Non fu un gesto dettato dal panico. Non una reazione istintiva, incontrollata, maturata nei pochi secondi successivi a uno scippo. Secondo la Corte d’assise di Lucca, fu invece una scelta consapevole, portata avanti nella piena capacità di intendere e di volere. È questo il punto centrale delle 52 pagine di motivazioni che spiegano la condanna a 18 anni di reclusione inflitta a Cinzia Dal Pino, imprenditrice viareggina di 67 anni, per l’omicidio di Noureddine Mezgui.
Nelle motivazioni, il giudice ricostruisce quei momenti dell’8 settembre 2024 come una sequenza nella quale la rabbia e la volontà di reagire allo scippo si trasformarono, secondo l’accusa accolta dalla Corte, in una forma di giustizia privata. Dal Pino, dopo essere stata derubata della borsa, salì sul Suv del marito. Non si limitò a cercare aiuto o a segnalare quanto era appena accaduto: individuò l’uomo ritenuto responsabile del furto, Noureddine Mezgui, conosciuto a Viareggio come «Said l’algerino», e si mise al suo inseguimento.
È nella fase successiva che, per i giudici, viene meno qualsiasi ipotesi di reazione incontrollata. La donna raggiunse Mezgui e lo investì con il Suv. Non una sola volta, ma tre volte, secondo la ricostruzione accolta dalla Corte d’assise di Lucca.
Il primo impatto fu quello fatale: Mezgui venne schiacciato contro una vetrina e riportò una gravissima lesione dell’aorta. Ma la sequenza non si fermò lì. Il Suv tornò a colpirlo una seconda volta e, infine, lo trascinò per alcuni metri fino a una colonnina. Mezgui sarebbe morto circa un’ora e mezza più tardi.
È proprio la reiterazione degli investimenti a rappresentare, nelle motivazioni, uno degli elementi decisivi per escludere che si sia trattato di un gesto improvviso e non controllato. Per la Corte, Dal Pino era lucida, consapevole e in grado di comprendere la portata delle proprie azioni. Soprattutto, sapeva che utilizzare un veicolo contro una persona poteva provocarne la morte.
La sentenza si concentra dunque non soltanto sull’esito tragico di quella mattina di settembre, ma sul percorso che portò a quel risultato: dopo lo scippo, la ricerca dell’uomo, l’inseguimento e quindi l’uso del Suv come strumento di ritorsione. Una concatenazione di azioni che, nella lettura dei giudici, impedisce di ricondurre l’omicidio a un semplice impulso dettato dalla paura.
Il cuore della motivazione è tutto qui: Dal Pino non avrebbe agito perché sopraffatta da una situazione improvvisa, ma perché avrebbe scelto di farsi giustizia da sola. Una distinzione decisiva sul piano giuridico e che spiega la severità della condanna.
La vicenda di Viareggio torna così, attraverso le motivazioni della sentenza, al momento esatto in cui una vittima di uno scippo decise di inseguire chi riteneva responsabile. Da una parte, il furto della borsa e la rabbia immediata; dall’altra, la morte di Mezgui. In mezzo, secondo la Corte, non un istante di follia, ma una sequenza di decisioni consapevoli.
È su questa ricostruzione che si fonda la condanna a 18 anni: non sulla semplice conseguenza tragica di un investimento, ma sulla convinzione che quell’investimento sia stato il risultato finale di una volontà lucida e determinata.
