26 Ottobre 2026, lunedì
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Venezia, neosposi travolti in laguna: lui è gravissimo, lei dispersa

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Fotografia da Meta

Erano usciti prima dell’alba, come avevano fatto tante altre volte. Una mattina di lavoro e di mare, con la laguna ancora immersa nella penombra e una meta precisa: la barena dove raccogliere i vermi da utilizzare come esche per la pesca della settimana successiva. Un’abitudine condivisa, quasi un rito di coppia, che sabato si è trasformato in una tragedia.

Sean Michieli, 25 anni, pescatore di vongole di Burano, è ricoverato in gravi condizioni nel reparto di rianimazione dell’ospedale dell’Angelo di Mestre. Sua moglie, Gabriella Querino, 26 anni, risulta invece dispersa nelle acque della laguna veneziana dopo la collisione tra il piccolo barchino della coppia e un taxi acqueo diretto verso l’aeroporto Marco Polo.

La vicenda, riportata da Il Gazzettino, è ancora al centro delle ricerche e degli accertamenti degli investigatori. Nelle ore immediatamente successive all’incidente, non era stato possibile stabilire con certezza quante persone fossero a bordo del natante. Sean era stato recuperato ferito poco dopo lo schianto, mentre della seconda persona non vi era alcuna traccia.

A far emergere il drammatico sospetto che sul barchino ci fosse anche Gabriella sono state soprattutto le testimonianze di familiari e conoscenti. La giovane, di origini brasiliane, era infatti inseparabile dal marito e condivideva con lui la passione per il mare. Aveva imparato a guidare il cofano, il caratteristico barchino utilizzato dalla coppia, e a raccogliere le esche necessarie per l’attività di pesca.

Secondo quanto riferito dalla madre di Sean, i due erano partiti da casa nelle prime ore del mattino di sabato. Avevano raggiunto la loro imbarcazione, un cofano arancione, e si erano messi in navigazione verso la barena. Poi, nel canale che dall’isola di Tessera conduce all’aeroporto, l’impatto con il taxi acqueo.

Una collisione violenta, avvenuta in un tratto di laguna che, secondo le prime informazioni, sarebbe privo di illuminazione e di telecamere in grado di fornire immagini utili alla ricostruzione dell’accaduto. Ascoltato dai carabinieri, il conducente del taxi avrebbe riferito di non aver visto nulla intorno a sé prima dell’impatto.

Sono proprio le circostanze dello schianto a rendere complessa la ricostruzione della dinamica. Gli investigatori dovranno ora stabilire la posizione e la velocità dei due natanti, le condizioni di visibilità e ogni altro elemento che possa chiarire cosa sia accaduto in quei pochi, drammatici istanti.

Intanto, mentre Sean veniva soccorso e trasferito in ospedale, nella laguna iniziava la ricerca di un possibile disperso. Con il passare delle ore e l’impossibilità di mettersi in contatto con Gabriella, l’ipotesi che fosse lei la persona mancante si è fatta sempre più concreta.

I vigili del fuoco hanno concentrato le operazioni nell’area della collisione, scandagliando le acque alla ricerca della giovane. Le ricerche sono proseguite senza sosta, anche con l’impiego di un elicottero. Attorno alle 18, proprio grazie al supporto aereo, è stato individuato il punto in cui si trovava il cofano della coppia. Sono quindi iniziate le operazioni per recuperare l’imbarcazione.

Il barchino sarà sottoposto agli accertamenti necessari per fornire agli investigatori elementi utili a ricostruire con precisione la dinamica dell’incidente. Ma mentre proseguono le verifiche sullo schianto, resta soprattutto l’angoscia per le sorti di Gabriella.

Solo tre mesi fa, il 12 giugno, Sean e Gabriella avevano pronunciato il loro sì. Dopo circa un anno di relazione, avevano scelto di costruire insieme il proprio futuro, condividendo anche quella quotidianità fatta di lavoro, mare e piccole abitudini.

Chi li conosce li descrive come una coppia inseparabile. Gabriella aveva scelto di entrare sempre più nel mondo del marito, imparando a condurre il cofano e a muoversi tra le barene. Il mare che li aveva uniti è diventato ora il teatro di una tragedia ancora senza una risposta.

Per Sean, la lotta è quella per la vita, in un letto di rianimazione. Per Gabriella, invece, la laguna continua a essere setacciata nella speranza di ritrovarne le tracce.

Oroscopo della settimana

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♈ ARIETE
Una settimana dinamica, con nuove occasioni da cogliere al volo. In amore lasciati guidare dalla spontaneità, mentre sul lavoro evita decisioni troppo impulsive. Il fine settimana porta energia e voglia di fare.

♉ TORO
Hai bisogno di stabilità e di certezze, ma questa settimana potrebbe invitarti a cambiare prospettiva. In amore torna il dialogo, mentre sul lavoro un progetto può finalmente prendere forma. Fidati dei tuoi tempi.

