Secondo le rilevazioni citate dall’opposizione, condotte da osservatori indipendenti e associazioni studentesche, in diverse città i nuovi posti disponibili non risulterebbero necessariamente più economici rispetto alle soluzioni già presenti sul mercato. In alcuni casi, sostengono i dem, potrebbe addirittura verificarsi la situazione opposta.

L’emergenza che resta sul mercato

Il tema assume particolare rilievo proprio in queste settimane, quando migliaia di studenti cercano casa nelle principali città universitarie italiane e il costo degli affitti torna a rappresentare uno degli ostacoli più pesanti alla possibilità di studiare lontano dalla propria città di residenza.

Per il Pd, dunque, dichiarare sostanzialmente risolto il problema del caro affitti rischia di essere prematuro.

«La ministra Bernini oggi ha sostanzialmente detto di aver risolto il problema del caro affitti», affermano D’Attorre, Manzi e D’Elia. «Dubitiamo che le studentesse e gli studenti alla ricerca di una sistemazione nelle grandi città universitarie in queste settimane condividano il suo entusiasmo».

La questione, in definitiva, non riguarda soltanto il numero delle stanze realizzate. Riguarda quanto costano, a chi sono destinate, per quanto tempo resteranno vincolate all’uso universitario e quale effetto produrranno davvero sul mercato degli affitti.

La partita politica

È su questo terreno che il Pd porta lo scontro con il governo. L’accusa è che il Pnrr abbia finanziato una risposta prevalentemente quantitativa senza incidere in modo strutturale sul problema dell’accessibilità economica dell’abitare universitario.

«Più affine allo stato d’animo della ministra», concludono i tre esponenti dem, «è quello dei grandi fondi immobiliari che hanno beneficiato del modo in cui il governo ha deciso di disperdere circa un miliardo di risorse Pnrr, senza ottenere nessun risultato strutturale».

Una critica che sposta così il baricentro del confronto: dal semplice conteggio dei posti letto alla qualità dell’intervento pubblico. Perché costruire nuove stanze non significa automaticamente rendere l’università più accessibile. Se il prezzo resta troppo alto, il diritto allo studio rischia di fermarsi ancora una volta davanti alla porta di casa.

Firenze, 18enne sequestrata e aggredita in una rosticceria: si salva con il “signal for help”

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È stato un gesto silenzioso, ma abbastanza chiaro da attirare l’attenzione di chi passava davanti a quella vetrina. Una mano alzata, le dita chiuse sul palmo: il “signal for help”, il gesto nato per consentire a chi si trova in una situazione di pericolo di chiedere soccorso senza farsi notare dall’aggressore. È così che una studentessa statunitense di 18 anni sarebbe riuscita a segnalare quanto stava accadendo all’interno di una rosticceria del centro storico di Firenze.

La giovane, secondo la ricostruzione degli inquirenti, era entrata nel locale poco prima delle 2 di notte, dopo aver trascorso la serata con un’amica in un pub nella zona di Santa Croce. Le due ragazze avevano deciso di fermarsi a mangiare qualcosa prima di rientrare. La 18enne è entrata in una rosticceria nei pressi di Borgo Pinti, ha ordinato un panino e ha chiesto di poter utilizzare il bagno.

Da quel momento, secondo l’accusa, la situazione sarebbe precipitata. Dopo averle indicato il bagno, il commerciante avrebbe chiuso a chiave la porta d’ingresso del locale e si sarebbe avvicinato alla ragazza. Il 31enne, di origine pakistana, avrebbe quindi iniziato a palpeggiarla, arrivando a strapparle gli slip.

La giovane avrebbe reagito e sarebbe riuscita a divincolarsi. In un momento di concitazione avrebbe colpito l’uomo con uno schiaffo, quindi avrebbe cercato una via di fuga raggiungendo la parte del locale affacciata sulla strada.

