26 Ottobre 2026, lunedì
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Ucraina, Trump frena Zelensky: «Non colpite raffinerie e impianti russi»

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Il messaggio di Donald Trump a Volodymyr Zelensky è netto: non colpire le raffinerie e gli impianti russi destinati alla produzione di carburante. Una richiesta che arriva nel pieno delle tensioni sulla guerra russo-ucraina e che mette al centro, ancora una volta, il nodo dell’energia e delle conseguenze economiche del conflitto.

Parlando con i giornalisti, Trump ha spiegato le ragioni della sua posizione. «Il problema che ho con l’Ucraina e la Russia è che gran parte del gasolio arriva dalla Russia», ha detto il presidente americano, sottolineando come gli attacchi ucraini agli impianti russi stiano contribuendo, a suo giudizio, a un significativo aumento delle importazioni.

Da qui la richiesta rivolta direttamente al presidente ucraino: «Ho chiesto al presidente Zelensky di non colpire gli impianti di gasolio e le raffinerie». La dichiarazione, riportata da Rbc Ucraina, segnala la crescente attenzione di Washington verso gli effetti che la guerra produce sui mercati energetici e sulle catene di approvvigionamento.

La questione non riguarda soltanto il campo di battaglia. Le infrastrutture petrolifere russe sono infatti diventate uno degli obiettivi delle operazioni ucraine, nel tentativo di ridurre la capacità di Mosca di sostenere lo sforzo bellico. Ma per l’amministrazione americana il dossier energetico introduce un ulteriore elemento di complessità: gli attacchi alle raffinerie possono avere ripercussioni anche al di fuori del teatro di guerra, alimentando tensioni sui prezzi e sulle importazioni di carburante.

Il nodo dei Patriot

Nel confronto con i giornalisti è emerso anche il tema della difesa aerea ucraina e, in particolare, dei sistemi Patriot. Alla domanda sulla possibilità che Kiev ottenga l’autorizzazione a riceverli, Trump ha precisato che sono in corso discussioni su una soluzione diversa rispetto ai sistemi più avanzati.

L’ipotesi sul tavolo, secondo quanto riferito dal presidente americano, è quella di una versione «meno sofisticata» dei sistemi missilistici. Una formula che lascia aperta la partita sulle modalità e sull’entità del sostegno militare statunitense all’Ucraina.

Le due questioni — gli attacchi alle infrastrutture energetiche russe e la fornitura di sistemi di difesa — finiscono così per intrecciarsi nello stesso quadro: da una parte Washington chiede a Kiev di contenere alcune operazioni contro obiettivi strategici russi; dall’altra valuta quale livello di capacità difensiva continuare a garantire all’Ucraina.

È un equilibrio delicato, nel quale la linea americana sembra puntare sempre più sulla gestione degli effetti della guerra, oltre che sulla sua prosecuzione sul terreno. E il richiamo di Trump alle raffinerie russe aggiunge un tassello significativo al confronto tra Washington e Kiev sulle modalità con cui condurre il conflitto.

Svezia, la sinistra vede il sorpasso: Andersson pronta a tornare al governo

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La Svezia resta con il fiato sospeso. A poche ore dalla chiusura delle urne, le elezioni legislative non hanno ancora consegnato al Paese un vincitore inequivocabile e il futuro del governo si gioca su una manciata di seggi. Il dato provvisorio, tuttavia, consegna un vantaggio all’opposizione di sinistra e riaccende le ambizioni di Magdalena Andersson, ex premier e leader dei socialdemocratici, determinata a tornare alla guida del governo.

«Noi socialdemocratici saremo sempre pronti ad assumerci le nostre responsabilità», ha detto Andersson rivolgendosi ai sostenitori. «Per il momento siamo in testa. E se questo dato venisse confermato, allora la Svezia avrà un nuovo governo».

È un’affermazione prudente nella forma, ma politicamente molto netta nella sostanza. Perché la distanza tra i due schieramenti è minima e ogni seggio può risultare decisivo. Secondo i dati diffusi dall’emittente pubblica Svt, con il 94% delle schede scrutinate i partiti della sinistra raggiungono il 49,4% dei consensi, equivalenti a 175 seggi, mentre l’alleanza tra destra ed estrema destra si attesta al 49,1%, con 174 seggi.

Il vantaggio è dunque di appena tre seggi nella composizione parlamentare, abbastanza per alimentare le speranze dell’opposizione ma troppo poco per considerare chiusa la partita.

Un Paese diviso a metà

Il voto restituisce l’immagine di una Svezia profondamente polarizzata. Da una parte la coalizione progressista guidata dai socialdemocratici di Andersson, dall’altra il blocco conservatore che governa dal 2022 sotto la guida del premier Ulf Kristersson, sostenuto anche dalla destra radicale.

Secondo le indicazioni dell’autorità elettorale, i quattro partiti dell’opposizione potrebbero arrivare complessivamente a 176 dei 349 seggi del Parlamento, contro i 173 assegnati alla coalizione di governo. Numeri che, se confermati, aprirebbero la strada a un cambio della maggioranza.

Ma la parola «se» è, al momento, quella decisiva.

Kristersson ha infatti riconosciuto la necessità di valutare le «possibilità» offerte dal risultato, lasciando intendere che la partita politica non è affatto terminata. Con un margine tanto ristretto, qualsiasi variazione nel conteggio definitivo potrebbe modificare gli equilibri e rendere necessario un nuovo negoziato tra i partiti.

Il voto dall’estero può cambiare il quadro

La cautela dei protagonisti è legata soprattutto alle schede che devono ancora essere conteggiate. L’esito definitivo potrebbe non arrivare prima di mercoledì, quando le commissioni elettorali locali procederanno allo scrutinio dei voti anticipati che non erano arrivati ai seggi entro la giornata elettorale.

Un’attenzione particolare è rivolta alle schede provenienti dall’estero, che potrebbero contribuire a ridurre o ampliare il vantaggio attualmente registrato dall’opposizione.

La Svezia, con circa 10,6 milioni di abitanti e oltre otto milioni di elettori aventi diritto, si trova così davanti a una fase di incertezza politica che potrebbe protrarsi ancora per alcuni giorni.

Andersson prepara il ritorno, ma la maggioranza non è ancora scritta

Per Magdalena Andersson sarebbe il possibile ritorno a Rosenbad dopo l’esperienza alla guida del governo. La leader socialdemocratica punta a trasformare il primato provvisorio in una maggioranza parlamentare capace di sostenere un nuovo esecutivo.

La sfida, però, non consiste soltanto nel superare numericamente il blocco di destra. Se il risultato dovesse essere confermato, si aprirebbe infatti una delicata fase di trattative per costruire una maggioranza stabile tra forze politiche diverse, con equilibri che potrebbero rivelarsi tutt’altro che semplici.

Per ora, dunque, Andersson può rivendicare il vantaggio ma non ancora la vittoria. Kristersson può evitare di dichiararsi sconfitto ma non ignorare il sorpasso. E la Svezia dovrà attendere ancora qualche giorno per sapere se il voto avrà davvero consegnato il Paese a un nuovo governo o se il margine ridottissimo tra i due schieramenti sarà destinato a prolungare l’incertezza.

