27 Ottobre 2026, martedì
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Piantedosi, l’attacco di Appendino: «Basta annunci. Sul caso Vannacci e su Casapound servono fatti»

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È sul terreno degli atti e delle responsabilità politiche che Chiara Appendino sceglie di incalzare Matteo Piantedosi. La deputata del Movimento 5 Stelle interviene sulle dichiarazioni rilasciate dal ministro dell’Interno a La Stampa e contesta in particolare la ricostruzione dell’evento organizzato a Torino da un sindacato di Polizia con la partecipazione di Roberto Vannacci.

Per Appendino, la questione non può essere derubricata a una polemica politica. A suo giudizio, sarebbero i documenti ufficiali a dimostrare che l’iniziativa era stata concepita con finalità formative e che il Ministero dell’Interno ne aveva dato il proprio avallo. Da qui la sfida rivolta direttamente al ministro: «Provi a dimostrare il contrario».

La parlamentare legge inoltre nella successiva presa di distanza del Viminale una retromarcia dettata più dalla pressione dell’opinione pubblica che da una diversa valutazione dell’iniziativa. «La retromarcia del Viminale, apparsa a tutti maldestra, è arrivata solo dopo il clamore mediatico», sostiene Appendino.

È un’accusa che investe non soltanto la gestione del singolo episodio, ma il metodo con cui il governo affronta vicende politicamente sensibili. E proprio su questo terreno la deputata allarga il fronte della contestazione, chiamando in causa un’altra questione rimasta da tempo irrisolta: la sede romana di Casapound.

Anche in questo caso, secondo Appendino, alle parole del ministro non sarebbero ancora seguiti provvedimenti concreti. Lo sgombero dell’immobile, osserva la deputata, continua a essere evocato come obiettivo futuro mentre la sede occupata resta nella disponibilità dell’organizzazione.

La critica si fa quindi più ampia e investe direttamente l’azione dell’esecutivo guidato da Giorgia Meloni. «L’annuncite è la cifra del governo Meloni», accusa Appendino, sottolineando come, a suo giudizio, a ridosso della parte finale della legislatura il governo continui a prospettare interventi senza tradurli in decisioni operative.

Nel caso di Casapound, la deputata chiede un intervento immediato e richiama anche un recente incontro sul suprematismo bianco che si sarebbe svolto all’interno della sede. Un elemento che, nella sua lettura, rende ancora più urgente affrontare la questione.

Il linguaggio scelto da Appendino è particolarmente duro. La sede viene definita un «covo di neofascisti» e l’attività dell’organizzazione viene descritta come incompatibile con i principi costituzionali e democratici. Una posizione che colloca nuovamente il tema delle occupazioni e della presenza delle organizzazioni neofasciste al centro dello scontro politico.

Il filo che unisce, nella denuncia della deputata, il caso di Torino e quello romano è dunque quello della credibilità dell’azione del Viminale. Da una parte, la gestione dell’evento con Vannacci e la successione di decisioni e dichiarazioni che ne è seguita; dall’altra, una promessa di sgombero che, secondo l’opposizione, resta ancora priva di una scadenza e di un atto concreto.

È su questa distanza tra annunci e decisioni che Appendino costruisce il suo affondo finale. «Ministro, non c’è più alcuno spazio per le chiacchiere», conclude.

Una formula destinata a riportare la polemica dal terreno delle dichiarazioni a quello, assai più impegnativo, delle responsabilità: quali siano gli atti che il Viminale intenda assumere e con quali tempi.

Milano scopre la Corea: arriva il Pop-Up del K-Food con 34 eventi aperti al pubblico

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Un viaggio sensoriale nel cuore di Milano per assaporare la tradizione e scoprire le tendenze più attuali della Corea: dal 17 al 26 settembre 2026, il capoluogo lombardo ospita il K-Food Pop-Up a Milano, un grande evento diffuso promosso dal Ministry of Agriculture, Food and Rural Affairs e dalla Korea Agro-Fisheries & Food Trade Corporation (aT). L’iniziativa nasce con l’obiettivo di far toccare con mano al pubblico italiano le espressioni più rappresentative e amate della cultura coreana contemporanea.

Il fulcro della manifestazione è un ricchissimo programma di 34 eventi e workshop che spaziano tra diverse aree tematiche. Per la parte di enogastronomia sono previste lezioni di cucina coreana (K-Food Cooking) e speciali Cooking Class a quattro mani per scoprire i segreti del vero kimchi fresco e della cucina fusion italo-coreana. Non mancheranno i momenti dedicati a cultura e spettacolo, con laboratori di danza a ritmo di K-Pop Dance, laboratori di artigianato in madreperla e concerti di musica classica. Spazio anche al settore wellness, con incontri di K-Yoga e lezioni di K-healing per ritrovare il proprio equilibrio, accompagnati da una tradizionale tazza di K-Tea.

L’esperienza coreana si estende oltre la cucina per toccare la cura della persona, con incontri interattivi dedicati ai segreti della K-Beauty. Attraverso workshop pratici di trucco (K-Makeup) e sessioni di K-Hair Styling, gli esperti guideranno il pubblico alla scoperta dei rituali di skincare, dei segreti di bellezza e della profonda filosofia coreana della cura di sé.

La manifestazione si svolge negli spazi del prestigioso SKS (Signature Kitchen Suite) Showroom Milano, situato in Via Manzoni 47, che rimarrà aperto tutti i giorni dalle 11:00 alle 20:00. L’ingresso alla struttura per visitare il K-Market, partecipare ai Market Test o approfittare delle degustazioni è libero e senza prenotazione. Al contrario, i 34 appuntamenti speciali in calendario (come i corsi di cucina, lo yoga e i laboratori di bellezza) richiedono la registrazione e la prenotazione obbligatoria del proprio posto, da effettuare sul sito ufficiale della manifestazione (kfoodpopup.com).

