26 Ottobre 2026, lunedì
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Alessandria, papa Leone XIV accoglie le dimissioni di Guido Gallese: finisce l’era del “vescovo con la Tesla”

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La stagione di Guido Gallese alla guida della diocesi di Alessandria si chiude dopo quasi quattordici anni. Papa Leone XIV ha accolto la rinuncia del vescovo e affidato temporaneamente il governo della diocesi a Luigi Testore, vescovo di Acqui Terme, nominato amministratore apostolico. Gallese, 64 anni, originario di Levanto, lascerà ufficialmente Alessandria il 4 ottobre. Per lui si apre ora una nuova fase di servizio nella Chiesa: sarà assistente spirituale del Collegamento nazionale santuari e andrà a vivere altrove.

La decisione arriva al termine di un periodo particolarmente travagliato, segnato da polemiche, tensioni interne e soprattutto dalla visita apostolica avviata nel gennaio scorso per verificare la situazione della diocesi. La Santa Sede aveva affidato l’incarico al cardinale Giuseppe Bertello, chiamato a esaminare una realtà ecclesiale da tempo attraversata da divisioni e interrogativi sulla gestione economica e amministrativa.

È in questo clima che il nome di Gallese era finito sotto una crescente attenzione mediatica. Un’esposizione che lo stesso vescovo aveva definito una «gogna dolorosa» e che aveva contribuito ad alimentare una frattura ormai difficile da ricomporre.

Dalla Tesla alle tensioni nella diocesi

Attorno alla figura del vescovo si erano concentrate negli anni diverse contestazioni. A fare più rumore era stata l’acquisto di una Tesla, diventata quasi il simbolo di una vicenda molto più ampia e complessa. Alle polemiche sull’auto elettrica si erano aggiunte quelle sulle spese, sulle ristrutturazioni, sulla gestione dei bilanci e sul tenore di alcune scelte considerate da una parte della comunità ecclesiale poco appropriate.

Poi erano arrivati esposti, contrasti con una parte del clero e della comunità e un clima interno sempre più teso. Anche la passione di Gallese per il kitesurf, praticato durante i suoi viaggi, era entrata nel racconto pubblico della vicenda, contribuendo a costruire attorno al vescovo l’immagine del prelato fuori dagli schemi: da qui l’etichetta, diventata ricorrente, di «vescovo con la Tesla».

Ma proprio contro questa semplificazione Gallese aveva reagito, rivendicando una distanza netta tra la rappresentazione mediatica e la propria esperienza dei fatti.

«Vedere la propria vita passata al setaccio del pregiudizio, leggere termini denigratori che nulla hanno a che fare con la realtà dei fatti fa soffrire», aveva detto incontrando i fedeli. Una sofferenza che, nelle sue parole, diventava però anche occasione di riflessione spirituale: «In questa sofferenza emerge la vera esperienza di Gesù sulla Croce».

La visita apostolica e la scelta di fare un passo indietro

La visita disposta dalla Santa Sede ha rappresentato il passaggio decisivo di questa vicenda. Gallese sottolinea che il percorso si è concluso senza una sanzione formale e, a suo dire, senza che gli fosse consegnata una contestazione scritta.

«La visita ha avuto un suo percorso di discernimento al termine del quale non ho ricevuto neppure una riga scritta, e nessuna sanzione», afferma oggi il vescovo emerito. Ma, aggiunge, al di là degli esiti formali dell’indagine, il contesto che si era creato aveva ormai reso necessario un cambiamento.

È questa la chiave con cui Gallese interpreta la propria rinuncia: non come l’esito di una condanna, ma come una scelta di responsabilità davanti a una situazione diventata difficile per l’intera comunità.

«A volte voler bene davvero a una comunità significa avere il coraggio e l’umiltà, quando si avverte una fatica comune, di fare un passo indietro per il bene di tutti», spiega.

Una decisione maturata, dunque, dentro un clima nel quale la questione non era più soltanto la posizione personale del vescovo, ma la possibilità stessa per la diocesi di ritrovare serenità e prospettiva.

Il 4 ottobre il saluto ad Alessandria

Gallese saluterà ufficialmente la diocesi il 4 ottobre. Dopo quasi quattordici anni, lascerà una città che, dice, è stata la sua casa e alla quale continuerà a sentirsi profondamente legato.

«Alessandria è stata la mia casa per quasi 14 anni», ricorda. E proprio per questo, spiega, la scelta di farsi da parte è anzitutto una scelta nei confronti della comunità che ha guidato.

«È una scelta che faccio anzitutto per amore e rispetto verso questa Chiesa, per lasciare piena libertà e serenità di azione a chi verrà dopo di me».

A raccogliere temporaneamente il testimone sarà Testore, che manterrà anche gli incarichi precedentemente ricevuti. La diocesi entra così in una fase di transizione, con l’obiettivo di ricomporre un tessuto ecclesiale che negli ultimi anni ha conosciuto contrapposizioni e polemiche.

Gallese, intanto, guarda al nuovo incarico come a un’altra forma di servizio. E nel congedarsi sceglie di non chiudere con una polemica, ma con un legame.

«Alessandria, la sua gente, i suoi volti e le sue storie rimarranno per sempre custoditi nella mia preghiera e nel mio cuore».

