26 Ottobre 2026, lunedì
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La Via Maestra torna in piazza: Cgil e società civile mobilitate il 17 ottobre a Roma

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Fotografia di repertorio

La Via Maestra torna a mobilitarsi e dà appuntamento a Roma per una nuova grande manifestazione nazionale. Sabato 17 ottobre, la Cgil, insieme a oltre cento associazioni e a numerose realtà della società civile che stanno aderendo all’alleanza, scenderà in piazza per rilanciare un’idea di partecipazione sociale fondata sulla piena attuazione della Costituzione.

La decisione è arrivata dall’assemblea della Via Maestra, che ha scelto di riaprire la stagione della mobilitazione mettendo al centro alcuni dei temi considerati decisivi per il futuro del Paese: la difesa della Carta costituzionale, la pace, la qualità del lavoro, la crescita dei salari, il contrasto alle disuguaglianze e la costruzione di un sistema fiscale realmente progressivo.

Accanto a questi obiettivi, l’alleanza rivendica un welfare universalistico, considerato uno degli strumenti fondamentali per garantire coesione sociale e ridurre le disparità. Una piattaforma che tiene insieme dunque diritti costituzionali e condizioni materiali di vita, con particolare attenzione al lavoro e alla distribuzione della ricchezza.

Ma la manifestazione del 17 ottobre avrà anche un preciso significato sul terreno delle riforme istituzionali. La Via Maestra intende infatti ribadire la propria contrarietà all’autonomia differenziata e alla riforma della legge elettorale, inserendo queste battaglie all’interno di una più ampia opposizione a quelle che le organizzazioni promotrici definiscono trasformazioni capaci di modificare gli equilibri della Repubblica.

Secondo l’alleanza, senza la mobilitazione promossa in questi anni, alcuni passaggi del processo di riforma istituzionale sarebbero già arrivati a compimento. Nel mirino finiscono in particolare il premierato, indicato come un rischio per l’impianto della Repubblica parlamentare, gli interventi sulla giustizia e l’autonomia differenziata, considerata una possibile fonte di ulteriori fratture territoriali.

La scelta di tornare in piazza non viene quindi presentata soltanto come una nuova tappa della protesta sindacale, ma come il tentativo di costruire un fronte sociale più ampio e stabile. L’obiettivo dichiarato è rinsaldare e allargare l’alleanza, coinvolgendo associazioni, movimenti e realtà civiche attorno a una piattaforma comune.

La Via Maestra prova così a trasformare il malessere su salari, disuguaglianze, servizi pubblici e diritti in una nuova stagione di partecipazione. Il 17 ottobre sarà il primo appuntamento di questa fase: una manifestazione che punta a riportare al centro del dibattito nazionale non soltanto le rivendicazioni del mondo del lavoro, ma anche l’idea di quale debba essere il modello sociale e istituzionale del Paese.

La parola d’ordine è dunque ripartire dalla società e dalla Costituzione, allargando il perimetro della mobilitazione. Con una sfida precisa: trasformare l’alleanza costruita negli ultimi anni in un protagonismo sociale permanente, capace di incidere sulle scelte politiche e di dare rappresentanza alle domande di uguaglianza, diritti e partecipazione.

Uccise il ladro con il Suv a Viareggio, il giudice: «Fu giustizia privata»

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Non fu un gesto dettato dal panico. Non una reazione istintiva, incontrollata, maturata nei pochi secondi successivi a uno scippo. Secondo la Corte d’assise di Lucca, fu invece una scelta consapevole, portata avanti nella piena capacità di intendere e di volere. È questo il punto centrale delle 52 pagine di motivazioni che spiegano la condanna a 18 anni di reclusione inflitta a Cinzia Dal Pino, imprenditrice viareggina di 67 anni, per l’omicidio di Noureddine Mezgui.

Nelle motivazioni, il giudice ricostruisce quei momenti dell’8 settembre 2024 come una sequenza nella quale la rabbia e la volontà di reagire allo scippo si trasformarono, secondo l’accusa accolta dalla Corte, in una forma di giustizia privata. Dal Pino, dopo essere stata derubata della borsa, salì sul Suv del marito. Non si limitò a cercare aiuto o a segnalare quanto era appena accaduto: individuò l’uomo ritenuto responsabile del furto, Noureddine Mezgui, conosciuto a Viareggio come «Said l’algerino», e si mise al suo inseguimento.

