22 Settembre 2026, martedì
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11 settembre, i video segreti riaprono la pista saudita

A venticinque anni dagli attentati, nuove immagini declassificate riportano al centro dell’inchiesta i presunti legami tra Riad e i dirottatori. Tra i filmati, anche riprese di obiettivi sensibili di Washington attribuite a Omar Al-Bayoumi, sospettato di essere legato ai servizi sauditi. Sullo sfondo, la maxi-causa delle famiglie delle vittime contro l’Arabia Saudita.

Vent’anni e cinque anni dopo l’11 settembre, il passato torna a bussare alla porta della giustizia americana attraverso immagini rimaste per un quarto di secolo dietro le porte degli archivi. Sono video oggi declassificati che potrebbero aggiungere nuovi tasselli a una delle questioni più controverse della tragedia del 2001: quale ruolo ebbero, se ne ebbero uno, esponenti o apparati dell’Arabia Saudita nell’assistenza ai terroristi?

Tra le immagini mai diffuse finora ce n’è una particolarmente significativa. La telecamera indugia su Washington: il Campidoglio, gli edifici del Congresso, l’obelisco del National Mall e altri luoghi di interesse strategico della capitale americana. Non si tratta, di per sé, della prova di un complotto. Ma il valore delle immagini cambia se collocato nel contesto dell’uomo al quale vengono attribuite: Omar Al-Bayoumi.

Al-Bayoumi è da anni una figura centrale nelle indagini sui possibili collegamenti sauditi con alcuni dei dirottatori. Secondo le accuse avanzate dalle famiglie delle vittime e dai loro legali, l’uomo avrebbe fornito assistenza a esponenti della cellula che preparava gli attentati. Le autorità saudite hanno sempre respinto le accuse di un coinvolgimento istituzionale di Riad negli attacchi.

È proprio questa zona grigia — tra rapporti personali, possibili attività di intelligence e responsabilità dello Stato — a rendere le nuove immagini potenzialmente rilevanti.

Il nodo non è soltanto stabilire chi abbia materialmente impugnato la telecamera. La domanda più delicata è capire perché quei luoghi fossero stati filmati, quando furono realizzate le riprese e soprattutto quale fosse l’attività di Al-Bayoumi negli Stati Uniti. Elementi che, isolati, possono apparire ambigui, ma che assumono un peso diverso se messi in relazione con le circostanze già emerse negli anni attraverso documenti investigativi e giudiziari.

La cosiddetta pista saudita è d’altra parte tutt’altro che nuova. Per anni le famiglie delle quasi tremila vittime hanno cercato di ottenere l’accesso a documenti classificati e di portare in tribunale le proprie accuse contro il governo di Riad. La controversia ha assunto dimensioni senza precedenti, fino alla causa civile da mille miliardi di dollari promossa dai familiari contro l’Arabia Saudita.

Una cifra che rende immediatamente la portata economica della battaglia, ma che non ne racconta la posta in gioco principale: ottenere un riconoscimento giudiziario di eventuali responsabilità e ricostruire, senza più zone d’ombra, la rete di sostegno che circondò i futuri attentatori negli anni precedenti all’11 settembre.

Le nuove immagini arrivano dunque in un momento particolarmente sensibile. A venticinque anni dagli attentati, gran parte dei protagonisti è morta, le prove sono disperse tra archivi investigativi e giudiziari e molte delle domande che accompagnarono le prime indagini non hanno mai trovato una risposta definitiva.

È importante, però, distinguere ciò che le immagini mostrano da ciò che si può legittimamente dedurre. Una ripresa del Campidoglio non dimostra che chi l’ha realizzata stesse preparando un attentato. Allo stesso modo, un eventuale rapporto con ambienti dell’intelligence saudita non costituisce automaticamente la prova di un coinvolgimento del governo di Riad negli attacchi.

È precisamente su questo terreno che la vicenda potrebbe giocarsi: non sulla suggestione delle immagini, ma sulla loro capacità di inserirsi in una sequenza documentale più ampia.

Il tempo, in questo caso, non ha cancellato le domande. Le ha rese più difficili, ma anche più precise. Ogni documento declassificato può infatti essere confrontato con testimonianze, rapporti investigativi e materiale già acquisito agli atti. E ogni nuovo elemento può contribuire a stabilire se si tratti di coincidenze, di attività investigative o di tasselli di una rete più complessa.

La storia dell’11 settembre è stata raccontata migliaia di volte. Ma non è ancora una storia completamente chiusa.

Le immagini di Washington rimaste per anni fuori dalla vista del pubblico riportano così l’attenzione su una domanda rimasta irrisolta: quanto lontano arrivavano realmente i legami tra alcuni cittadini sauditi presenti negli Stati Uniti e gli uomini che avrebbero trasformato quattro aerei di linea in armi?

La risposta, se esiste, non è contenuta in un singolo fotogramma. Potrebbe però trovarsi nell’incrocio tra quei fotogrammi e ciò che gli archivi americani hanno continuato a custodire per venticinque anni.

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