Durante i dieci giorni di evento, i visitatori potranno così esplorare da vicino gli ingredienti simbolo della gastronomia coreana, con la possibilità di acquistarli direttamente presso lo spazio PacMall. Tra i protagonisti della dispensa asiatica ci sarà il celebre kimchi, il contorno di verdure fermentate emblema nazionale, insieme alle salse e alle paste tradizionali come Doenjang, Ganjang e Gochujang. Non mancheranno le proposte più pop e amate dagli appassionati di street food, tra cui snack, dolci tipici, bevande e preparazioni rapide come i Ramyeon e i Tteokbokki, i famosi gnocchi di riso conditi con salsa al peperoncino.

Il cibo diventerà il linguaggio ideale per unire due tradizioni apparentemente lontane. Italia e Corea condividono infatti una profonda filosofia legata alla tavola: l’assoluta centralità della qualità degli ingredienti, il rispetto per la tradizione e il valore della convivialità. Questo pop-up celebra la capacità di entrambe le culture di reinterpretare e valorizzare il proprio patrimonio culinario attraverso abbinamenti inediti e tecniche innovative. Milano, da sempre capitale internazionale della moda, del design e del lifestyle, si conferma così il palcoscenico perfetto per ospitare questo ponte culturale sospeso tra estetica, gusto e qualità.

Ad aprire il programma il 17 settembre sarà un Media Day speciale per stampa e operatori, che offrirà un’anteprima tra cibo e bellezza coreana. Dopo la cerimonia di apertura, lo Chef Fabrizio Ferrari firmerà uno show cooking fusion milanese-coreano con piatti iconici come i Mondeghili arricchiti da salsa di soia e kimchi insalata russa, e il Risotto alla Milanese unito al kimchi saltato e Ssamjang. La serata si chiuderà con un workshop dedicato ai rituali della K-Beauty. Dal giorno successivo, il 18 settembre, il calendario delle attività si aprirà ufficialmente a tutto il pubblico.

Domande d’asilo, l’Europa rallenta: in sei mesi calano del 17%

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L’Europa registra una frenata sul fronte delle richieste di asilo. Nei primi sei mesi del 2026 sono state circa 332mila le domande di protezione internazionale presentate nei Paesi dell’Unione europea e nei quattro Stati associati all’area Schengen: il 17% in meno rispetto allo stesso periodo del 2025.

Il dato, contenuto nell’ultimo rapporto dell’Agenzia dell’Unione europea per l’asilo (Euaa), segna un punto particolarmente significativo: si tratta infatti del primo semestre con il minor numero di richieste dal 2021 e, considerando anche gli anni non condizionati dalla pandemia, del livello più basso dal 2019.

Dietro la contrazione non c’è un’unica spiegazione. L’Euaa individua una combinazione di fattori, a partire dal mutamento della composizione delle nazionalità dei richiedenti, legato alla transizione politica in Siria, fino alla strategia europea di rafforzamento della cooperazione con i Paesi di origine e di transito. Un intreccio che sembra incidere sui flussi e che restituisce una fotografia diversa rispetto agli anni più recenti.

La pressione, tuttavia, resta fortemente concentrata su un gruppo ristretto di Paesi. La Francia è stata la principale destinazione delle domande nel semestre, con circa 69mila richieste, pari a un quinto del totale. Subito dopo si colloca l’Italia, con circa 66mila domande. Seguono Spagna e Germania, entrambe con circa 55mila richieste.

Nel complesso, i quattro grandi Paesi hanno raccolto circa il 75% di tutte le domande presentate nell’area Ue+. Una quota ancora molto rilevante, sebbene leggermente inferiore rispetto agli oltre quattro quinti registrati nei precedenti periodi di riferimento.

È però il rapporto con la popolazione a restituire una lettura più articolata della distribuzione dei flussi. L’Italia ha registrato 1.127 domande ogni milione di abitanti, contro una media Ue+ di 710. Il nostro Paese si colloca quindi nettamente sopra la media europea, su livelli vicini a quelli di Spagna, Francia, Belgio e Irlanda. A guidare la graduatoria è la Grecia, con 2.254 richieste ogni milione di abitanti.

Anche la composizione dei richiedenti in Italia sta cambiando. Il Bangladesh resta il principale Paese di cittadinanza dei richiedenti, con circa 28mila domande, un volume sostanzialmente stabile rispetto al periodo precedente (-3%).

Più marcata è invece la crescita delle richieste provenienti da alcune nazionalità. Le domande presentate da cittadini egiziani sono aumentate del 50%, arrivando a circa 15mila. Ancora più significativo l’incremento degli afghani, le cui richieste sono cresciute del 77%. In aumento anche le domande provenienti dalla Cina (+43%) e dallo Sri Lanka (+23%).

Sul fronte opposto, diminuiscono le richieste provenienti da Marocco e Perù: rispettivamente del 22% e del 12%.

Il quadro che emerge dal rapporto Euaa, dunque, non racconta semplicemente di un’Europa con meno domande d’asilo. Racconta soprattutto di flussi che cambiano natura, provenienza e distribuzione geografica. Il calo complessivo del 17% rappresenta un’inversione significativa, ma non equivale a una scomparsa della pressione migratoria: le domande continuano a concentrarsi soprattutto lungo le principali direttrici di ingresso e nei Paesi con maggiore capacità di attrazione e accoglienza.