È il punto finale di una lunga stagione. E, nelle intenzioni del vescovo emerito, anche l’inizio di un nuovo capitolo.

Tre giorni aggrappato allo scafo: 15enne salvato nel Mare di Bering

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Per quasi tre giorni ha avuto come unico appiglio lo scafo capovolto della sua piccola barca da pesca. Intorno, soltanto le acque gelide del Mare di Bering. Quando ormai le speranze di trovarlo vivo si stavano assottigliando, un aereo della Guardia costiera statunitense lo ha individuato al largo dell’Alaska. Un ragazzo di 15 anni è così sopravvissuto a un naufragio che è costato la vita agli altri due uomini che erano con lui, suo fratello di 35 anni e un cugino.

La tragedia è avvenuta venerdì 4 settembre nelle acque al largo di Saint-Laurent, l’isola isolata che si trova nell’estremo lembo occidentale dell’Alaska, a circa un centinaio di chilometri dalla costa americana e a poche decine di chilometri dalla Russia. Quel giorno i tre erano partiti dal villaggio di Savoonga a bordo di un’imbarcazione lunga appena 5,5 metri. Il rientro era previsto per la mattina di domenica.

Ma a terra, domenica, nessuno li ha visti tornare.

La loro scomparsa è stata segnalata alle autorità nella serata. Il maltempo e la scarsa visibilità hanno però complicato fin dall’inizio le operazioni, impedendo alle squadre di soccorso aereo di intervenire prima della mattina successiva. In un ambiente ostile come quello del Mare di Bering, dove temperature dell’acqua e condizioni del mare possono trasformare rapidamente un incidente in una tragedia, ogni ora diventava decisiva.

Lunedì mattina, infine, un HC-130 della Guardia costiera americana ha avvistato la barca. Era capovolta, a circa 6,5 chilometri da Saint-Laurent.

E sopra quello scafo, quasi incredibilmente, c’era ancora qualcuno.

Il quindicenne era solo. Aveva resistito aggrappandosi all’imbarcazione per quasi tre giorni, esposto al freddo e alle onde. Dall’aereo i soccorritori hanno immediatamente predisposto le prime operazioni per metterlo in sicurezza: gli è stata lanciata una zattera insieme a materiale di sopravvivenza, mentre il salvataggio veniva coordinato con la Northwest Explorer, una nave che si trovava nelle vicinanze.

Quando i soccorritori sono riusciti a raggiungerlo, il ragazzo presentava già evidenti sintomi di ipotermia. È stato trasferito a bordo con l’aiuto di una barella e immediatamente riscaldato. Successivamente è stato trasportato a Nome, sulla terraferma dell’Alaska, insieme alle salme del fratello e del cugino.

Una storia di sopravvivenza che, per chi ha partecipato alle ricerche, ha qualcosa di straordinario. «È a dir poco un miracolo», ha commentato il tenente comandante Jonathon Resch, il pilota della Guardia costiera che per primo ha avvistato il ragazzo, parlando con Abc News.

In quelle acque, dopo quasi tre giorni trascorsi aggrappato a uno scafo capovolto, il quindicenne era riuscito a resistere dove sembrava quasi impossibile farlo. La sua sopravvivenza ha restituito una speranza alla drammatica ricerca iniziata dopo la scomparsa dei tre uomini, ma non ha potuto cancellare il bilancio della tragedia: due persone sono morte e una sola è tornata a terra.

Zelensky apre a un incontro con Putin, il Cremlino avverte l’Europa

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La diplomazia torna a cercare uno spiraglio, ma sul campo la guerra continua. Kiev guarda al vertice di dicembre come possibile occasione di confronto, mentre il Cremlino ribadisce le proprie linee rosse e mette in guardia l’Occidente. Nuovi attacchi con droni e missili colpiscono obiettivi civili, industriali e strategici in Ucraina e Russia.

La diplomazia prova a riaprire una porta che da anni sembra chiusa, mentre sul terreno la guerra continua a macinare vittime, distruzione e tensioni. Volodymyr Zelensky si dice pronto a incontrare Vladimir Putin al prossimo vertice del G20, in programma a Miami a dicembre, qualora anche il presidente russo decidesse di partecipare.

Dal Cremlino arriva però un messaggio molto diverso. Putin avverte infatti i Paesi occidentali che un eventuale dispiegamento di truppe europee in Ucraina sarebbe considerato da Mosca un atto di guerra.

Due posizioni che restano profondamente distanti e che fotografano una fase ancora segnata dall’incertezza. Da una parte Kiev insiste sulla necessità di arrivare a un negoziato e sostiene di trovarsi oggi in una posizione favorevole. Dall’altra Mosca ribadisce le proprie condizioni e le linee rosse che l’Occidente, secondo il Cremlino, non dovrebbe oltrepassare.

Putin ha inoltre sostenuto che Mosca «non sta minacciando» l’Europa, respingendo così le accuse occidentali secondo cui la Russia rappresenterebbe una minaccia diretta per il continente.

Nuovi attacchi tra Ucraina e Russia

Mentre sul piano diplomatico si tenta di mantenere aperto un canale di dialogo, sul campo la guerra continua a colpire città e infrastrutture.

Secondo l’agenzia ucraina Rbc, un missile ha colpito nelle scorse ore un impianto industriale a Kryvyj Rih. L’attacco avrebbe provocato un morto e due feriti.

