27 Ottobre 2026, martedì
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Pensioni, Appendino attacca la Lega: «Sul Tfr una follia, tradite tutte le promesse»

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Il Tfr come scorciatoia per andare prima in pensione. È questa, secondo Chiara Appendino, l’ultima proposta della Lega sul fronte previdenziale a trasformare una questione strutturale in una partita giocata sulle spalle dei lavoratori.

La deputata del Movimento 5 Stelle boccia senza appello l’ipotesi e parla di una «follia», sostenendo che dietro la proposta si nasconda, a suo giudizio, l’incapacità del governo di intervenire davvero sul sistema pensionistico.

«Praticamente dicono: cari italiani, se volete andare in pensione prima usate pure il vostro Tfr, perdeteci anche il 10% circa, così noi non facciamo niente ma possiamo dire di aver fatto qualcosa», afferma Appendino in una nota.

Il punto, per la parlamentare pentastellata, è soprattutto uno: il Trattamento di fine rapporto non può essere considerato una sorta di bonus pubblico da utilizzare per compensare l’assenza di una riforma previdenziale. «Il Tfr non è un regalo del governo – sottolinea – ma salario maturato nel corso della vita lavorativa».

Da qui parte l’affondo politico contro la Lega e, più in generale, contro le promesse del centrodestra in materia di pensioni. Appendino evoca il tema che più volte ha segnato il dibattito politico degli ultimi anni: il superamento della legge Fornero.

«In campagna elettorale avevano promesso di abolire la legge Fornero», ricorda la deputata M5S, accusando però il governo di aver seguito una traiettoria opposta. Secondo Appendino, con l’ultima legge di Bilancio sarebbe stato infatti previsto «un ulteriore aumento dell’età pensionabile».

Non è l’unico capitolo contestato. Nel mirino finisce anche Opzione donna, misura che aveva rappresentato per anni uno dei principali strumenti di flessibilità in uscita per alcune categorie di lavoratrici. «Avevano promesso di renderla strutturale e invece l’hanno cancellata definitivamente», sostiene Appendino, che accusa inoltre l’esecutivo di avere «peggiorato l’Ape sociale».

Il quadro delineato dalla parlamentare è dunque quello di una distanza crescente tra gli annunci elettorali e le scelte concrete. Una contraddizione che, nella lettura del Movimento 5 Stelle, non riguarda soltanto il confronto politico, ma rischia di produrre conseguenze dirette sulle aspettative previdenziali di milioni di lavoratori.

«Sono ridicoli, perché continuano a fare promesse e a smentirsi nei fatti, e pericolosi, perché stanno mettendo le mani sul futuro previdenziale di milioni di lavoratori», conclude Appendino.

La polemica sul Tfr si inserisce così in un confronto più ampio sul futuro delle pensioni: da una parte la richiesta di maggiore flessibilità in uscita, dall’altra la necessità di garantire sostenibilità finanziaria al sistema. Ed è proprio su questo equilibrio che le forze politiche continuano a misurarsi, mentre per lavoratori e futuri pensionati la domanda resta sempre la stessa: quando sarà davvero possibile lasciare il lavoro e con quale assegno?

La democrazia col 26%: basta vincere, anche se a votare sono rimasti quattro gatti

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A cura di Daniele Cappa

In Italia c’è una tradizione politica rispettabilissima: quando un problema è enorme, si organizza una commissione. Quando è gigantesco, si cambia la legge. Quando è irrisolvibile, si cambia la legge elettorale.

Così da mesi assistiamo all’ennesimo balletto parlamentare.

Destra contro sinistra. Preferenze sì, preferenze no. Liste bloccate. Collegi. Premi di maggioranza. Soglie. Coalizioni. E, sullo sfondo, la solita delicatissima partita a scacchi: chi entrerà in Parlamento, chi resterà fuori, chi conserverà la poltrona, chi ne avrà una più comoda e chi, magari, dovrà accontentarsi dello sgabello.

Una cosa, però, nessuno sembra avere voglia di discutere seriamente.

Il consenso necessario per governare questo benedetto Paese.

Perché la questione, alla fine, sarebbe persino imbarazzantemente semplice:

chi prende più voti vince.

Fine.

Niente formule algebriche, niente architetti della legge elettorale, niente specialisti della virgola che dopo sei mesi di trattative scoprono che la legge è perfetta, purché vinca il loro partito.

E invece no.

In Italia anche la cosa più semplice deve diventare complicata. È una specie di talento nazionale.

Il 26% che diventa Palazzo Chigi

Prendiamo le ultime elezioni politiche.

Fratelli d’Italia ha raccolto circa il 26% dei voti. La Lega l’8,8%. Forza Italia l’8,1%.

Numeri importanti.

La coalizione di centrodestra ha vinto le elezioni e ha ottenuto la maggioranza parlamentare.

Tutto regolare.

Ma c’è quel piccolo dettaglio che ogni tanto sarebbe utile ricordare, possibilmente senza disturbare troppo la narrazione trionfale: l’affluenza si è fermata al 63,91%.

E allora facciamo un giochino.

Immaginiamo che l’Italia sia un condominio.

Non uno di quei condomini tranquilli dove tutti pagano le spese e si salutano in ascensore. Uno di quelli veri: amministratore contestato, infiltrazioni nel garage, ascensore che funziona quando vuole lui e tre condomini che litigano da quindici anni per un vaso sul pianerottolo.

Si convoca l’assemblea per decidere il detersivo delle scale.

Si presentano poco più di sei condomini su dieci.

Uno prende il 26% dei voti.

E decide.

“Signori, abbiamo scelto. Il detersivo sarà al limone.”

Gli altri guardano il verbale.

“Scusi, ma quanti eravate?”

“Eh…”

“Quanti hanno votato per lei?”

“Il 26%.”

“Del condominio?”

“No, dei votanti.”

“Ah.”

Silenzio.

