26 Ottobre 2026, lunedì
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Slot machine truccate e mazzette, bufera a Cosenza: 15 indagati, coinvolto un funzionario dei Monopoli

Dalle schede elettroniche clonate ai controlli anticipati, fino alla presunta restituzione di apparecchi sequestrati: un’inchiesta coordinata dalla Procura di Cosenza ricostruisce un sistema che avrebbe consentito di sottrarre al Fisco parte degli incassi delle slot. Due persone ai domiciliari, sei sottoposte a misure cautelari non custodiali e sette colpite dal divieto di esercitare attività nel settore del gioco per un anno. Il precedente sequestro patrimoniale aveva superato i 12 milioni di euro.

Un sistema che, secondo l’ipotesi investigativa, avrebbe trasformato le slot machine in strumenti capaci di incassare denaro fuori dai circuiti ufficiali, sottraendo parte delle giocate ai controlli dello Stato. Attorno a questo meccanismo si sarebbe sviluppata una rete di rapporti tra imprenditori, tecnici e un funzionario pubblico, con un presunto patto corruttivo che avrebbe consentito di anticipare le ispezioni, neutralizzare i controlli e persino recuperare apparecchi già sequestrati.

È il quadro delineato dall’inchiesta coordinata dalla Procura della Repubblica di Cosenza, culminata oggi, 26 ottobre 2026, nell’esecuzione di un’ordinanza di misure cautelari personali nei confronti di quindici persone. L’operazione è stata condotta dai Carabinieri del Comando provinciale di Cosenza insieme ai funzionari dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli, con il coinvolgimento della Direzione centrale Giochi dell’ente.

Il provvedimento, emesso dal giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Cosenza su richiesta della Procura, rappresenta l’esito di una complessa attività investigativa che avrebbe consentito di ricostruire non soltanto le modalità tecniche delle presunte manomissioni, ma anche i ruoli dei diversi soggetti coinvolti, la gestione dei proventi illeciti e le strategie che sarebbero state messe in atto per eludere le verifiche amministrative.

Il bilancio delle misure è articolato: due indagati sono stati sottoposti agli arresti domiciliari, sei sono destinatari di misure cautelari non custodiali e sette hanno ricevuto il divieto di esercitare per un anno attività nel settore del gioco. Le contestazioni, a vario titolo, comprendono l’ipotesi di associazione per delinquere finalizzata alla commissione di reati contro la pubblica amministrazione, il patrimonio e l’amministrazione della giustizia, oltre a corruzione per atti contrari ai doveri d’ufficio, rivelazione e utilizzazione di segreti d’ufficio, truffa aggravata ai danni dello Stato e favoreggiamento.

Si tratta di contestazioni che dovranno essere verificate nelle successive fasi processuali. La ricostruzione investigativa, per quanto articolata, si colloca infatti nella fase delle indagini preliminari e non equivale a un accertamento definitivo delle responsabilità individuali.

L’allarme partito dai flussi telematici

L’indagine avrebbe preso forma dall’analisi dei dati di funzionamento degli apparecchi da intrattenimento con vincita in denaro, le cosiddette AWP, acronimo di Amusement With Prizes. A insospettire gli specialisti dell’Ufficio Controlli Giochi della Direzione centrale dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli di Roma sarebbero state anomalie evidenti nei volumi di gioco registrati da numerosi apparecchi.

I flussi telematici e i contatori di raccolta avrebbero mostrato incongruenze tali da indurre ad approfondire il funzionamento delle macchine e la corrispondenza tra il denaro effettivamente introdotto dai giocatori e gli importi comunicati alla rete nazionale di controllo.

Da quell’analisi sarebbe partita la prima fase operativa, con verifiche condotte in numerosi esercizi commerciali distribuiti in diversi comuni della provincia di Cosenza. Ai controlli hanno partecipato i funzionari specializzati dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli, supportati dai Carabinieri del Comando provinciale.