♊ GEMELLI
Comunicazione e creatività saranno le tue armi migliori. Potresti ricevere una notizia interessante o incontrare una persona capace di stimolare la tua curiosità. Non disperdere le energie in troppe direzioni.

♋ CANCRO
Le emozioni saranno protagoniste. È il momento giusto per chiarire ciò che senti e mettere da parte vecchi dubbi. Sul lavoro mantieni la calma: una situazione che sembrava complicata potrebbe risolversi più facilmente del previsto.

♌ LEONE
Settimana brillante, ideale per metterti in mostra e far valere le tue capacità. In amore non aver paura di mostrare il lato più tenero. Una buona intuizione potrebbe aprirti una strada interessante anche sul piano professionale.

♍ VERGINE
Ordine e concretezza ti aiutano a raggiungere un obiettivo importante. In amore cerca di non analizzare ogni dettaglio: qualche volta lasciarsi andare è la scelta migliore. Buone prospettive per le questioni economiche.

♎ BILANCIA
Hai voglia di equilibrio e di armonia, ma alcune decisioni non possono più essere rimandate. In amore arriva maggiore chiarezza. Sul lavoro una collaborazione potrebbe rivelarsi più importante di quanto immagini.

♏ SCORPIONE
Intuito e determinazione sono al massimo. Capirai rapidamente chi merita la tua fiducia e quali situazioni è meglio lasciarsi alle spalle. Passione in aumento nel weekend: lasciati sorprendere.

♐ SAGITTARIO
La settimana porta movimento, entusiasmo e nuove idee. Potrebbe nascere un’opportunità legata a un viaggio, a un progetto o a una nuova conoscenza. In amore torna la voglia di vivere qualcosa di speciale.

♑ CAPRICORNO
Concentrato sui tuoi obiettivi, potresti ottenere un risultato per cui hai lavorato a lungo. Evita però di trascurare gli affetti. Una conversazione sincera può riavvicinarti a una persona importante.

♒ ACQUARIO
Settimana ricca di stimoli e di idee originali. Non avere paura di uscire dagli schemi, soprattutto sul lavoro. In amore qualcosa potrebbe cambiare rapidamente: segui ciò che senti, senza cercare troppe spiegazioni.

♓ PESCI
Sensibilità e intuizione ti guideranno nelle scelte più importanti. In amore potresti vivere momenti molto intensi, mentre sul lavoro sarà utile procedere con calma. Il weekend invita a staccare e dedicarti a ciò che ti fa stare bene.

Amodei: «L’IA corre troppo. In 6-12 mesi potrebbe prendere il controllo di internet»

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Non è un invito a fermare l’intelligenza artificiale. È, piuttosto, un appello a non correre alla cieca. A pochi giorni dalle dimissioni di un giovane ricercatore di Anthropic, arriva direttamente da Dario Amodei, Ceo e cofondatore della società, un nuovo avvertimento sulla velocità con cui l’IA sta evolvendo.

In un’intervista a Cbs News, anticipata in vista della trasmissione Cbs News Sunday Morning, Amodei ha messo sul tavolo uno scenario che, per quanto estremo, ritiene non più relegabile alla fantascienza. Se l’attuale ritmo di sviluppo non verrà almeno parzialmente frenato, sostiene, nel giro di sei o dodici mesi l’intelligenza artificiale potrebbe essere in grado di coordinare uno sciame di agenti capaci di prendere il controllo dell’intero internet.

È una previsione che non arriva da un osservatore esterno o da un critico dell’industria tecnologica, ma da uno dei protagonisti della corsa all’IA generativa. Ed è proprio questo a rendere le parole di Amodei particolarmente significative: il problema, secondo il numero uno di Anthropic, non è più soltanto quanto l’intelligenza artificiale sia potente, ma quanto rapidamente stia aumentando la sua capacità di agire nel mondo.

La curva che si impenna

Per spiegare la dinamica dello sviluppo dell’IA, Amodei ricorre a un’immagine semplice ma efficace: uno, poi due, poi quattro, poi otto, quindi 16 e 32. Una progressione che descrive un’accelerazione esponenziale e che, secondo il manager, sta entrando nella fase in cui la curva comincia a diventare sempre più ripida.

«Non credo di aver compreso appieno cosa avrebbe significato davvero un progresso così rapido», ha ammesso.

Il punto, dunque, non è soltanto prevedere quale sarà il prossimo modello o quale capacità verrà raggiunta per prima. È capire cosa accade quando sistemi sempre più autonomi diventano capaci di moltiplicare le proprie azioni, coordinarsi tra loro e operare su una rete globale come internet.

Lo scenario evocato da Amodei è volutamente dirompente. Un’intelligenza artificiale capace di guidare una moltitudine di agenti autonomi potrebbe, almeno in teoria, eseguire contemporaneamente un numero enorme di operazioni digitali. Da qui la necessità, secondo il Ceo di Anthropic, di interrogarsi non soltanto sui benefici della tecnologia, ma anche sulla capacità degli esseri umani di controllarne gli effetti.