La fotografia del primo semestre 2026 suggerisce quindi una fase di trasformazione. La nuova dinamica siriana e la cooperazione con i Paesi terzi sembrano aver contribuito alla riduzione dei numeri, mentre la crescita di alcune nazionalità e la persistente concentrazione delle richieste in pochi Stati mostrano quanto il fenomeno resti mobile. Per l’Europa, la sfida non è soltanto gestire quantità inferiori rispetto al passato, ma capire se questa frenata sia l’inizio di una nuova tendenza o una fase di assestamento all’interno di un sistema migratorio ancora profondamente in evoluzione.

Carburanti, la corsa dei prezzi non si ferma: benzina a 2,077 euro, diesel a 2,184

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La corsa dei carburanti non accenna a fermarsi. I prezzi continuano a salire e, giorno dopo giorno, il costo del pieno pesa sempre di più sulle tasche degli automobilisti. L’ultimo aggiornamento del Ministero delle Imprese e del Made in Italy conferma una nuova tornata di rincari, sia sulla rete stradale ordinaria sia su quella autostradale.

Secondo i dati dell’Osservatorio prezzi carburanti del Mimit, il prezzo medio della benzina in modalità self service sulla rete stradale nazionale è arrivato a 2,077 euro al litro, contro i 2,067 euro della rilevazione precedente. Si tratta di un aumento di circa un centesimo al litro.

Sale anche il gasolio, che raggiunge una media di 2,184 euro al litro, rispetto ai 2,177 euro precedenti. Un incremento che, se rapportato ai litri necessari per un pieno, si traduce in un ulteriore esborso per chi utilizza quotidianamente l’auto.

Ma è sulla rete autostradale che il quadro diventa ancora più pesante. La benzina self service viene venduta mediamente a 2,163 euro al litro, in aumento rispetto ai 2,152 euro della precedente rilevazione. Il gasolio, invece, arriva a 2,258 euro al litro, contro i 2,248 euro precedenti.

Il superamento della soglia dei 2,2 euro al litro per il diesel in autostrada rappresenta uno dei dati più significativi dell’ultima rilevazione. Per chi deve affrontare lunghi tragitti, il rifornimento può quindi trasformarsi in una delle voci di spesa più rilevanti dell’intero viaggio.

La dinamica dei prezzi si riflette direttamente sulla mobilità quotidiana. Per lavoratori, pendolari e famiglie che non possono fare a meno dell’automobile, ogni aumento alla pompa significa una maggiore spesa mensile. E il problema non riguarda soltanto il singolo automobilista: carburanti più costosi possono incidere anche sui costi di trasporto delle merci e, indirettamente, sui prezzi di numerosi beni e servizi.

La fotografia fornita dal Mimit racconta dunque un mercato ancora caratterizzato da una forte pressione sui prezzi. Benzina e diesel continuano a muoversi verso l’alto, mentre sulla rete autostradale il conto per gli automobilisti diventa ancora più salato.

La domanda, a questo punto, è inevitabile: dove si fermerà la corsa dei carburanti? Per chi ogni giorno deve fare i conti con l’auto, la risposta non è soltanto una questione di mercato, ma di bilancio familiare.

Il ritorno dell’Eclettismo

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A cura di Gilberto Borzini

Si dice che negli ambienti dell’alta tecnologia e dell’AI si cerchino filosofi  in grado di attribuire Etica al pensiero meccanico e inorganico. L’Etica, si sa, è argomento squisitamente filosofico, come pure l’altro millenario soggetto, l’Anima e, per esteso, la Vita, il suo senso e significato.

Il Filosofo, colui a cui è cara la conoscenza, è per sua natura Eclettico ovvero in grado di speculare in ambiti differenti del pensiero e del sapere applicando agli stessi gli strumenti dell’osservazione e dell’indagine deduttiva (dal macro al micro) o induttiva (dal micro al macro).

Superfluo sarebbe osservare come dall’antichità a tutto il ‘700 i filosofi furono anche botanici, medici, storici, letterati, musici e matematici; furono anche astronomi e astrologi: lo stesso Galileo sviluppava entrambe le categorie unendo all’osservazione del movimento degli astri l’interpretazione, allora ben più remunerativa, dell’influenza astrale sulle vite dei clienti.

Furono Eclettici Ippocrate e Democrito, Leonardo da Vinci e Pico della Mirandola, Voltaire e Newton, ognuno di loro applicando il proprio metodo di osservazione e interpretazione al vasto mondo del sapere e degli effetti del sapere sul vivere sociale.

CavalliVapore e tecnicismo

Poi si affermò un nuovo modello produttivo, quella rivoluzione industriale che sulla generazione del Cavallo Vapore riorganizzò il mondo.

Le Fabbriche divennero la sintesi dell’economia e con le fabbriche una nuova organizzazione del lavoro che, con il modello fordista, definì specifiche azioni per specifici ruoli, affinando le competenze necessarie all’implementazione della produttività.

Con quel modello produttivo ed economico si strutturò il criterio tecnologico della “specializzazione”, perfettamente antitetico rispetto al modello eclettico, speculativo e olistico precedente.

Con l’affermarsi della segmentazione produttiva, dal modello di catena di lavoro fordista al più recente just-in-time assicurato dall’efficacia logistica, il criterio delle “specializzazioni” diviene sempre più strutturale e significativo, relegando l’eclettismo al vituperio definito dal termine “tuttologia”.

Malgrado l’epiteto i Filosofi (e per filosofo intendo chi produce pensiero, non chi ha studiato i pensieri degli altri per riproporli a sonnecchiose classi) non hanno smesso di essere Eclettici e lo dimostrano matematici che parlano con competenza di filosofia e filosofi applicati alle scienze sociali e politiche in grado di sviluppare ipotesi proiettive sull’organizzazione collettiva in divenire e futura e oggi, con l’avvento dell’Intelligenza Artificiale, il ruolo del Filosofo assume una nuova centralità proprio grazie alla radicale trasformazione dei modelli produttivi e occupazionali che l’AI stessa implica e comporta.