“Quindi praticamente…”

“Praticamente comandiamo noi.”

Ecco.

La differenza è che nel condominio magari qualcuno trova il coraggio di protestare.

In politica, invece, quel 26% può contribuire a determinare chi governerà un Paese intero.

E non parliamo del detersivo.

Parliamo di tasse, pensioni, sanità, scuola, lavoro, sicurezza, politica estera, debito pubblico.

Tutto perfettamente democratico, naturalmente.

Il che dimostra che la democrazia italiana possiede una qualità straordinaria: riesce a essere contemporaneamente legalissima e inquietante.

L’elettore fantasma

Attenzione: nessuno può sostenere seriamente che chi non vota debba essere automaticamente considerato contrario a chi vince.

Non votare non equivale a votare contro.

Uno può essere disinteressato, arrabbiato, sfiduciato, malato, impossibilitato oppure semplicemente stufo di scegliere tra il meno peggio e il meno peggio del meno peggio.

Però una cosa è certa: quasi quattro italiani su dieci non sono andati alle urne.

E noi facciamo finta che non sia successo nulla.

Anzi, il giorno dopo le elezioni partono i proclami.

“Il popolo ha scelto!”

Quale popolo?

Quello che ha votato, certamente.

Ma il resto dov’era?

Al mare?

A casa?

A fare la spesa?

A guardare una serie?

A chiedersi per quale motivo dovrebbe perdere una domenica per scegliere qualcuno che poi, comunque vada, passerà cinque anni a spiegargli perché non può fare ciò che aveva promesso?

Il problema è che l’astensione è diventata il più grande partito italiano.

Solo che non ha una segreteria.

Non ha un leader.

Non ha simbolo.

Non fa conferenze stampa.

E soprattutto non prende poltrone.

Che errore imperdonabile.

La legge elettorale: il grande presepe della politica italiana

E così torniamo alla legge elettorale.

Ogni partito la vuole democratica.

Naturalmente.

Democratica, purché sia anche conveniente.

Trasparente, purché non si vedano troppo bene i candidati.

Con le preferenze, purché le preferenze non siano quelle sbagliate.

Con le liste, purché le liste siano compilate dalle persone giuste.

Con il premio di maggioranza, purché il premio finisca dalla parte giusta.

Con una soglia, purché sia alta abbastanza da far fuori gli altri e bassa abbastanza da salvare noi.

È una danza raffinata.

Una sorta di tango istituzionale nel quale tutti dichiarano di ballare per il bene del Paese e, casualmente, finiscono sempre con un piede sulla poltrona.

Il cittadino, nel frattempo, osserva.

E magari comincia a pensare che tra una legge elettorale e l’altra sarebbe interessante anche avere un partito che gli chieda semplicemente:

“Perché non vieni più a votare?”

Questa domanda, però, è pericolosa.

Perché potrebbe aprire una discussione seria.

E le discussioni serie sono notoriamente poco redditizie per la politica.

Perché nessuno vuole mettere un quorum?

Qui arriva la proposta politicamente scorretta.

E proprio per questo interessante.

Introduciamo un quorum minimo di partecipazione.

Per esempio il 90%.

Sì, novanta.

Una soglia enorme.

Una soglia che farebbe venire l’orticaria a metà Parlamento.

E forse è proprio questo il bello.

Non si raggiunge?

Nessun dramma.

Nessuna apocalisse.

Nessun commissariamento dell’universo.

Il Presidente della Repubblica, nel rispetto delle proprie prerogative, favorisce una soluzione transitoria: un governo tecnico o istituzionale, con un mandato limitato e preciso.

Amministrare.

Tenere in piedi la baracca.

E preparare nuove elezioni.

Si torna alle urne.

E si vota.

Questa volta magari qualcuno si ricorda che la democrazia non è un’applicazione preinstallata sul telefono: va utilizzata.

“Ma rifare le elezioni costa!”

E qui arriva l’obiezione principe.

“Ma rifare le elezioni costa!”

Verissimo.

Costa.

Costa organizzare i seggi.

Costa il personale.

Costa la sicurezza.

Costa stampare le schede.

Costa tutto.

Ma sapete cosa costa ancora meno?

Andare a votare la prima volta.

Sarebbe una rivoluzione culturale notevole.

Per una volta il cittadino scoprirebbe che anche l’astensione ha delle conseguenze.

Non nel senso di punire chi non vota.

Nessuna multa, nessuna gogna, nessun vigile che citofona alle sette del mattino:

“Buongiorno, lei domenica scorsa dov’era?”

No.

Semplicemente, se la partecipazione non è sufficiente a produrre un mandato politico forte, si torna a votare.

E il conto della seconda elezione sarebbe una conseguenza collettiva della prima non partecipazione.

Brutto?

Forse.

Costoso?

Certamente.

Ma anche abbastanza educativo.

Il vero problema? Ai partiti conviene così

Ed eccoci al punto che nessuno ama mettere sul tavolo.

A chi conviene davvero cambiare le regole?

Non ai partiti.

Perché ogni partito guarda la legge elettorale con lo stesso affetto con cui un giocatore di poker guarda il mazzo quando conosce le carte.

Se la regola attuale può consentirgli di vincere, perché cambiarla?

Se l’astensione indebolisce gli avversari, perché preoccuparsene?

Se basta mobilitare il proprio elettorato per conquistare il potere, perché perdere tempo a convincere anche gli altri?

La politica non è necessariamente cattiva.

È semplicemente politica.

E la politica ha una caratteristica curiosa: raramente si dà volontariamente una regola che potrebbe complicarle la vita.

Per questo forse stiamo discutendo della legge elettorale nel modo sbagliato.

Continuiamo a chiederci quale meccanismo trasformi meglio i voti in seggi.

Dovremmo chiederci prima:

quanti cittadini devono partecipare perché quei seggi rappresentino davvero una scelta collettiva?

Il 26% non è il problema. È il sintomo.