È lì che avrebbe tentato di attirare l’attenzione dei passanti. La ragazza avrebbe battuto le mani contro la vetrina e, soprattutto, avrebbe utilizzato il “signal for help”: il gesto con cui si apre la mano, si ripiegano le dita sul palmo e infine si chiude il pollice sulle altre dita. Un codice non verbale pensato proprio per chiedere aiuto in situazioni di violenza o pericolo senza pronunciare parole.

Il segnale è stato riconosciuto da una persona che in quel momento stava passando davanti alla rosticceria. Il passante ha compreso che qualcosa non andava e ha immediatamente chiamato il 112.

Poco dopo sono arrivati i carabinieri. I militari hanno raggiunto il locale e bloccato il commerciante, che è stato arrestato. Per il 31enne le accuse sono di sequestro di persona e violenza sessuale.

La ricostruzione dell’accaduto è ora al vaglio dell’autorità giudiziaria. Fondamentale, nella sequenza che ha portato all’intervento dei carabinieri, si è rivelato quel gesto compiuto attraverso la vetrina: pochi movimenti della mano che, riconosciuti da un passante, hanno trasformato una richiesta d’aiuto quasi invisibile in un allarme immediato.

Germania, Merz rinvia la telefonata con Trump: gelo dopo l’endorsement all’AfD

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La telefonata tra Friedrich Merz e Donald Trump non ci sarà, almeno non oggi. Il colloquio tra il cancelliere tedesco e il presidente degli Stati Uniti, previsto per il 9 settembre alla vigilia del 25° anniversario degli attentati dell’11 settembre 2001, è stato rinviato su decisione della parte tedesca.

A confermarlo è stato il portavoce del governo federale, Stefan Kornelius, durante una conferenza stampa a Berlino. Una precisazione, tuttavia, ha reso la vicenda ancora più significativa: il rinvio non sarebbe dovuto a problemi di agenda.

Una formula che lascia aperta la porta all’ipotesi più delicata: il possibile legame con le recenti dichiarazioni di Trump sulla politica interna tedesca e, in particolare, con il suo entusiasmo per il risultato elettorale dell’AfD in Sassonia-Anhalt.

Il post di Trump che ha fatto saltare gli equilibri

Il caso nasce da un messaggio pubblicato da Trump sulla sua piattaforma Truth. Il presidente americano ha salutato la vittoria dell’Alternative für Deutschland come una “serata davvero importante”, collegandone la crescita al malcontento provocato, a suo giudizio, dalle politiche tedesche sull’immigrazione.

Non solo. Trump ha rilanciato il proprio marchio politico anche in versione tedesca, trasformando il celebre “Maga”, Make America Great Again, in “Mgga”: Make Germany Great Again.

Un messaggio che, al di là del tono propagandistico, tocca un nervo scoperto della politica tedesca. L’AfD è infatti il principale partito della destra radicale nel panorama politico nazionale e il suo rapporto con il resto delle forze democratiche continua a rappresentare uno dei temi più sensibili del dibattito pubblico tedesco.

L’intervento di Trump introduce così un elemento esterno in una partita che Berlino considera, prima di tutto, una questione di politica interna.

Berlino: “Niente ingerenze nella politica tedesca”

Il governo tedesco evita accuratamente di trasformare l’incidente in uno scontro aperto con Washington. Ma altrettanto accuratamente evita di smentire che il post di Trump possa aver avuto un peso nella decisione di rinviare il colloquio.

Kornelius non ha confermato il collegamento ipotizzato dai giornalisti. Alla domanda se il rinvio fosse una conseguenza delle dichiarazioni del presidente americano, il portavoce ha risposto di non avere altro da aggiungere rispetto alle parole di Merz e al riferimento all’agenda del cancelliere.

Il punto politico, però, è emerso con chiarezza quando il portavoce è stato interpellato sulla possibilità che Berlino affronti con Washington le dichiarazioni di Trump sulla situazione politica tedesca.

La risposta è stata improntata alla cautela diplomatica: il governo, ha ricordato Kornelius, non commenta generalmente le dichiarazioni dei capi di Stato o di governo stranieri.

