22 Settembre 2026, martedì
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Università, il caso dei posti letto: il Pd attacca Bernini

D’Attorre, Manzi e D’Elia contestano i numeri rivendicati dalla ministra: «Sul Pnrr il target è stato mancato. I nuovi alloggi non avrebbero risolto il caro affitti e una quota rilevante delle risorse sarebbe finita ai grandi operatori privati».

Sul fronte degli alloggi universitari, tra annunci, numeri e risultati raggiunti, il Partito democratico accusa il governo di aver costruito una narrazione molto distante dalla realtà. Nel mirino dei dem finiscono soprattutto le parole pronunciate alla Camera dalla ministra dell’Università e della Ricerca Anna Maria Bernini, alla quale il Pd contesta di aver presentato come un successo una partita che, secondo i dati richiamati dall’opposizione, avrebbe invece registrato un significativo ritardo rispetto agli obiettivi fissati dal Pnrr.

«Come ormai le capita sistematicamente quando si confronta con i numeri», sostengono Alfredo D’Attorre, responsabile Università del Pd, Irene Manzi e Cecilia D’Elia, capigruppo nelle commissioni Cultura di Camera e Senato, «anche oggi la ministra Bernini ha descritto in aula un universo parallelo rispetto alla realtà delle cifre».

Il nodo dei posti letto

Il punto centrale della contestazione riguarda il traguardo dei nuovi posti letto destinati agli studenti. Secondo il Pd, alla conclusione della fase prevista dal Pnrr il target dei 60mila nuovi posti letto non sarebbe stato raggiunto: il governo avrebbe rendicontato circa 33mila posti, poco più della metà dell’obiettivo iniziale.

A questo si aggiunge, osservano i dem, un ulteriore obiettivo di 63mila posti letto collegato a un accordo con Cassa Depositi e Prestiti e spostato al 2027. Una prospettiva che, secondo l’opposizione, rinvia nel tempo la soluzione strutturale dell’emergenza abitativa degli studenti e lascia ancora da verificare l’effettiva realizzazione degli interventi.

La questione non è soltanto quantitativa. Per il Pd, il problema riguarda anche il modello scelto dal governo per utilizzare le risorse europee.

Pnrr e privati, la contestazione del Pd

Una parte rilevante della polemica riguarda infatti il coinvolgimento degli operatori privati. Secondo D’Attorre, Manzi e D’Elia, «quasi l’interezza dei fondi Pnrr» sarebbe finita a grandi operatori del settore, mentre le modalità con cui sono stati costruiti i bandi avrebbero di fatto reso molto difficile, se non impossibile, la partecipazione di numerosi soggetti pubblici.

Il motivo, nella ricostruzione del Pd, sarebbe da ricercare soprattutto nelle condizioni di cofinanziamento, giudicate meno favorevoli rispetto a quelle previste dalla legge 338 del 2000 per gli interventi di edilizia universitaria.

Da qui un’altra domanda politica: il miliardo circa di risorse pubbliche messo in campo ha prodotto una nuova offerta abitativa stabile e accessibile oppure ha soprattutto sostenuto l’ingresso di grandi operatori immobiliari nel mercato delle residenze universitarie?

Il nodo delle tariffe

È sul costo delle stanze, tuttavia, che la distanza tra governo e opposizione appare più netta.

Il Pd contesta infatti l’affermazione secondo cui gli interventi avrebbero garantito posti letto gratuiti. «I privati che hanno ricevuto circa 20mila euro per ogni posto letto aggiuntivo messo a disposizione», sostengono i tre esponenti dem, «non concederanno alcuna stanza gratis».

Il meccanismo, spiegano, sarebbe diverso: nell’accordo con la Commissione europea sarebbe previsto che il 30 per cento dei 60mila posti letto individuati venga destinato agli studenti inseriti nelle graduatorie del diritto allo studio. Inoltre, sui posti aggiuntivi complessivi, i gestori dovrebbero applicare tariffe ridotte del 15 per cento rispetto ai prezzi di mercato.

È proprio su questo punto che il Pd solleva però dubbi sulla reale convenienza per gli studenti.

Secondo le rilevazioni citate dall’opposizione, condotte da osservatori indipendenti e associazioni studentesche, in diverse città i nuovi posti disponibili non risulterebbero necessariamente più economici rispetto alle soluzioni già presenti sul mercato. In alcuni casi, sostengono i dem, potrebbe addirittura verificarsi la situazione opposta.

L’emergenza che resta sul mercato

Il tema assume particolare rilievo proprio in queste settimane, quando migliaia di studenti cercano casa nelle principali città universitarie italiane e il costo degli affitti torna a rappresentare uno degli ostacoli più pesanti alla possibilità di studiare lontano dalla propria città di residenza.

Per il Pd, dunque, dichiarare sostanzialmente risolto il problema del caro affitti rischia di essere prematuro.

«La ministra Bernini oggi ha sostanzialmente detto di aver risolto il problema del caro affitti», affermano D’Attorre, Manzi e D’Elia. «Dubitiamo che le studentesse e gli studenti alla ricerca di una sistemazione nelle grandi città universitarie in queste settimane condividano il suo entusiasmo».

La questione, in definitiva, non riguarda soltanto il numero delle stanze realizzate. Riguarda quanto costano, a chi sono destinate, per quanto tempo resteranno vincolate all’uso universitario e quale effetto produrranno davvero sul mercato degli affitti.

La partita politica

È su questo terreno che il Pd porta lo scontro con il governo. L’accusa è che il Pnrr abbia finanziato una risposta prevalentemente quantitativa senza incidere in modo strutturale sul problema dell’accessibilità economica dell’abitare universitario.

«Più affine allo stato d’animo della ministra», concludono i tre esponenti dem, «è quello dei grandi fondi immobiliari che hanno beneficiato del modo in cui il governo ha deciso di disperdere circa un miliardo di risorse Pnrr, senza ottenere nessun risultato strutturale».

Una critica che sposta così il baricentro del confronto: dal semplice conteggio dei posti letto alla qualità dell’intervento pubblico. Perché costruire nuove stanze non significa automaticamente rendere l’università più accessibile. Se il prezzo resta troppo alto, il diritto allo studio rischia di fermarsi ancora una volta davanti alla porta di casa.

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