Iran, la guerra sospesa sul filo di Hormuz

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La fine della guerra in Iran potrebbe avere una data politica prima ancora che militare: quella delle elezioni di mid-term americane. È lo scenario evocato da Donald Trump, che parlando a margine dell’Irish Open di Golf ha lasciato intendere che il conflitto potrebbe concludersi proprio attorno all’appuntamento elettorale statunitense.

Secondo il presidente americano, Teheran avrebbe un interesse crescente a chiudere la partita. L’Iran, ha detto Trump, «desidera ardentemente raggiungere un accordo». Ma la strada per arrivarci resta tutt’altro che sgombra. «Dipende da loro», ha aggiunto il tycoon, affidando ancora una volta a Teheran la responsabilità di una possibile svolta.

Il problema è che, mentre Washington guarda alla prospettiva di un’intesa, la diplomazia regionale continua a muoversi in una zona grigia. L’incontro previsto in Oman tra l’Iran e i Paesi del Golfo, chiamati a discutere anche della gestione dello Stretto di Hormuz, è stato rinviato. E proprio Hormuz, passaggio strategico per il commercio e per le forniture energetiche mondiali, resta il principale banco di prova di qualsiasi ipotesi di de-escalation.

Teheran: nessuna riapertura di Hormuz

A raffreddare le aspettative è stato lo stesso ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi. In un’intervista al quotidiano Al-Araby Al-Jadeed, rilanciata da Al Jazeera, il ministro ha chiarito che l’eventuale accordo con l’Oman non comporterebbe in alcun modo la riapertura dello Stretto.

Durante l’incontro con gli Stati del Golfo, previsto nella capitale omanita, Teheran dovrebbe fornire i dettagli dell’intesa raggiunta con Muscat e le mappe relative alla nuova rotta. Ma, ha precisato Araghchi, l’accordo non può essere interpretato come un passo verso la riapertura di Hormuz.

La posizione iraniana rimane legata anche agli impegni che, secondo Teheran, gli Stati Uniti dovrebbero rispettare nell’ambito del memorandum d’intesa della durata di 60 giorni firmato a Islamabad lo scorso giugno. È su questo terreno che si concentra una parte decisiva della trattativa: per l’Iran, la sicurezza dello Stretto e più in generale la stabilità regionale non devono essere affidate a potenze esterne.

«L’Iran ritiene che la responsabilità di garantire sicurezza e stabilità nella regione spetti esclusivamente ai Paesi della regione stessa», ha ribadito Araghchi. Una formula che fotografa bene la distanza ancora esistente tra Teheran e Washington: gli Stati Uniti cercano un’intesa che consenta di disinnescare il conflitto, mentre l’Iran vuole evitare che qualsiasi accordo si trasformi in una concessione strategica.

Esplosioni a Sirik, il fronte resta incerto

A rendere ancora più fragile il quadro sono arrivate nuove segnalazioni dal sud dell’Iran. I media iraniani hanno riferito di esplosioni nella zona di Sirik, nei pressi dello Stretto di Hormuz. Al momento, tuttavia, non è stata chiarita l’origine delle detonazioni né è stato possibile stabilire se siano collegate direttamente alle operazioni militari in corso.

Il dato politico e militare resta dunque quello di un conflitto che non ha ancora trovato una via d’uscita, mentre il rischio di allargamento regionale continua a pesare sui negoziati.

Il fronte, infatti, non riguarda più soltanto Iran, Stati Uniti e gli attori direttamente coinvolti nella guerra. Anche lo Yemen è tornato dentro la crisi, dopo gli attacchi degli Houthi contro basi militari saudite. Un ulteriore elemento di pressione che rende ancora più complessa la costruzione di un accordo regionale.

La scommessa di Trump

In questo scenario, la previsione di Trump sulla possibile conclusione della guerra entro le midterm assume un peso che va oltre la semplice dichiarazione politica. Le elezioni di metà mandato sono un appuntamento cruciale per la presidenza americana e qualsiasi conflitto protratto fino a quel momento rischierebbe di trasformarsi in un tema centrale della campagna elettorale.

Trump sembra invece scommettere sulla possibilità di arrivare a quel passaggio con un accordo in mano. Una scommessa che, per ora, si confronta con una realtà molto più complessa: Teheran non appare intenzionata a cedere sul controllo e sulla sicurezza di Hormuz, i colloqui regionali procedono a rilento e il conflitto continua a produrre nuove tensioni oltre i confini iraniani.

Il paradosso è tutto qui: Washington parla già del possibile giorno dopo, mentre la diplomazia deve ancora trovare il modo di superare il nodo dello Stretto. E finché Hormuz resterà chiuso o comunque sottoposto a una gestione condizionata, ogni annuncio sulla fine della guerra rischierà di essere più una previsione politica che l’inizio concreto della pace.

Schlein: «Io sono pronta». Il Pd accelera, il campo progressista cerca la sua sfida a Meloni

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La partita per il centrosinistra, per Elly Schlein, non è più soltanto quella di costruire un’alleanza capace di battere la destra. È anche quella di stabilire chi sarà chiamato a guidarla. Dal palco della Festa nazionale dell’Unità di Reggio Emilia, la segretaria del Pd compie un passo in avanti e mette sul tavolo la propria candidatura politica alla guida del Paese: «Io ci sono, pronta insieme a voi ad affrontare le sfide dei prossimi mesi».

È il passaggio più netto di un intervento che ha il sapore dell’avvio della campagna elettorale. Schlein rivendica il ruolo del Pd come perno del campo progressista, rilancia il lavoro fatto in questi anni per ricucire i rapporti tra le opposizioni e, soprattutto, manda un messaggio agli alleati: l’alternativa alla destra potrà essere larga, ma non potrà prescindere dalla centralità dei democratici.

«C’è chi non vuole una donna di sinistra a Palazzo Chigi», dice la segretaria. E subito dopo alza il livello della sfida: «Andiamo a vincere con l’alleanza progressista e andiamo a cambiare l’Italia».

Prima il programma, poi la leadership

Schlein non sembra intenzionata a farsi dettare il calendario dagli alleati, né tantomeno dagli avversari. Il metodo indicato è chiaro: prima costruire una piattaforma politica comune, poi decidere chi dovrà rappresentarla. «Prima il programma, poi decidere con gli alleati: o l’accordo o le primarie».

E sulle primarie il Pd non arretra: «Non abbiamo nessuna paura del voto». Una risposta che arriva mentre dal centrodestra Antonio Tajani, dalla Festa dei giovani azzurri di Montesilvano, ha già aperto la corsa di Forza Italia alle prossime elezioni nazionali.

Il messaggio di Schlein è rivolto anche a Giorgia Meloni. Il Pd, sostiene la segretaria, è pronto a votare in qualsiasi momento: «È Meloni che deve dirci quando ci porterà al voto». E aggiunge una stoccata politica destinata a diventare uno dei refrain della prossima campagna elettorale: «Visto che il governo è stato inutilmente lungo, prima è meglio è per il Paese».