Gli accertamenti avrebbero portato al sequestro di 145 apparecchi, per i quali gli investigatori ipotizzavano l’impiego di una doppia scheda elettronica o la presenza di componenti manomessi. All’interno delle macchine furono inoltre rinvenuti circa 80 mila euro.

Il denaro e gli apparecchi sequestrati costituirono uno dei primi elementi materiali di un’indagine destinata a estendersi ben oltre la verifica del singolo dispositivo. L’attenzione degli investigatori si sarebbe progressivamente concentrata sulla possibilità che le anomalie riscontrate non fossero episodi isolati, ma il risultato di un sistema organizzato, con competenze tecniche specifiche, una rete di distribuzione e presunti canali di protezione.

La doppia scheda per incassare fuori dalla rete dello Stato

Il cuore dell’ipotesi investigativa riguarda un meccanismo di alterazione elettronica che avrebbe consentito di separare una parte delle giocate dalla registrazione ufficiale.

Secondo quanto ricostruito dagli inquirenti nella fase cautelare, all’interno delle slot sarebbe stata affiancata alla scheda regolare, collegata alla rete telematica statale, una seconda scheda abusiva, una sorta di clone destinato a registrare le giocate al di fuori del circuito riconosciuto dall’amministrazione finanziaria.

Il principio sarebbe stato quello della doppia contabilizzazione. Una parte delle somme introdotte dai giocatori sarebbe stata registrata attraverso il sistema ufficiale, mentre un’altra sarebbe confluita nella scheda clandestina, rimanendo invisibile ai contatori utilizzati per determinare il volume effettivo delle giocate.

Il risultato ipotizzato dagli investigatori sarebbe stato un incasso parallelo, sottratto alla completa tracciabilità amministrativa e fiscale. Le somme non registrate sarebbero state poi recuperate dai gestori durante il cosiddetto «scassettamento», ossia l’apertura degli apparecchi per prelevare il denaro raccolto.

Il passaggio decisivo, sul piano economico, avrebbe riguardato il prelievo unico erariale, il PREU, il tributo applicato al gioco legale attraverso gli apparecchi da intrattenimento. Se una parte delle giocate fosse rimasta fuori dalla registrazione ufficiale, anche la corrispondente quota di prelievo erariale avrebbe potuto essere sottratta al versamento.

È su questo aspetto che si era già concentrata una precedente iniziativa giudiziaria, culminata nel sequestro preventivo di beni e disponibilità finanziarie per oltre 12 milioni di euro.

La presunta frode, dunque, non avrebbe riguardato soltanto la manipolazione delle macchine, ma il possibile aggiramento del sistema attraverso il quale lo Stato misura la raccolta del gioco e determina gli importi dovuti all’erario.

Telecomandi, cablaggi modificati e sensori neutralizzati

La ricostruzione contenuta negli atti investigativi descrive un sistema che, secondo l’accusa, avrebbe richiesto interventi tecnici mirati per rendere possibile la deviazione delle giocate e ridurre il rischio che le alterazioni venissero individuate durante i controlli.

Tra gli strumenti indicati figurano telecomandi wireless, cablaggi modificati, timer e interruttori collocati sui monitor. Questi dispositivi avrebbero permesso di indirizzare il flusso delle giocate verso la scheda abusiva, alternando, quando necessario, il funzionamento clandestino a quello apparentemente regolare.

Un ulteriore elemento avrebbe riguardato le smart card. Per evitare che gli apparecchi si bloccassero automaticamente a causa della mancata comunicazione con la rete autorizzata, sarebbero stati impiegati dispositivi clonati delle tessere ufficiali.

Gli investigatori riferiscono inoltre del presunto impiego di colla o fascette per impedire il corretto funzionamento dei sensori antimanomissione, i cosiddetti tamper, progettati proprio per rilevare interventi non autorizzati sugli apparecchi.

L’insieme di queste soluzioni avrebbe consentito, secondo l’ipotesi accusatoria, di rendere meno riconoscibili le alterazioni e di mantenere operative le macchine anche in presenza di componenti non conformi.