«Non dobbiamo bloccare tutto. Dobbiamo rallentare»

Amodei precisa però di non voler trasformare l’allarme in una richiesta di congelamento dell’innovazione. La sua posizione è più articolata: non serve il panico, ma serve prudenza.

«Non significa che dobbiamo farci prendere dal panico oggi. Non significa che dobbiamo bloccare tutto. Dobbiamo rallentare», ha spiegato.

Una distinzione tutt’altro che secondaria. L’obiettivo non sarebbe interrompere la ricerca né rinunciare ai benefici che l’IA può produrre, ma guadagnare tempo per costruire strumenti di controllo, regole e meccanismi di verifica proporzionati alla potenza dei sistemi che stanno arrivando.

È una questione che coinvolge direttamente anche le aziende che stanno guidando la rivoluzione dell’intelligenza artificiale. Più i modelli diventano autonomi e capaci di prendere decisioni, più diventa difficile affidarsi esclusivamente a controlli tradizionali o a verifiche effettuate dopo la loro implementazione.

Il piano in tre mosse

Per affrontare questa fase, Amodei ha indicato un percorso articolato in tre direttrici.

La prima riguarda gli “embedded evaluators”, cioè valutatori interni chiamati a verificare in modo continuo le capacità e i possibili rischi dei sistemi di IA durante il loro sviluppo.

La seconda punta sul coordinamento democratico, con l’idea che decisioni così importanti non possano essere affidate esclusivamente alle società tecnologiche o a un ristretto gruppo di sviluppatori.

La terza riguarda infine il coordinamento globale. La natura stessa dell’intelligenza artificiale rende infatti difficile immaginare risposte esclusivamente nazionali: modelli, infrastrutture digitali e agenti autonomi operano in un ambiente che non conosce confini geografici.

È il tentativo di passare, in altre parole, dalla semplice rincorsa tecnologica alla costruzione di una forma di governance capace di accompagnarla.

Il confine tra miracolo e rischio

La posizione di Amodei non è quella di chi considera l’IA una minaccia in sé. Al contrario, il Ceo di Anthropic continua a riconoscerne il potenziale trasformativo.

«Se gestita con attenzione, l’IA può essere l’ultimo di una lunga serie di miracoli tecnologici che hanno elevato e nobilitato l’umanità», ha scritto in un suo post.

Ma proprio la sua straordinaria capacità di trasformazione rende, secondo Amodei, più pesanti le conseguenze di un eventuale errore. Una tecnologia molto potente porta con sé rischi altrettanto grandi.

È questo, in definitiva, il cuore del suo messaggio: la domanda non è se l’intelligenza artificiale debba continuare a progredire, ma se la società sia in grado di accompagnarne la crescita con altrettanta rapidità sul piano della sicurezza, della regolamentazione e del controllo.

La corsa all’IA è già partita. Il monito di Amodei è che, prima che la curva diventi troppo ripida, potrebbe essere necessario imparare anche a premere il freno.

Nave iraniana colpita a Hormuz, un morto e tre feriti. L’ombra della guerra sullo stretto

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Un’esplosione all’alba, nel punto in cui il Golfo Persico si stringe fino a diventare una delle arterie commerciali più sensibili del pianeta. Una nave mercantile battente bandiera iraniana è stata colpita nelle acque al largo dell’isola di Qeshm, nei pressi dello Stretto di Hormuz. Il bilancio, secondo le autorità iraniane, è di un morto e tre feriti.

L’attacco è avvenuto intorno alle 5 del mattino ora locale, le 3.30 in Italia, nell’area compresa tra l’isola di Hengam e la costa di Shib Deraz, sul versante meridionale di Qeshm. A confermare l’episodio è stato il governatore della contea, Hossein Amir Teymouri, citato dai media iraniani.

«Una nave mercantile è stata attaccata oggi, intorno alle 5 del mattino. Nell’incidente una persona è morta e tre sono rimaste ferite», ha dichiarato il governatore. Per il momento, però, restano sconosciuti elementi essenziali per ricostruire l’accaduto: il nome della nave, la compagnia armatrice, il carico trasportato e la rotta seguita.

A rendere il quadro ancora più incerto è una seconda segnalazione, arrivata dal Centro britannico per le operazioni commerciali marittime (Ukmto). L’organismo ha riferito di un’imbarcazione colpita da un proiettile non identificato durante il transito nello Stretto di Hormuz. Non è stato ancora stabilito se si tratti della stessa nave indicata dalle autorità iraniane.

Secondo quanto riferito dall’agenzia Mehr, che cita anche l’emittente yemenita Al Masirah, l’unità segnalata da Ukmto sarebbe una petroliera battente bandiera panamense, rimasta fuori servizio dopo essere stata colpita. Anche in questo caso, tuttavia, non sono stati forniti elementi sufficienti per stabilire con certezza un collegamento con il mercantile iraniano.

La responsabilità resta da accertare

Il punto più delicato riguarda proprio la matrice dell’attacco. Ukmto non ha attribuito per ora alcuna responsabilità, e le informazioni disponibili non consentono di stabilire chi abbia aperto il fuoco né con quale arma.