Qui bisogna essere onesti.

Il problema non è Fratelli d’Italia.

Non è la destra.

Non è la sinistra.

Non è il Movimento 5 Stelle.

Non è la Lega.

Non è Forza Italia.

Domani potrebbe vincere qualcun altro con gli stessi meccanismi.

E allora cambierebbe soltanto il colore delle bandiere.

Il problema è il sistema.

Se un partito prende il 26% dei voti validi, fa il suo mestiere.

Se una coalizione prende la maggioranza parlamentare secondo le regole esistenti, ha vinto.

Punto.

La domanda viene dopo.

Quanto basta per poter dire: “Gli italiani hanno scelto”?

Perché “gli italiani” non sono soltanto quelli che hanno votato per te.

E nemmeno soltanto quelli che hanno votato.

Sono anche quelli che hanno votato contro di te.

Quelli che hanno votato scheda bianca.

Quelli che hanno annullato la scheda.

Quelli che non sono andati alle urne.

Tutti.

La democrazia non può diventare una gara a chi resta in piedi

Il rischio, altrimenti, è abbastanza paradossale.

Più diminuisce la partecipazione, più diventa importante avere un elettorato fedele.

Più l’elettorato fedele diventa determinante, meno è necessario convincere gli indecisi.

E meno si devono convincere gli indecisi, più la politica può trasformarsi in una guerra tra tifoserie.

Non serve più parlare al Paese.

Basta parlare ai propri.

Non serve conquistare milioni di cittadini.

Basta che gli altri restino sul divano.

È una strategia elettorale perfettamente razionale.

Ed è esattamente questo il problema.

Una democrazia nella quale vincere dipende anche dalla capacità di far restare a casa gli altri rischia di diventare una gara di resistenza, non una gara di consenso.

La provocazione finale

Forse il Parlamento dovrebbe smettere, per una volta, di chiedersi quale legge elettorale gli convenga di più.

Dovrebbe chiedersi quale legge elettorale convenga di più agli italiani.

E forse gli italiani avrebbero diritto a una regola elementare:

chi governa deve avere alle spalle una partecipazione significativa del Paese.

Non necessariamente il 50% dei voti.

Non necessariamente il 90%.

Ma una soglia abbastanza seria da impedire che una minoranza organizzata possa trasformare una partecipazione elettorale asfittica in una patente illimitata di governo.

Perché una cosa è vincere.

Un’altra è rappresentare.

E un’altra ancora è governare.

Noi, da decenni, abbiamo deciso che queste tre cose possano tranquillamente coincidere.

Basta che il pallottoliere dia ragione a qualcuno.

Poi, naturalmente, arriva il giorno dopo.

E il vincitore dice:

“Abbiamo ricevuto un mandato chiaro dagli italiani.”

Gli italiani, nel frattempo, magari sono ancora a casa.

E qualcuno dovrebbe avere il coraggio di bussare alla porta.

Non per trascinarli al seggio.

Semplicemente per ricordare loro una cosa:

se non scegli tu chi governa, qualcun altro lo farà al posto tuo.

E se alla fine votano in pochi, non stupiamoci se a decidere il destino di sessanta milioni di persone saranno, metaforicamente parlando, gli stessi quattro condomini che sono arrivati puntuali all’assemblea.

Gli altri potranno sempre lamentarsi del detersivo.

Ma il verbale, purtroppo, sarà già stato firmato.

L’ultimo viaggio di Lorena, la bara bianca e quell’orsacchiotto stretto al cuore della madre

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Una bara bianca, il silenzio dei familiari e un piccolo orsacchiotto bianco stretto tra le braccia di una madre. È così che Squinzano, nel Leccese, ha accolto il feretro di Lorena Isceri, tornato dalla Toscana per l’ultimo saluto nella sua città.

Davanti alla chiesa Maria Regina, dove è stata allestita la camera ardente, c’erano i parenti e le persone più vicine alla famiglia. Antonietta, la madre di Lorena, teneva con sé quel piccolo peluche regalato alla figlia quando era bambina: un oggetto semplice, diventato oggi il simbolo di un legame che la morte non può cancellare.

Il padre Franco, sopraffatto dal dolore, si è avvicinato alla bara e l’ha baciata. Un gesto intimo, quasi impossibile da raccontare, che ha restituito per un istante alla tragedia il volto privato di una famiglia costretta a confrontarsi con una perdita irreparabile.

Lorena è stata uccisa dall’ex compagno dopo essere stata rapita sotto casa. Secondo quanto ricostruito, la donna è stata rinchiusa nel bagagliaio dell’auto e poi gettata da un cavalcavia dell’A1, a Barberino del Mugello, in provincia di Firenze. Una vicenda che ha attraversato l’Italia e che ora torna nel luogo in cui Lorena era cresciuta, tra le strade e le persone che la conoscevano.

Per alcuni momenti l’accesso alla camera ardente è rimasto chiuso. Una scelta necessaria per consentire alla famiglia di vivere il primo momento dell’addio lontano da sguardi e rumori, in uno spazio di raccoglimento e preghiera.

I funerali saranno celebrati alle 17 nella stessa chiesa Maria Regina. Sarà allora che il dolore privato della famiglia incontrerà quello di un’intera comunità, chiamata a stringersi intorno ai genitori e a ricordare Lorena non soltanto attraverso la violenza che le ha tolto la vita, ma attraverso ciò che di lei resta negli affetti, nei luoghi e nella memoria di chi l’ha conosciuta.

A raccontarlo, ancora prima delle parole, è uno striscione comparso su un muro di fronte alla chiesa. Lo hanno appeso gli amici di via De Pietro, la strada di Squinzano dove Lorena viveva con la sua famiglia.

«Lorena sei cresciuta con noi, ora cammini nella luce, ma resterai per sempre qui, dove sei amata. La tua via De Pietro».