AI, Etica e Filosofia

Con la sostituzione da parte dell’AI di molteplici attività tecniche e operative umane “di base”, dalla filiera in fabbrica al front office nel terziario, l’Umano tecnologicamente applicato perde in larga misura la sua funzione.

Con la delega all’AI Agente di non poche scelte funzionali fino a ieri di squisita competenza umana, la questione del rispetto dell’Etica, che è materia assai più estesa della normativa applicata, diviene fondamentale, anche in virtù del fatto che molti umani affidano all’AI, e sempre più affideranno, scelte personali di consumo e di utilizzo del tempo libero.

Persino il “mercato delle relazioni”, evoluzione della conoscenza personale, verrà filtrato dall’AI che già oggi testa ed esplora le possibilità suggerendo conoscenze sui social o “matchando” profili sui siti dedicati al “dating”.

La Filosofia al centro

Il Filosofo eclettico, pertanto, sarà dedicato all’esplorare per induzione (dal micro al macro) gli effetti generati da ogni scelta, all’osservare le reazioni all’introduzione di un’innovazione e dedurre (dal macro al micro) i necessari accorgimenti coerenti con la Morale pubblica e l’Etica necessaria.

La visione dell’eclettico è necessariamente olistica, in grado di mettere in relazione e connettere diversi piani del pensiero, del sapere, dell’applicare e del realizzare: una visione che abbraccia l’economia e la società, la psicologia comportamentale e la politica in un processo generale che necessita di capacità elaborativa di pensiero diversa, e forse superiore, rispetto alla tecnicalità attuale.

L’Eclettico, il disprezzato “tuttologo” per i tecnici di oggi, definisce lo sguardo in prospettiva dell’evoluzione plausibile, non solo possibile, eticamente accettabile.

La Filosofia era data per morta in virtù della tecnicalità produttiva: oggi si riposiziona al centro dell’interesse economico, sociale e politico.

Viva la Filosofia, e Viva l’Eclettismo.

Riforma dei porti, è scontro sugli emendamenti: il Pd accusa la maggioranza

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La riforma dei porti approda in Parlamento accompagnata da una prima, pesante frizione politica. Il terreno dello scontro non è ancora il merito delle norme, ma il metodo con cui la maggioranza ha deciso di organizzare il confronto sugli emendamenti. Dei 622 emendamenti presentati complessivamente, infatti, soltanto 300 sono stati ammessi alla discussione in Commissione.

Una sforbiciata che il Partito democratico considera tutt’altro che neutrale. A sollevare la questione è Antonio Misiani, responsabile Infrastrutture del Pd, che parla apertamente di una scelta «arbitraria» e sproporzionata ai danni delle opposizioni.

I numeri, secondo la ricostruzione del Pd, raccontano una differenza significativa: i gruppi di opposizione avevano depositato 432 proposte emendative, ma quelle ammesse alla discussione sono scese a 142. La maggioranza, a fronte di 175 emendamenti presentati, ne vedrà invece esaminati 158.

È proprio questa proporzione a indurre il Pd a contestare la gestione parlamentare del provvedimento. «La maggioranza ha calato la scure sugli emendamenti alla riforma dei porti», sostiene Misiani, secondo cui la decisione contraddirebbe le rassicurazioni più volte offerte dal viceministro alle Infrastrutture Edoardo Rixi sulla volontà di garantire un confronto aperto.

Il punto, per i democratici, non è soltanto quantitativo. Una parte consistente delle proposte dell’opposizione, sottolinea Misiani, riguarda infatti questioni di merito e nasce dalle sollecitazioni degli operatori e dei lavoratori del comparto portuale. Non si tratterebbe, dunque, di un pacchetto costruito con finalità ostruzionistiche, ma di contributi che il Pd chiede di poter sottoporre all’esame della Commissione.

Da qui la richiesta di fare marcia indietro e ripristinare un confronto più ampio. «Se la volontà di discutere è reale, si ritiri questo taglio», è l’appello rivolto alla maggioranza.

La polemica assume un peso particolare perché la riforma riguarda uno dei nodi strategici della politica infrastrutturale italiana. I porti non sono soltanto infrastrutture logistiche, ma snodi essenziali per la competitività del Paese, per i traffici commerciali e per il lavoro di un intero ecosistema produttivo. Per questo, secondo il Pd, comprimere il confronto parlamentare proprio nella fase emendativa rischia di indebolire il contributo delle categorie direttamente interessate.

Ma nelle parole di Misiani emerge anche un sospetto più politico. La riduzione degli emendamenti, sostiene il dirigente dem, potrebbe avere l’effetto di tenere fuori dal dibattito anche quelle proposte sulle quali potrebbero manifestarsi divergenze all’interno della stessa maggioranza.

Un’ipotesi che, se confermata, trasformerebbe una questione apparentemente procedurale in un problema politico di maggiore rilievo: non soltanto limitare lo spazio dell’opposizione, ma anche circoscrivere il terreno sul quale potrebbero emergere sensibilità differenti tra i partiti che sostengono il governo.

Il Pd, intanto, si dice pronto a collaborare nella fase successiva, anche attraverso una selezione delle proposte da portare all’esame dell’Aula, secondo una prassi parlamentare consolidata. Ma considera inaccettabile che, prima ancora di entrare nel merito, venga esclusa dalla discussione più della metà degli emendamenti depositati.

«Parliamo del futuro dei porti italiani», osserva Misiani. E proprio la rilevanza della materia, nella lettura del Pd, dovrebbe imporre l’esatto contrario di una compressione del confronto: più approfondimento, non meno; più Parlamento, non meno.