L’episodio si inserisce però in un quadro regionale già fortemente deteriorato. Nelle stesse ore gli Houthi dello Yemen hanno rivendicato un attacco contro una base militare saudita, sostenendo di aver utilizzato missili balistici e droni. La rivendicazione aggiunge un ulteriore elemento di tensione a uno scenario nel quale il traffico marittimo commerciale è ormai esposto alle conseguenze dirette dell’escalation militare mediorientale.

Hormuz, del resto, non è un passaggio marittimo qualsiasi. Attraverso questo stretto transita una quota cruciale dei flussi energetici mondiali e ogni incidente che coinvolga navi commerciali può avere ripercussioni ben oltre le acque iraniane. Un attacco, un danneggiamento o anche soltanto l’aumento della percezione del rischio possono infatti tradursi in rotte modificate, maggiori costi assicurativi e pressioni sui mercati dell’energia.

Tajani: «I nostri militari sono in sicurezza»

L’evoluzione della situazione viene seguita con attenzione anche dall’Italia, impegnata con propri militari nelle missioni internazionali di sicurezza marittima e nella stabilizzazione dell’area.

Il vicepremier e ministro degli Esteri Antonio Tajani, intervenendo sul tema degli attacchi riconducibili agli Houthi, ha assicurato che i militari italiani sono in sicurezza.

Una rassicurazione che arriva mentre cresce la preoccupazione per l’estensione geografica della crisi. Il rischio, infatti, non riguarda più soltanto le aree direttamente interessate dai combattimenti: la pressione sulle rotte commerciali e la possibilità che episodi distinti finiscano per intrecciarsi trasformano ogni incidente in mare in un potenziale detonatore diplomatico e militare.

Sul fronte yemenita, intanto, le Nazioni Unite segnalano un ulteriore aggravamento della crisi umanitaria: almeno 76 mila persone sarebbero fuggite dai combattimenti dallo scorso luglio.

La sequenza degli eventi restituisce così l’immagine di una regione attraversata da crisi parallele, ma sempre più interconnesse. E mentre le autorità iraniane annunciano ulteriori informazioni sull’attacco alla nave di Qeshm, resta ancora senza risposta la domanda decisiva: chi ha colpito e perché? A Hormuz, dove pochi chilometri di mare separano interessi energetici globali, rivalità regionali e sicurezza internazionale, la risposta potrebbe pesare molto più del destino di una singola nave.

Paura nella notte per Daniel Maldini: incidente a Milano, il calciatore in ospedale per accertamenti

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La notte di Daniel Maldini si è chiusa in ospedale, a poche ore da una serata da protagonista sul campo. Il trequartista del Cagliari è rimasto coinvolto in un incidente stradale avvenuto intorno alle 5.15 in via Caracciolo, nella zona nord di Milano. Un impatto tra due automobili che ha coinvolto complessivamente sei persone.

Il calciatore, che compirà 25 anni tra un mese, ha riportato ferite non gravi ed è stato trasportato in codice giallo all’ospedale Fatebenefratelli per accertamenti. Le sue condizioni, secondo le prime informazioni, non destano particolare preoccupazione.

A rendere la vicenda ancora più singolare è la sequenza delle ore precedenti. Maldini aveva infatti trascorso la serata a Milano dopo essere stato impegnato, poche ore prima, a Bergamo con il Cagliari. Proprio lui aveva firmato dal dischetto il gol che ha permesso alla squadra di conquistare una preziosa vittoria per 2-1 sul campo dell’Atalanta.

Poi il rientro nel capoluogo lombardo e, all’alba, l’incidente.

Nello scontro sono rimaste ferite anche due ragazze di 20 e 22 anni e tre ragazzi di 19, 20 e 21 anni. Nessuno dei sei avrebbe riportato conseguenze gravi. Sul luogo dell’incidente sono intervenuti tre equipaggi di ambulanza e un’automedica. Uno dei feriti è stato medicato direttamente sul posto, mentre gli altri cinque sono stati accompagnati in ospedale per le cure e gli accertamenti necessari.

Tra loro anche Maldini, trasferito al Fatebenefratelli in codice giallo.

Restano ora da chiarire le cause e l’esatta dinamica dello schianto. Sul posto sono intervenuti gli agenti della Polizia locale di Milano, impegnati nei rilievi per ricostruire la sequenza dell’incidente e accertare eventuali responsabilità.

Per Maldini, dunque, una notte di paura dopo una serata da protagonista. La priorità, adesso, sono gli accertamenti medici: le prime indicazioni escludono conseguenze gravi, ma sarà l’esito degli esami a definire con maggiore precisione le sue condizioni.

Erdogan oscura anche la libertà Lgbt+: la Turchia stringe il recinto

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A cura di Daniele Cappa

In Turchia non serve mettere al bando un’identità per renderla invisibile. A volte basta spegnere uno schermo.

