A cura di Daniele Cappa
C’è qualcosa di profondamente italiano nella scena del politico che giura sulla Costituzione con la mano sul cuore, pronuncia parole solenni sulla Repubblica, sulle istituzioni, sulla democrazia, sulla fedeltà allo Stato, e poche ore dopo torna nella trincea della propaganda come se quel giuramento fosse stato soltanto un passaggio obbligato della liturgia istituzionale. Una fotografia. Un rito. Una formula da pronunciare davanti alle telecamere prima di ricominciare con la politica di tutti i giorni.
Il problema non è che i politici abbiano idee forti. Il problema è che troppo spesso pretendono di avere anche una Costituzione a geometria variabile: una severissima quando devono puntare il dito contro l’avversario, una sorprendentemente elastica quando a essere messa alla prova è la propria parte politica.
E allora viene da chiedersi: che cosa significa davvero giurare sulla Costituzione?
Significa soltanto pronunciare una formula? Oppure significa accettare che esiste qualcosa che viene prima del partito, prima del leader, prima del consenso, prima della convenienza elettorale?
Perché se il giuramento è soltanto una cerimonia, possiamo tranquillamente archiviarlo insieme alle fotografie ufficiali, alle strette di mano e ai sorrisi di circostanza. Se invece è un impegno, allora bisogna avere il coraggio di chiedere conto ai politici della distanza tra ciò che promettono davanti alla Repubblica e ciò che fanno quando tornano nella quotidianità del potere.
Ed è proprio qui che il discorso diventa scomodo.
La Costituzione italiana non è un catalogo dal quale ciascuno può scegliere l’articolo che preferisce. Non è un buffet istituzionale nel quale prendere la libertà di espressione quando serve, l’autorità dello Stato quando conviene, i diritti sociali quando portano consenso e la separazione dei poteri quando protegge la propria parte.
La Costituzione è, prima di tutto, un limite.
Un limite al potere.
Ed è precisamente per questo che la politica, qualunque politica, dovrebbe rispettarla soprattutto quando quel limite le dà fastidio.
Una democrazia non si misura infatti dalla libertà concessa alle opinioni che ci piacciono. Si misura dalla capacità di tollerare anche quelle che detestiamo, purché restino dentro il perimetro della legge. Il principio è semplice e dovrebbe essere intoccabile: in Italia non si puniscono le idee perché sono sgradite. Si giudicano eventualmente i comportamenti, le condotte, le responsabilità concrete, sulla base delle leggi.
Ed è una differenza enorme.
Perché una democrazia che comincia a mettere sotto processo le opinioni politiche perché risultano scandalose, provocatorie o impopolari smette di essere una democrazia liberale e comincia a diventare qualcosa di molto più pericoloso.
Ma attenzione: il principio della libertà di opinione non può trasformarsi nell’alibi universale per qualsiasi comportamento.
Dire che le idee non si puniscono non significa dire che tutto è lecito.
La stessa Costituzione, nella XII disposizione transitoria e finale, vieta la riorganizzazione del disciolto partito fascista. E la legislazione italiana disciplina specificamente alcune condotte di apologia e propaganda quando ricorrono le condizioni previste dalla legge e dalla giurisprudenza.
Questo dovrebbe essere sufficiente per capire una cosa elementare che il dibattito politico italiano sembra spesso dimenticare: tra un’idea sgradevole e un comportamento illecito esiste una differenza enorme, e a stabilirla non dovrebbero essere i talk show, i social network o le tifoserie di partito, ma la legge e i tribunali.
Il resto è propaganda.
E di propaganda, in Italia, ne abbiamo ormai fino al soffitto.
La destra, soprattutto negli ultimi anni, ha compreso perfettamente che la politica non consiste soltanto nel governare. Consiste anche nell’occupare lo spazio pubblico. Nel decidere quali parole usare, quali temi imporre, quali paure alimentare, quali simboli recuperare, quali battaglie trasformare in identità.
Fa a gomitate.
Occupa il campo.
Alza la voce.
Sposta continuamente il confine del dibattito.
E spesso l’opposizione si accorge del movimento quando il terreno è già stato conquistato.
Il problema, sia chiaro, non è che la destra faccia politica. Sarebbe assurdo rimproverarle di farlo. Se ha consenso, ha il diritto di governare e di portare avanti il proprio programma entro i limiti della Costituzione e delle leggi.
Il problema nasce quando la forza politica viene confusa con il diritto di forzare continuamente le regole del confronto democratico; quando il consenso elettorale viene interpretato come una sorta di investitura senza condizioni; quando vincere le elezioni sembra diventare, nella retorica politica, una specie di autorizzazione generale a fare tutto ciò che la maggioranza desidera.