Lo scontro sulla riforma dei porti è dunque destinato a proseguire. La partita non riguarda più soltanto il contenuto del provvedimento, ma il perimetro stesso del dibattito parlamentare. E il modo in cui maggioranza e opposizione affronteranno questo passaggio potrà diventare il primo vero banco di prova politico della riforma.

Maltempo, l’Italia ripiomba nell’emergenza: morta una donna a Udine. Frane, allagamenti e fiumi in piena dal Nord alle Marche

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Dall’afa estrema ai nubifragi nel giro di poche ore. L’Italia cambia volto sotto la spinta di una perturbazione che sta interessando soprattutto il Centro-Nord, con temporali intensi, forti raffiche di vento, allagamenti, frane e fiumi che in diversi punti hanno superato gli argini.

Il bilancio più drammatico arriva da Latisana, in provincia di Udine, dove una donna è morta annegata dopo essere rimasta intrappolata nell’abitacolo della propria automobile, finita in un sottopasso completamente allagato. Un carabiniere intervenuto dopo la chiamata al 112 si è gettato nell’acqua riuscendo a estrarre la donna dall’auto, ma per lei non c’è stato nulla da fare. Il militare, a sua volta, è stato trasportato in ospedale in codice verde.

Per la giornata di oggi l’allerta arancione riguarda Veneto, Emilia-Romagna, Toscana e Marche, mentre in numerose altre aree sono segnalate condizioni di criticità legate alle precipitazioni e al vento. Una nuova fase di maltempo che arriva dopo settimane segnate da temperature eccezionalmente elevate e che riporta in primo piano la fragilità di territori già messi sotto pressione dalla siccità e dagli eventi estremi.

Il Lambro esonda a Milano

A Milano la notte è stata segnata da precipitazioni particolarmente intense. Il Lambro è esondato per un breve periodo, facendo fuoriuscire l’acqua in via Rilke e via Camaldoli, aree comunque protette dalle paratoie mobili. Con il progressivo aumento della portata dei fiumi, anche il Seveso è arrivato vicino all’attivazione della vasca di laminazione.

Il maltempo ha provocato altri interventi in città e nell’hinterland. Un grosso albero è caduto in via Carpi senza provocare feriti, mentre a Vimodrone alcune automobili sono rimaste bloccate in un sottopasso di viale Martesana: i vigili del fuoco hanno soccorso le persone a bordo. Durante l’esondazione del Lambro è stata inoltre evacuata la comunità Ceas all’interno del Parco Lambro.

Brescia, l’acqua entra negli Spedali Civili

La violenza dei temporali ha creato problemi anche a Brescia, dove l’acqua è penetrata in alcune aree degli Spedali Civili. Per precauzione, due pazienti sono stati trasferiti dal reparto di Rianimazione cardio, mentre il personale della struttura è stato impegnato nelle operazioni necessarie a ripristinare gli ambienti.

La situazione, secondo la direzione generale dell’ospedale, è successivamente tornata sotto controllo.

Problemi anche sulle strade della Bergamasca. La statale 42 tra Sovere e Pianico è stata chiusa dopo il ribaltamento di un’automobile provocato dall’acqua accumulatasi nei pressi di una galleria. Un altro veicolo si è ribaltato a Casnigo, sulla rampa di uscita della provinciale della Valle Seriana. Non si registrano feriti gravi.

Treni in difficoltà tra Cremona e Brescia

Il maltempo ha avuto conseguenze anche sulla mobilità ferroviaria. La caduta di rami e alberi sui binari ha mandato in difficoltà la circolazione sulla linea Cremona-Brescia, con cancellazioni e ritardi.

Il quadro richiama alla memoria i danni provocati dagli eventi estremi delle scorse settimane, compresi quelli che a fine agosto avevano colpito duramente il territorio di Cremona. Ora il timore è che la nuova ondata di precipitazioni possa aggravare una situazione già delicata.

Tromba d’aria nel Trevigiano, paura in piscina

Nel Trevigiano, una tromba d’aria ha provocato il cedimento e il sollevamento di parte della copertura di una struttura sovrastante una piscina. In quel momento nell’impianto erano presenti diversi bagnanti, costretti a uscire rapidamente dall’acqua e a mettersi al riparo.

Il vento forte ha provocato danni e cadute di alberi anche in altre zone del Nord e lungo la costa.

In Liguria il Lavagna supera gli argini

In Liguria, le piogge intense hanno fatto esondare in più punti il torrente Lavagna a Calvari, nel Genovese. La situazione ha spinto il Comune di San Colombano Certenoli a invitare i residenti delle aree interessate a spostarsi ai piani superiori delle abitazioni.

È uno dei segnali più evidenti della rapidità con cui le precipitazioni possono trasformarsi in una situazione di emergenza: corsi d’acqua ingrossati, strade allagate e abitazioni esposte soprattutto nelle zone più vicine agli alvei.

Dal Fiorentino alla Versilia, decine di interventi

Situazione complessa anche nel Fiorentino, dove i vigili del fuoco hanno effettuato decine di interventi soprattutto per alberi caduti o pericolanti. Le aree maggiormente interessate sono quelle di Figline Valdarno, Reggello, Rignano sull’Arno e Incisa in Val d’Arno.

Danni causati dalla caduta di alberi e rami si registrano anche in Versilia, dove sono state colpite automobili parcheggiate e strutture degli stabilimenti balneari.

Un intenso nubifragio ha interessato inoltre il Pesarese, provocando numerosi interventi dei vigili del fuoco.

Marche, circa 160 interventi

Il maltempo ha colpito con particolare intensità anche le Marche. Sono circa 160 gli interventi effettuati dai vigili del fuoco nelle province di Ancona, Pesaro Urbino e Macerata.