Una quindicina di account X appartenenti ad associazioni e attivisti Lgbt+ turchi sono stati bloccati su richiesta delle autorità. A riferirlo è Iföd, organizzazione che monitora la libertà di espressione nel Paese. I profili non sono più accessibili dalla Turchia se non attraverso una Vpn. Tra quelli oscurati figurano Kaos GL, una delle principali associazioni turche per i diritti Lgbt+, e l’account dell’avvocato Levent Piskin.

Non è soltanto una vicenda tecnologica. È una scelta politica.

Perché quando viene impedito a un’organizzazione di parlare, informare e raggiungere il proprio pubblico, il problema non è più il social network. È lo spazio pubblico. È la possibilità stessa di esistere nella dimensione visibile della società.

La Turchia di Recep Tayyip Erdogan conosce bene questa tecnica. Negli ultimi anni X è stato ripetutamente chiamato a limitare la diffusione dei contenuti di oppositori, giornalisti e attivisti. L’anno scorso le autorità turche ottennero il blocco di oltre 700 account critici nei confronti del governo, mentre il Paese era attraversato dalle proteste seguite all’arresto del sindaco di Istanbul, Ekrem Imamoglu.

Ora il bersaglio è il movimento Lgbt+.

E la scelta non arriva nel vuoto.

L’omosessualità in Turchia non è penalmente perseguibile. Ma tra ciò che la legge non considera reato e ciò che il potere considera accettabile può aprirsi un abisso. Erdogan lo ha riempito con una retorica sempre più aggressiva. Il presidente ha definito le persone Lgbt+ «pervertiti» e ha descritto il movimento come una minaccia alla famiglia tradizionale.

La parola «famiglia» diventa così una frontiera politica. Da una parte quella considerata autentica, naturale, conforme ai valori nazionali; dall’altra tutto ciò che viene rappresentato come deviazione, contaminazione o pericolo.

È una vecchia grammatica del potere, aggiornata all’epoca dei social: prima si costruisce un nemico culturale, poi lo si descrive come una minaccia alla comunità, infine si giustifica la restrizione del suo spazio di parola in nome della protezione della maggioranza.

La guerra sui corpi e sulle identità

La questione Lgbt+ occupa ormai un posto centrale nella politica identitaria di molte destre contemporanee. In Turchia assume una dimensione particolarmente forte perché si intreccia con il progetto politico e culturale dell’Akp di Erdogan: centralità della famiglia, valorizzazione dei ruoli tradizionali, natalità, religione e difesa di una precisa idea della società turca.

Il fenomeno non è esclusivamente turco. Anche in Europa, Italia compresa, una parte delle destre ha trasformato la sessualità e l’identità di genere in un campo di battaglia politico. Con accenti, programmi e strumenti differenti, ritorna lo stesso schema: la difesa della «famiglia tradizionale» contrapposta all’estensione dei diritti individuali; la natalità utilizzata come argomento politico; la rappresentazione delle rivendicazioni Lgbt+ come una minaccia all’ordine sociale.

Le differenze tra Ankara e le democrazie europee restano enormi e non vanno cancellate. Ma esiste un terreno comune nella retorica: l’idea che l’evoluzione dei costumi sia qualcosa da contenere, disciplinare, riportare entro confini prestabiliti.

È qui che l’allineamento tra Erdogan e le componenti più conservatrici e radicali delle destre assume il suo significato più profondo. Non necessariamente nella coincidenza delle politiche, ma nella medesima reazione culturale davanti a una società che cambia.

Un riflesso quasi neanderthaliano, se con questa parola si intende non una condizione biologica, ma la persistenza politica di categorie rimaste indietro rispetto all’evoluzione sociale, culturale e psicologica delle società contemporanee. Il tentativo di congelare i ruoli di genere, le identità e le relazioni dentro una fotografia del passato mentre il mondo intorno continua a muoversi.

Ma la modernità ha già oltrepassato quel confine.

Le persone Lgbt+ non sono un problema da amministrare, una deviazione da correggere o un avversario da neutralizzare. Sono cittadini. E la libertà di espressione non è una concessione del governo alla maggioranza: è precisamente la garanzia che protegge anche chi appartiene a una minoranza.

Per questo il blocco degli account X non è un dettaglio della guerra culturale turca. È un messaggio.

Dice che, nella Turchia di Erdogan, la famiglia può diventare una ragione per restringere la libertà e la morale può trasformarsi in una tecnologia del potere.

Il problema, allora, non è soltanto ciò che Ankara pensa della sessualità.

È quanto spazio una democrazia sia ancora disposta a lasciare a chi pensa, ama e vive diversamente da chi governa.

Russia-Ucraina, Kushner: «Un accordo sarebbe possibile se Kiev cedesse i territori chiesti da Putin»

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La pace, almeno sulla carta, avrebbe già una strada tracciata. Il problema è che quella strada passa dai territori che Mosca pretende e che Kiev non intende cedere. È questo, secondo Jared Kushner, il punto decisivo del negoziato tra Russia e Ucraina: una questione apparentemente circoscritta, ma in realtà capace di tenere in ostaggio l’intero processo diplomatico.

