Denise Cosco aveva 35 anni, la stessa età che aveva sua madre Lea Garofalo quando la ’ndrangheta la uccise. Due vite segnate da una violenza criminale che Denise aveva conosciuto fin dall’infanzia e dalla quale aveva cercato, negli anni, di costruire una propria strada. Una vita che si è interrotta tragicamente ad Ariccia, in provincia di Roma, dopo la caduta dal balcone della sua abitazione.
Ora, per Denise, don Luigi Ciotti chiede un luogo che abbia un valore insieme simbolico e civile: il Cimitero Monumentale di Milano, accanto a Lea Garofalo.
«Vorrei che Denise fosse seppellita insieme alla sua mamma», ha detto il fondatore di Libera e presidente del Gruppo Abele, indicando proprio il Monumentale come il luogo nel quale accogliere la figlia della donna diventata simbolo della lotta alla ’ndrangheta. Un cimitero, ha ricordato Ciotti, dove vengono sepolte persone che «hanno portato un segno» e che «hanno reso illustre la città».
Non è soltanto una richiesta per una sepoltura. È, nelle parole di don Ciotti, il tentativo di ricomporre almeno simbolicamente una storia familiare spezzata dalla criminalità.
«Scusa per non essere riusciti a tenerti qui con noi»
Nel ricordare Denise, don Ciotti ha pronunciato anche una parola particolarmente dolorosa: «Scusa». Una richiesta di perdono rivolta a quella bambina diventata donna e alla quale, dice, non si è riusciti a offrire abbastanza per impedirle di arrivare a un epilogo così drammatico.
«Scusa per non essere riusciti a tenerti qui con noi», ha detto.
E il ricordo è tornato a quel giorno in cui Denise partecipò ai funerali della madre. Lea Garofalo era stata uccisa e il suo corpo dato alle fiamme; di lei furono ritrovati soltanto alcuni resti. Per questo, racconta Ciotti, la bara era «leggera».
Quel giorno, nella piazza, dagli altoparlanti risuonò la voce di Denise. Era lei a ricordare sua madre, con parole che don Ciotti definisce «cariche di riconoscenza». Parole rimaste, dice, «incise nella coscienza di tutti noi che eravamo quel giorno su quella piazza».
Un’immagine che oggi assume un peso ancora più drammatico: una figlia che aveva dovuto imparare a convivere con l’assenza della madre e con la necessità di proteggerne la memoria.
Una vita tra violenza, protezione e desiderio di libertà
Nel racconto di don Ciotti, Denise appare soprattutto come una donna che aveva una profonda «sete di vita» e di «libertà». Ma quella libertà, per lei, non è mai stata semplice da conquistare.
Ha vissuto, ha detto il fondatore di Libera, «di tutto», forse «troppo».
Prima la «violenza patriarcale criminale» della ’ndrangheta. Poi le regole, le cautele, i limiti necessari per proteggerla. Infine, nella sua storia, anche la gioia di diventare madre.
Una successione di esperienze profondamente diverse, ma accomunate da una costante: la necessità di fare i conti con una storia che non aveva scelto e che aveva segnato ogni passaggio della sua esistenza.
Denise era la figlia di Lea Garofalo, la donna che aveva scelto di sottrarsi al potere della ’ndrangheta e di testimoniare contro il sistema criminale. Una scelta pagata con la vita. Per Denise, quella vicenda non era però soltanto una pagina della cronaca giudiziaria: era la storia della propria famiglia, il ricordo della propria madre e insieme un’eredità difficile da portare.
«Non conosciamo la verità»
Sul gesto che ha portato alla morte di Denise resta, per ora, un interrogativo. Un interrogativo che don Ciotti non pretende di colmare con interpretazioni o spiegazioni.
«Non conosciamo la verità», ha detto.
È una frase che restituisce tutta la complessità di una tragedia sulla quale non esistono risposte semplici. «Sappiamo solo che lei non c’è più».
E proprio per questo, nella richiesta di don Ciotti, la possibilità che Denise venga sepolta accanto a Lea assume il significato di un ultimo gesto di vicinanza. Madre e figlia di nuovo insieme, nello stesso luogo, dopo una storia che le aveva costrette troppo presto alla separazione.
Al Monumentale di Milano, accanto a Lea Garofalo, Denise potrebbe così trovare quella dimora definitiva che oggi don Ciotti chiede anche a nome di chi, per anni, ha seguito la sua storia: non soltanto come figlia di una vittima della ’ndrangheta, ma come una giovane donna che, nonostante tutto, aveva continuato a cercare la propria libertà.