Le richieste hanno riguardato soprattutto la messa in sicurezza di elementi pericolanti degli edifici, il taglio di piante danneggiate dal vento e il prosciugamento di aree invase dall’acqua.

Grosseto e Livorno alle prese con nubifragi e smottamenti

Nella notte il fronte temporalesco ha raggiunto anche la provincia di Grosseto, interessando in particolare il capoluogo maremmano. Appartamenti e scantinati sono stati allagati, mentre in alcuni sottopassi automobili e mezzi pesanti sono rimasti bloccati dall’acqua.

Le forti raffiche di vento hanno inoltre abbattuto o danneggiato numerosi alberi. Non risultano feriti. Dalla prima serata i vigili del fuoco hanno effettuato una trentina di interventi, mentre altri quindici risultavano ancora in corso. Altre operazioni sono state necessarie nell’area di Arcidosso e Pitigliano, soprattutto per alberi caduti e smottamenti.

Un violento nubifragio ha interessato anche il territorio di Livorno, con particolare intensità a Cecina. In questo caso gli interventi si sono concentrati soprattutto su danni provocati dall’acqua e allagamenti di locali interrati.

La frana dello Scaiun fa scattare l’emergenza in Valtellina

Il fronte più delicato sul piano del dissesto idrogeologico si è aperto in Valtellina, nel territorio di Val Masino, in provincia di Sondrio.

Durante la notte si è verificato il distacco della storica frana dello Scaiun, sopra l’abitato di Cataeggio. Una grande quantità di materiale è precipitata verso valle: detriti, pietrame e alberi spezzati hanno imposto l’attivazione delle procedure di emergenza.

Quarantacinque persone sono state evacuate e le scuole sono state chiuse. Sono tuttora in corso le verifiche sulla stabilità dell’area. A contenere gli effetti del distacco sono state anche le opere di protezione realizzate grazie ai finanziamenti della Regione Lombardia.

Il nuovo allarme dell’agricoltura

Il maltempo arriva, infine, su un’agricoltura già provata. La Coldiretti lancia un nuovo allarme: alle conseguenze della siccità si sommano ora precipitazioni violente e improvvise, capaci di danneggiare colture e terreni. In alcune aree le perdite dei raccolti, secondo l’organizzazione agricola, possono arrivare fino all’80%.

È il paradosso di un clima sempre più difficile da gestire: prima l’acqua che manca, poi quella che arriva tutta insieme. E quando la pioggia si trasforma in nubifragio, il confine tra fenomeno meteorologico e emergenza territoriale può diventare questione di poche ore.

La scuola che cambia: non basta spostare i banchi, bisogna cambiare il modo di imparare

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A cura di Salvatore Guerriero, Presidente Nazionale e Internazionale della Confederazione delle Imprese nel Mondo – PMI International

L’inizio del nuovo anno scolastico rappresenta ogni volta un momento importante per il Paese, ma quello che si apre nel 2026 può diventare qualcosa di più di un semplice ritorno tra i banchi. La scuola italiana sta attraversando una fase di trasformazione che riguarda i programmi, le metodologie didattiche, il rapporto con la tecnologia e, soprattutto, il modo stesso di concepire l’educazione. Le nuove Indicazioni nazionali, l’attenzione alle competenze trasversali, l’ingresso sempre più significativo dell’intelligenza artificiale e il rafforzamento dei rapporti tra scuola, università, ricerca, imprese e territorio indicano una direzione che non può essere ignorata. Ma innovare la scuola non significa semplicemente cambiare la disposizione dei banchi o introdurre qualche nuova tecnologia nelle aule. Significa cambiare il modo di imparare, di insegnare e di costruire il rapporto tra conoscenza e realtà.

In questo senso è interessante guardare anche alle esperienze che stanno nascendo nel nostro Paese, come quella dell’Istituto Comprensivo Statale Simona Giorgi di Milano, che dal prossimo anno scolastico sperimenterà il Modello Organizzativo Finlandese. Non si tratta semplicemente di eliminare le file tradizionali di banchi rivolti verso la cattedra. L’obiettivo è costruire ambienti più flessibili, favorire il lavoro di gruppo, utilizzare spazi diversi dall’aula tradizionale, sviluppare attività laboratoriali, integrare maggiormente le discipline e introdurre forme di apprendimento più partecipative. È un cambiamento che riguarda prima di tutto una diversa idea di scuola, nella quale lo studente non è soltanto colui che ascolta e ripete, ma diventa protagonista del proprio percorso di apprendimento.

L’esperienza finlandese può quindi rappresentare uno stimolo importante, ma non deve diventare un modello da copiare in maniera automatica. L’Italia ha una propria storia educativa, una propria cultura, un patrimonio straordinario di arte, letteratura, scienza, manifattura, creatività, design e capacità imprenditoriale. La sfida non è diventare finlandesi, ma capire quali principi possono essere adattati alla nostra realtà e utilizzati per costruire una scuola più moderna senza perdere ciò che rende unica la nostra identità culturale. Una scuola capace di conservare il valore della conoscenza e, allo stesso tempo, di collegarla alle competenze necessarie per affrontare una società profondamente cambiata.

Per questo anche lo spazio nel quale si apprende deve essere ripensato. L’aula non può più essere considerata l’unico luogo nel quale avviene la formazione. Laboratori, biblioteche, musei, parchi, università, centri di ricerca, luoghi della cultura e imprese possono diventare ambienti nei quali sviluppare conoscenze ed esperienze. L’apprendimento può avvenire dentro e fuori dalla scuola, attraverso esperienze concrete, attività interdisciplinari, confronto e collaborazione. La tecnologia può contribuire a rendere questo processo ancora più ricco, ma non può sostituire la relazione umana che rimane il cuore dell’educazione.