Poche parole per trasformare una strada in un luogo della memoria. E per dire che, dopo il dolore e oltre la cronaca, Lorena continua ad appartenere alla comunità che l’ha vista crescere.

Gran Caffè Cimmino, la storia a Napoli

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Ci sono insegne che non sono soltanto insegne. Restano nella memoria di una città, ne accompagnano le abitudini, diventano parte di un paesaggio fatto di caffè presi al banco, dolci condivisi, incontri e passeggiate. È anche questa la storia del Gran Caffè Cimmino, marchio storico della famiglia Fantini, che a Napoli con un nuovo locale al Vomero, nel cuore della zona dello shopping.

La nuova apertura è in via Luca Giordano, all’angolo con via Massimo Stanzione. Un indirizzo strategico, dove il rito del caffè incontra il movimento quotidiano di una delle strade più frequentate del quartiere. Ci si può fermare al banco per una pausa veloce oppure accomodarsi negli spazi interni ed esterni, dalla prima colazione all’aperitivo, passando naturalmente per quella parentesi tutta napoletana che sta tra un dolce e un espresso.

Il Gran Caffè Cimmino ha radici lontane. Sono trascorsi circa trent’anni da quando i fratelli Antonio e Salvatore Fantini aprirono lo storico locale di via Filangieri. Una prima stagione che avrebbe poi trovato un seguito nella sede di via Petrarca e che oggi si rinnova con un progetto destinato a riportare il marchio nel tessuto urbano della città.

A raccontare questa nuova fase sono Antonio Fantini e i nipoti Vitale e Attilio De Gais, figli della sorella Giovanna. Una continuità familiare che attraversa le diverse generazioni e che lega il nuovo progetto alla storia imprenditoriale costruita negli anni da Antonio e dal fratello Salvatore, scomparso dopo una lunga esperienza condivisa nelle attività di famiglia.

«Abbiamo voluto conservare i valori storici dell’identità del marchio», spiegano, sottolineando come il nome Gran Caffè Cimmino sia rimasto nel tempo di proprietà della famiglia Fantini e registrato al Ministero dell’Economia.

È una scelta che dice molto della filosofia con cui nasce il nuovo locale: non una semplice operazione di rilancio, ma la volontà di riportare nel presente un’identità riconoscibile, aggiornandone il linguaggio senza cancellarne la memoria.

Anche la proposta gastronomica segue questa direzione. Al Vomero ritornano i prodotti che hanno contribuito a rendere noto il Gran Caffè Cimmino: il cornetto, le graffe dalla caratteristica leggerezza, le crostatine alla fragola, la millefoglie, la storica torta mimosa e il babà. E, naturalmente, il caffè shakerato, uno dei simboli della casa e un appuntamento irrinunciabile per chi conosce la tradizione del marchio.

La pasticceria, in questo senso, non è soltanto un catalogo di specialità. È il filo attraverso cui il nuovo locale prova a tenere insieme passato e presente. Lo stesso accade negli arredi e nell’insegna, dove i colori e gli elementi distintivi dell’antico marchio diventano parte di un ambiente rinnovato, contemporaneo ma immediatamente riconoscibile.

Il Gran Caffè Cimmino apre, in una strada del Vomero per guardare a una Napoli più ampia. Il nuovo punto di incontro è infatti il tassello di un progetto che prevede altre aperture.

Un’espansione che arriva dopo anni di riconoscimenti ottenuti dal marchio dalle principali organizzazioni di settore e che punta a trasformare la forza della tradizione in una nuova presenza urbana.

Perché, in fondo, il vero patrimonio di uno storico caffè non è soltanto ciò che porta in tavola. È la capacità di attraversare le epoche senza perdere il proprio carattere. A Napoli, dove il caffè è rito e il dolce è memoria, il Gran Caffè Cimmino della famiglia Fantini, è protagonista con le ricette di ieri, un locale di oggi e lo sguardo già rivolto al domani.

Omicidio Diabolik, sette arresti: l’ombra del clan Senese dietro l’agguato

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Sette anni dopo lo sparo che, il 7 agosto 2019, spezzò la vita di Fabrizio Piscitelli, alias “Diabolik”, arriva una nuova e pesante svolta nell’inchiesta sull’omicidio dell’ultrà della Lazio. Carabinieri e polizia hanno eseguito un’ordinanza di custodia cautelare in carcere nei confronti di sette persone ritenute coinvolte, a vario titolo, nell’organizzazione e nell’esecuzione del delitto.

Al centro dell’indagine c’è Michele Senese, storico esponente della criminalità romana e ritenuto dagli investigatori il vertice dell’omonimo clan. Secondo l’impostazione accusatoria, Senese avrebbe fornito il via libera preventivo all’eliminazione di Piscitelli. Un assenso considerato determinante per trasformare una contesa criminale in una vera e propria esecuzione.

La ricostruzione degli investigatori descrive infatti l’omicidio come il risultato di un equilibrio criminale da ristabilire. Piscitelli sarebbe stato considerato un concorrente diventato troppo ingombrante nel controllo delle piazze dello spaccio e, più in generale, negli affari legati al narcotraffico. La sua eliminazione, sempre secondo gli inquirenti, avrebbe avuto anche la funzione di riaffermare la supremazia del clan Senese su un proprio affiliato e sugli interessi criminali nell’area della Tuscolana.

La regia dell’agguato

Tra gli arrestati figura Leandro Bennato, indicato dagli investigatori come presunto mandante, organizzatore e figura di vertice di un gruppo criminale capace di operare sull’intero territorio della Capitale.

A Bennato viene attribuita una parte centrale nella pianificazione dell’agguato. Avrebbe deciso l’eliminazione di Piscitelli ritenendolo un concorrente scomodo nel mercato della cocaina, con l’obiettivo di estrometterlo e rafforzare il controllo criminale sulla zona della Tuscolana.