È nella fase successiva che, per i giudici, viene meno qualsiasi ipotesi di reazione incontrollata. La donna raggiunse Mezgui e lo investì con il Suv. Non una sola volta, ma tre volte, secondo la ricostruzione accolta dalla Corte d’assise di Lucca.

Il primo impatto fu quello fatale: Mezgui venne schiacciato contro una vetrina e riportò una gravissima lesione dell’aorta. Ma la sequenza non si fermò lì. Il Suv tornò a colpirlo una seconda volta e, infine, lo trascinò per alcuni metri fino a una colonnina. Mezgui sarebbe morto circa un’ora e mezza più tardi.

È proprio la reiterazione degli investimenti a rappresentare, nelle motivazioni, uno degli elementi decisivi per escludere che si sia trattato di un gesto improvviso e non controllato. Per la Corte, Dal Pino era lucida, consapevole e in grado di comprendere la portata delle proprie azioni. Soprattutto, sapeva che utilizzare un veicolo contro una persona poteva provocarne la morte.

La sentenza si concentra dunque non soltanto sull’esito tragico di quella mattina di settembre, ma sul percorso che portò a quel risultato: dopo lo scippo, la ricerca dell’uomo, l’inseguimento e quindi l’uso del Suv come strumento di ritorsione. Una concatenazione di azioni che, nella lettura dei giudici, impedisce di ricondurre l’omicidio a un semplice impulso dettato dalla paura.

Il cuore della motivazione è tutto qui: Dal Pino non avrebbe agito perché sopraffatta da una situazione improvvisa, ma perché avrebbe scelto di farsi giustizia da sola. Una distinzione decisiva sul piano giuridico e che spiega la severità della condanna.

La vicenda di Viareggio torna così, attraverso le motivazioni della sentenza, al momento esatto in cui una vittima di uno scippo decise di inseguire chi riteneva responsabile. Da una parte, il furto della borsa e la rabbia immediata; dall’altra, la morte di Mezgui. In mezzo, secondo la Corte, non un istante di follia, ma una sequenza di decisioni consapevoli.

È su questa ricostruzione che si fonda la condanna a 18 anni: non sulla semplice conseguenza tragica di un investimento, ma sulla convinzione che quell’investimento sia stato il risultato finale di una volontà lucida e determinata.

Dopo la condanna aggredisce l’ex compagna in Tribunale: arrestato per tentato omicidio

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La sentenza è appena stata pronunciata quando, in pochi istanti, l’aula di Tribunale si trasforma in una scena di violenza. Agostino Di Novo, 40 anni, militare dell’Esercito, imputato per lesioni nei confronti dell’ex compagna, si alza dal banco degli imputati e si lancia contro la donna. Lei, 35 anni, è seduta dall’altra parte dell’aula, accanto alla vice procuratrice onoraria Alessandra D’Aversa.

L’uomo la raggiunge e la colpisce ripetutamente con un oggetto appuntito. Un’aggressione improvvisa e concitata, avvenuta proprio al termine dell’udienza nella quale era appena arrivata la condanna a sei mesi di reclusione, con pena sospesa.

A fermare l’uomo sono stati un carabiniere e un poliziotto che si trovavano in Tribunale come testimoni in un altro procedimento. I due sono intervenuti riuscendo a bloccarlo prima che la situazione degenerasse ulteriormente. Di Novo è stato quindi arrestato in flagranza di reato.

La Procura procede ora per l’ipotesi di tentato omicidio. Il procedimento è coordinato dal pubblico ministero Giorgio Milillo. L’udienza di convalida dell’arresto davanti al gip è prevista questa mattina.

La donna, rimasta ferita al collo e a una gamba, è stata soccorsa dal personale della Sores e accompagnata al pronto soccorso per le cure del caso.

Nel caos seguito all’aggressione è intervenuta anche una dipendente del Tribunale. La donna ha messo in sicurezza la vittima, accompagnandola nella camera di consiglio e chiudendo la porta, creando così una barriera tra lei e l’aggressore.

