22 Settembre 2026, martedì
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Ceuta, l’allarme dei servizi spagnoli arrivò a Rabat prima dell’assalto

I documenti desecretati svelano un retroscena: il Cni aveva segnalato il 29 luglio i gruppi social che preparavano l’ingresso in massa via mare e via terra. L’informativa fu trasmessa non solo alla sicurezza spagnola, ma anche ai servizi segreti marocchini. Poi l’ondata: oltre 72 mila persone in due giorni.

L’allarme era arrivato con un giorno di anticipo. Il 29 luglio, mentre sui social si moltiplicavano le convocazioni per una mobilitazione verso Ceuta, i servizi segreti spagnoli avevano già messo in guardia il governo sulla possibilità di un ingresso di massa nella città autonoma, via mare e via terra.

A rivelarlo sono i documenti recentemente desecretati dalle autorità spagnole: quaranta atti che ricostruiscono, minuto per minuto, la catena delle informazioni raccolte dall’intelligence alla vigilia di uno degli episodi migratori più imponenti registrati nella storia recente di Ceuta.

Ma tra le carte c’è soprattutto un elemento destinato a riaprire il dibattito sulle responsabilità e sulla gestione dell’emergenza: l’allerta non rimase confinata alle autorità spagnole. Il Centro nazionale di intelligence (Cni) informò anche i servizi segreti marocchini.

L’allerta del 29 luglio

La segnalazione partì in una «nota urgente» del Cni, indirizzata alla Delegazione del governo a Ceuta e agli apparati di sicurezza. Al centro dell’attenzione c’erano due gruppi organizzati attraverso WhatsApp, utilizzati per coordinare una possibile incursione collettiva nell’enclave spagnola in occasione della Festa del Trono, celebrata in Marocco il 30 luglio.

I numeri fotografavano una mobilitazione tutt’altro che marginale. Il gruppo denominato «Assaltare Ceuta» contava circa 160 mila utenti; un secondo gruppo ne riuniva altri 22 mila. In totale, secondo la comunicazione dell’intelligence, la capacità di diffusione dei messaggi arrivava a circa 180 mila follower.

Non era dunque soltanto una voce circolata nella rete. Per gli analisti spagnoli, la dimensione dei gruppi rappresentava un indicatore concreto della possibilità che la mobilitazione virtuale si trasformasse in un movimento reale verso la frontiera.

La nota tattica venne trasmessa alla Uce-3 della Guardia Civil, l’unità incaricata dell’intelligence, e al Cenif, struttura della Polizia nazionale impegnata sul fronte dell’immigrazione. In via straordinaria, la comunicazione raggiunse anche la Delegazione del governo a Ceuta.

Fin qui, una macchina di prevenzione che sembra avere seguito i propri protocolli.

La vera novità emerge però da un altro passaggio delle carte: la stessa informazione fu inoltrata anche a Rabat, precisamente alla Direzione generale di vigilanza del territorio (Dgst), responsabile dell’intelligence interna marocchina, e alla Direzione generale di studi e documentazione (Dged), organismo di riferimento per l’intelligence esterna.

La previsione e ciò che accadde dopo

Il 30 e il 31 luglio l’allarme si trasformò in realtà. Un’ondata senza precedenti investì Ceuta, con l’ingresso nell’enclave di oltre 72 mila persone, secondo le stime governative citate nei documenti. Circa il 90 per cento fece successivamente ritorno in Marocco.

Le carte, tuttavia, non indicano che il Cni fosse in grado di prevedere l’esatta portata dell’evento. L’intelligence aveva individuato la mobilitazione e il rischio di un afflusso coordinato, ma non aveva stimato che l’operazione potesse assumere dimensioni di tale entità.

È proprio su questo punto che si concentra una delle questioni più delicate emerse dalla desecretazione.

Secondo fonti dell’intelligence citate dalla Cadena Ser, i documenti dimostrerebbero che le autorità marocchine erano state avvertite, ma avrebbero commesso un «errore nella valutazione della minaccia». Una distinzione importante: essere informati di un possibile assalto non equivale necessariamente a conoscere la scala che l’evento avrebbe assunto poche ore dopo.

Il rapporto militare: «negligente e passiva»

Ancora più significativo è ciò che accadde nelle prime ore dell’emergenza.

Un rapporto del Centro di intelligence delle Forze armate spagnole (Cifas), datato 30 luglio alle 13, descrive la condotta delle autorità marocchine come «passiva».

Il documento ritiene «molto probabile» che le autorità marocchine non stessero favorendo attivamente l’ondata migratoria, ma che avessero agito fino a quel momento in maniera «negligente e passiva».

È un passaggio che introduce una sfumatura decisiva nella ricostruzione degli eventi. Le carte, infatti, non sembrano sostenere in modo diretto la tesi di un’azione marocchina deliberatamente orchestrata per spingere migliaia di migranti verso Ceuta. Piuttosto, delineano uno scenario nel quale Rabat, pur avendo ricevuto l’informazione preventiva, non avrebbe reagito con la tempestività necessaria davanti a una minaccia che stava crescendo.

Il Cifas formulava inoltre una previsione: le forze di sicurezza marocchine avrebbero probabilmente aumentato il proprio livello di intervento dal 1° agosto, una volta conclusa la Festa del Trono.

Una frontiera sospesa tra intelligence e politica

La sequenza ricostruita dai documenti restituisce così un quadro più complesso di quello suggerito dalle sole immagini dell’emergenza. Prima delle migliaia di persone ammassate davanti alla frontiera e delle traversate in mare, c’erano segnali digitali, gruppi WhatsApp, comunicazioni riservate e rapporti dell’intelligence.

E soprattutto c’era un’informazione che aveva attraversato la frontiera prima ancora che lo facesse l’ondata migratoria.

Il Cni aveva individuato i canali attraverso i quali veniva organizzata la mobilitazione. Aveva quantificato la portata della comunicazione sui social. Aveva allertato gli apparati spagnoli e, in una circostanza tutt’altro che ordinaria, aveva trasmesso la stessa segnalazione agli omologhi marocchini.

Quello che non riuscì a essere previsto fu invece quanto grande sarebbe stato il fenomeno e quanto rapidamente si sarebbe trasformato in realtà.

La desecretazione dei documenti non consegna dunque una risposta semplice alla domanda su cosa accadde a Ceuta. Consegna qualcosa di più interessante: la fotografia di una crisi annunciata, almeno in parte, e di una catena di allerta che aveva raggiunto anche il Paese chiamato a controllare l’altro lato della frontiera.

Il punto politico e operativo resta aperto: se il rischio era stato segnalato in anticipo, perché la risposta sul terreno arrivò soltanto dopo che l’ondata aveva già raggiunto dimensioni straordinarie?

È nella distanza tra quell’allarme del 29 luglio e ciò che accadde nelle 48 ore successive che si trova uno dei passaggi più significativi della vicenda di Ceuta.

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