A Odessa, secondo quanto riferito dall’agenzia russa Ria Novosti, un raid aereo ha provocato danni a un edificio residenziale. Sei persone sarebbero rimaste ferite.

Un altro attacco ha interessato Zaporizhzhia, dove un drone russo avrebbe colpito un’abitazione privata, completamente distrutta. Due persone sono state estratte dalle macerie, ma per una di loro non c’è stato nulla da fare.

Nella regione di Kharkiv, il ministero della Difesa russo ha invece riferito di operazioni condotte con droni contro bunker mimetizzati e postazioni delle forze ucraine.

La risposta di Kiev non si è fatta attendere. Droni ucraini hanno colpito diversi obiettivi sul territorio russo, interessando in particolare Tolyatti, Taganrog e la regione di Samara.

A Tolyatti sarebbe stato preso di mira un impianto chimico considerato strategico. A Taganrog sono stati invece segnalati diversi incendi, tra cui uno nell’area dell’aeroporto e un altro all’interno di uno stabilimento automobilistico.

Il conflitto continua dunque a estendere il proprio raggio d’azione, coinvolgendo non soltanto le aree direttamente interessate dai combattimenti, ma anche infrastrutture industriali e obiettivi strategici situati a grande distanza dalla linea del fronte.

Zelensky: «Dobbiamo incontrarci»

È in questo scenario che assumono particolare rilievo le parole di Zelensky sul possibile incontro con Putin.

Intervistato dalla Deutsche Welle, il presidente ucraino ha dichiarato di essere pronto a partecipare al G20 di Miami qualora vi prendesse parte anche il leader del Cremlino.

«Dobbiamo andarci. Dobbiamo incontrarci, parlare e prendere decisioni», ha detto Zelensky, sottolineando che il valore di un eventuale faccia a faccia non sarebbe legato tanto alle dichiarazioni dei due leader quanto ai risultati che potrebbe produrre.

«Non è una questione di parole», ha spiegato. «Contano i risultati».

Un’apertura significativa, anche se ancora tutta da verificare. Il Cremlino, infatti, non ha finora chiarito se Putin sarà presente personalmente al vertice di Miami.

L’ultimo incontro risale al 2019

Un eventuale faccia a faccia tra i due presidenti avrebbe un peso politico e simbolico considerevole.

Zelensky e Putin non si incontrano personalmente dall’inizio dell’invasione russa su vasta scala dell’Ucraina, nel febbraio 2022. In realtà, l’ultimo incontro diretto risale a oltre sei anni fa.

I due si videro a Parigi nel dicembre 2019, durante il vertice del Quartetto di Normandia, il formato diplomatico creato per cercare una soluzione al conflitto nel Donbass.

Da allora la distanza tra Mosca e Kiev è cresciuta fino a trasformarsi in uno dei principali nodi geopolitici internazionali.

Anche la partecipazione di Putin al G20 rappresenta un elemento tutt’altro che scontato. Il presidente russo non prende parte personalmente a una riunione del vertice da sette anni.

Washington prova a tenere aperto il canale

Gli sforzi diplomatici, tuttavia, non si sono mai completamente interrotti.

Il 5 e il 6 settembre gli inviati speciali statunitensi Steve Witkoff e Jared Kushner hanno incontrato Zelensky a Kiev, dopo essere stati a Mosca per un colloquio con Putin.

Per il presidente ucraino, la missione americana rappresenta un «buon segnale». Kiev continua a considerare il coinvolgimento degli Stati Uniti un elemento centrale per qualsiasi possibile percorso negoziale.

Zelensky ha inoltre sostenuto di aver illustrato agli emissari americani quella che considera la posizione favorevole dell’Ucraina sul piano dei negoziati.

Il ragionamento del presidente ucraino si basa anche sull’andamento delle perdite russe. Secondo le stime citate da Zelensky, la Russia starebbe perdendo oltre 30mila militari al mese.

Si tratta, naturalmente, di cifre provenienti dalla parte ucraina e quindi da leggere nel contesto della guerra informativa che accompagna il conflitto. Kiev le utilizza per sostenere che Mosca starebbe pagando un prezzo elevato a fronte di risultati territoriali relativamente limitati.

«La Russia sta pagando un prezzo elevato» per guadagni modesti sul campo, è la valutazione di Zelensky. Da qui la convinzione che l’Ucraina disponga oggi di una posizione più favorevole per affrontare un eventuale negoziato.

Tra il tavolo diplomatico e il fronte

La contraddizione della fase attuale è tutta qui: mentre si moltiplicano i contatti diplomatici e Zelensky arriva a evocare un possibile incontro diretto con Putin, sul campo continuano i bombardamenti e gli attacchi con droni.

Il possibile vertice di Miami potrebbe rappresentare un’occasione di confronto, ma al momento resta un’ipotesi. Prima ancora di capire se Zelensky e Putin potranno sedersi allo stesso tavolo, occorrerà verificare se il presidente russo sarà effettivamente presente al G20.

Nel frattempo, le posizioni restano distanti. Kiev chiede un percorso capace di produrre risultati concreti e garanzie per il futuro. Mosca continua invece a fissare condizioni e a considerare l’eventuale presenza di forze militari europee in Ucraina una linea invalicabile.