Ma esiste un limite. Ed è quello delle ingerenze nella politica interna.

Merz ha già sostenuto che occorra prestare particolare attenzione a interventi esterni sulla situazione politica tedesca, giudicandoli inopportuni. Una posizione che, secondo il portavoce, vale anche al contrario: Berlino non ritiene appropriato intervenire nelle dinamiche politiche interne di altri Paesi.

È una linea che consente al governo tedesco di criticare il messaggio di Trump senza trasformare pubblicamente la vicenda in una crisi diplomatica.

La telefonata rinviata e il peso del simbolo

Il tempismo rende il caso ancora più sensibile. La conversazione tra Merz e Trump avrebbe dovuto svolgersi proprio mentre Germania, Stati Uniti e resto dell’Occidente si preparano a ricordare il venticinquesimo anniversario degli attentati dell’11 settembre.

L’occasione avrebbe dovuto sottolineare il legame transatlantico e la comune memoria di quella tragedia. Il rinvio del colloquio, invece, introduce una nota di gelo proprio nel momento in cui Berlino intende riaffermare la solidità dell’alleanza con Washington.

Merz ha comunque voluto trasmettere il messaggio legato all’anniversario. Lo ha fatto, però, attraverso il proprio portavoce e non direttamente nel corso della telefonata con Trump.

“Venticinque anni fa gli Stati Uniti poterono contare sulla piena solidarietà della Germania e dell’Europa”, ha dichiarato il cancelliere. E ha aggiunto che anche oggi la Germania è pronta, insieme agli Stati Uniti, a difendere i valori che accomunano le due sponde dell’Atlantico.

Una dichiarazione che sembra voler separare due piani: da una parte l’alleanza strategica, dall’altra il dissenso sulle interferenze nella politica interna.

Il delicato equilibrio tra Berlino e Washington

Il caso mostra ancora una volta quanto sia diventato complesso il rapporto tra la nuova amministrazione americana e gli alleati europei. Per Berlino, il problema non è soltanto ciò che Trump ha scritto sull’AfD, ma il principio che quel messaggio sottintende: l’idea che Washington possa intervenire, anche attraverso i social, nel dibattito politico tedesco.

Merz si trova così davanti a un equilibrio tutt’altro che semplice. Deve preservare il rapporto con il presidente americano su dossier strategici e internazionali, ma al tempo stesso difendere la propria autonomia politica interna.

Il rinvio della telefonata, ufficialmente non motivato da questioni di agenda, resta dunque avvolto in una prudente ambiguità diplomatica. Berlino non accusa apertamente Trump. Ma neppure sembra disposta a far finta che quel post non sia mai esistito.

E in diplomazia, talvolta, ciò che non viene detto pesa quasi quanto ciò che viene dichiarato.

Legge elettorale, niente ballottaggio: il premio di maggioranza resta al 42%

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Il punto più delicato della riforma elettorale sembra ormai aver trovato una risposta: nessuno sconto sulla soglia del premio di maggioranza, che resta fissata al 42%, e nessun ballottaggio. È questo l’esito politico più significativo della riunione degli sherpa della maggioranza, durata poco più di due ore e dedicata a mettere a punto gli ultimi tasselli della legge elettorale.

La partita, tuttavia, non è ancora completamente chiusa. Sul tavolo rimane soprattutto la controversa norma ribattezzata “anti-cespugli”, mentre prosegue la riflessione sulla possibilità di estendere anche ai caregiver il diritto al voto fuori sede.

Nel frattempo, il calendario parlamentare procede: la riforma arriverà nell’Aula della Camera il 28 settembre, come stabilito dalla conferenza dei capigruppo. Al Senato, invece, l’esame del provvedimento è già cominciato.

Addio al ballottaggio, confermata la soglia del 42%

La scelta politicamente più netta riguarda il meccanismo per l’assegnazione del premio di maggioranza. L’ipotesi di introdurre un secondo turno viene definitivamente accantonata. A determinare l’accesso al premio sarà dunque il risultato del primo turno, con la soglia fissata al 42% dei voti.