La preparazione dell’omicidio, secondo la ricostruzione investigativa, non sarebbe stata improvvisata. Ci sarebbero stati sopralluoghi preliminari e una pianificazione accurata della logistica. Il giorno dell’agguato Bennato avrebbe inoltre fornito un supporto diretto all’esecutore materiale, accompagnando il presunto killer fino al luogo del delitto a bordo di uno scooter risultato rubato.

Il sicario individuato dagli investigatori è Raul Esteban Calderon, che avrebbe raggiunto il Parco degli Acquedotti camuffato da runner, mimetizzandosi tra le persone presenti nell’area.

L’appuntamento trasformato in una trappola

Un ruolo altrettanto significativo nell’impianto accusatorio viene attribuito ad Alessandro Capriotti, descritto come broker della cocaina e indicato quale intermediario e presunto mandante in concorso.

Sarebbe stato Capriotti, secondo gli investigatori, a creare le condizioni per portare Piscitelli esattamente nel punto scelto per l’agguato. Il 7 agosto 2019 avrebbe infatti fissato con lui un appuntamento alle 19, nei pressi della panchina del parco di via Lemonia.

Un incontro che, nella ricostruzione della Procura, sarebbe stato soltanto un’esca.

Mentre Piscitelli si avvicinava al luogo dell’appuntamento, il presunto sicario sarebbe stato già appostato nelle vicinanze, vestito da runner e pronto a entrare in azione. La dinamica delineata dagli investigatori restituisce così l’immagine di un delitto preparato nei dettagli: un appuntamento costruito per attirare la vittima, un uomo armato in attesa e una via di fuga predisposta.

Il gip: «Metodo mafioso»

Particolarmente significativo è il giudizio contenuto nell’ordinanza del gip di Roma, secondo cui l’omicidio sarebbe stato realizzato attraverso un’azione con metodo mafioso, finalizzata ad agevolare il clan Senese, ritenuto egemone nell’area in cui Piscitelli venne assassinato.

Non soltanto, dunque, un regolamento di conti legato al narcotraffico. Secondo la prospettiva accusatoria recepita dal giudice, l’omicidio si inserirebbe in un sistema criminale più ampio, nel quale la violenza rappresenterebbe lo strumento per difendere gerarchie, interessi economici e controllo del territorio.

I sette arrestati devono rispondere, a vario titolo, di omicidio aggravato dal metodo mafioso, estorsione con l’impiego di armi da guerra, tentato omicidio e associazione finalizzata al narcotraffico.

Un patto criminale per il controllo della droga

L’indagine porta così alla luce, secondo gli inquirenti, un intreccio tra diverse organizzazioni criminali attive nella Capitale. Compagini differenti ma accomunate dalla necessità di proteggere e ampliare i propri affari nel mercato della droga.

Un accordo criminale che, nella ricostruzione investigativa, avrebbe consentito di mettere insieme interessi e competenze diverse: chi avrebbe deciso l’eliminazione, chi avrebbe organizzato l’operazione, chi avrebbe attirato la vittima nella trappola e chi avrebbe materialmente premuto il grilletto.

Piscitelli, figura nota nel mondo ultras della Lazio e personaggio da anni inserito nelle cronache giudiziarie romane, venne ucciso con un colpo di pistola alla testa mentre si trovava nel Parco degli Acquedotti. Un’esecuzione in pieno giorno che aveva immediatamente sollevato interrogativi sulla rete di rapporti e interessi che ruotava attorno alla vittima.

Ora, a distanza di anni, l’inchiesta prova a ricomporre quei frammenti e a individuare la catena delle responsabilità. Al vertice della quale, secondo l’accusa, ci sarebbe stato il preventivo assenso di Senese.

Le contestazioni dovranno naturalmente essere sottoposte al vaglio dei successivi gradi di giudizio: gli arrestati sono da considerarsi presunti innocenti fino a sentenza definitiva.

Lavrov attacca Meloni e Stubb: «Il cessate il fuoco? Solo per guadagnare tempo»

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La tregua invocata dall’Europa sarebbe, secondo Mosca, soltanto una pausa utile a Kiev per riorganizzarsi e rafforzare il proprio apparato militare. È questa la lettura proposta dal ministro degli Esteri russo Serghei Lavrov, che mette nel mirino anche il presidente finlandese Alexander Stubb e la presidente del Consiglio italiana Giorgia Meloni, accusandoli di chiedere un cessate il fuoco immediato non per avvicinare la fine della guerra, ma per «guadagnare tempo».

Le dichiarazioni di Lavrov sono arrivate in un’intervista con l’analista americano Andrew Napolitano, trasmessa dalla televisione russa all’interno del programma Il grande gioco e successivamente rilanciata dal ministero degli Esteri di Mosca.

Secondo il capo della diplomazia russa, il recente appello alla tregua da parte di alcuni leader occidentali non rappresenterebbe dunque un autentico passo verso un negoziato. «Alcune persone, compresi il presidente della Finlandia e il primo ministro dell’Italia, stanno cominciando ora a parlare della necessità di un cessate il fuoco immediato», ha affermato Lavrov. Ma, a suo giudizio, dietro questa posizione si celerebbe «un desiderio di guadagnare tempo».

È un’accusa che si inserisce nella più ampia narrazione del Cremlino sulla guerra: ogni ipotesi di tregua proposta dall’Occidente viene interpretata come uno strumento per consentire all’Ucraina di recuperare capacità militari, mentre Mosca continua a sostenere che qualsiasi soluzione duratura debba affrontare quelle che considera le «cause profonde» del conflitto.

Lavrov ha poi chiamato direttamente in causa Volodymyr Zelensky, sostenendo che lo stesso presidente ucraino non nasconderebbe l’esigenza di utilizzare una eventuale pausa per rafforzare la difesa del Paese.

Il riferimento è alle richieste di Kiev per ottenere ulteriori missili destinati ai sistemi Patriot e nuove capacità di difesa aerea. «Abbiamo bisogno urgentemente di missili per i sistemi Patriot e anche sistemi di difesa aerea. Dobbiamo preservare il nostro Stato», ha detto Lavrov, citando le parole attribuite a Zelensky.