Ed è proprio qui che emerge uno degli aspetti più importanti della trasformazione. Prima ancora di modificare gli ambienti, occorre preparare le persone che nella scuola lavorano. La formazione deve partire dai dirigenti scolastici, perché sono loro a dover guidare il cambiamento organizzativo e culturale, e deve coinvolgere in maniera permanente gli insegnanti. Ma non può fermarsi a loro. Anche il personale amministrativo, tecnico e ausiliario deve essere accompagnato in questo processo, perché una scuola moderna richiede una comunità professionale capace di condividere una nuova visione e di lavorare insieme.

La formazione degli insegnanti, in particolare, non può essere considerata un adempimento occasionale. Se chiediamo ai docenti di utilizzare nuove metodologie, di lavorare per competenze, di gestire classi più collaborative, di utilizzare strumenti digitali e di confrontarsi con l’intelligenza artificiale, dobbiamo metterli nelle condizioni di farlo. La qualità della scuola dipenderà sempre più dalla qualità della preparazione di chi vi opera.

Lo stesso discorso vale per l’intelligenza artificiale. Non dobbiamo avere paura della tecnologia, ma neppure considerarla una soluzione automatica ai problemi della scuola. L’intelligenza artificiale può aiutare a personalizzare l’apprendimento, sostenere gli studenti, offrire nuovi strumenti agli insegnanti e ampliare enormemente l’accesso alle informazioni. Ma proprio per questo diventa ancora più importante insegnare ai giovani a verificare le informazioni, distinguere ciò che è vero da ciò che non lo è, ragionare, porre domande e sviluppare autonomia di giudizio. La tecnologia deve amplificare l’intelligenza umana, non sostituirla.

La scuola del futuro dovrà inoltre attribuire un valore sempre maggiore alle competenze trasversali. Saper comunicare, lavorare in gruppo, affrontare un problema, assumersi responsabilità, gestire un progetto, utilizzare consapevolmente gli strumenti digitali e sviluppare capacità critica sono competenze che accompagnano una persona per tutta la vita. Non sono alternative alla conoscenza, ma rappresentano il modo attraverso il quale la conoscenza può trasformarsi in capacità concreta.

Ed è proprio su questo terreno che diventa fondamentale rafforzare il rapporto tra scuola e mondo produttivo. Per troppo tempo abbiamo considerato la scuola e l’impresa come due realtà separate, affidando alla prima il compito di formare e alla seconda quello di utilizzare le competenze formate. Oggi questo schema non è più sufficiente. I giovani devono poter conoscere il mondo del lavoro prima di entrarvi, comprendere come nasce un prodotto, come funziona un’impresa, come si affronta un mercato, come si sviluppa un’innovazione e quali competenze vengono richieste dalle professioni che stanno nascendo.

Le imprese, a loro volta, devono assumersi una responsabilità maggiore nei confronti della formazione. Devono aprire le proprie porte agli studenti, mettere a disposizione competenze, laboratori, professionalità ed esperienze, collaborare con le scuole e contribuire alla costruzione di percorsi realmente collegati alla trasformazione economica e tecnologica. Non per trasformare la scuola in un luogo al servizio delle imprese, ma per creare un rapporto virtuoso nel quale conoscenza, lavoro e innovazione possano incontrarsi.

In questa prospettiva, la scuola deve diventare sempre più parte integrante della comunità. Una comunità educante non è composta soltanto da dirigenti, docenti e studenti, ma comprende famiglie, istituzioni, università, imprese, professionisti, associazioni e territorio. È attraverso questa rete che un ragazzo può comprendere che ciò che studia non è separato dalla realtà, ma serve a interpretarla e, possibilmente, a cambiarla.

È per questo che considero la trasformazione della scuola una questione strategica per l’intero Paese. Come rappresentante del mondo imprenditoriale, ritengo necessario rivolgere alle istituzioni un appello preciso: la scuola deve tornare al centro di una strategia nazionale di sviluppo. Non può essere considerata soltanto una voce di spesa o un settore da amministrare, ma deve essere riconosciuta come il principale investimento strategico del Paese. Investire nella formazione significa investire nella competitività delle nostre imprese, nell’occupazione dei giovani, nell’innovazione e nella capacità dell’Italia di affrontare le grandi trasformazioni economiche e sociali che ci attendono.

Chiediamo quindi al Governo, al Parlamento, alle Regioni e a tutti gli attori del sistema educativo di aprire già da questo anno scolastico un grande Piano nazionale per la Scuola Italiana del Futuro. Un piano concreto, pluriennale e misurabile, capace di sostenere le scuole che vogliono sperimentare nuovi modelli didattici e organizzativi, finanziare la formazione permanente di dirigenti e docenti, favorire la riqualificazione degli ambienti scolastici, promuovere un utilizzo consapevole dell’intelligenza artificiale e rafforzare il collegamento strutturale tra scuole, università, ricerca, imprese e territorio.

Le esperienze già avviate in Italia, compreso il Modello Organizzativo Finlandese, non devono essere né celebrate acriticamente né liquidate come semplici esperimenti. Devono essere monitorate, valutate e messe a disposizione dell’intero sistema scolastico. Se funzionano, devono poter essere replicate. Se presentano criticità, devono essere corrette. L’innovazione vera nasce dalla capacità di sperimentare, misurare e migliorare.

Ma questo impegno deve coinvolgere anche il mondo delle imprese. Non possiamo chiedere alla scuola di preparare i giovani al futuro se il mondo produttivo rimane fuori dalla scuola. Le imprese devono aprire le proprie porte agli studenti, mettere a disposizione competenze, laboratori, testimonianze e professionalità, contribuendo a far conoscere ai ragazzi il valore del lavoro, dell’innovazione, dell’intraprendenza e della responsabilità.