Kushner, uno degli inviati speciali degli Stati Uniti e genero del presidente Donald Trump, ha illustrato la posizione americana intervenendo in videoconferenza alla Yalta European Strategy, conferenza internazionale svoltasi a Kiev. Le sue parole arrivano pochi giorni dopo la missione condotta insieme a Steve Witkoff, con tappe sia in Russia sia in Ucraina, e delineano un quadro nel quale Washington ritiene ancora possibile arrivare a un’intesa.

«Se l’Ucraina accettasse di cedere i territori richiesti da Putin, avremmo già un accordo», ha affermato Kushner. Una frase che fotografa la distanza tra le due posizioni e, allo stesso tempo, esplicita quanto la partita territoriale sia diventata il cuore del negoziato.

L’obiettivo dichiarato degli Stati Uniti, ha spiegato l’inviato, è individuare una formula capace innanzitutto di congelare il conflitto e creare le condizioni per una soluzione. Ma proprio qui si trova la parte più complessa della trattativa: trasformare l’attuale situazione militare in un compromesso politico accettabile per entrambe le parti.

Secondo Kushner, infatti, la questione dei territori non può essere affrontata ignorando ciò che è accaduto sul campo di battaglia. Kiev e Mosca, a suo giudizio, starebbero entrambe cercando una via d’uscita dalla guerra. Resta da individuare quella che ha definito la «formula giusta», cioè un equilibrio in grado di tenere insieme le esigenze di sicurezza, gli interessi territoriali e la necessità di fermare le ostilità.

Zelensky-Putin, torna l’ipotesi di un faccia a faccia

Sul piano diplomatico, intanto, torna a circolare l’ipotesi di un incontro diretto tra Volodymyr Zelensky e Vladimir Putin. Il presidente ucraino ha evocato la possibilità di incontrare il leader russo in occasione del prossimo vertice del G20, in programma a Miami, durante un’intervista alla Deutsche Welle.

Da Mosca, però, non arriva per ora alcuna conferma sulla partecipazione di Putin al summit. Yuri Ushakov, consigliere del presidente russo per la politica estera, ha spiegato che la questione non sarebbe stata ancora affrontata: «La possibilità che il presidente russo Vladimir Putin partecipi al prossimo vertice del G20 negli Stati Uniti non è ancora stata nemmeno discussa».

Il possibile faccia a faccia resta dunque un’ipotesi, ma il solo fatto che torni sul tavolo segnala quanto il canale diplomatico sia nuovamente al centro delle iniziative internazionali.

India e Cina pronte a offrire i loro «buoni uffici»

A complicare e, nello stesso tempo, ad ampliare il quadro negoziale è l’ingresso più esplicito di due grandi potenze asiatiche. Secondo quanto riferito dal Cremlino attraverso il portavoce Dmitri Peskov, India e Cina avrebbero manifestato la propria disponibilità a contribuire alla ricerca di una soluzione per il conflitto.

Il riferimento è ai colloqui bilaterali avuti da Putin con il primo ministro indiano Narendra Modi e con il presidente cinese Xi Jinping. Entrambi, secondo Peskov, avrebbero rivolto «domande dettagliate» sulla situazione in Ucraina e offerto i propri «buoni uffici» per favorire una soluzione.

Putin, sempre secondo il Cremlino, avrebbe accolto con favore questa disponibilità.

Si delinea così un possibile nuovo scenario diplomatico: da una parte Washington cerca di costruire un accordo partendo dall’attuale realtà militare e dalla questione territoriale; dall’altra Mosca incassa la disponibilità di Pechino e Nuova Delhi a svolgere un ruolo nella ricerca di una soluzione.

Il punto di equilibrio, tuttavia, rimane lontano. Perché dietro la formula apparentemente semplice indicata da Kushner — territori in cambio della fine della guerra — si nasconde il nodo più delicato dell’intero conflitto: stabilire quali concessioni Kiev sia disposta ad accettare e quali garanzie possano rendere politicamente e strategicamente sostenibile un eventuale accordo.

La diplomazia è tornata a muoversi. Ma, per arrivare alla pace, dovrà ancora riuscire a colmare proprio quella distanza.

Svezia al voto, la sfida che può cambiare gli equilibri politici europei

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La Svezia va alle urne e lo fa in un clima di forte incertezza. Dalle 8 di questa mattina, 13 settembre, sono aperti i seggi per le elezioni parlamentari che potrebbero ridisegnare gli equilibri politici del Paese e assumere un significato ben oltre i confini scandinavi.

La partita è aperta su entrambi i fronti. Da una parte i socialdemocratici, storica forza dominante della politica svedese, cercano di riconquistare il governo. Dall’altra, la coalizione di destra e centrodestra punta a confermare il proprio vantaggio, con una variabile destinata a pesare più di tutte: la possibile entrata nell’esecutivo dei Democratici Svedesi, formazione della destra radicale che finora ha sostenuto il governo dall’esterno.

I seggi chiuderanno alle 20. Subito dopo sono attesi due exit poll, mentre le prime proiezioni affidabili dovrebbero delineare il quadro nelle ore successive. Sarà una lunga notte elettorale, perché anche pochi punti percentuali potrebbero risultare decisivi nella formazione della futura maggioranza.