La posizione russa ribalta così la prospettiva sostenuta da Kiev e dai suoi alleati: per l’Ucraina, un cessate il fuoco dovrebbe rappresentare il primo passo verso un percorso negoziale e la fine delle ostilità; per Mosca, invece, una tregua senza garanzie e senza un accordo politico complessivo rischierebbe di trasformarsi in una semplice parentesi operativa.

Nel mirino di Lavrov finiscono quindi anche le iniziative diplomatiche europee che puntano a fermare almeno temporaneamente i combattimenti. Il messaggio del ministro russo è netto: una sospensione delle ostilità, se non accompagnata da un’intesa più ampia, potrebbe essere considerata da Mosca non come l’inizio della pace, ma come una fase di preparazione a una nuova stagione del conflitto.

È su questo terreno che si gioca una delle partite più delicate della diplomazia internazionale: capire se un cessate il fuoco possa diventare l’anticamera di un negoziato oppure soltanto una pausa tattica. Mosca, almeno nelle parole di Lavrov, sembra aver già scelto la seconda interpretazione.

Milano Fashion Week: edizione record con oltre 200 eventi dal 22 al 28 settembre

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La Milano Fashion Week si riprende la scena internazionale dal 22 al 28 settembre, confermando la straordinaria vitalità e la vocazione globale del fashion system italiano. Realizzata con il supporto strategico del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, di Agenzia ICE e del Comune di Milano, questa edizione si preannuncia come un catalizzatore di creatività capace di unire tradizione e futuro. Il ricco palinsesto prevede ben 203 appuntamenti complessivi, articolati in 61 sfilate (54 fisiche e 7 digitali), 88 presentazioni e 54 eventi che animeranno i luoghi più prestigiosi della città.

Il sipario si alzerà martedì 22 settembre con l’attesissimo debutto di Vogue World: Milano, un evento patrocinato dal Comune e da CNMI che esplorerà il tema “The Human Touch in the Age of Technology”, celebrando il saper fare e il capitale umano italiano nel dialogo tra artigianalità e innovazione. I riflettori si sposteranno poi sul Gala Dinner di apertura di mercoledì 23 settembre a Palazzo Reale, organizzato da Camera Nazionale della Moda Italiana in occasione dell’inaugurazione della mostra “Dalí e la Moda”. Questo connubio unico tra passerelle, arte e cultura non solo esalterà il dialogo tra le diverse discipline creative, ma consoliderà ulteriormente il posizionamento di Milano come capitale mondiale dello stile.

Accanto alle grandi sfilate, la manifestazione si arricchirà di una serie di appuntamenti che collegheranno la moda alla mobilità, al talento emergente e all’impegno sociale. A fare da preludio, sempre martedì 22 settembre, sarà il debutto del nuovo treno livreato realizzato in collaborazione con Frecciarossa, che viaggerà come un vero e proprio manifesto mobile dello stile italiano. In questa occasione verrà lanciato anche un contest speciale dedicato ai passeggeri di Frecciarossa, Frecciabianca e Frecciargento, che metterà in palio un’esperienza esclusiva per la prossima Milano Fashion Week di gennaio 2027.

Il dialogo con le nuove generazioni e le culture contemporanee entrerà nel vivo giovedì 24 settembre con l’inaugurazione di “Voices of Denim”, una mostra multidisciplinare presentata da Afro Fashion Association X Levi’s. Il progetto trasforma il denim in una tela per l’identità e l’espressione di sé, riunendo una nuova ondata di creativi tra fotografi, stylist e narratori visivi; il racconto dietro le quinte di questa sinergia sarà poi svelato domenica 27 settembre con la proiezione dell’omonimo documentario “Voices of Denim – Behind the Scenes”.

Il weekend si preannuncia altrettanto ricco di highlight culturali: il 25 settembre negli spazi di 10 Corso Como aprirà al pubblico l’anteprima di “Viktor&Rolf. Spectrum” (fino al 22 novembre 2026), un viaggio guidato da venti look d’alta moda che celebrano oltre trent’anni di carriera del duo d’avanguardia. Sabato 26 settembre sarà invece la volta dei Sozzani Awards, una prima edizione interamente dedicata a sostenere una donna creativa o imprenditrice capace di influenzare la cultura contemporanea. La settimana si avvierà alla conclusione domenica 27 settembre celebrando il futuro del settore con la dodicesima edizione di Milano Moda Graduate, la vetrina d’eccellenza per gli studenti delle principali scuole di moda italiane realizzata con il supporto di YKK Italia.

“Grazie alle sinergie che abbiamo costruito insieme a Camera Nazionale della Moda Italiana in questi anni, in occasione soprattutto delle Fashion Week, il rapporto tra Milano e il mondo della moda si è molto rafforzato, come testimoniano gli straordinari appuntamenti che accompagneranno l’apertura delle sfilate della Collezione Donna, al via a breve” ha commentato il sindaco di Milano Giuseppe Sala.

Un ruolo assolutamente centrale in questa edizione della Milano Fashion Week sarà affidato alla nuova generazione di designer grazie al Fashion Hub di Camera Nazionale della Moda Italiana. Questo spazio si conferma come uno dei pilastri più strategici della manifestazione, pensato per valorizzare i talenti emergenti italiani e internazionali e offrire loro concrete occasioni di visibilità, confronto commerciale e sviluppo professionale.

Il Fashion Hub è concepito come un laboratorio aperto alla sperimentazione e alla creatività, con un focus sempre più orientato all’internazionalizzazione e alla costruzione di connessioni dirette tra i designer, la stampa, i buyer e gli operatori del settore. Durante l’intera settimana verranno presentati numerosi progetti speciali che daranno voce a diverse geografie e linguaggi contemporanei, ribadendo la natura inclusiva di una piattaforma in cui si incontrano culture, generazioni e approcci stilistici differenti. A differenza dei blindatissimi show d’alta moda, questo cuore pulsante dell’innovazione accoglierà anche gli appassionati, infatti dopo l’evento di inaugurazione, il Fashion Hub resterà aperto al pubblico per l’intera settimana, da martedì 22 a domenica 27 settembre.