L’episodio arriva al termine di un procedimento nel quale Di Novo era accusato di aver afferrato l’ex compagna per le braccia e di averla spintonata, nel tentativo di allontanarla dall’abitazione. Un contesto di conflitto tra ex partner che, dopo la lettura della sentenza, ha avuto un drammatico e inatteso epilogo direttamente nell’aula di giustizia.

La nuova contestazione, quella di tentato omicidio, nasce dunque dalla violenza esplosa immediatamente dopo la condanna. Sarà ora la magistratura a ricostruire con precisione la dinamica dell’aggressione, la natura dell’oggetto utilizzato e l’effettiva intenzione dell’uomo, elementi destinati ad assumere un peso centrale nell’udienza di convalida e nei successivi sviluppi dell’inchiesta.

Il contrasto tra il luogo — un’aula di Tribunale, dove una sentenza era appena stata pronunciata — e la rapidità dell’aggressione rende particolarmente grave quanto accaduto: la donna si è trovata improvvisamente davanti alla persona dalla quale era separata e che, fino a pochi secondi prima, era ancora seduta al banco degli imputati.

Denise Cosco, l’ultimo appello di don Ciotti: «Ora sia sepolta accanto a sua madre Lea Garofalo»

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Denise Cosco aveva 35 anni, la stessa età che aveva sua madre Lea Garofalo quando la ’ndrangheta la uccise. Due vite segnate da una violenza criminale che Denise aveva conosciuto fin dall’infanzia e dalla quale aveva cercato, negli anni, di costruire una propria strada. Una vita che si è interrotta tragicamente ad Ariccia, in provincia di Roma, dopo la caduta dal balcone della sua abitazione.

Ora, per Denise, don Luigi Ciotti chiede un luogo che abbia un valore insieme simbolico e civile: il Cimitero Monumentale di Milano, accanto a Lea Garofalo.

«Vorrei che Denise fosse seppellita insieme alla sua mamma», ha detto il fondatore di Libera e presidente del Gruppo Abele, indicando proprio il Monumentale come il luogo nel quale accogliere la figlia della donna diventata simbolo della lotta alla ’ndrangheta. Un cimitero, ha ricordato Ciotti, dove vengono sepolte persone che «hanno portato un segno» e che «hanno reso illustre la città».

Non è soltanto una richiesta per una sepoltura. È, nelle parole di don Ciotti, il tentativo di ricomporre almeno simbolicamente una storia familiare spezzata dalla criminalità.

«Scusa per non essere riusciti a tenerti qui con noi»

Nel ricordare Denise, don Ciotti ha pronunciato anche una parola particolarmente dolorosa: «Scusa». Una richiesta di perdono rivolta a quella bambina diventata donna e alla quale, dice, non si è riusciti a offrire abbastanza per impedirle di arrivare a un epilogo così drammatico.

«Scusa per non essere riusciti a tenerti qui con noi», ha detto.

E il ricordo è tornato a quel giorno in cui Denise partecipò ai funerali della madre. Lea Garofalo era stata uccisa e il suo corpo dato alle fiamme; di lei furono ritrovati soltanto alcuni resti. Per questo, racconta Ciotti, la bara era «leggera».

Quel giorno, nella piazza, dagli altoparlanti risuonò la voce di Denise. Era lei a ricordare sua madre, con parole che don Ciotti definisce «cariche di riconoscenza». Parole rimaste, dice, «incise nella coscienza di tutti noi che eravamo quel giorno su quella piazza».

Un’immagine che oggi assume un peso ancora più drammatico: una figlia che aveva dovuto imparare a convivere con l’assenza della madre e con la necessità di proteggerne la memoria.

Una vita tra violenza, protezione e desiderio di libertà

Nel racconto di don Ciotti, Denise appare soprattutto come una donna che aveva una profonda «sete di vita» e di «libertà». Ma quella libertà, per lei, non è mai stata semplice da conquistare.

Ha vissuto, ha detto il fondatore di Libera, «di tutto», forse «troppo».

Prima la «violenza patriarcale criminale» della ’ndrangheta. Poi le regole, le cautele, i limiti necessari per proteggerla. Infine, nella sua storia, anche la gioia di diventare madre.