La complessità del meccanismo ipotizzato aiuta a comprendere perché l’inchiesta non si sia fermata ai sequestri iniziali. Per ricostruire un sistema del genere, infatti, non basta individuare una scheda irregolare: occorre stabilire chi l’abbia fornita, chi abbia modificato l’apparecchio, chi ne abbia garantito la manutenzione, chi abbia gestito il denaro e se siano esistite condotte finalizzate a impedire l’intervento degli organi di controllo.

Il sequestro da oltre 12 milioni di euro nel novembre 2025

Un passaggio rilevante dell’indagine risale al 6 novembre 2025, quando fu eseguito un provvedimento di sequestro preventivo, anche per equivalente, disposto dal giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Cosenza su richiesta della Procura.

La misura aveva riguardato disponibilità finanziarie, beni e altre utilità per un valore superiore a 12 milioni di euro, riconducibili a un operatore economico attivo nella gestione degli apparecchi di gioco con vincita in denaro.

In quella fase, l’ipotesi di reato al centro del provvedimento era il peculato, in relazione alle somme dovute a titolo di PREU sugli importi riscossi attraverso le giocate.

Il sequestro patrimoniale aveva segnato un salto di scala nell’inchiesta, spostando l’attenzione dalla dimensione materiale delle presunte manomissioni a quella economica dei proventi e delle somme che, secondo l’impostazione investigativa, non sarebbero state correttamente riversate all’erario.

Le successive attività avrebbero consentito di approfondire le modalità operative del sistema e di ricostruire una rete di rapporti tra i soggetti che avrebbero partecipato alle diverse fasi del meccanismo. Il provvedimento eseguito oggi rappresenta il nuovo sviluppo cautelare di quel percorso investigativo.

È importante distinguere i due momenti giudiziari: il sequestro patrimoniale del novembre 2025 e le misure personali odierne rispondono a provvedimenti differenti, adottati sulla base delle rispettive valutazioni giudiziarie. Entrambi si inseriscono nell’ambito di un’inchiesta ancora soggetta alle verifiche previste dal procedimento penale.

Il presunto patto corruttivo: i controlli anticipati e gli apparecchi restituiti

L’aspetto più delicato dell’inchiesta riguarda il presunto coinvolgimento di un funzionario referente presso la sede dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli di Cosenza.

Secondo la ricostruzione accusatoria recepita sul piano cautelare, tra il funzionario e l’imprenditore attivo nella distribuzione degli apparecchi da gioco sarebbe esistito un accordo corruttivo. In cambio di periodiche somme di denaro, il dipendente pubblico avrebbe comunicato in anticipo le date, gli orari e gli obiettivi dei controlli programmati.

L’eventuale disponibilità preventiva di queste informazioni avrebbe consentito, secondo gli inquirenti, di intervenire sugli apparecchi prima dell’arrivo degli ispettori, rimuovendo le schede irregolari o ripristinando temporaneamente una configurazione apparentemente conforme alle prescrizioni.

Un meccanismo che, se confermato in sede processuale, avrebbe compromesso la capacità dei controlli di individuare le manomissioni. Il valore delle ispezioni, infatti, dipende anche dalla loro imprevedibilità: conoscere in anticipo quando e dove sarebbero intervenuti gli organi competenti avrebbe potuto offrire il tempo necessario per cancellare le tracce delle alterazioni.

Ma la contestazione ipotizzata dagli investigatori non si fermerebbe alla rivelazione di informazioni riservate.

Al funzionario viene attribuita anche la presunta sottrazione dai depositi dell’ufficio ADM di Cosenza di cartoni sigillati contenenti schede AWP precedentemente sequestrate. Il materiale sarebbe stato consegnato all’imprenditore e a un tecnico di fiducia, affinché le schede potessero essere formattate, azzerate nei contatori e successivamente reimmesse sul mercato.