“La forza di Milano Fashion Week nasce dalla capacità di integrare le diverse dimensioni della moda creativa: i grandi brand che hanno contribuito a costruire l’autorevolezza internazionale del Made in Italy e i nuovi talenti che stanno immaginando il futuro del nostro settore. Milano continua ad attrarre brand e creativi perché offre un contesto unico, nel quale heritage e sperimentazione, industria e ricerca, visioni consolidate e nuovi linguaggi coesistono e accrescono il valore della moda. I debutti e i nuovi ingressi di questa edizione sono un segnale concreto della vitalità e della capacità attrattiva e di Milano non soltanto per i grandi protagonisti che scelgono di presentare qui le proprie collezioni, ma anche per le nuove generazioni e per i nuovi progetti. È questa capacità di evolvere nel rispetto della propria identità che rende Milano sempre più centrale nel panorama internazionale della moda” afferma Carlo Capasa, presidente Camera Nazionale della Moda Italiana.

La campagna di comunicazione che accompagna anche questa edizione della Milano Fashion Week unisce moda e identità urbana scegliendo il Velodromo Vigorelli come cornice per i nuovi talenti.

Trump non frena Londra: crepe nell’asse con Netanyahu

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Appoggio a Londra, o avvertimento a Gerusalemme? La domanda che emerge dalle ultime mosse dell’amministrazione Trump riguarda il grado di pazienza della Casa Bianca nei confronti di Benjamin Netanyahu. Secondo quanto riferito da Axios, citando funzionari statunitensi e diplomatici occidentali, gli Stati Uniti non avrebbero esercitato pressioni per bloccare l’iniziativa britannica volta a introdurre nuove sanzioni contro individui ed entità coinvolti nella costruzione di insediamenti israeliani nella Cisgiordania occupata.

Non è un dettaglio di poco conto. Washington, pur senza aderire direttamente alla misura promossa da Londra, avrebbe scelto di non utilizzare il proprio peso politico per impedirla. Una posizione che, letta nel contesto dei rapporti tra Trump e Netanyahu, può essere interpretata come un segnale di crescente insofferenza nei confronti della strategia israeliana in Cisgiordania.

Al centro della controversia c’è soprattutto l’area E1, uno dei punti più sensibili della geografia politica della Cisgiordania. La realizzazione di un nuovo insediamento in questa zona rischierebbe di interrompere la continuità territoriale tra il nord e il sud della Cisgiordania, rendendo ancora più complessa l’ipotesi di uno Stato palestinese territorialmente contiguo.

Su E1, peraltro, esiste una continuità significativa nella politica americana: amministrazioni repubblicane e democratiche hanno storicamente espresso contrarietà alla costruzione di insediamenti nell’area. La questione, dunque, non riguarda soltanto lo scontro diplomatico contingente tra Londra e Gerusalemme, ma tocca uno dei dossier sui quali Washington ha mantenuto nel tempo una linea relativamente costante.

La Gran Bretagna ha annunciato sanzioni contro persone ed entità legate alla costruzione degli insediamenti e ha previsto anche restrizioni sull’importazione di merci provenienti dalle colonie israeliane. All’iniziativa britannica si sono affiancati Canada, Danimarca, Finlandia, Francia, Islanda, Irlanda, Norvegia, Polonia, Portogallo, Spagna e Svezia, che hanno dichiarato l’intenzione di introdurre restrizioni nazionali e/o sostenere analoghe misure europee.

È qui che il mancato intervento americano assume un peso politico particolare. Trump non avrebbe sposato pubblicamente la linea britannica, ma neppure avrebbe scelto di fermarla. Una forma di distanza controllata che consente alla Casa Bianca di evitare uno scontro frontale con Netanyahu senza, allo stesso tempo, concedere un via libera incondizionato alla politica israeliana degli insediamenti.

La frizione sembra riguardare soprattutto la Cisgiordania. Il presidente americano sarebbe infatti frustrato dalle scelte del governo Netanyahu e dalla prospettiva che l’espansione degli insediamenti finisca per compromettere ulteriormente qualsiasi ipotesi di soluzione politica del conflitto.

La reazione israeliana è stata tutt’altro che simbolica. Il governo Netanyahu ha annunciato la chiusura del consolato britannico a Gerusalemme Est, struttura che svolge un ruolo nei rapporti con l’Autorità Palestinese, e ha inoltre minacciato l’espulsione di diplomatici e ufficiali militari britannici impegnati in una task force per Gaza guidata dagli Stati Uniti.

Il paradosso è evidente: mentre Washington e Londra continuano a coordinarsi sul dossier di Gaza, il rapporto tra il Regno Unito e il governo israeliano si deteriora proprio sul terreno della Cisgiordania. E gli Stati Uniti, questa volta, sembrano non avere fretta di ricomporre la frattura.

Più che un’improvvisa svolta della politica americana, il quadro restituisce dunque un messaggio più sottile: l’appoggio di Trump a Netanyahu potrebbe avere dei limiti, soprattutto quando le decisioni del governo israeliano rischiano di compromettere gli equilibri regionali che la Casa Bianca intende preservare.

Per Gerusalemme è un campanello d’allarme. Per Londra, la conferma che l’iniziativa sulle sanzioni non è stata percepita da Washington come una provocazione da neutralizzare. E per Netanyahu, soprattutto, il segnale che sulla Cisgiordania il margine di manovra potrebbe essere diventato più stretto.