La diplomazia prova dunque a conquistare spazio, ma le armi non arretrano. Il tavolo del negoziato resta possibile, mentre il fronte continua a dettare la realtà della guerra.

Neonati sepolti, la Procura di Parma impugna l’assoluzione di Chiara Petrolini per il primo omicidio

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La Procura di Parma torna alla carica nel caso dei neonati sepolti nel giardino di una villetta a Traversetolo e impugna una parte della sentenza di primo grado che riguarda Chiara Petrolini. I pubblici ministeri hanno presentato appello contro l’assoluzione dall’accusa di omicidio per il primo figlio, partorito il 12 maggio 2023 e successivamente sepolto nel terreno dell’abitazione.

Il punto centrale del ricorso riguarda proprio la ricostruzione della morte del primo bambino. I giudici, al termine del processo di primo grado, avevano ritenuto che non fossero stati raccolti elementi sufficienti per dimostrare oltre ogni ragionevole dubbio che il neonato fosse nato vivo. Da qui l’assoluzione dall’imputazione di omicidio.

Una conclusione che la Procura non condivide e che ora chiede di rimettere in discussione davanti ai giudici d’appello. Per l’accusa, gli elementi già emersi nel procedimento sarebbero invece sufficienti a sostenere la tesi dell’omicidio e a giustificare, dunque, una diversa valutazione della responsabilità di Petrolini anche per il primo parto.

La condanna per il secondo figlio

Diverso è stato l’esito del processo per il secondo bambino, nato il 7 agosto 2024. In questo caso Petrolini è stata riconosciuta colpevole di omicidio premeditato e condannata, lo scorso aprile, a 24 anni e tre mesi di reclusione.

La Procura ha deciso di impugnare la sentenza anche su un altro punto: la qualificazione del reato relativo alla gestione dei corpi dei due neonati. I pm chiedono infatti che venga riconosciuto il reato di soppressione di cadavere per entrambi i decessi.

Per il secondo neonato, il tribunale aveva invece ritenuto configurabile il più lieve reato di occultamento di cadavere. Una distinzione giuridica che la Procura contesta e sulla quale, insieme alla responsabilità per il primo omicidio, chiede ora una nuova valutazione in appello.

Il ricorso riapre così il confronto giudiziario su uno dei casi di cronaca più drammatici e controversi degli ultimi anni, riportando al centro del procedimento la domanda decisiva sul primo parto: se quel bambino fosse nato vivo e, conseguentemente, se la sua morte possa essere attribuita penalmente alla madre.

Di Battista lascia Cuba, il ritorno dopo due settimane di paura

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Prima il dolore, improvviso e violento. Poi l’ospedale, le ore di apprensione e un viaggio di ritorno che sembrava ormai imminente e che invece è stato rinviato. Quindi l’intervento d’urgenza e, infine, il via libera alla partenza. Dopo circa due settimane trascorse in un ospedale dell’Avana, Alessandro Di Battista ha lasciato Cuba ed è diretto in Italia.

L’ex deputato del Movimento 5 Stelle, secondo quanto si apprende, è partito nelle scorse ore con un volo diretto verso Roma, dove è atteso a breve. Si conclude così una permanenza sull’isola iniziata per motivi professionali e trasformata improvvisamente in una delicata emergenza sanitaria.

Di Battista si trovava a Cuba per realizzare un reportage quando, lo scorso 28 agosto, è stato colpito da un malore. A preoccupare, in particolare, sono stati forti dolori alla testa che hanno reso necessario il ricovero in ospedale nella capitale cubana.

Il rientro in Italia era programmato per la scorsa settimana. Ma proprio quando avrebbe dovuto lasciare l’isola, la situazione ha imposto un cambio di programma. Di Battista è stato sottoposto a un intervento chirurgico d’urgenza ed è rimasto successivamente ricoverato all’Avana per completare il periodo di osservazione e recupero.

Giorni lontano dai riflettori, dunque, mentre il suo ritorno a Roma veniva necessariamente rimandato. Ora la partenza da Cuba riapre una prospettiva diversa: quella del ritorno a casa dopo una vicenda sanitaria che ha interrotto bruscamente il suo lavoro.

Una storia che si è consumata lontano dall’Italia, mentre Di Battista era impegnato in una delle attività che hanno accompagnato il suo percorso dopo l’addio alla politica parlamentare: viaggiare, raccontare e realizzare reportage dai luoghi più diversi del mondo.

Adesso il viaggio è quello inverso. Da L’Avana a Roma. Con alle spalle due settimane difficili e davanti il necessario percorso di recupero dopo l’intervento.

Ex Ilva, il verdetto di Milano riaccende l’emergenza Taranto

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La sentenza della Corte d’Appello di Milano sul blocco dell’area a caldo dell’ex Ilva riporta al centro una questione che ormai trascende i confini della vertenza aziendale. Il futuro degli impianti di Taranto riguarda infatti la capacità dell’Italia di conservare una base siderurgica adeguata alle esigenze della propria manifattura, in una fase nella quale sicurezza degli approvvigionamenti, competitività industriale e transizione energetica sono diventate parti della stessa partita.

La Corte ha confermato il blocco, respingendo il ricorso di Acciaierie d’Italia. Una decisione che impone di fare i conti con i vincoli legati alla tutela della salute e dell’ambiente, ma che allo stesso tempo rende ancora più urgente una risposta sul piano industriale.