Una successione di esperienze profondamente diverse, ma accomunate da una costante: la necessità di fare i conti con una storia che non aveva scelto e che aveva segnato ogni passaggio della sua esistenza.

Denise era la figlia di Lea Garofalo, la donna che aveva scelto di sottrarsi al potere della ’ndrangheta e di testimoniare contro il sistema criminale. Una scelta pagata con la vita. Per Denise, quella vicenda non era però soltanto una pagina della cronaca giudiziaria: era la storia della propria famiglia, il ricordo della propria madre e insieme un’eredità difficile da portare.

«Non conosciamo la verità»

Sul gesto che ha portato alla morte di Denise resta, per ora, un interrogativo. Un interrogativo che don Ciotti non pretende di colmare con interpretazioni o spiegazioni.

«Non conosciamo la verità», ha detto.

È una frase che restituisce tutta la complessità di una tragedia sulla quale non esistono risposte semplici. «Sappiamo solo che lei non c’è più».

E proprio per questo, nella richiesta di don Ciotti, la possibilità che Denise venga sepolta accanto a Lea assume il significato di un ultimo gesto di vicinanza. Madre e figlia di nuovo insieme, nello stesso luogo, dopo una storia che le aveva costrette troppo presto alla separazione.

Al Monumentale di Milano, accanto a Lea Garofalo, Denise potrebbe così trovare quella dimora definitiva che oggi don Ciotti chiede anche a nome di chi, per anni, ha seguito la sua storia: non soltanto come figlia di una vittima della ’ndrangheta, ma come una giovane donna che, nonostante tutto, aveva continuato a cercare la propria libertà.

Treno deraglia in Francia, 44 feriti: la polizia non esclude il sabotaggio

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Un impatto improvviso, poi il deragliamento. È ancora tutta da ricostruire la dinamica dell’incidente ferroviario avvenuto nella serata dell’11 settembre nel nord-ovest della Francia, lungo la linea che collega Rouen e Caen. Il treno, sul quale viaggiavano circa 180 passeggeri, è uscito dai binari nei pressi di Cléon, in Normandia, dopo essersi scontrato con un oggetto non identificato.

Il bilancio provvisorio è di 44 feriti. Una donna, secondo quanto riferito dal procuratore di Rouen, Sébastien Gallois, versa in gravi condizioni. Sul luogo dell’incidente sono intervenuti i soccorritori e le autorità locali. Il prefetto della Normandia, Jean-Benoit Albertini, ha raggiunto l’area per coordinare le operazioni di emergenza.

L’incidente si è verificato intorno alle 19.30, in un momento in cui il convoglio era in viaggio verso Caen. L’urto contro l’oggetto, la cui natura non è stata ancora chiarita, avrebbe preceduto l’uscita dai binari del treno. Saranno ora gli accertamenti tecnici a stabilire con precisione che cosa sia accaduto e quale sia stata la sequenza degli eventi.

A rendere particolarmente delicata l’inchiesta è l’ipotesi, non ancora confermata, che dietro l’incidente possa esserci un atto di sabotaggio. Gli investigatori, infatti, non escludono al momento alcuna pista e stanno cercando di determinare l’origine dell’oggetto contro cui il treno ha impattato.

Il procuratore Gallois ha inoltre precisato che i test effettuati sul macchinista sono risultati negativi, escludendo, sulla base degli accertamenti finora disponibili, l’ipotesi di una condotta alterata da sostanze.

La priorità resta ora duplice: assistere i passeggeri coinvolti e mettere in sicurezza l’area, mentre gli investigatori lavorano per trasformare i primi elementi raccolti in una ricostruzione precisa. L’inchiesta dovrà chiarire soprattutto la natura dell’oggetto presente sui binari e stabilire se si sia trattato di una circostanza accidentale o di un gesto deliberato.

Per il momento, dunque, quella del sabotaggio resta un’ipotesi investigativa, mentre il quadro completo dell’incidente è ancora al vaglio degli inquirenti.

Zivago, Hollywood e la rivoluzione

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A cura di Gilberto Borzini

Rileggere Pasternak oggi, a distanze storiche siderali dai tempi dell’Unione Sovietica e della guerra fredda, rende tangibile l’effetto del trascorrere del tempo, dell’evolvere della Storia.