Guccini, le case di via Paolo Fabbri e Pavana alla moglie Raffaella Zuccari

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Le due case più intimamente legate all’immaginario di Francesco Guccini, quella di via Paolo Fabbri 43 a Bologna e quella di Pavana, sull’Appennino tosco-emiliano, sono destinate alla moglie Raffaella Zuccari. È quanto emerge dal testamento pubblico del cantautore, redatto il 19 gennaio 2022 e registrato l’8 settembre 2026 davanti al notaio Luigi Stame, alla presenza della moglie e della figlia Teresa.

Nel documento Guccini revoca espressamente ogni precedente disposizione testamentaria e indica Raffaella Zuccari come erede universale del proprio patrimonio. Una scelta che comprende anche gli immobili che, più di altri, hanno accompagnato la sua vita personale e artistica: la casa bolognese di via Paolo Fabbri e quella di Pavana, il paese dell’Appennino diventato negli anni una sorta di geografia sentimentale della sua produzione.

Alla figlia Teresa, nata dalla lunga relazione del cantautore con Angela Signorini, vengono invece attribuiti tutte le quote di partecipazione detenute dal padre nella società Limentra srl e il 50 per cento dei diritti patrimoniali d’autore legati alla sua attività professionale di cantautore e scrittore.

La ripartizione assume un significato particolare soprattutto per la casa di via Paolo Fabbri. Non è semplicemente un immobile: per generazioni di ascoltatori quell’indirizzo è diventato un luogo della memoria collettiva. È la casa evocata nel titolo di uno degli album più celebri di Guccini, ma anche uno dei simboli della Bologna raccontata nelle sue canzoni, osservata con ironia, disincanto, nostalgia e affetto.

Via Paolo Fabbri 43 è stata, nel tempo, molto più di un indirizzo. È diventata una parola chiave dell’universo gucciniano, un punto di riferimento per chi ha riconosciuto nelle sue canzoni frammenti di una storia personale e generazionale. Attorno a quella casa si è alimentato anche un piccolo pellegrinaggio laico di appassionati: persone arrivate a Bologna per ritrovare, almeno idealmente, i luoghi di un cantautore capace di trasformare la propria quotidianità in memoria condivisa.

Ed è proprio quella casa, tuttavia, a non entrare nel patrimonio lasciato a Teresa. Un elemento che rende la successione particolarmente significativa sul piano umano, oltre che strettamente patrimoniale. Teresa, infatti, in quell’abitazione ha vissuto durante gli anni della sua crescita e il legame con quel luogo è dunque inevitabilmente anche un legame familiare, prima ancora che simbolico.

Diverso, ma altrettanto profondo, il significato di Pavana. Il piccolo paese dell’Appennino tra Toscana ed Emilia-Romagna è stato per Guccini una seconda patria, il luogo della memoria familiare e di un rapporto con il territorio che attraversa molte pagine della sua produzione. Se Bologna rappresenta la città, gli amici, la giovinezza e la dimensione pubblica dell’artista, Pavana incarna invece una dimensione più intima e rurale: le radici, i racconti di famiglia, il tempo che passa.

Il testamento finisce così per disegnare una sorta di doppia eredità. Da una parte quella giuridica e patrimoniale, affidata in larga misura alla moglie; dall’altra quella artistica e professionale, che trova nella figlia Teresa una destinataria importante attraverso la partecipazione societaria e la metà dei diritti patrimoniali d’autore.

È una distinzione che dice qualcosa anche della complessità dell’eredità lasciata da Guccini. Perché nel suo caso il patrimonio non coincide soltanto con immobili, quote societarie o diritti economici. Esiste un patrimonio immateriale fatto di canzoni, parole, personaggi, luoghi e ricordi che ormai appartengono anche a un pubblico vastissimo.

E tra quei luoghi, via Paolo Fabbri e Pavana occupano un posto speciale. La prima è diventata un’icona urbana e musicale; la seconda, un paesaggio dell’anima. Il testamento stabilisce a chi spettino giuridicamente quelle case. Il loro significato, invece, continua inevitabilmente ad appartenere alla memoria di chi, attraverso le canzoni di Guccini, le ha già trasformate in qualcosa di molto più grande di due semplici immobili.

Nubifragio lampo a Potenza, strade allagate e alberi abbattuti dal vento

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È bastato un pugno di minuti per trasformare Potenza in una città alle prese con acqua e vento. Un violento nubifragio si è abbattuto sul capoluogo lucano, provocando allagamenti e numerosi disagi alla viabilità. A rendere particolarmente insidioso il temporale è stata la sua intensità, concentrata in un arco temporale brevissimo.

In poco più di sei minuti sono caduti circa cinque millimetri di pioggia, mentre le raffiche di vento hanno raggiunto punte di 70 chilometri orari. Una combinazione che ha rapidamente messo sotto pressione strade e alberature, causando diversi interventi da parte dei soccorritori.

Il vento ha infatti spezzato e sradicato alcuni alberi, finiti anche sulle automobili parcheggiate. I danni si sono concentrati soprattutto sulle strutture e sui mezzi in sosta, senza tuttavia provocare conseguenze alle persone.

Sul posto sono intervenute tre squadre dei vigili del fuoco, impegnate nella rimozione degli alberi e dei rami caduti e nelle operazioni necessarie a ripristinare le condizioni di sicurezza. Gli interventi hanno riguardato in particolare le aree interessate dagli allagamenti e dalla caduta delle piante, con l’obiettivo di liberare le strade e ridurre i rischi per automobilisti e pedoni.

Un episodio che conferma quanto possano essere improvvisi e concentrati gli effetti dei fenomeni temporaleschi intensi: in pochi minuti una quantità relativamente contenuta di pioggia, accompagnata da raffiche particolarmente forti, è stata sufficiente a provocare allagamenti e cadute di alberi in diversi punti della città.

Per Potenza è stato dunque un temporale breve ma decisamente intenso, capace di lasciare dietro di sé una scia di interventi e disagi. Fortunatamente, non si registrano feriti.