È su questo terreno che interviene Antonio Misiani, responsabile Economia e finanze nella segreteria nazionale del Pd, secondo il quale il pronunciamento dei giudici rappresenta anche il risultato di «quattro anni di inerzia» da parte del Governo. Il riferimento è alla lunga sequenza di ipotesi, piani e possibili soluzioni che, a giudizio del dirigente dem, non hanno finora prodotto una prospettiva industriale sufficientemente solida.

Il problema, però, è ormai più grande della gestione della singola vertenza. Un impianto siderurgico di queste dimensioni non può essere considerato soltanto in funzione della propria capacità produttiva: attorno all’acciaio ruota una parte significativa della filiera manifatturiera italiana, dalla meccanica all’automotive, dalla componentistica alla cantieristica. La perdita di capacità produttiva nazionale avrebbe quindi conseguenze che andrebbero ben oltre Taranto.

Il fattore tempo diventa perciò determinante. Più si prolunga l’incertezza, maggiore è il rischio che il deterioramento degli impianti, la perdita di competenze e la fuga di investimenti rendano più complesso e costoso qualsiasi progetto di rilancio. È questo il punto sul quale la politica industriale deve intervenire prima che l’emergenza diventi irreversibile.

Per Misiani, la risposta deve partire da un’assunzione piena di responsabilità da parte dello Stato. Il Pd chiede la convocazione immediata di un tavolo a Palazzo Chigi, garanzie sul fronte occupazionale e soprattutto un piano industriale credibile, capace di tenere insieme tre obiettivi: continuità produttiva, tutela della salute e decarbonizzazione.

È una combinazione tutt’altro che semplice. La siderurgia europea è chiamata a ridurre drasticamente l’impatto ambientale della produzione proprio mentre deve affrontare costi energetici, concorrenza internazionale e una crescente pressione sui margini. Per l’Italia, dunque, la transizione dell’acciaio non può limitarsi alla chiusura o alla riduzione degli impianti più problematici. Deve tradursi in investimenti, tecnologie e nuovi processi produttivi in grado di mantenere nel Paese una capacità industriale strategica.

In questa prospettiva, la decarbonizzazione può diventare non soltanto un vincolo, ma una leva di modernizzazione. A condizione, però, che sia sostenuta da capitali adeguati, tempi industrialmente realistici e una governance capace di accompagnare la trasformazione. È qui che il ruolo pubblico torna centrale: non necessariamente per sostituirsi al mercato, ma per orientare e rendere possibili investimenti che, nelle condizioni attuali, difficilmente potrebbero essere sostenuti senza un forte quadro di garanzie.

Il coinvolgimento delle grandi società a partecipazione pubblica, richiesto da Misiani, si inserisce in questo scenario. L’obiettivo dovrebbe essere costruire una filiera industriale in grado di sostenere la siderurgia nella transizione, evitando che la necessità di ridurre le emissioni finisca per coincidere con la progressiva perdita di capacità produttiva nazionale.

Anche l’occupazione è parte integrante di questa equazione. Le migliaia di lavoratori direttamente e indirettamente coinvolti nella crisi dell’ex Ilva non rappresentano soltanto un problema sociale da gestire attraverso ammortizzatori e misure temporanee. Sono una componente del capitale industriale del Paese: competenze, professionalità e conoscenze che rischiano di disperdersi se la transizione non viene accompagnata da un progetto produttivo concreto.

La vera sfida, dunque, è trasformare una crisi ormai cronica in un progetto di reindustrializzazione. Taranto può diventare il banco di prova della capacità italiana di coniugare siderurgia e decarbonizzazione, produzione e ambiente, capitale pubblico e investimenti privati. Ma per riuscirci occorre una direzione industriale chiara e soprattutto una decisione politica.

La sentenza di Milano restringe ulteriormente i margini per il rinvio. Dopo anni di gestione emergenziale, il Governo è chiamato a definire quale acciaio vuole produrre l’Italia, con quali tecnologie, con quali investimenti e con quale ruolo nella catena manifatturiera europea.

Per questo, nella lettura di Misiani, non bastano più gli annunci. «Servono scelte, non slogan». La questione dell’ex Ilva è arrivata al punto in cui la politica industriale deve finalmente assumersi il peso delle proprie decisioni.

Venezia alza l’asticella: la tassa di soggiorno verso quota 9 euro

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Venezia si prepara a ridisegnare il proprio modello turistico intervenendo su uno degli strumenti più sensibili della gestione dei flussi: la tassa di soggiorno. L’amministrazione comunale sta lavorando a una rimodulazione che potrebbe portare l’imposta a livelli mai raggiunti prima, con una soglia massima compresa tra gli 8 e i 9 euro al giorno. Una scelta che avvicina la città alle grandi capitali del turismo europeo e che segna un cambio di passo nella strategia di governo della pressione turistica.

Oggi la tassa oscilla tra uno e cinque euro, a seconda della categoria della struttura ricettiva. Il nuovo schema prevede un innalzamento della soglia minima a 3 euro e una fascia più ampia per gli alberghi di livello superiore, che potrebbero arrivare a pagare fino a 9 euro. Anche gli alloggi turistici vedrebbero una revisione significativa, con tariffe comprese tra 2,50 e 7 euro e l’eliminazione delle agevolazioni stagionali. L’idea è quella di rendere il sistema più coerente con la realtà dei flussi, che ormai non conoscono più bassa stagione.