La segretaria dem prova così a trasformare la durata del governo in un terreno di attacco. Secondo la sua lettura, la maggioranza avrebbe avuto numeri e tempo sufficienti per incidere profondamente sul Paese, ma avrebbe fallito l’occasione: «Avevano i numeri per fare tutto e non hanno fatto nulla».

Il «campo largo» non si restringe

Il vero banco di prova resta però la costruzione dell’alleanza. Dopo la frattura seguita alla sconfitta del 2022, ricorda Schlein, le forze del centrosinistra avevano smesso persino di parlarsi. Oggi, rivendica, la situazione è radicalmente diversa.

«Dopo tre anni e mezzo di lavoro testardamente unitario», sostiene, esiste un’alleanza progressista che si è presentata insieme alle elezioni regionali e che, in diverse realtà, governa già. Un risultato che Schlein utilizza per dimostrare che le differenze tra le forze della coalizione non impediscono necessariamente di amministrare insieme.

Ma la costruzione del fronte alternativo alla destra passa ora per il programma. Il Pd non intende aspettare indefinitamente i tempi del Movimento 5 Stelle. La raccolta delle proposte per il programma progressista è ormai alle battute finali e, dopo il passaggio al tavolo comune, dovrà iniziare la fase politica vera e propria.

Sul perimetro della coalizione, Schlein evita di raccogliere il veto di Giuseppe Conte nei confronti di Matteo Renzi. La linea scelta è quella di non chiudere porte: «L’alleanza di centrosinistra si può e si deve allargare, ma non restringere».

Un’apertura accompagnata però da una condizione precisa: niente più intese costruite dietro le quinte. «Andremo al governo solo vincendo le elezioni con l’alleanza progressista. Mai più accordi alle spalle».

Migranti, la sfida sulla Bossi-Fini

La definizione del programma, per Schlein, non può ridursi a un elenco di misure. Il centrosinistra deve proporre una visione alternativa del Paese: «Non basterà una somma di proposte concrete, servono i valori».

E proprio dalla Festa dell’Unità arriva un annuncio destinato a riaprire uno dei dossier più divisivi della politica italiana: l’immigrazione. La segretaria dem indica infatti l’abolizione della legge Bossi-Fini come uno degli obiettivi del progetto progressista.

È un modo per segnare una distanza netta dalle politiche della destra e riportare il tema dei migranti dentro una piattaforma politica più ampia, nella quale Schlein intende tenere insieme diritti, integrazione e gestione dei flussi.

Kiev, nessuna marcia indietro

Un altro punto di distanza dagli alleati, in particolare dal Movimento 5 Stelle, riguarda la guerra in Ucraina. Schlein conferma senza ambiguità il sostegno a Kiev, definendo l’invasione russa un’aggressione ingiusta.

Ma accanto al sostegno all’Ucraina, la segretaria dem insiste sulla necessità di un salto di qualità diplomatico europeo. L’Unione, sostiene, deve assumere un’iniziativa politica propria, individuando un negoziatore europeo e costruendo una politica estera realmente comune.

L’obiettivo, nella sua impostazione, non è contrapporre armi e diplomazia, ma costruire le condizioni per una pace che non coincida con la resa alle ragioni dell’aggressore. Una posizione che segna una distanza evidente da Conte, contrario a un invio di armi senza limiti a Kiev perché, a suo giudizio, alimenterebbe l’escalation militare.

Rai, legge elettorale e il duello con Meloni

La parte più dura del discorso è riservata alla premier. Schlein accusa Meloni di aver sprecato una «occasione storica» e di aver trasformato il lungo mandato del governo in un bilancio, a suo giudizio, deludente.

Nel mirino finisce anche la legge elettorale. Per Schlein sarebbe diventata «l’unica priorità di Giorgia Meloni» perché la premier «ha paura di perdere».

Altro terreno di scontro è la Rai. La segretaria dem attacca il governo sulla gestione del servizio pubblico e annuncia, insieme alle altre opposizioni, una riforma per sottrarlo all’influenza dei partiti.

La sfida alla destra

Alla fine del discorso, il messaggio politico è uno solo: il centrosinistra deve smettere di inseguire la destra e tornare a proporre un’identità riconoscibile.

«Batteremo queste destre nazionaliste, ma non rincorrendole sul loro terreno», promette Schlein. La sfida, dice, dovrà essere giocata «con il coraggio di essere alternativi», puntando su libertà e uguaglianza.

È una conclusione che prova a tenere insieme identità e coalizione: il Pd come forza centrale, un’alleanza progressista più larga possibile, un programma comune e, se necessario, le primarie per scegliere il candidato alla guida del governo.

La Festa dell’Unità si chiude sulle note di Guccini e con un lungo applauso. Ma il palco di Reggio Emilia lascia soprattutto una fotografia politica: Schlein non aspetta più soltanto che il centrosinistra trovi il proprio candidato. Si mette in prima fila. E dice apertamente di essere pronta.

Positano, la notte del fuoco: brucia San Pietro, una frana spezza l’Amalfitana

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Prima il buio, poi le fiamme. A Positano la notte si è illuminata di rosso sul costone di San Pietro, dove poco dopo le 2 è divampato un vasto incendio che ha aggredito un ampio versante di vegetazione. Il vento, forte e insistente, ha alimentato il rogo e spinto il fuoco lungo la montagna, trasformando l’intervento dei soccorritori in una corsa contro il tempo.

È stata una notte di apprensione in uno degli angoli più celebri della Costiera Amalfitana. Sotto il costone ci sono abitazioni e strutture turistiche, in una zona frequentata ogni anno da migliaia di visitatori e nota in tutto il mondo anche per la presenza dell’hotel di lusso Il San Pietro di Positano, cinque stelle incastonato nella roccia a picco sul mare.

Il fronte dell’incendio, favorito dalle raffiche, ha reso particolarmente complesso il lavoro delle squadre. Le fiamme si sono propagate nella vegetazione su un versante impervio, difficile da raggiungere da terra. Per questo, oltre agli uomini impegnati sul posto, è stato necessario ricorrere anche ai mezzi aerei.

La montagna cede, l’Amalfitana si ferma

All’emergenza provocata dal fuoco si è aggiunto un secondo fronte: quello della viabilità.

L’incendio ha infatti provocato una frana sulla strada statale 163 «Amalfitana», al chilometro 16,300. Il tratto è stato chiuso al traffico per consentire le operazioni di soccorso e mettere in sicurezza l’area.

Una ferita che, in una strada già stretta e sospesa tra roccia e mare, assume un peso particolare. La Statale 163 è una delle arterie essenziali della Costiera e la presenza della frana rende necessario un monitoraggio costante delle condizioni del versante prima di poter ipotizzare la riapertura.

Sul posto sono intervenuti anche i tecnici Anas, impegnati nel controllo della situazione e nelle attività necessarie a valutare le condizioni della carreggiata e le possibilità di ripristinare la circolazione.