Una soluzione che consente alla maggioranza di mantenere l’impianto sul quale si è concentrata finora la trattativa, evitando di introdurre un passaggio elettorale ulteriore che avrebbe potuto modificare sensibilmente gli equilibri tra le forze politiche.

Resta invece senza seguito la proposta avanzata da un emendamento di Fratelli d’Italia sui tempi di dimissione dei sindaci intenzionati a candidarsi alle elezioni politiche. L’obiettivo era ridurre l’attuale termine previsto dalla normativa: oggi il sindaco che intende correre per il Parlamento deve lasciare l’incarico 180 giorni prima della scadenza naturale della legislatura, pena l’ineleggibilità.

Il nodo dei piccoli partiti

Il dossier più insidioso resta però quello della cosiddetta norma “anti-cespugli”, introdotta nel passaggio alla Camera.

Il meccanismo prevede che, ai fini del calcolo della soglia necessaria per ottenere il premio di maggioranza, non vengano conteggiati i voti delle liste che restano sotto il 3% e non vengono successivamente ripescate.

È un dettaglio tecnico solo in apparenza. In realtà, può incidere direttamente sulla distribuzione dei seggi e soprattutto sul peso elettorale delle formazioni minori, rendendo la soglia del premio più o meno facilmente raggiungibile.

Su questo punto sono ancora sul tavolo diverse ipotesi. Una proposta, sottoscritta da Fratelli d’Italia, Lega e Noi Moderati, ma non da Forza Italia, punta ad abbassare la soglia dall’attuale 3% all’1%. Si tratta di un emendamento sul quale il Governo ha già espresso parere favorevole.

Fratelli d’Italia ha inoltre presentato un’altra proposta per fissare la soglia al 2%, soluzione che, secondo quanto emerge dal confronto, sarebbe invece considerata preferibile da Forza Italia.

C’è infine un terzo emendamento, sempre di FdI, che propone di eliminare completamente qualsiasi soglia percentuale.

È dunque su questo incrocio di posizioni che si concentra una parte rilevante della trattativa. E proprio la disciplina dei voti delle liste minori potrebbe diventare uno degli ultimi ostacoli prima del via libera definitivo alla riforma.

Ora la prova del Parlamento

Il quadro che emerge dalla riunione degli sherpa è quindi quello di un accordo ormai abbastanza definito sui pilastri della legge: niente ballottaggio e premio di maggioranza al 42%. Ma alcuni capitoli restano ancora aperti e dovranno essere risolti nel passaggio parlamentare.

Tra questi figura anche la possibilità di estendere il voto fuori sede ai caregiver, tema sul quale la riflessione nella maggioranza non si è ancora conclusa.

La prossima tappa sarà dunque il Parlamento. Alla Camera l’appuntamento è fissato per il 28 settembre, mentre al Senato l’esame della riforma è già entrato nel vivo.

La direzione politica, intanto, appare tracciata: la maggioranza rinuncia al ballottaggio e conferma il 42%. Restano da limare le regole che determineranno, numeri alla mano, quanto sarà effettivamente agevole trasformare il consenso elettorale in una maggioranza parlamentare.

La guerra invisibile che decide il futuro del mondo

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A cura di Gilberto Borzini

La Rivoluzione è quella tecnologica. La Guerra è quella per il controllo dell’Energia necessaria alla Tecnologia. Entrambe avviate e sviluppate dal tecno capitalismo che non prevede di lasciare feriti sul campo.

La Guerra è in corso, e non si tratta solamente di quella che viene presentata nei Media, dei bombardamenti e delle occupazioni di territori. Quella in corso è una Guerra Globale che ha per obiettivo il possesso e la disponibilità delle fonti di energia necessarie alla gestione della rivoluzione tecnologica, una rivoluzione destinata a modificare le esistenze umane in misura persino più radicale e profonda di quanto non accadde con la Rivoluzione Industriale del diciannovesimo secolo.