In Pasternak, nel romanzo “Il Dottor Zivago”, in cui è opportuno ricordare che la parola Zivago , significa “Vivo” in lingua russa, “il personale è politico”, come si proclamava negli anni 70, gli anni della grande contestazione europea.

Il protagonista del romanzo è un giovane di ottima estrazione sociale, medico e sostenitore della necessità di cambiamenti strutturali della politica sociale e economica russa, favorevole a quella rivoluzione ideale ipotizzata da Tolstoj, una via di mezzo tra socialdemocrazia e comunitarismo cristiano ortososso, in cui l’eccessivo divario nella ripartizione delle ricchezze deve trovare una risposta partendo dalle riforme agrarie, togliendo i contadini dala loro condizione di servitù feudale.

In Pasternak, nel suo romanzo e nei suoi protagonisti, gli elementi sociali, economici e di classe sono costantemente presenti: Zivago, il medico, torna dalla guerra ed è disposto a condividere la sua grande abitazione moscovita con chi necessita di un tetto, mentre Lara, il suo secondo grande amore, ha subito nella propria adolescenza l’arroganza viziosa della ricchezza, la sopraffazione del ricco e potente nei confronti della giovane, bisognosa e affascinante.

I livelli in cui “il personale è politico” all’interno del romanzo sono molteplici e tutti, nel corso della vicenda, verranno inghiottiti, congelati, neutralizzati da un potere bolscevico che tra i primi obiettivi  definisce la negazione dell’individualità, la soppressione del “personale” e l’esistenza unica del “politico”.

In questo confronto e in questa relazione si colloca la dimensione del romanzo, che fu ovviamente osteggiato e vietato all’interno del Patto di Varsavia, ma proprio quella dimensione di contrasto tra l’essere Individui e un sistema politico che nega l’individualità è ciò che nella versione hollywoodiana scomparve integralmente, lasciando al suo posto una banalissima storia irrisolta di passione all’interno di una cornice, puro scenario, evocativa della Russia.

Vietato in Patria, Pasternak non ebbe la possibilità di vedere affermato il suo messaggio politico basato sulla necessità del riconoscimento dell’identità individuale all’interno di un mondo riformista,  neppure grazie all’industria cinematografica statunitense che fu bene attenta a non parlare di politica e appiattì il tutto nella palude del sentimentalismo.

Il Metodo Holliwoodiano

Hollywood, si sa, non ama la politica: non ama lo spettatore pensante e produce per intrattenere e, intrattenendo, distrarre. Si tratta di un metodo, non di un caso.

Qualsiasi possa essere l’argomento originario di un importante romanzo, dal Dottor  Zivago che parla di politica al doppio sogno di Schnitzer, da cui il film “Eyes wide shut”, che scrive di psicoanalisi di coppia, tutto viene ridotto ai termini elementari di amore, sesso, passione e tradimento immancabilmente trascurando e tralasciando la profondità di pensiero, le dinamiche analitiche, i processi economici, le relazioni politiche.

Se proprio costretti a parlare di politica gli sceneggiatori di Hollywood piallano tutto affermando il protagonista americano come “buono” e qualsiasi soggetto ostile come “cattivo”: gli ostili sono cattivi per natura, non dispongono di argomenti (etici, sociali, economici e politici) a loro favore.

Hollywood, paradossalmente, “fa politica silenziando la politica”, evitando la possibilità di argomentare politicamente il dissenso o le cause scatenanti il dissenso.

E nel nostro caso ritornare a parlare di Zivago e di Pasternak è importante perché se Pasternak scriveva delle turbolenze sociali e politiche derivanti dalla sperequazione e dall’eccessivo divario economico tra pochi immensamente ricchi e infiniti tragicamente poveri, oggi ci troviamo a vivere lo stesso modello di disagio economico in un mondo in cui la concentrazione di immense ricchezze in poche mani fa da controcampo ad un crescente disagio collettivo, ad un immiserimento graduale e costante di ceti fino a ieri sufficientemente garantiti, ad una proletarizzazione della classe media che pervade l’occidente.

Tornare a parlare di Zivago e di turbolenza sociale è necessario dopo gli anni dei Gilet Gialli francesi, negli anni del dissenso che si traduce nel non voto o nel sostegno a forme estreme e ambigue di populismo.