Allo stesso modo, la scuola deve aprirsi maggiormente al territorio e alle sue energie migliori. Perché una comunità educante non è fatta soltanto di aule e insegnanti, ma di famiglie, istituzioni, università, imprese, professionisti, associazioni e cittadini. È questa rete che può restituire alla scuola il ruolo centrale che deve avere nella costruzione del futuro.

Il nostro appello è dunque semplice e concreto: facciamo partire dalle scuole italiane una nuova stagione di sperimentazione, formazione e collaborazione. Diamo a ogni istituto la possibilità di costruire, nel rispetto delle proprie caratteristiche, un progetto di scuola più aperta, flessibile, tecnologica, laboratoriale e collegata alla realtà. Misuriamo i risultati e valorizziamo le esperienze che dimostrano di aumentare la partecipazione, le competenze e il successo formativo dei nostri ragazzi.

L’Italia non ha bisogno dell’ennesima riforma della scuola scritta soltanto sulla carta. Ha bisogno di una visione e di un impegno nazionale. La Scuola Italiana del Futuro deve cominciare oggi e deve essere una responsabilità condivisa di istituzioni, dirigenti, docenti, famiglie, imprese e società civile.

Come Confederazione delle Imprese nel Mondo – PMI International siamo pronti a fare la nostra parte, mettendo a disposizione delle istituzioni e delle scuole il patrimonio di competenze, relazioni e conoscenze del mondo imprenditoriale, per costruire nuovi ponti tra formazione, innovazione e lavoro.

Perché il futuro dell’Italia non si decide soltanto nei palazzi delle istituzioni, nei laboratori di ricerca o nelle aziende. Si decide ogni mattina, entrando nelle nostre scuole. E se vogliamo un’Italia più competitiva, più innovativa e più capace di offrire opportunità ai propri giovani, dobbiamo avere il coraggio di cominciare da lì. Adesso.

Caraibi, nuovo raid Usa contro un’imbarcazione sospettata di narcotraffico: tre morti

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Nuovo attacco delle forze armate statunitensi nel Mar dei Caraibi contro un’imbarcazione sospettata di essere coinvolta nel traffico internazionale di stupefacenti. Il raid, condotto il 9 settembre sotto il coordinamento del Comando Sud degli Stati Uniti (Southcom), ha provocato la morte di tre persone.

A rendere noto l’episodio è stato lo stesso Southcom, che in un comunicato ha definito l’operazione un «attacco cinetico letale» contro un’imbarcazione veloce. Una formula che restituisce la natura militare dell’intervento e che si inserisce nella più ampia strategia statunitense di contrasto alle organizzazioni dedite al narcotraffico nell’area caraibica.

Secondo la ricostruzione fornita dal comando americano, le informazioni raccolte dall’intelligence avrebbero confermato il coinvolgimento attivo dell’imbarcazione nel narcotraffico. La barca, inoltre, si sarebbe trovata lungo una delle «rotte consolidate del narcotraffico nei Caraibi», circostanza indicata da Washington come elemento alla base dell’operazione.

Nel bilancio diffuso dal Southcom figurano tre vittime, definite dal comando statunitense «narcoterroristi». Il termine riflette la classificazione adottata dalle autorità americane nei confronti dei soggetti ritenuti legati al traffico di droga e alle reti criminali che operano nella regione.

L’episodio rappresenta un ulteriore tassello della crescente pressione militare esercitata dagli Stati Uniti sulle rotte marittime utilizzate per il trasporto degli stupefacenti. Il Mar dei Caraibi costituisce infatti uno dei principali corridoi attraverso cui le organizzazioni criminali movimentano la droga destinata ai mercati internazionali.

Il nuovo raid conferma così la linea dura adottata da Washington: intercettare e colpire le imbarcazioni ritenute parte delle reti del narcotraffico prima che possano completare la loro rotta. Una strategia che affida un ruolo sempre più rilevante alle informazioni di intelligence e all’impiego diretto delle forze armate nelle operazioni di contrasto.

Roggero, la difesa insiste per il differimento della pena: «Ora attendiamo il Tribunale»

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Nessuna decisione immediata. Per Mario Roggero bisognerà ancora attendere. Il Tribunale di sorveglianza, chiamato a esaminare la richiesta della difesa di differire l’esecuzione della pena, non ha sciolto per ora la riserva. Il gioielliere resta dunque nel carcere di Bollate, dove sta scontando la condanna a 14 anni e 9 mesi per l’uccisione di due rapinatori.

L’udienza si è svolta in tempi relativamente brevi. La difesa, tuttavia, ha ribadito con forza le proprie richieste, legandole anche alla procedura avviata per ottenere la grazia. «Abbiamo insistito con le nostre richieste – spiega l’avvocato di Roggero –. L’udienza è stata breve e ora attendiamo che il Tribunale ci faccia sapere nei prossimi giorni».

Il punto centrale resta quindi il destino immediato del gioielliere, già condannato in via definitiva e attualmente detenuto. La richiesta presentata dalla difesa mira a ottenere un differimento della pena, almeno fino a quando non sarà definito l’iter relativo alla domanda di grazia sottoposta al Presidente della Repubblica.

È una partita che si gioca dunque su due piani paralleli: da una parte la decisione della magistratura di sorveglianza sulla misura richiesta dai legali; dall’altra l’attesa per l’esito della domanda di grazia. Al momento, nessuno dei due passaggi ha prodotto una decisione definitiva.

Per Roggero, quindi, le prossime giornate potrebbero essere decisive. La parola passa ora al Tribunale di sorveglianza, che dovrà comunicare la propria determinazione sulla richiesta della difesa.