Dal Comune è arrivato intanto un appello agli automobilisti: i proprietari dei veicoli parcheggiati lungo il tratto interessato sono stati invitati a spostarli immediatamente per lasciare libero il passaggio ai mezzi di emergenza.

Tre squadre contro le fiamme

Dal primo allarme sono entrati in azione i vigili del fuoco. Tre le squadre impegnate sul fronte dell’incendio: gli uomini del Comando provinciale di Salerno, quelli del distaccamento di Maiori e, successivamente, una squadra arrivata da Sorrento per rafforzare il dispositivo.

Il terreno e il vento sono gli avversari più difficili. Il primo impedisce in diversi punti un intervento agevole da terra; il secondo può cambiare rapidamente la direzione del fronte e riaccendere focolai apparentemente sotto controllo.

A coordinare le operazioni c’è un direttore delle operazioni di spegnimento, che ha disposto l’impiego dei mezzi aerei proprio alla luce dell’estensione del rogo e delle caratteristiche del territorio.

L’obiettivo immediato è circoscrivere le fiamme e impedire che il fuoco possa avvicinarsi ulteriormente alle abitazioni e alle strutture presenti nell’area. Parallelamente, occorre mettere in sicurezza il costone e la strada, resa vulnerabile dalla frana.

Cirielli: «Intervento rapido e coordinato»

Sull’emergenza è intervenuto anche Edmondo Cirielli, vice ministro degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, che ha espresso vicinanza alla comunità di Positano e agli operatori impegnati nella gestione dell’incendio.

«Sono vicino alla comunità di Positano e a quanti stanno affrontando le conseguenze del vasto incendio divampato nella notte in località Laurito. La frana e la conseguente chiusura della statale Amalfitana rendono necessario un intervento rapido e coordinato per mettere in sicurezza il versante e ripristinare al più presto la viabilità», ha dichiarato Cirielli.

Il vice ministro ha quindi spostato il focus sulla gestione della protezione civile regionale, trasformando l’emergenza in un tema anche politico.

«È ora che la Regione Campania ripristini la Protezione civile regionale smantellata da De Luca. Questo è un altro dei disastri della gestione De Luca a cui Fico deve porre rimedio», ha affermato Cirielli, chiedendo un cambio di impostazione nella gestione delle emergenze.

Secondo il vice ministro, «è necessario ritornare ad un sistema che veda i Vigili del Fuoco protagonisti della Protezione Civile». Un modello che, nelle sue parole, dovrebbe accompagnare la fase dell’emergenza con un’azione più strutturata sul territorio: «È indispensabile sostenere il territorio non soltanto nella gestione dell’emergenza, ma anche nelle successive attività di bonifica e prevenzione».

Il ringraziamento ai soccorritori

Nel suo intervento Cirielli ha infine rivolto un ringraziamento agli uomini impegnati nella notte sul fronte del rogo.

«Ringrazio i Vigili del fuoco, impegnati durante la notte in condizioni particolarmente difficili a causa del forte vento. Il loro straordinario lavoro ha consentito di riportare il rogo sotto controllo e di proteggere persone, abitazioni e infrastrutture», ha detto.

Un ringraziamento esteso anche alle altre forze impegnate nell’emergenza: «Grazie anche alle forze dell’ordine, alla Polizia municipale, al personale Anas e ovviamente alla stessa Regione e a tutti gli operatori presenti sul posto».

L’emergenza non è ancora finita

A Positano, dunque, il momento più critico dell’incendio sembra essere superato, ma l’emergenza non può ancora considerarsi archiviata. Restano da completare le operazioni di messa in sicurezza, verificare le condizioni del versante interessato dalla frana e valutare i tempi necessari per il ripristino della viabilità.

La notte del fuoco lascia così una doppia emergenza: quella ambientale, con il costone segnato dalle fiamme, e quella infrastrutturale, con l’Amalfitana interrotta proprio in uno dei suoi tratti più delicati.

In una terra dove la montagna precipita verso il mare e dove pochi metri possono separare una parete rocciosa da una strada, una casa o una struttura ricettiva, l’incendio di Positano ricorda ancora una volta quanto sia sottile l’equilibrio della Costiera. E quanto la capacità di intervenire rapidamente, mettere in sicurezza il territorio e prevenire nuovi rischi sia importante almeno quanto spegnere le fiamme.

Litiga con tre ciclisti e ne investe uno sulla Gardesana: un nuovo caso dopo Lanzo

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Un litigio sulla strada, la rabbia che prende il sopravvento e poi l’auto che riparte trasformandosi, secondo la ricostruzione al vaglio degli investigatori, nello strumento dell’aggressione. È successo sabato 12 settembre sulla Gardesana, nel territorio di Bardolino, in provincia di Verona, dove un automobilista di 26 anni ha investito uno dei tre ciclisti con i quali aveva avuto poco prima una discussione.

La vittima è un cittadino tedesco, così come gli altri due componenti del gruppo: tutti hanno circa cinquant’anni. Il ciclista travolto è stato soccorso e trasportato in ambulanza all’ospedale Pederzoli di Peschiera del Garda. Le sue condizioni, fortunatamente, non sarebbero gravi: ha riportato alcune escoriazioni.

L’episodio è avvenuto intorno alle 16.30 e ha avuto un testimone in più: un passante ha infatti ripreso la scena con il proprio telefono. Quelle immagini si sono rivelate preziose per ricostruire la sequenza dei fatti e per consentire agli agenti della polizia locale di individuare in breve tempo l’automobilista.

La lite, la fuga e poi l’investimento

Secondo quanto ricostruito finora, dopo la discussione l’automobilista sarebbe salito nuovamente a bordo della propria vettura e avrebbe imboccato la Gardesana ad alta velocità. Un particolare ha attirato l’attenzione dei presenti: la portiera del passeggero era ancora aperta mentre l’auto si allontanava.

Sembrava una fuga. Poi, invece, la vettura sarebbe tornata a essere protagonista dell’episodio più grave. Sotto gli occhi di alcune persone, il conducente avrebbe investito uno dei ciclisti che si trovava ancora sul margine della strada, per poi proseguire la propria corsa.

Restano da chiarire le ragioni che hanno fatto scattare la lite e soprattutto che cosa sia accaduto nei pochi istanti tra la discussione e l’investimento. La dinamica è ora al vaglio delle forze dell’ordine, che possono contare anche sulla registrazione effettuata dal passante.

Un copione che richiama il caso di Lanzo

La vicenda veronese presenta inquietanti analogie con quanto accaduto poco più di un mese fa in Piemonte. L’8 agosto, a Lanzo Torinese, un gruppo di ciclisti era stato travolto da un’automobile dopo un litigio con il conducente.

In quel caso, secondo l’accusa, l’investimento era stato deliberato e aveva avuto conseguenze ben più pesanti: quattro ciclisti erano rimasti feriti, due dei quali in condizioni serie, seppure non in pericolo di vita.