Tornare a raccontare di Zivago è importante per non farsi sommergere dall’onda melmosa di “intrattenimento” che sommerge il cittadino, propagata da centinaia di canali digitali e da abbonamento televisivi tanto onerosi quanto banali nei contenuti.

Il romanticismo, la superficialità, gli “action movies”, le “serie tv”, sono strumenti politici di distrazione, modelli di intrattenimento definiti per “in-trattenere” dall’agire, dal pensare alla propria condizione economica e cercare soluzioni politiche in virtù e in forza dell’adagio per cui “il personale è politico”.

Per Hollywood, al più, il personale è emotivo, e dopo 90 minuti di proiezione non è più nulla.

Attentato a Ranucci, Natalia Potenza in Procura: l’ex compagna di Lavitola sarà ascoltata

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È arrivata in Procura, a Roma, per essere ascoltata come persona informata sui fatti Natalia Potenza, ex compagna di Valter Lavitola. La donna, che gestisce il bistrot Cefalù, nei giorni scorsi aveva manifestato la volontà di essere sentita nell’ambito dell’inchiesta sull’attentato al giornalista Sigfrido Ranucci.

L’audizione assume un rilievo particolare proprio per i legami personali e professionali che Potenza potrebbe contribuire a ricostruire. Al centro dell’attenzione degli inquirenti ci sarebbe, infatti, anche il rapporto tra Lavitola e Ranucci, oltre al possibile contesto legato agli affari dell’ex compagno della donna.

Potenza entra così nell’indagine come persona informata sui fatti: il suo contributo potrebbe servire a chiarire circostanze, rapporti e frequentazioni utili agli investigatori per ricostruire il quadro nel quale è maturato l’attentato.

L’arrivo in Procura rappresenta dunque un nuovo passaggio nell’inchiesta, che punta a mettere in fila tutti gli elementi disponibili e a verificare eventuali collegamenti tra le persone e gli ambienti già emersi nell’attività investigativa.

Non è escluso che, nel corso dell’audizione, Potenza possa riferire anche di episodi o circostanze legati alla relazione con Lavitola e ai suoi rapporti con Ranucci. Saranno ora le dichiarazioni rese agli inquirenti a stabilire quale peso potranno avere questi elementi nello sviluppo dell’indagine.

Nuovo missile di Pyongyang, la Corea del Nord torna a sfidare il Pacifico

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La Corea del Nord torna a far parlare i suoi missili. Pyongyang ha lanciato un proiettile non ancora identificato verso il Mar del Giappone, secondo quanto riferito dall’agenzia sudcoreana Yonhap sulla base delle informazioni dello Stato Maggiore congiunto di Seul. Al momento del primo rilevamento non erano disponibili dettagli sufficienti per stabilire con precisione la natura dell’ordigno, la traiettoria e la distanza percorsa.

Il nuovo test si inserisce in una sequenza di provocazioni militari che, negli ultimi mesi, hanno continuato a scandire i rapporti tra Pyongyang, Seul, Tokyo e Washington. Ad agosto la Corea del Nord aveva già lanciato una raffica di missili balistici a corto raggio verso il mare: un segnale arrivato proprio mentre l’amministrazione americana cercava di mantenere aperta una prospettiva di dialogo con il regime nordcoreano.

È questa la contraddizione che accompagna ormai ogni nuova prova di forza nordcoreana: da una parte la diplomazia, dall’altra i test militari. Donald Trump ha manifestato la volontà di incontrare nuovamente Kim Jong-un entro la fine dell’anno, nel tentativo di riaprire un confronto che in passato aveva prodotto momenti di distensione senza però arrivare a un accordo duraturo sul programma nucleare di Pyongyang.

La risposta nordcoreana, almeno sul terreno militare, non sembra però indicare una reale inversione di rotta. Al contrario, Pyongyang continua a rafforzare le proprie capacità strategiche. Nei giorni scorsi Kim Jong-un ha presentato come parte del sistema di deterrenza nucleare nazionale anche una nuova nave da guerra da circa 5.000 tonnellate, la Kang Kon, destinata secondo il leader nordcoreano a entrare nella struttura di risposta nucleare del Paese.