AI e Rivoluzione

I processi operativi, gestionali e decisionali che faranno capo in brevissimo tempo all’Intelligenza artificiale non modificheranno solamente le aree occupazionali, argomento oggi di interesse crescente anche nella pubblica opinione, ma l’intero processo cognitivo a partire dai modelli di apprendimento.

Non solo quindi, come noto, l’AI sostituirà o integrerà porzioni consistenti dei modelli occupazionali attuali ma è destinata, nel breve periodo, a modificare i processi del pensiero, l’elaborazione stessa del pensiero.

Il che significa che bisogna ripensare, integralmente, i criteri dell’insegnamento e dell’apprendimento ma anche che dobbiamo riconsiderare l’intero sistema normativo e gestionale della regolamentazione del lavoro e, se non bastasse, i criteri espositivi delle merci sugli scaffali degli ipermercati e l’organizzazione sistemica dei processi di acquisto.

E non basta.

L’AI non solamente operativa e funzionale ma anche “agente” opererà in nome e per conto degli individui gestendo le loro scelte, decisioni, acquisti, scambi, vendite, pacchetti azionari, pubblicazioni, letture, tempo libero, passioni e persino le relazioni, in termini “propositivi” all’inizio e in chiave sempre più autonoma e decisionale una volta avviate le standardizzazioni dei processi.

L’AI, connessa a quello che attualmente chiamiamo 5G, gestirà anche il riconoscimento facciale, l’individuazione delle auto in sosta vietata, l’erogazione delle multe, lo scorrimento del traffico urbano e non, l’accesso o meno ad alcune località, la puntualità ferroviaria e dei collegamenti candidandosi a governare gli aspetti più frazionali e significativi del nostro vivere quotidiano.

Diverrà così funzionale al Potere, qualsiasi potere sia operativo, controllando ogni singola azione di ogni singolo soggetto, ogni desiderio e ogni tentazione di trasgressione.

Per chi sarà nativo di quella tecnologia l’AI sarà un compagno di viaggio onnipresente, mentre per chi è nato in altra epoca definirà la presenza di un ossessivo impiccione.

L’AI, pertanto, non ridisegna il lavoro ma l’intera società e il suo funzionamento attribuendo al Potere un ruolo praticamente assoluto, tale da giustificare le attuali guerre funzionali alla gestione del potere stesso fin dal suo esordio.

Urbanistica e produzione

Se i processi produttivi verranno demandati alle fabbriche buie in cui operano robotica e AI, gli individui potranno dividersi tra nomadi digitali, professionisti che operano sui processi tecnologici, e residenti metropolitani in cui la metropoli diviene e rappresenta il punto di offerta di ogni intrattenimento possibile, strutturandosi come alveare per individui single il cui tempo libero definisce l’essenza stessa dell’interesse individuale. L’occupazione gratificante del tempo diverrà l’elemento esistenziale prioritario per le generazioni che si stanno oggi affacciando alla vita, all’interno di un modello economico che non prevede impieghi costanti ma applicazioni temporanee delle competenze quando e dove necessarie.

La Guerra necessaria

Il fatto che siano soprattutto i Paesi europei più attivi nei secoli del colonialismo ad esprimere le pulsioni belligeranti nei confronti della Russia dimostra come la gestione e il controllo delle risorse, in particolar modo di quelle presenti nel continente africano in cui si svolgono infiniti conflitti armati, definisca la matrice delle necessità.

Russia e Cina stanno penetrando da tempo nei territori africani un tempo colonie europee sostituendosi nelle funzioni di partner economici e commerciali, acquisendo per sé ingenti e fondamentali risorse minerarie e energetiche.

Per far funzionare l’AI servono quantità di energia fino a ieri impensabili e altrettanta ne serve per “raffreddare” gli elaboratori elettronici dedicati: chi vuole controllare il mondo deve controllare l’energia e le risorse idriche necessarie al raffreddamento, anche a costo di sottrarle alle necessità naturali di uomini e animali, argomento quanto mai scottante in tempi di cambiamento climatico e siccità invasiva.