Si tratta di uno dei profili più significativi dell’inchiesta, perché investe direttamente la custodia dei reperti e l’integrità delle attività di controllo. Le apparecchiature sequestrate costituiscono infatti elementi di prova e, proprio per questo, devono essere preservate da qualsiasi intervento che possa modificarne lo stato o compromettere la ricostruzione delle condotte contestate.

L’ipotesi investigativa è che, attraverso la presunta sottrazione e il successivo trattamento delle schede, sarebbe stato possibile recuperare componenti già entrati nella disponibilità dell’autorità pubblica e renderli nuovamente utilizzabili.

Anche su questi fatti, naturalmente, la responsabilità dei soggetti interessati dovrà essere accertata nelle sedi processuali competenti.

La rete dei tecnici e dei fornitori

Accanto all’imprenditore e al funzionario pubblico, l’ordinanza delineerebbe ruoli distinti per gli altri presunti partecipanti all’associazione.

Tra questi figurerebbe un fornitore incaricato, secondo l’accusa, di mettere a disposizione schede di gioco alterate, smart card clonate, componenti elettroniche e assistenza informatica. Un contributo che avrebbe garantito la disponibilità dei materiali necessari per modificare gli apparecchi e mantenerli operativi.

Altri soggetti avrebbero invece costituito la rete tecnica impegnata nelle attività sul campo. Le condotte contestate comprendono l’installazione, la manutenzione, la gestione, la rimozione e il ripristino degli apparati alterati, oltre agli interventi sulle schede elettroniche, sui cablaggi e sui sistemi di commutazione.

In un sistema che avrebbe alternato funzionamento regolare e modalità clandestina, la componente tecnica avrebbe avuto una funzione essenziale: assicurare che le apparecchiature continuassero a operare senza rendere immediatamente riconoscibili le modifiche.

A uno dei soggetti coinvolti viene attribuito, in particolare, il compito di rimuovere o occultare le schede illecite in occasione dei controlli e di intervenire sugli involucri sigillati contenenti schede già sottoposte a sequestro.

La suddivisione dei compiti rappresenta uno degli elementi attraverso i quali gli investigatori avrebbero ricostruito l’ipotesi associativa. La disponibilità di componenti, le competenze per modificare gli apparecchi, la gestione degli interventi tecnici e il presunto accesso anticipato alle informazioni sui controlli vengono considerati, nel quadro cautelare, aspetti funzionalmente collegati.

Sarà il successivo accertamento processuale a stabilire se tali condotte siano effettivamente riconducibili a un progetto criminoso comune e quale sia stato il contributo di ciascun indagato.

Le prove digitali e la ricostruzione dei rapporti

Un ruolo centrale negli sviluppi più recenti dell’indagine sarebbe stato svolto dall’analisi dei dispositivi elettronici e della documentazione sequestrata.

I Carabinieri e i funzionari della Direzione centrale Giochi dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli hanno condotto approfondimenti che, secondo quanto riferito, si sono avvalsi in modo sistematico delle tecniche di digital forensics.

L’attività ha interessato smartphone, tablet, computer e supporti di memoria, dai quali sarebbero stati estratti e analizzati dati non immediatamente accessibili. Alle informazioni digitali sono stati affiancati documenti cartacei, appunti contabili, scritti informali e altra documentazione recuperata durante le perquisizioni.

La combinazione di questi elementi avrebbe consentito di ricostruire le modalità di alterazione degli apparecchi, i rapporti tra i soggetti e la distribuzione dei proventi ritenuti illeciti. Gli investigatori avrebbero inoltre individuato elementi relativi alle strategie che sarebbero state predisposte per eludere le verifiche e ostacolare l’attività degli organi di controllo.

L’analisi forense assume particolare rilievo in indagini nelle quali una parte delle condotte contestate sarebbe stata realizzata attraverso dispositivi elettronici, comunicazioni riservate e operazioni tecniche difficilmente ricostruibili sulla sola base dei riscontri effettuati nei locali commerciali.