L’aumento non nasce come un semplice ritocco contabile. Venezia punta a incrementare gli introiti annuali, oggi attorno ai 36–38 milioni, fino a circa 50 milioni. Risorse che verrebbero destinate a un pacchetto di interventi mirati: potenziamento delle pulizie notturne, rafforzamento della polizia locale, riduzione della Tari per i residenti, realizzazione di foresterie per i lavoratori del turismo. Una strategia che mira a restituire alla città una parte di ciò che il turismo consuma quotidianamente in termini di servizi, manutenzione e vivibilità.

La revisione delle tariffe si inserisce anche in un tentativo più ampio di riequilibrare la geografia del turismo. Sono previsti sconti per le strutture situate nelle isole e nella terraferma, con l’obiettivo di distribuire meglio i flussi e alleggerire la pressione sul centro storico, sempre più fragile e sovraccarico. Una scelta che guarda alla sostenibilità urbana e alla necessità di preservare un patrimonio unico al mondo.

Il progetto potrebbe entrare in vigore già dal prossimo anno, dopo il confronto con le categorie e il passaggio in Consiglio comunale. Non mancano le prime critiche, soprattutto sul fronte della redistribuzione dei benefici, ma la direzione è tracciata: visitare Venezia costerà di più. E la città, consapevole della propria unicità e delle proprie vulnerabilità, prova ancora una volta a trovare un equilibrio tra accoglienza e tutela, tra attrattività globale e qualità della vita dei residenti.

Ex Ilva, la Corte ferma l’area a caldo: la salute prevale sull’acciaio

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La vicenda dell’ex Ilva di Taranto compie un nuovo, decisivo passo con la sentenza della Corte d’Appello civile di Milano, che conferma il blocco dell’area a caldo entro il 28 ottobre e respinge la richiesta di sospensiva presentata da Acciaierie d’Italia e dall’ex Ilva in amministrazione straordinaria. Una decisione che non si limita a congelare un impianto, ma ridefinisce il rapporto tra produzione industriale e tutela della salute, riportando quest’ultima al centro del quadro costituzionale. Nel provvedimento, i giudici sottolineano che il bilanciamento tra gli interessi in gioco “non può che far propendere a favore delle ragioni di tutela della salute”, ribadendo che il diritto dei cittadini a non essere esposti a emissioni oltre i limiti di tollerabilità prevale sull’esercizio dell’attività d’impresa. Non si tratta, secondo la Corte, di un rischio improvviso: la situazione attuale è il risultato di interventi mancati negli anni, adeguamenti che avrebbero dovuto essere eseguiti e che avrebbero potuto evitare l’attuale scenario.

La decisione accende immediatamente la tensione sociale. Le sigle metalmeccaniche Fim, Fiom e Uilm chiedono al governo di convocare senza indugi il tavolo permanente a Palazzo Chigi e di bloccare ogni procedura di licenziamento. “Le lavoratrici e i lavoratori pretendono risposte sul futuro dell’ex Ilva”, affermano, avvertendo che non accetteranno un piano fatto di anni di cassa integrazione e tagli già annunciati. Il rischio evocato è quello di una “bomba sociale”, alimentata anche dai 2.500 lavoratori dell’indotto coinvolti in procedure di licenziamento collettivo, al momento sospese in attesa degli sviluppi giudiziari. Per i sindacati, la priorità è salvaguardare l’occupazione e impedire che la crisi dell’acciaio si trasformi in una crisi sociale di proporzioni nazionali.

Sul fronte politico, la premier Giorgia Meloni interviene da Vercelli con un tono pragmatico: “Lavoriamo con il materiale che abbiamo e con decisioni che non dipendono da noi”, afferma, assicurando però che il tavolo già aperto verrà riconvocato “immediatamente” per affrontare uno dei dossier più complessi del governo. La vicenda dell’ex Ilva, infatti, non riguarda solo Taranto: mette in discussione la tenuta dell’intero sistema manifatturiero italiano, la continuità produttiva di uno dei poli siderurgici più importanti d’Europa e la credibilità di un piano industriale che da anni fatica a trovare una direzione stabile.

La Corte ricorda inoltre che i lavoratori potrebbero essere impiegati nelle opere di bonifica e adeguamento degli impianti, ribaltando la narrazione secondo cui lo stop equivarrebbe alla dispersione degli investimenti pubblici. Gli impianti, sottolineano i giudici, sono stati mantenuti in funzione proprio grazie alle risorse stanziate negli anni, e la loro messa in sicurezza rappresenta un passaggio necessario, non un fallimento. Ora la palla passa alla politica e alla Cassazione, chiamata a pronunciarsi sulla legittimità del decreto cautelare. Quel che appare certo è che la stagione dell’acciaio a Taranto entra in una fase nuova, in cui la salute dei cittadini torna ad essere il parametro decisivo attorno al quale costruire il futuro dell’ex Ilva.

MICAM accende i riflettori sul mercato della calzatura tra tradizione e digitale

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Milan, Italy. MICAM 101. Visitors at MICAM 101.