Nessun ferito né prigionieri

La Guerra avviata per il controllo del mondo non prevede né feriti né, tanto meno, prigionieri: chi vincerà esigerà il controllo totale e l’affermazione delle proprie tecnologie su quelle avversarie. Gli scontri a base di hackeraggi sono già iniziati e vanno ampliandosi di mese in mese. Non si può sapere oggi chi vincerà, chi si affermerà come Leader planetario. L’unica certezza è che il modo di vivere, di ragionare, di pensare, di consumare e di relazionarsi è destinato a trasformarsi rapidamente all’interno di blocchi sovranazionali interamente normati e  controllati dal vigile occhio dell’Intelligenza Artificiale in una nuova relazione tra Stato e Cittadini che non prevede alcuna libertà di pensiero critico e autonomo per i cittadini stessi.

Se la prima rivoluzione industriale generò il conflitto tra capitalisti e lavoratori all’interno di un sistema idealmente illuminista, la seconda rivoluzione affermerà il ritorno del Moloch Statale e del suo controllo pervasivo in un rigurgito di autocrazia tecno imperante.

Il Premio Spoleto Letteratura guarda al futuro: cultura, editoria e nuovi orizzonti internazionali

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Il Premio Spoleto Letteratura continua a crescere e lo fa puntando sulla qualità, sulla rete e su una visione che supera i confini della singola manifestazione. L’appuntamento è fissato per 26 settembre alle ore 15.30, a Palazzo Mauri, nel cuore culturale di Spoleto, dove il mondo dell’editoria, degli autori e della critica tornerà a incontrarsi nell’ambito del Menotti Art Festival Spoleto.

Più che un semplice premio letterario, l’iniziativa si sta trasformando in un vero e proprio laboratorio culturale, capace di mettere in relazione scrittori, editori, critici, istituzioni e operatori del settore. Una formula che, anno dopo anno, sembra conquistare un pubblico sempre più ampio e soprattutto una crescente attenzione da parte del mondo editoriale.

Alla guida della manifestazione c’è una squadra ormai collaudata: Luca Filipponi, presidente del Menotti Art Festival e del Premio Spoleto Letteratura; Sabrina Morelli, vicepresidente; Maria Concetta Borgese, presidente del comitato; Paola Biadetti, segretario generale; e Angelo Sagnelli, direttore artistico. Un gruppo che ha fatto della continuità e della capacità di costruire relazioni uno dei punti di forza dell’intero progetto.

«Sono molto soddisfatto e ottimista per il futuro di questa manifestazione», sottolinea il presidente Luca Filipponi, evidenziando come il Premio sia diventato «un evento letterario sempre più ricercato dagli editori, apprezzato dai critici, dagli autori e dai media per le importanti novità culturali».

È proprio la capacità di rinnovarsi a rappresentare una delle caratteristiche distintive del Premio. Accanto alla competizione letteraria, infatti, si sviluppa una rete di partnership e collaborazioni con altri premi e importanti kermesse culturali, nella convinzione che oggi la promozione della letteratura passi anche dalla costruzione di connessioni stabili tra esperienze diverse.

E all’orizzonte ci sono progetti ancora più ambiziosi. Tra gli obiettivi indicati dagli organizzatori figurano la realizzazione di una Accademia internazionale, con la prospettiva di ricorrere a finanziamenti europei, e la nascita di un Centro Studi internazionale nel Sud Italia. Un disegno che punta a trasformare l’esperienza maturata a Spoleto in una piattaforma permanente di produzione, formazione e diffusione della cultura.

Particolarmente significativo, nell’edizione 2026, è inoltre il progetto sviluppato in collaborazione con Poste Italiane, che prevede un annullo filatelico e cartoline postali dedicati all’iniziativa. Un elemento dal forte valore simbolico: la letteratura incontra la memoria, la comunicazione e la storia postale, trasformando l’evento culturale in un oggetto destinato a rimanere nel tempo.