L’incrocio tra dati informatici, documenti contabili e materiali sequestrati avrebbe permesso agli inquirenti di passare dalla rilevazione delle anomalie sulle singole macchine a una ricostruzione più ampia dei presunti rapporti organizzativi e dei flussi economici.

Resta fermo che l’interpretazione degli elementi raccolti, la loro utilizzabilità e la loro effettiva capacità dimostrativa saranno sottoposte alle valutazioni previste nelle successive fasi del procedimento.

Le contestazioni agli esercenti

L’inchiesta non riguarderebbe soltanto i presunti organizzatori e i soggetti incaricati degli interventi tecnici. L’ordinanza contempla anche l’ipotesi di truffa aggravata ai danni dello Stato nei confronti di esercenti, gestori o altri soggetti che avevano la disponibilità dei locali e degli apparecchi.

Secondo l’impostazione accusatoria, tali soggetti avrebbero consentito l’inserimento e la stabile operatività di apparecchi AWP alterati all’interno dei rispettivi esercizi commerciali.

Il profilo dovrà essere valutato caso per caso, verificando la consapevolezza delle eventuali irregolarità, il contributo concretamente fornito e gli elementi posti a fondamento delle singole contestazioni. La presenza di un apparecchio irregolare in un locale, da sola, non consente infatti di attribuire automaticamente al titolare una responsabilità penale.

Tra le ipotesi contestate figura inoltre il favoreggiamento, in relazione alle condotte che gli investigatori ritengono finalizzate ad agevolare altri soggetti o a ostacolare l’accertamento dei fatti.

La pluralità delle contestazioni riflette dunque la diversa posizione che gli indagati avrebbero occupato nel sistema ricostruito dagli inquirenti, dalle presunte decisioni organizzative agli interventi tecnici, fino alla disponibilità degli esercizi commerciali nei quali le macchine erano collocate.

Un’inchiesta che coinvolge il rapporto tra gioco legale e controlli pubblici

Il caso cosentino porta al centro dell’attenzione un aspetto essenziale della regolamentazione del gioco con vincita in denaro: la necessità che le somme raccolte dagli apparecchi siano correttamente registrate e che i dispositivi rimangano collegati ai sistemi ufficiali di controllo.

La tracciabilità delle giocate è un presupposto fondamentale per verificare il funzionamento degli apparecchi, ricostruire i flussi economici e determinare gli importi dovuti allo Stato. Un’eventuale alterazione dei sistemi di registrazione può incidere non soltanto sul gettito fiscale, ma anche sull’efficacia delle verifiche amministrative.

Nel quadro delineato dall’accusa, la presunta associazione avrebbe potuto contare su competenze tecniche, disponibilità di componenti elettroniche e, soprattutto, su un possibile canale di accesso anticipato alle informazioni relative ai controlli. È proprio il presunto intreccio tra la manomissione degli apparecchi e la compromissione delle attività ispettive a costituire uno degli elementi più rilevanti dell’inchiesta.

La vicenda, tuttavia, dovrà essere ricostruita in giudizio attraverso l’esame delle prove e il confronto tra accusa e difesa. Le misure cautelari si fondano sulla valutazione degli elementi raccolti nella fase investigativa e non costituiscono una dichiarazione di colpevolezza.

L’operazione eseguita oggi rappresenta un nuovo passaggio di un’indagine avviata dall’analisi delle anomalie telematiche, proseguita con il sequestro di 145 apparecchi e con una misura patrimoniale superiore ai 12 milioni di euro, fino agli approfondimenti digitali che avrebbero consentito di delineare la rete dei presunti partecipanti.

Ora il procedimento dovrà verificare la solidità di questa ricostruzione, il significato degli elementi acquisiti e le responsabilità individuali. Il punto centrale resta l’accertamento di quanto sarebbe realmente accaduto dietro le macchine da gioco e di come, secondo l’ipotesi accusatoria, un sistema concepito per garantire la tracciabilità delle giocate sarebbe stato trasformato in uno strumento per sottrarre incassi ai controlli pubblici.

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