Al via a Fiera Milano Rho, dal 13 al 15 settembre, la nuova attesissima edizione di MICAM, il salone che si conferma punto di riferimento globale per il comparto calzaturiero in un momento di profonda trasformazione del settore. La fiera apre i battenti con 758 marchi in esposizione, ripartiti tra 378 aziende italiane e 380 brand internazionali provenienti da 29 nazioni diverse, tra cui spiccano Spagna, Turchia, Brasile, Germania e Portogallo.

Concepito per rispondere alle moderne esigenze della business community, l’evento punta a potenziare le relazioni commerciali e le strategie di vendita al dettaglio, accogliendo compratori da ben 130 Paesi. Accanto ai mercati europei e intercontinentali storicamente legati alla kermesse — come Francia, Stati Uniti, Cina e Giappone — la manifestazione amplia i propri confini registrando quest’anno l’ingresso di nuove e promettenti delegazioni, tra cui spiccano Danimarca, Australia e Indonesia.

Sul piano operativo, la manifestazione introduce importanti soluzioni tecnologiche pensate per rivoluzionare l’esperienza dei visitatori e massimizzare le opportunità commerciali. La principale novità è il debutto di una piattaforma digitale di matchmaking, un sistema intelligente progettato per facilitare il contatto diretto tra buyer ed espositori prima ancora dell’apertura dei cancelli. Attraverso questo strumento, i professionisti possono filtrare le aziende in base alle specifiche categorie merceologiche di interesse, esplorare in anteprima le collezioni e avviare chat per pianificare gli appuntamenti. Il software permette inoltre di strutturare un’agenda giornaliera su misura, eliminando i tempi morti e focalizzando l’attenzione sulle trattative più strategiche.

“La nuova edizione rappresenta un ulteriore passaggio nel percorso di evoluzione della manifestazione: più incoming, strumenti digitali per il matchmaking, servizi dedicati ai buyer, contenuti di mercato e occasioni di networking affiancano la dimensione espositiva, con l’obiettivo di rendere più efficace il rapporto tra domanda e offerta” commenta Giovanna Ceolini, Presidente di MICAM Milano e Assocalzaturifici. “La nostra strategia parte dall’ascolto del mercato e delle trasformazioni del retail internazionale. L’incremento dell’incoming e il rafforzamento dei servizi dedicati ai buyer accompagna una maggiore attenzione alle modalità di networking e alla qualità degli incontri professionali, con spazi lounge e hospitality dedicati alla business community”.

Questo approccio strategico trova spazio anche nell’area MICAM Next, il fulcro che ospita seminari e tavole rotonde sui temi più caldi del comparto, dall’impatto dell’intelligenza artificiale fino all’evoluzione dei modelli di business, grazie al contributo di esperti internazionali. Parallelamente, fa il suo debutto il RETAIL HUB, uno spazio espositivo interamente dedicato al futuro dei negozi fisici che raccoglie soluzioni innovative dal packaging alla calzetteria, fino ai software per l’analisi dei consumi e la creazione di contenuti multimediali.

Un focus rilevante riguarda inoltre il supporto alle nuove generazioni di stilisti attraverso l’iniziativa Emerging Designers, nata in collaborazione con Honegger. Per questo appuntamento sono state selezionate dodici promettenti realtà internazionali: Éeclat, En Talons, Joel Wijangco, Maliko, Moon2gether, Nalebe, Paidal, Raphia, Stefano Mugnai, Te Dreamers Club, Tenconi e Wud. I creativi disporranno di uno spazio espositivo dedicato e le loro collezioni saranno valorizzate nel palinsesto di MICAM Next attraverso dibattiti mirati e una sfilata collettiva in passerella. I profili, selezionati da una commissione guidata da Ernesto Esposito, mostrano approcci molto diversi alla calzatura contemporanea, unendo la ricerca sui materiali a una continua sperimentazione sul prodotto finito.

Infine, il valore strategico della manifestazione si inserisce in un quadro più ampio di cooperazione. La sinergia con altri eventi di rilievo come MIPEL, Milano Fashion & Jewels, TheOneMilano e SIMAC Tanning Tech prosegue il percorso del progetto comune Fashion Link Milano, inaugurato nella scorsa sessione primaverile. Questa forte intesa punta a stimolare una costante comunicazione tra mercati attigui e filiere tra loro collegate, ponendo le basi per una proposta commerciale strutturata e coerente, pensata specificamente per andare incontro alle reali necessità dei dettaglianti e dei compratori internazionali.

Emma Bonino, l’ultima battaglia è quella della memoria: la politica italiana si ferma e la saluta

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Fotografia da web

La notizia della scomparsa di Emma Bonino attraversa gli schieramenti e, almeno nelle prime ore, mette in secondo piano appartenenze, rivalità e distanze politiche. Il cordoglio arriva compatto, dalla sinistra al Movimento 5 Stelle, e restituisce il ritratto di una donna che per decenni ha occupato la scena pubblica senza mai adattarsi alle convenienze della scena politica.

Bonino è stata molte cose insieme: radicale, parlamentare, ministra, europeista, militante dei diritti civili, protagonista delle istituzioni e, soprattutto, una combattente. Una definizione che nelle sue vicende politiche non ha mai avuto nulla di retorico. Le sue battaglie sono passate dal corpo delle donne alla libertà individuale, dalla laicità dello Stato ai diritti umani, fino alla dimensione internazionale e alla costruzione europea.