Anche il parterre degli autori si presenta sempre più qualificato. La giuria ha individuato e premiato numerose personalità del panorama letterario ed editoriale contemporaneo. Tra i nomi anticipati per il 2026 figurano Francesco Petrillo Giappichelli, Gino Iorio per Mondadori e Ilary Cirillo per Graus Edizioni, insieme ad altri autori che saranno protagonisti della cerimonia.

Il dato più interessante, tuttavia, non è soltanto rappresentato dai nomi presenti nell’albo dei premiati. È la progressiva trasformazione del Premio in un punto di incontro tra mondi diversi della cultura, capace di creare opportunità, relazioni e progettualità che possono proseguire ben oltre la giornata della premiazione.

Spoleto, ancora una volta, si prepara dunque a diventare una capitale temporanea della cultura. E il Premio Spoleto Letteratura sembra voler raccogliere una sfida precisa: non limitarsi a celebrare i libri e i loro autori, ma costruire attorno alla letteratura una comunità culturale nazionale e internazionale.

L’appuntamento del 26 settembre a Palazzo Mauri sarà così non soltanto una vetrina per i premiati, ma una nuova tappa di un percorso che guarda lontano. Con una certezza: nel panorama sempre più affollato degli eventi culturali, la capacità di creare reti, proporre idee e progettare il futuro può diventare il vero premio da conquistare.

Insediamenti israeliani, Zan attacca Meloni: «Parla di pace, ma quando serve agire si nasconde»

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La distanza tra le parole sulla pace e le scelte concrete della politica estera torna al centro dello scontro tra opposizione e governo. A puntare il dito contro l’esecutivo di Giorgia Meloni è Alessandro Zan, componente della segreteria del Partito democratico ed europarlamentare, che contesta la posizione italiana sul commercio dei prodotti provenienti dagli insediamenti israeliani in Cisgiordania.

«Dodici Paesi, fra cui Regno Unito, Francia e Spagna, hanno deciso di vietare il commercio dei prodotti che provengono dagli insediamenti israeliani illegali in Cisgiordania. L’Italia di Giorgia Meloni no», afferma Zan. Una scelta che, secondo l’esponente dem, rivelerebbe una contraddizione profonda tra la retorica del governo e le iniziative effettivamente adottate sul piano internazionale.

«È l’ennesima dimostrazione dell’ipocrisia di questo governo: invoca la pace, ma quando c’è da fare qualcosa di concreto per far rispettare il diritto internazionale si nasconde», sostiene il parlamentare europeo.

Il punto, per Zan, non sarebbe soltanto diplomatico, ma anche politico. Il Pd, insieme al Movimento 5 Stelle e ad Alleanza Verdi e Sinistra, ha infatti già depositato una proposta di legge per introdurre anche in Italia il divieto. E proprio la possibilità di portare il provvedimento al voto diventa, nelle parole dell’esponente dem, il banco di prova della coerenza dell’esecutivo.

«Il Pd, insieme a M5S e Avs, ha già depositato una proposta di legge in questo senso e il governo potrebbe votarla domani. Ma Giorgia Meloni preferisce nascondersi», accusa Zan.

Una pressione rivolta direttamente alla presidente del Consiglio, dunque, mentre sullo sfondo resta il tema più ampio del ruolo dell’Italia nella crisi mediorientale e del rapporto tra le dichiarazioni a favore della pace e il rispetto delle norme del diritto internazionale.

Zan chiude con una stoccata politica destinata a riaccendere anche il confronto sulle posizioni del governo nei confronti di Donald Trump: «Del resto, cosa ci si può aspettare da chi voleva dare il Nobel per la Pace a Trump?».

Una frase che sposta nuovamente il confronto dal merito della proposta alle scelte politiche della maggioranza, trasformando il caso del commercio dei prodotti provenienti dagli insediamenti in un nuovo terreno di scontro tra centrosinistra e governo.