Il quadro regionale resta quindi particolarmente delicato. Alle attività militari nordcoreane si aggiungono le esercitazioni congiunte di Stati Uniti, Corea del Sud e Giappone, che Pyongyang considera una minaccia diretta e un atto di provocazione. Le tre potenze, al contrario, le presentano come strumenti di deterrenza e di coordinamento difensivo. È un meccanismo ormai collaudato: ogni esercitazione alimenta la reazione nordcoreana, e ogni nuovo test di Pyongyang rafforza la cooperazione militare dei suoi avversari.

Il rischio, per la regione, è che questa spirale finisca per restringere ulteriormente lo spazio della diplomazia. Washington continua a parlare di possibile dialogo, mentre Kim Jong-un sembra intenzionato a presentarsi a qualsiasi futuro negoziato da una posizione di forza, contando su un arsenale missilistico e nucleare sempre più articolato.

Il nuovo lancio, dunque, non è soltanto un episodio militare. È anche un messaggio politico. Pyongyang ricorda agli Stati Uniti, alla Corea del Sud e al Giappone che, nonostante le aperture diplomatiche, il programma strategico nordcoreano procede. E che, quando arriverà il momento di tornare al tavolo delle trattative, Kim Jong-un intende farlo senza rinunciare alla carta più potente nelle sue mani: la deterrenza nucleare.

La Filarmonica della Scala celebra Beethoven: una stagione tra grande cinema e tournée internazionali

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La Filarmonica della Scala si prepara a inaugurare una nuova stagione interamente nel segno di Ludwig van Beethoven. In occasione dei 200 anni dalla morte del compositore di Bonn, l’orchestra eseguirà tutte e nove le sue celebri ouverture. Ciascuna pagina sinfonica aprirà un concerto del cartellone, con l’unica eccezione della serata affidata all’orchestra ospite, i Münchner Philharmoniker, che vedrà Lahav Shani impegnato nella doppia veste di direttore e pianista.

L’inaugurazione ufficiale della stagione è fissata per il 25 gennaio e segnerà il debutto sul podio di Myung-Whung Chung nella sua nuova veste di direttore musicale del Teatro alla Scala, al suo fianco, per l’occasione, ci sarà il violinista Nikolaj Szept-Znaider. Prima ancora del via ufficiale a gennaio, la Filarmonica regalerà al pubblico un evento straordinario che unisce musica e settima arte. Il 29 novembre, il Piermarini ospiterà la proiezione di 8½, il capolavoro di Federico Fellini, di cui l’orchestra eseguirà dal vivo la colonna sonora di Nino Rota. Si tratterà di una vera e propria prima esecuzione assoluta: la partitura originale è stata infatti interamente ricostruita da Timothy Brock, che per l’occasione salirà sul podio. L’evento, che inaugura un ciclo triennale dedicato ai grandi film, è realizzato in collaborazione con Cam Sugar e Cineteca di Bologna/Mediaset-Rti, grazie al sostegno di Allianz.

Il cartellone si preannuncia ricco di debutti e attesi ritorni, schierando direttori e solisti di fama internazionale. Tra i protagonisti sul podio si alterneranno Thomas Guggeis, Lorenzo Viotti con il pianista Nikolai Lugansky, Michele Mariotti insieme alla violoncellista Sol Gabetta, e Simone Young. Il pubblico milanese potrà inoltre ascoltare Alan Gilbert con Yefim Bronfman al pianoforte, Gianandrea Noseda accompagnato dal violinista James Ehnes, e Stanislav Kochanovsky con il violino di Sergey Khachatryan.

Un ruolo centrale sarà mantenuto da Riccardo Chailly, attuale direttore principale della Filarmonica, che guiderà l’orchestra sia a Milano (il 24 maggio con Kirill Gerstein al pianoforte sul Concerto n. 3 di Rachmaninov) sia in prestigiose tournée internazionali. A gennaio la compagine scaligera volerà in Spagna con il violoncellista Gautier Capuçon, mentre tra maggio e giugno toccherà cinque tappe europee tra Parigi, Amburgo, Bruxelles e un doppio appuntamento a Vienna.