È anche per questo che i messaggi di commiato, pur provenendo da sensibilità diverse, finiscono per convergere su una parola: libertà.

Chiara Appendino, deputata del Movimento 5 Stelle, la ricorda come «una delle donne più coraggiose che l’Italia abbia mai avuto», sottolineandone la capacità di non cercare «il consenso facile». Nel suo ricordo c’è soprattutto il valore simbolico di una donna che, per generazioni differenti e oltre le appartenenze politiche, ha dimostrato che si può occupare lo spazio pubblico «senza chiedere il permesso».

Una frase che riassume bene il tratto più riconoscibile della parabola di Bonino: l’ostinazione. Quella stessa ostinazione che l’ha portata a battersi quando molte delle questioni oggi considerate parte del patrimonio dei diritti civili erano invece terreni politicamente e socialmente esplosivi.

Divorzio e aborto, anzitutto. Ma anche eutanasia, fine vita, matrimonio egualitario, antiproibizionismo, laicità dello Stato, pena di morte e disobbedienza civile. Battaglie sulle quali Bonino non si è limitata a prendere posizione: spesso ha scelto di esporsi personalmente, pagando in termini giudiziari, economici, politici e di consenso.

È proprio questa dimensione personale dell’impegno a tornare nei ricordi di chi oggi la saluta.

Per Elly Schlein, la scomparsa di Bonino lascia un vuoto che va oltre la sua comunità politica. La segretaria del Partito democratico parla di una donna che ha incarnato «rigore, serietà, competenza, determinazione, coraggio, passione» e che per tutta la vita si è battuta per i diritti delle persone e dei popoli.

Ma nel messaggio di Schlein c’è anche un’altra Bonino: quella capace di guardare oltre i confini italiani. L’Europa, i conflitti dimenticati, i popoli perseguitati, la difesa della democrazia. Un orizzonte internazionale che ha accompagnato la sua attività politica e che, nella lettura della leader dem, rappresenta una delle sue eredità più attuali.

«Ci ha insegnato che la democrazia è tanto necessaria quanto fragile», scrive Schlein, prima di concludere con parole che assumono il tono di un passaggio di testimone: «Ciao Emma, grazie per tutto quello che ci hai insegnato».

Anche Alessandro Zan, responsabile Diritti nella segreteria nazionale del Pd ed europarlamentare, sceglie di riportare il ricordo al cuore delle battaglie radicali: la libertà individuale.

Bonino, osserva Zan, ha trascorso la propria vita a difendere la possibilità di scegliere: divorziare, decidere sul proprio corpo, decidere sulla propria vita. Una libertà per la quale, ricorda, Bonino «ci ha messo tutto: il corpo, la voce, la faccia».

Ed è proprio qui che il ricordo diventa attualità politica. Perché molte delle questioni sulle quali Bonino si è battuta non appartengono soltanto alla storia degli anni Settanta o Ottanta. Tornano periodicamente nel dibattito pubblico, riproponendo gli stessi interrogativi sul rapporto tra libertà individuale, maggioranze politiche e potere dello Stato.

«La libertà degli altri non è una minaccia alla nostra», sottolinea Zan. «È la misura della nostra libertà».

Un’eredità politica difficile da circoscrivere a una sola area. E forse proprio per questo capace di generare, nel momento dell’addio, un riconoscimento trasversale.

Roberta Mori, portavoce nazionale della Conferenza delle Donne Democratiche, parla di una donna che ha «attraversato e segnato la storia politica e civile del nostro Paese», ricordando come molte delle sue battaglie siano state intraprese quando apparivano ancora impossibili.

È questo, in fondo, uno dei tratti distintivi della storia di Bonino: arrivare spesso prima del tempo. Entrare nei territori dove il consenso non era garantito e trasformare questioni considerate marginali in grandi temi del dibattito nazionale.

La sua storia politica non è stata lineare, né priva di contraddizioni. È stata invece una storia di battaglie, rotture, solitudini e improvvise convergenze. Una presenza spesso scomoda, proprio perché difficilmente riconducibile alle categorie tradizionali della politica italiana.

Il cordoglio bipartisan di queste ore restituisce dunque una fotografia forse più significativa di molte celebrazioni: quella di una donna che ha potuto essere avversaria, alleata, interlocutrice difficile o compagna di strada, ma raramente irrilevante.

Emma Bonino lascia un pezzo della storia politica e civile italiana. Ma lascia soprattutto una domanda, la stessa che ha attraversato gran parte del suo impegno pubblico: fino a dove deve arrivare la libertà dello Stato e dove, invece, deve cominciare quella dell’individuo?

Per decenni ha scelto di stare dalla parte di quella frontiera. Spesso quando era più facile stare dall’altra.

Ed è forse per questo che oggi, nel momento del commiato, anche chi ha combattuto battaglie diverse dalle sue riconosce il peso della sua storia.

Non soltanto una leader radicale, dunque. Non soltanto una protagonista delle istituzioni. Ma una figura che ha contribuito a spostare, nel corso di una vita intera, il confine di ciò che in Italia poteva essere discusso, rivendicato e infine riconosciuto come diritto.