Il conducente, il 73enne Giuseppe Campagna, residente a Coassolo Torinese, si era inizialmente allontanato facendo perdere le proprie tracce. Successivamente si era presentato ai carabinieri ed era stato posto agli arresti domiciliari con l’accusa di tentato omicidio stradale.

Due episodi diversi per età dei protagonisti, luogo e conseguenze fisiche, ma accomunati da un elemento che inquieta: una discussione tra automobilisti e ciclisti che, invece di concludersi con l’allontanamento delle parti, sfocia nell’investimento di una persona.

È proprio la trasformazione di un conflitto stradale in un gesto potenzialmente devastante a mettere i due casi in relazione. Nel Veronese, ora, saranno gli accertamenti della polizia locale e l’analisi delle immagini a stabilire con precisione che cosa sia accaduto sulla Gardesana e quali responsabilità attribuire al giovane automobilista.

Guerra Russia-Ucraina, i droni sfiorano la Polonia: raid sulle ferrovie e nuova tensione in Europa

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La guerra in Ucraina torna a bussare con forza alle porte dell’Europa. Nella notte, un attacco russo con droni ha colpito infrastrutture ferroviarie nella regione di Volinia, a pochi passi dal confine con la Polonia, facendo scattare l’allarme a Varsavia. Secondo il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, tra gli obiettivi c’è stato anche un treno, con la locomotiva incendiata, mentre una stazione di servizio sarebbe stata danneggiata.

La versione di Mosca non lascia spazio a interpretazioni sulla scelta degli obiettivi: il ministero della Difesa russo ha confermato i bombardamenti nell’ovest dell’Ucraina sostenendo che siano state colpite infrastrutture ferroviarie utilizzate per il trasporto di merci militari provenienti dai Paesi europei.

Una dinamica che accresce inevitabilmente la tensione lungo una frontiera che separa il teatro della guerra dal territorio della Nato. Il primo ministro polacco Donald Tusk ha convocato una riunione dei vertici della sicurezza nazionale, mentre il ministro degli Esteri Radosław Sikorski, da Kiev, ha definito gli attacchi un’«escalation» e ha invocato un raddoppio degli sforzi a sostegno dell’Ucraina.

Il treno con i funzionari europei

A rendere ancora più delicato il quadro c’è la vicenda di un altro convoglio ferroviario, quello sul quale viaggiavano diversi funzionari europei di ritorno da Kiev. A bordo, secondo quanto riportato dal Der Spiegel, c’erano tra gli altri l’ex premier britannico Boris Johnson, l’ex primo ministro svedese Carl Bildt e funzionari provenienti da Gran Bretagna, Germania, Francia e Italia.

Il treno aveva appena attraversato il valico di Dorohusk-Yahodyn, diretto in Polonia, quando nelle vicinanze è scattato l’allarme per la presenza di droni. I passeggeri sono stati svegliati e fatti evacuare in via precauzionale. Dopo le verifiche e una volta esclusa la presenza di ulteriori droni, il convoglio ha ricevuto il via libera per proseguire.

Il dettaglio assume un peso particolare perché quelle stesse persone erano a Kiev per la conferenza Yalta European Strategy, dove si era discusso anche di possibili negoziati di pace con la Russia. La guerra, insomma, sembra inseguire anche chi sta tentando di immaginare il dopo.

Zaporizhzhia, dieci attacchi alla centrale

Sul fronte meridionale, Mosca accusa invece le forze ucraine di aver effettuato dieci attacchi con droni contro la centrale nucleare di Zaporizhzhia, a partire dalla sera di sabato 12 settembre.

Secondo la direzione dell’impianto, i raid avrebbero interessato la struttura destinata all’addestramento del personale e un elemento degli apparati di sicurezza. Al momento non risultano vittime e i danni sono in fase di valutazione. La direzione della centrale ha inoltre riferito che i livelli di radiazione restano nella norma.

L’impianto, il più grande d’Europa, si trova in territorio ucraino ma è sotto la gestione dell’ente russo Rosatom. Non produce energia dal settembre 2022 e i suoi reattori sono attualmente mantenuti in condizioni di arresto a freddo.

Trump: «Zelensky smetta di colpire le raffinerie russe»

Mentre il fronte militare continua a infiammarsi, dagli Stati Uniti arriva un nuovo messaggio rivolto direttamente a Kiev. Donald Trump ha dichiarato che Zelensky «deve smettere di colpire le raffinerie di gasolio in Russia», aggiungendo: «Ne abbiamo parlato».

Le parole del presidente americano arrivano in una fase nella quale i tentativi diplomatici procedono tra aperture, condizioni e veti incrociati. E proprio la questione territoriale resta, secondo Jared Kushner, uno dei principali ostacoli a un accordo.

Kushner: il nodo restano i territori

Intervenendo in videoconferenza alla conferenza Yalta European Strategy di Kiev, Kushner ha sostenuto che l’ostacolo principale sarebbe la riluttanza dell’Ucraina ad accettare le richieste territoriali avanzate da Vladimir Putin.

La sua lettura è netta: se Kiev accettasse di cedere i territori richiesti dal presidente russo, «avremmo già un accordo». Ma il compito dei mediatori, ha sottolineato, sarebbe proprio quello di individuare una formula capace di congelare il conflitto e tenere conto della situazione sul campo di battaglia.

Una «formula giusta», nelle parole di Kushner, che possa essere accettata dalle parti. Nel frattempo, resta sul tavolo anche l’ipotesi di un incontro diretto tra Zelensky e Putin al prossimo G20 di Miami. Kiev ha ventilato la possibilità, mentre il Cremlino non ha ancora chiarito se il presidente russo parteciperà al vertice.

India e Cina pronte a offrire i loro buoni uffici

A muoversi sul terreno diplomatico potrebbero essere anche India e Cina. Secondo il portavoce del Cremlino Dmitri Peskov, Narendra Modi e Xi Jinping avrebbero espresso la disponibilità a contribuire alla ricerca di una soluzione al conflitto.

Putin, ha riferito Peskov, avrebbe accolto favorevolmente l’offerta. I due leader avrebbero posto domande dettagliate sulla possibilità di una soluzione in Ucraina e manifestato la volontà di mettere a disposizione i propri «buoni uffici».

L’allarme in Lituania: erano uccelli

A completare una giornata ad altissima tensione c’è poi un episodio che, per fortuna, ha avuto un epilogo decisamente meno drammatico.

In Lituania è stato temporaneamente chiuso l’aeroporto di Vilnius dopo una possibile segnalazione di un drone. La Nato ha fatto decollare almeno un caccia da Siauliai, dove è attualmente impegnata anche l’Aeronautica militare italiana nella missione di difesa dello spazio aereo dei Paesi baltici.

Poi la sorpresa: nessun drone. Il Centro nazionale per la gestione delle crisi ha chiarito che si trattava di «uno stormo di uccelli». La maratona di Vilnius è proseguita regolarmente.