“Siamo contenti di riuscire a mantenere un rapporto lunghissimo con entrambi i maestri, Chailly e Chung”, ha commentato il neo-direttore artistico Damiano Cottalasso. Resta aperta la sfida della gestione dei tempi per Chung, i cui impegni globali spaziano dalla KBS Symphony Orchestra in Corea alla Tokyo Philharmonic, fino alla direzione del nuovo teatro dell’Opera in costruzione a Busan.

La Filarmonica della Scala non dimentica il proprio ruolo civile e, come ricordato dal presidente Maurizio Beretta, l’attività dell’istituzione si estenderà ben oltre i confini del palcoscenico attraverso iniziative concrete, a partire dall’erogazione di borse di studio dedicate ai giovani pianisti di talento. Proseguiranno inoltre le tradizionali prove aperte, il cui ricavato sosterrà quest’anno le realtà del terzo settore focalizzate sul contrasto alla povertà educativa, e Sound, music!, il consolidato programma didattico che coinvolgerà mille bambini delle scuole primarie.

Un impegno lodato anche dalle istituzioni e dai partner storici. L’assessore alla cultura di Milano, Tommaso Sacchi, ha sottolineato come la Filarmonica sappia “mettere l’eccellenza artistica al servizio della comunità”. Un concetto ribadito da Annalisa Areni, Head of Client Strategies di UniCredit Italy main partner da vent’anni: “Se vogliamo cambiare il mondo, dobbiamo educare e investire in cultura”.

Carburanti, la corsa non si ferma: benzina oltre i 2,10 euro al litro

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Il caro carburanti torna a farsi sentire con forza nei distributori italiani. I prezzi continuano a salire e la soglia dei 2 euro al litro, ormai ampiamente superata, diventa sempre più pesante per automobilisti e famiglie.

Secondo gli ultimi dati dell’Osservatorio prezzi del Ministero delle Imprese e del Made in Italy (Mimit), sabato 12 settembre il prezzo medio nazionale della benzina in modalità self service raggiunge 2,10 euro al litro, mentre il gasolio arriva a 2,208 euro.

L’incremento rispetto alla giornata precedente è netto: venerdì 11 settembre la benzina si attestava in media a 2,086 euro al litro, mentre il diesel era a 2,193 euro. In appena 24 ore, dunque, il prezzo medio è salito di circa 1,4 centesimi per la benzina e di 1,5 centesimi per il gasolio.

In autostrada il conto è ancora più salato

Il quadro peggiora per chi viaggia in autostrada, dove i prezzi medi alla pompa risultano sensibilmente superiori a quelli registrati sulla rete stradale ordinaria.

Per la benzina self service il prezzo medio arriva infatti a 2,192 euro al litro, contro i 2,176 euro di venerdì. Il gasolio sale invece a 2,285 euro al litro, rispetto ai 2,268 euro del giorno precedente.

Anche in questo caso l’aumento giornaliero è di circa 1,6 centesimi al litro per la benzina e 1,7 centesimi per il diesel.

Numeri che fotografano un mercato ancora sotto pressione e che si traducono direttamente in un costo maggiore per chi deve utilizzare l’auto, sia per gli spostamenti quotidiani sia per i viaggi sulle lunghe percorrenze.

La soglia psicologica dei due euro

Il dato più significativo resta quello della benzina sulla rete ordinaria: con una media di 2,10 euro al litro, il prezzo torna a collocarsi sopra una soglia che ha un forte peso anche sul piano psicologico.

Per il gasolio, invece, il livello è ancora più elevato: 2,208 euro al litro. E sulle autostrade entrambi i carburanti viaggiano ormai ben oltre quota 2,20 euro.

La fotografia del Mimit evidenzia quindi una dinamica uniforme: i prezzi aumentano sia sulla rete stradale sia su quella autostradale, con il self service che non riesce a sottrarsi alla nuova accelerazione.

Per gli automobilisti, la conseguenza è immediata: ogni pieno costa di più e l’aumento alla pompa finisce per incidere sui bilanci proprio attraverso una delle spese più difficili da comprimere per chi utilizza quotidianamente un veicolo.

Il monitoraggio del Mimit conferma così un quadro di crescente attenzione sul fronte dei carburanti, mentre la corsa dei prezzi continua a trasferirsi dal distributore direttamente sulle tasche dei consumatori.