La rimonta del centrosinistra e il vantaggio che si assottiglia

Il Partito socialdemocratico resta il principale candidato a tornare al potere. Il suo radicamento nella società svedese è storico e la prospettiva di un cambio di maggioranza sembrava, fino a qualche settimana fa, più concreta.

Gli ultimi sondaggi hanno però raffreddato le certezze del centrosinistra. Il consistente margine accumulato nei confronti del blocco conservatore si è progressivamente ridotto, fino a trasformare la consultazione in una sfida sostanzialmente equilibrata.

Le rilevazioni più recenti fotografano infatti una distanza contenuta tra i due schieramenti. Non abbastanza da consentire previsioni sicure e, soprattutto, non abbastanza da escludere che il risultato di uno dei partiti minori possa diventare determinante nella costruzione della prossima maggioranza.

È proprio questa frammentazione a rendere il voto svedese particolarmente delicato: non sarà necessariamente il partito più votato a stabilire chi governerà, ma la capacità dei diversi blocchi di costruire una maggioranza parlamentare.

La variabile dei Democratici Svedesi

Il vero elemento di rottura è però rappresentato da Sverigedemokraterna, i Democratici Svedesi.

Presenti nel Parlamento nazionale dal 2010, i Democratici Svedesi potrebbero compiere oggi il salto politico più significativo della loro storia: entrare direttamente nella coalizione di governo. Una prospettiva che segnerebbe una svolta per la politica svedese e che fino a pochi anni fa sarebbe sembrata difficilmente ipotizzabile.

La formazione della destra radicale viene indicata dai sondaggi come una delle forze maggiormente in crescita e potrebbe avvicinarsi al 19 per cento dei consensi. Un risultato di questa portata rafforzerebbe inevitabilmente le sue ambizioni.

Il messaggio politico è ormai chiaro: non più soltanto il sostegno esterno a un esecutivo guidato dai partiti tradizionali della destra, ma un ruolo diretto nelle decisioni di governo.

È qui che si concentra una delle domande più importanti di queste elezioni: se il centrodestra riuscirà a confermare la maggioranza, sarà ancora possibile governare senza attribuire ai Democratici Svedesi un ruolo formale nell’esecutivo?

Sicurezza, immigrazione ed economia al centro della campagna

Come in altre recenti tornate elettorali europee, anche in Svezia sicurezza e immigrazione sono stati tra i temi più incisivi della campagna.

La questione della criminalità, in particolare, ha assunto un peso crescente nel dibattito pubblico, contribuendo a spostare l’attenzione verso politiche più restrittive e a rafforzare le forze che da anni chiedono un giro di vite sull’immigrazione.

Ma il voto non si gioca soltanto sul terreno della sicurezza. A pesare sono anche le preoccupazioni legate all’economia, al costo della vita e alla tenuta del modello sociale svedese. Welfare, servizi pubblici e fiscalità sono diventati così parte integrante di una contesa nella quale le differenze tra i due blocchi restano profonde.

Nel centrosinistra, inoltre, non mancano le tensioni interne. Riforme, livello della tassazione, politiche climatiche e ruolo dell’energia nucleare sono alcuni dei dossier sui quali le diverse forze della coalizione non hanno sempre mostrato posizioni coincidenti.

Una scelta che guarda anche all’Europa

Il voto svedese assume quindi una valenza che supera la semplice alternanza tra destra e sinistra.

La possibile affermazione dei Democratici Svedesi e, soprattutto, il loro eventuale ingresso al governo rappresenterebbero un ulteriore tassello del rafforzamento delle destre radicali nel panorama politico europeo. Al contrario, un ritorno dei socialdemocratici segnerebbe la capacità del tradizionale centrosinistra scandinavo di recuperare terreno dopo anni difficili e di tornare alla guida di uno dei Paesi simbolo del modello socialdemocratico europeo.

Per ora, però, ogni scenario resta aperto.

La certezza è che questa volta la Svezia non vota soltanto per scegliere un nuovo Parlamento. Vota per stabilire quale equilibrio politico prevarrà e, soprattutto, quanto spazio avrà la destra radicale nel governo di un Paese che per decenni ha rappresentato uno dei baluardi della socialdemocrazia europea.

Attentato a Ranucci, l’ex compagna di Lavitola ai pm: «Della bomba non sapevo nulla»

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«Della bomba contro Sigfrido Ranucci non ho mai saputo nulla. L’ho scoperto soltanto il giorno dopo l’esplosione». È il punto di partenza della lunga audizione di Natalia Potenza, ex compagna di Valter Lavitola, ascoltata per circa dieci ore dal pubblico ministero antimafia di Roma Edoardo De Santis nell’ambito dell’inchiesta sull’attentato al giornalista.