La guerra continua a premere sull’Europa

Secondo Zelensky, soltanto nell’ultima settimana la Russia avrebbe lanciato contro l’Ucraina circa 2.100 droni, oltre a quasi 1.700 bombe aeree guidate e 78 missili di vario tipo. Numeri che, nella sua lettura, mostrano l’intenzione di colpire infrastrutture energetiche, ferrovie, attività economiche e aree residenziali con l’obiettivo di indebolire il Paese.

Mosca, dal canto suo, sostiene di aver preso di mira centri logistici, infrastrutture ferroviarie legate ai rifornimenti militari europei e siti energetici, in particolare nella regione di Odessa.

Il confine polacco diventa così ancora una volta il punto nel quale la guerra ucraina si avvicina maggiormente alla Nato. Non è ancora il salto diretto oltre frontiera, ma la distanza si misura ormai in chilometri, allarmi e convogli ferroviari. E mentre i diplomatici cercano una formula per fermare il conflitto, i droni continuano a disegnare sul terreno una geografia della guerra sempre più vicina all’Europa.

Cinghiali nei campi, poi lo sparo accidentale: muore a 37 anni colpito alla testa dal fratello

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Una giornata nelle campagne di Montalbano Jonico, nata con l’intento di proteggere i raccolti dalla presenza dei cinghiali, si è trasformata in una tragedia. Vincenzo D’Orsi, 37 anni, è morto dopo essere stato raggiunto alla testa da un proiettile partito accidentalmente dal fucile del fratello.

Secondo le prime ricostruzioni, i due avevano imbracciato i rispettivi fucili per esplodere alcuni colpi a scopo intimidatorio e allontanare i cinghiali che si aggiravano nei terreni e che avrebbero potuto danneggiare le colture. È stato proprio durante questa concitata fase che si è verificato l’incidente.

D’Orsi è stato colpito al cranio ed è apparso subito in condizioni disperate. Soccorso e trasferito d’urgenza in elisoccorso all’ospedale San Carlo di Potenza, è stato sottoposto a un delicato intervento neurochirurgico. Poi il ricovero in Rianimazione, in coma farmacologico, mentre per lui si è aggrappata alla speranza la sua famiglia.

Le condizioni, tuttavia, non hanno lasciato scampo al 37enne. Le gravissime lesioni riportate alla testa hanno provocato il decesso.

La notizia ha gettato nello sgomento l’intera comunità di Montalbano Jonico. Una morte arrivata al termine di una drammatica attesa, consumata tra la speranza che il giovane potesse superare le conseguenze del ferimento e il progressivo aggravarsi del quadro clinico.

A esprimere il dolore della comunità è stato il sindaco Giuseppe Di Sanzo, che ha annunciato la proclamazione del lutto cittadino nel giorno dei funerali.

«Abbiamo pregato e sperato affinché l’incidente avesse uno sviluppo diverso, ma purtroppo Vincenzo non è sopravvissuto. Siamo attoniti e sgomenti: dobbiamo stringerci intorno a questa famiglia, colpita da un dolore inimmaginabile», ha dichiarato il primo cittadino.

La tragedia lascia ora dietro di sé una famiglia sconvolta e una comunità chiamata a confrontarsi con una morte tanto improvvisa quanto assurda: uno sparo partito nel tentativo di difendere i campi dai cinghiali si è trasformato in un colpo mortale, spezzando a soli 37 anni la vita di Vincenzo D’Orsi.

Morte avvelenate, nuova audizione per l’amica di Gianni Di Vita

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Quattro ore negli uffici della Squadra mobile di Campobasso, poi l’uscita senza dichiarazioni. L’inchiesta sulla morte di Antonella Di Ielsi e della figlia Sara Di Vita, 15 anni, decedute dopo un avvelenamento da ricina, torna a concentrarsi anche sulla cerchia delle persone più vicine alla famiglia.

A essere ascoltata nuovamente dagli investigatori è stata un’amica d’infanzia di Gianni Di Vita, marito e padre delle due vittime. Si tratta di una professoressa di matematica dell’Istituto agrario di Riccia, già sentita in precedenza nell’ambito dell’indagine coordinata dalla Procura di Larino.

L’insegnante è stata convocata come persona informata sui fatti e, allo stato, non risulta indagata. L’audizione avrebbe riguardato soprattutto i suoi rapporti con Gianni Di Vita e con la moglie Antonella. Un rapporto, quest’ultimo, che secondo quanto emerso nel corso degli accertamenti sarebbe diventato nel tempo particolarmente difficile, fino a interrompersi.

È proprio la ricostruzione delle relazioni personali, delle frequentazioni e dei possibili contrasti all’interno della cerchia familiare uno dei filoni sui quali gli investigatori della Squadra mobile di Campobasso, coordinati dalla procuratrice Elvira Antonelli, stanno concentrando l’attenzione. Un lavoro di ricostruzione che procede parallelamente agli accertamenti scientifici e informatici necessari a comprendere come sia stato possibile entrare in contatto con la ricina e, soprattutto, ricostruire la catena degli eventi che ha portato alla morte di madre e figlia.

Nelle prossime ore potrebbe essere ascoltato anche il marito della professoressa, tecnico di laboratorio nello stesso Istituto agrario di Riccia. Ed è proprio la scuola a essere finita nel perimetro degli accertamenti investigativi dopo che, secondo quanto emerso, da alcuni computer dell’istituto sarebbero state effettuate ricerche e richieste di informazioni sulla ricina, il potente veleno individuato dagli inquirenti come causa delle due morti.

Un elemento che gli investigatori stanno cercando di collocare nel più ampio mosaico dell’indagine. La priorità è stabilire chi abbia effettuato quelle ricerche, quando siano state eseguite e, soprattutto, se esista un collegamento concreto con l’avvelenamento di Antonella e Sara. Per questo, secondo quanto si apprende, sono stati attivati anche canali di cooperazione internazionale finalizzati a ricostruire l’origine e la riconducibilità di alcune tracce telematiche.

Il quadro investigativo resta dunque aperto su più fronti: da una parte i rapporti personali e familiari, dall’altra la pista digitale e gli accertamenti sulla provenienza e sull’eventuale disponibilità della sostanza letale.

L’inchiesta della Procura di Larino, al momento, procede contro ignoti con l’ipotesi di duplice omicidio volontario aggravato dall’uso di sostanze venefiche. Nessuna delle persone ascoltate in questa fase risulta, sulla base degli elementi disponibili, formalmente indagata.

Gli investigatori sono chiamati ora a dare un significato a ogni tassello: le relazioni, le eventuali fratture personali, le ricerche effettuate online e ogni traccia capace di collegare il mondo digitale a quello reale. È in questa sovrapposizione di rapporti e indizi che potrebbe trovarsi la chiave per chiarire una vicenda ancora avvolta nel mistero.

Il giuramento di cartone

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A cura di Daniele Cappa

C’è qualcosa di profondamente italiano nella scena del politico che giura sulla Costituzione con la mano sul cuore, pronuncia parole solenni sulla Repubblica, sulle istituzioni, sulla democrazia, sulla fedeltà allo Stato, e poche ore dopo torna nella trincea della propaganda come se quel giuramento fosse stato soltanto un passaggio obbligato della liturgia istituzionale. Una fotografia. Un rito. Una formula da pronunciare davanti alle telecamere prima di ricominciare con la politica di tutti i giorni.