La donna, secondo quanto emerso, avrebbe negato qualsiasi coinvolgimento o conoscenza preventiva dell’azione dinamitarda del 16 ottobre 2025, quando un ordigno esplose davanti all’abitazione di Ranucci a Pomezia. Lavitola è detenuto dal 10 agosto con l’accusa di essere il mandante dell’attentato. A interrogare Potenza, oltre al pm titolare dell’indagine, sono stati i carabinieri del Nucleo investigativo di Roma e Frascati.

È stata la stessa Potenza a chiedere di essere ascoltata. Nei giorni scorsi aveva inviato una mail agli inquirenti, manifestando la volontà di fornire il proprio contributo all’inchiesta. Una scelta che ha aperto un’audizione destinata a concentrarsi non soltanto sull’attentato, ma anche sulla rete di rapporti personali e professionali dell’imprenditore.

Nel corso dell’incontro con i magistrati, la donna avrebbe ripercorso anzitutto la storia della relazione con Lavitola, cominciata nel 2011, quando l’imprenditore si trovava latitante in Argentina. Da qui il racconto si sarebbe allargato alle attività economiche e finanziarie riconducibili all’ex editore dell’Avanti!, comprese alcune iniziative sviluppate in Sudamerica e il business legato ai crediti di carbonio in Africa.

Un capitolo dell’audizione avrebbe riguardato anche il rapporto tra Lavitola e Ranucci, elemento evidentemente centrale per gli investigatori impegnati a ricostruire il possibile movente e la catena di responsabilità che ruota attorno all’attentato.

Sul punto, però, Potenza avrebbe mantenuto una posizione netta: nessuna informazione sulla bomba, nessun preavviso sull’azione contro il giornalista. La sua conoscenza dell’attentato, avrebbe riferito, sarebbe arrivata soltanto il giorno successivo all’esplosione.

A corredo delle proprie dichiarazioni, la donna ha consegnato agli inquirenti una memoria e una consistente documentazione, compresi atti di natura fiscale. Materiale che potrebbe ora essere passato al vaglio della Procura per verificare e ricostruire la dimensione degli affari di Lavitola, i flussi finanziari e i rapporti societari e imprenditoriali dell’indagato.

Potenza, che oggi gestisce il ristorante Cefalù a Monteverde Vecchio, potrebbe dunque rappresentare per gli investigatori una fonte utile soprattutto sul versante economico dell’indagine. La sua testimonianza, infatti, non si limiterebbe alla vicenda dell’attentato, ma offrirebbe una possibile mappa delle attività e delle relazioni dell’imprenditore negli anni.

Ora saranno gli inquirenti a dover verificare riscontri, documenti e dichiarazioni, separando ciò che Potenza conosce direttamente da quanto eventualmente appreso da terzi. L’obiettivo resta quello di ricostruire con precisione la trama dell’attentato a Ranucci e, soprattutto, individuare tutti i passaggi che avrebbero portato alla sua realizzazione.

Rieti, il masso piomba sul corteo funebre: una donna muore, sette feriti

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Un viaggio già segnato dal dolore si è trasformato in una tragedia lungo la strada. È accaduto nel Reatino, sulla strada regionale 521 tra Morro Reatino e Leonessa, dove un grosso masso si è improvvisamente staccato dalla parete rocciosa che costeggia la carreggiata e ha travolto una delle auto che seguivano un corteo funebre.

A perdere la vita è stata una donna di 66 anni. Era a bordo della vettura insieme ad alcuni familiari e stava raggiungendo il luogo in cui si sarebbe celebrato il funerale della madre. Un appuntamento doloroso che, in pochi istanti, è diventato il teatro di una nuova e drammatica perdita.

Secondo una prima ricostruzione effettuata dai vigili del fuoco e dai sanitari del 118, la roccia ha centrato in pieno il tettuccio dell’automobile, sfondando l’abitacolo. L’impatto è stato devastante e per la donna non c’è stato nulla da fare.

Ma la violenza della caduta non si è fermata alla prima vettura. Il masso ha coinvolto anche altre automobili che procedevano in corteo, provocando il ferimento di almeno sette persone. Una sequenza improvvisa e imprevedibile che ha trasformato la strada in una scena di emergenza, mentre i soccorritori intervenivano per prestare assistenza alle persone coinvolte.

Quattro feriti sono stati trasferiti in ospedale con le ambulanze del servizio di emergenza per gli accertamenti e le cure necessarie. Sul posto sono arrivati i vigili del fuoco, gli operatori del 118 e i carabinieri delle stazioni di Labro e Contigliano, impegnati nei soccorsi e nella ricostruzione della dinamica.

L’area interessata dalla frana è stata quindi messa in sicurezza e la strada regionale è stata chiusa alla circolazione. Restano da chiarire le cause che hanno provocato il distacco della massa rocciosa e le condizioni della parete dalla quale si è staccato il masso.

La tragedia colpisce così una famiglia già raccolta intorno a un lutto e aggiunge un dolore improvviso a un giorno che avrebbe dovuto essere dedicato all’ultimo saluto a una madre. Una fatalità lungo pochi chilometri di strada, dove un corteo funebre è stato travolto senza preavviso dalla caduta della roccia.