Il problema non è che i politici abbiano idee forti. Il problema è che troppo spesso pretendono di avere anche una Costituzione a geometria variabile: una severissima quando devono puntare il dito contro l’avversario, una sorprendentemente elastica quando a essere messa alla prova è la propria parte politica.

E allora viene da chiedersi: che cosa significa davvero giurare sulla Costituzione?

Significa soltanto pronunciare una formula? Oppure significa accettare che esiste qualcosa che viene prima del partito, prima del leader, prima del consenso, prima della convenienza elettorale?

Perché se il giuramento è soltanto una cerimonia, possiamo tranquillamente archiviarlo insieme alle fotografie ufficiali, alle strette di mano e ai sorrisi di circostanza. Se invece è un impegno, allora bisogna avere il coraggio di chiedere conto ai politici della distanza tra ciò che promettono davanti alla Repubblica e ciò che fanno quando tornano nella quotidianità del potere.

Ed è proprio qui che il discorso diventa scomodo.

La Costituzione italiana non è un catalogo dal quale ciascuno può scegliere l’articolo che preferisce. Non è un buffet istituzionale nel quale prendere la libertà di espressione quando serve, l’autorità dello Stato quando conviene, i diritti sociali quando portano consenso e la separazione dei poteri quando protegge la propria parte.

La Costituzione è, prima di tutto, un limite.

Un limite al potere.

Ed è precisamente per questo che la politica, qualunque politica, dovrebbe rispettarla soprattutto quando quel limite le dà fastidio.

Una democrazia non si misura infatti dalla libertà concessa alle opinioni che ci piacciono. Si misura dalla capacità di tollerare anche quelle che detestiamo, purché restino dentro il perimetro della legge. Il principio è semplice e dovrebbe essere intoccabile: in Italia non si puniscono le idee perché sono sgradite. Si giudicano eventualmente i comportamenti, le condotte, le responsabilità concrete, sulla base delle leggi.

Ed è una differenza enorme.

Perché una democrazia che comincia a mettere sotto processo le opinioni politiche perché risultano scandalose, provocatorie o impopolari smette di essere una democrazia liberale e comincia a diventare qualcosa di molto più pericoloso.

Ma attenzione: il principio della libertà di opinione non può trasformarsi nell’alibi universale per qualsiasi comportamento.

Dire che le idee non si puniscono non significa dire che tutto è lecito.

La stessa Costituzione, nella XII disposizione transitoria e finale, vieta la riorganizzazione del disciolto partito fascista. E la legislazione italiana disciplina specificamente alcune condotte di apologia e propaganda quando ricorrono le condizioni previste dalla legge e dalla giurisprudenza.

Questo dovrebbe essere sufficiente per capire una cosa elementare che il dibattito politico italiano sembra spesso dimenticare: tra un’idea sgradevole e un comportamento illecito esiste una differenza enorme, e a stabilirla non dovrebbero essere i talk show, i social network o le tifoserie di partito, ma la legge e i tribunali.

Il resto è propaganda.

E di propaganda, in Italia, ne abbiamo ormai fino al soffitto.

La destra, soprattutto negli ultimi anni, ha compreso perfettamente che la politica non consiste soltanto nel governare. Consiste anche nell’occupare lo spazio pubblico. Nel decidere quali parole usare, quali temi imporre, quali paure alimentare, quali simboli recuperare, quali battaglie trasformare in identità.

Fa a gomitate.

Occupa il campo.

Alza la voce.

Sposta continuamente il confine del dibattito.

E spesso l’opposizione si accorge del movimento quando il terreno è già stato conquistato.

Il problema, sia chiaro, non è che la destra faccia politica. Sarebbe assurdo rimproverarle di farlo. Se ha consenso, ha il diritto di governare e di portare avanti il proprio programma entro i limiti della Costituzione e delle leggi.

Il problema nasce quando la forza politica viene confusa con il diritto di forzare continuamente le regole del confronto democratico; quando il consenso elettorale viene interpretato come una sorta di investitura senza condizioni; quando vincere le elezioni sembra diventare, nella retorica politica, una specie di autorizzazione generale a fare tutto ciò che la maggioranza desidera.

Ma non funziona così.

La maggioranza governa. Non possiede la Repubblica.

È una distinzione fondamentale, e dovrebbe essere tatuata sulla porta di ogni ministero, di ogni gruppo parlamentare, di ogni redazione e, forse, di ogni talk show.

Vincere le elezioni non significa diventare proprietari delle istituzioni.

Significa assumere una responsabilità maggiore.

E proprio perché governa, la destra dovrebbe essere giudicata con un metro più severo, non più indulgente. Dovrebbe essere la prima a dimostrare che il patriottismo non è soltanto sventolare una bandiera, evocare la nazione o rivendicare l’orgoglio italiano. Il vero patriottismo istituzionale è molto meno teatrale: consiste nel rispettare le regole della Repubblica anche quando quelle regole impediscono di fare ciò che politicamente sarebbe più conveniente.

Questo vale soprattutto sul terreno della memoria.

Perché una destra democratica non dovrebbe avere bisogno di ammiccamenti, ambiguità o nostalgie. Non dovrebbe avere bisogno di giocare sul filo del simbolismo per dimostrare di essere destra. Dovrebbe avere il coraggio di dire con chiarezza che il fascismo appartiene alla storia e che la Repubblica italiana nasce anche dalla sua sconfitta.

Senza equivoci.

Senza strizzate d’occhio.

Senza il solito balletto del “non si può dire”, “non si può più parlare”, “era solo una provocazione”, “è soltanto una posizione culturale”.

Perché la libertà di espressione è una cosa seria. E proprio per questo non va trasformata in una foglia di fico per qualsiasi comportamento.

Ma se la destra ha il problema della tentazione muscolare, la sinistra ha un problema forse ancora più drammatico: la paura di combattere.

Una sinistra che per decenni ha rivendicato il monopolio morale della difesa della Costituzione, dell’antifascismo, dei diritti, dell’uguaglianza e delle libertà oggi appare spesso paralizzata dalla propria stessa paura di essere giudicata.

Una sinistra che sembra chiedere scusa prima ancora di parlare.

Che trasforma ogni battaglia in una riunione.

Ogni principio in una mediazione.

Ogni posizione in una guerra interna.

Ogni scelta in una trattativa fra correnti.

E mentre discute su quale sia la formulazione linguisticamente più corretta per descrivere il problema, dall’altra parte qualcuno ha già occupato tre quarti del campo.

È questa, forse, la più grande sconfitta della sinistra italiana: non aver perso soltanto voti, ma la capacità di imporre il terreno della discussione.

E allora sì, viene quasi da dirlo senza troppi giri di parole: una sinistra senza palle non fa paura a nessuno.

Non fa paura alla destra.

Non fa paura ai populisti.

Non fa paura ai poteri economici.

Non fa paura a chi vuole riscrivere la memoria del Paese.

Non fa paura nemmeno a se stessa.

Ma una sinistra democratica dovrebbe avere il coraggio di tornare a fare una cosa semplicissima: dire ciò che pensa.

Senza urlare.

Senza censurare.

Senza criminalizzare l’avversario.

Senza pretendere che ogni opinione conservatrice sia fascista e che ogni elettore di destra sia un nemico della Repubblica.

Ma anche senza arretrare ogni volta che qualcuno alza la voce.

Perché il problema dell’Italia non è che la destra sia troppo destra o che la sinistra sia troppo sinistra.

Il problema è che troppo spesso nessuno sembra più sapere dove finisca la legittima battaglia politica e dove cominci l’irresponsabilità istituzionale.

Ed è qui che torna la domanda iniziale: dove finisce il lecito?

Finisce dove lo stabilisce la legge.

Non dove lo stabilisce il sentimento del momento.

Non dove lo stabilisce Twitter.

Non dove lo stabilisce il direttore di un telegiornale.

Non dove lo stabilisce il ministro di turno.

E nemmeno dove lo stabilisce l’opposizione.

Perché se cominciamo a stabilire che una determinata idea è illegittima semplicemente perché ci fa paura, abbiamo imboccato una strada pericolosa. Ma se, all’opposto, decidiamo che qualsiasi cosa venga detta o fatta in nome della libertà di espressione è automaticamente lecita, abbiamo commesso l’errore contrario.

La libertà ha bisogno della legge.

E la legge ha bisogno di istituzioni indipendenti.

Questa è la parte che la politica ama dimenticare.

Perché le istituzioni sono meravigliose finché proteggono noi.

Diventano improvvisamente “nemiche del popolo”, “politicizzate”, “vecchie”, “da riformare”, “da cambiare” quando prendono una decisione che non ci piace.

Succede a destra.

È successo a sinistra.

Succederà ancora.

Ed è precisamente per questo che la Costituzione non può essere lasciata nelle mani delle maggioranze del momento.

La Costituzione serve soprattutto quando non ci conviene.

Altrimenti non serve a niente.

Il vero banco di prova della democrazia non è ciò che facciamo quando siamo maggioranza. È ciò che siamo disposti ad accettare quando siamo minoranza.

È qui che si vede se crediamo davvero nelle istituzioni.

È qui che si capisce se il nostro antifascismo è una convinzione o un’etichetta.

È qui che si capisce se il nostro liberalismo è autentico o se la libertà ci piace soltanto quando protegge la nostra parte.

È qui che si misura il politico.

Non nel discorso di insediamento.

Non nel giuramento.

Non nella fotografia davanti alla bandiera.

Ma nel momento in cui una regola gli impedisce di fare ciò che vorrebbe.

Quello è il momento della verità.

E forse è proprio questa la tragedia della politica italiana contemporanea: abbiamo trasformato la Costituzione in un oggetto da venerare a parole e da aggirare nei comportamenti.

Tutti la citano.

Tutti la difendono.

Tutti giurano di rispettarla.

Poi ciascuno ne interpreta i principi secondo necessità.

La destra la invoca quando parla di sovranità, sicurezza, ordine e libertà.

La sinistra la invoca quando parla di diritti, uguaglianza e antifascismo.

Il centro la invoca quando parla di responsabilità.

Ma la Costituzione non è una tessera di appartenenza.

Non è né di destra né di sinistra.

È il terreno sul quale destra e sinistra possono combattersi senza diventare nemiche.

E forse è proprio questo che abbiamo dimenticato.

Una democrazia sana non pretende che tutti la pensino allo stesso modo.

Pretende che tutti accettino le stesse regole.

È una differenza enorme.

Possiamo discutere ferocemente sull’immigrazione, sulla famiglia, sulla sicurezza, sulla giustizia, sull’Europa, sulla guerra, sull’economia, sui diritti civili, sulla scuola, sulla sanità.

Possiamo persino sostenere che una parte della Costituzione debba essere modificata.

La Costituzione stessa prevede come farlo.

Ma non possiamo pretendere che la nostra libertà sia assoluta e quella degli altri condizionata.

Non possiamo chiedere rispetto per le nostre opinioni e contemporaneamente considerare illegittime quelle dell’avversario.

Non possiamo invocare le istituzioni quando ci danno ragione e delegittimarle quando ci danno torto.

E soprattutto non possiamo continuare a raccontare agli italiani che tutto va bene semplicemente perché il nostro schieramento è al governo o perché il nostro schieramento è all’opposizione.

La Repubblica non è un derby.

E chi la trasforma in un derby finisce inevitabilmente per perdere di vista ciò che dovrebbe difendere.

Il punto, dunque, non è stabilire se oggi la minaccia maggiore venga da destra o dalla sinistra.

Il punto è pretendere che entrambe sappiano riconoscere un limite.

Alla destra bisogna ricordare che il consenso non autorizza l’arroganza istituzionale e che la forza politica non deve mai trasformarsi nella tentazione di considerare l’avversario un intralcio da eliminare.

Alla sinistra bisogna ricordare che difendere la democrazia non significa stare eternamente sulla difensiva, chiedere permesso, avere paura delle parole e lasciare agli altri il monopolio della determinazione.

E agli italiani bisogna ricordare una cosa ancora più semplice: la Costituzione non si difende soltanto quando qualcuno la attacca apertamente. Si difende anche quando chi la invoca per primo comincia a ignorarne lo spirito.

Il giuramento, allora, dovrebbe tornare a significare qualcosa.

Non una fotografia.

Non una formalità.

Non una formula.

Un vincolo.

Perché il politico che giura sulla Costituzione non sta promettendo fedeltà al proprio partito, al proprio leader o al proprio elettorato.

Sta promettendo fedeltà a qualcosa che viene prima di tutti loro.

E se quel giuramento diventa soltanto teatro, allora sarebbe più onesto smettere di chiamarlo giuramento.

Chiamarlo per quello che è diventato:

un pezzo di scenografia istituzionale.

Ma la Repubblica italiana merita di più.

Merita politici che sappiano perdere senza delegittimare chi vince.

Merita maggioranze che sappiano governare senza sentirsi proprietarie dello Stato.

Merita opposizioni capaci di combattere senza trasformare ogni avversario in un nemico.

Merita una destra che abbia il coraggio della propria identità senza flirtare con ambiguità che la storia ha già condannato.

Merita una sinistra che ritrovi finalmente la schiena dritta e smetta di confondere la prudenza con la paura.

E soprattutto merita cittadini abbastanza esigenti da non applaudire il proprio politico soltanto perché appartiene alla propria parte.

Perché alla fine la domanda decisiva non è: “È dei nostri?”

La domanda è:

“Rispetta le regole anche quando non gli conviene?”

Se la risposta è sì, abbiamo un democratico.

Se la risposta è no, abbiamo soltanto un politico.

E tra le due cose, in una Repubblica che voglia ancora chiamarsi tale, dovrebbe esserci una differenza enorme.