Ma non funziona così.
La maggioranza governa. Non possiede la Repubblica.
È una distinzione fondamentale, e dovrebbe essere tatuata sulla porta di ogni ministero, di ogni gruppo parlamentare, di ogni redazione e, forse, di ogni talk show.
Vincere le elezioni non significa diventare proprietari delle istituzioni.
Significa assumere una responsabilità maggiore.
E proprio perché governa, la destra dovrebbe essere giudicata con un metro più severo, non più indulgente. Dovrebbe essere la prima a dimostrare che il patriottismo non è soltanto sventolare una bandiera, evocare la nazione o rivendicare l’orgoglio italiano. Il vero patriottismo istituzionale è molto meno teatrale: consiste nel rispettare le regole della Repubblica anche quando quelle regole impediscono di fare ciò che politicamente sarebbe più conveniente.
Questo vale soprattutto sul terreno della memoria.
Perché una destra democratica non dovrebbe avere bisogno di ammiccamenti, ambiguità o nostalgie. Non dovrebbe avere bisogno di giocare sul filo del simbolismo per dimostrare di essere destra. Dovrebbe avere il coraggio di dire con chiarezza che il fascismo appartiene alla storia e che la Repubblica italiana nasce anche dalla sua sconfitta.
Senza equivoci.
Senza strizzate d’occhio.
Senza il solito balletto del “non si può dire”, “non si può più parlare”, “era solo una provocazione”, “è soltanto una posizione culturale”.
Perché la libertà di espressione è una cosa seria. E proprio per questo non va trasformata in una foglia di fico per qualsiasi comportamento.
Ma se la destra ha il problema della tentazione muscolare, la sinistra ha un problema forse ancora più drammatico: la paura di combattere.
Una sinistra che per decenni ha rivendicato il monopolio morale della difesa della Costituzione, dell’antifascismo, dei diritti, dell’uguaglianza e delle libertà oggi appare spesso paralizzata dalla propria stessa paura di essere giudicata.
Una sinistra che sembra chiedere scusa prima ancora di parlare.
Che trasforma ogni battaglia in una riunione.
Ogni principio in una mediazione.
Ogni posizione in una guerra interna.
Ogni scelta in una trattativa fra correnti.
E mentre discute su quale sia la formulazione linguisticamente più corretta per descrivere il problema, dall’altra parte qualcuno ha già occupato tre quarti del campo.
È questa, forse, la più grande sconfitta della sinistra italiana: non aver perso soltanto voti, ma la capacità di imporre il terreno della discussione.
E allora sì, viene quasi da dirlo senza troppi giri di parole: una sinistra senza palle non fa paura a nessuno.
Non fa paura alla destra.
Non fa paura ai populisti.
Non fa paura ai poteri economici.
Non fa paura a chi vuole riscrivere la memoria del Paese.
Non fa paura nemmeno a se stessa.
Ma una sinistra democratica dovrebbe avere il coraggio di tornare a fare una cosa semplicissima: dire ciò che pensa.
Senza urlare.
Senza censurare.
Senza criminalizzare l’avversario.
Senza pretendere che ogni opinione conservatrice sia fascista e che ogni elettore di destra sia un nemico della Repubblica.
Ma anche senza arretrare ogni volta che qualcuno alza la voce.
Perché il problema dell’Italia non è che la destra sia troppo destra o che la sinistra sia troppo sinistra.
Il problema è che troppo spesso nessuno sembra più sapere dove finisca la legittima battaglia politica e dove cominci l’irresponsabilità istituzionale.
Ed è qui che torna la domanda iniziale: dove finisce il lecito?
Finisce dove lo stabilisce la legge.
Non dove lo stabilisce il sentimento del momento.
Non dove lo stabilisce Twitter.
Non dove lo stabilisce il direttore di un telegiornale.
Non dove lo stabilisce il ministro di turno.
E nemmeno dove lo stabilisce l’opposizione.
Perché se cominciamo a stabilire che una determinata idea è illegittima semplicemente perché ci fa paura, abbiamo imboccato una strada pericolosa. Ma se, all’opposto, decidiamo che qualsiasi cosa venga detta o fatta in nome della libertà di espressione è automaticamente lecita, abbiamo commesso l’errore contrario.
La libertà ha bisogno della legge.
E la legge ha bisogno di istituzioni indipendenti.
Questa è la parte che la politica ama dimenticare.
Perché le istituzioni sono meravigliose finché proteggono noi.
Diventano improvvisamente “nemiche del popolo”, “politicizzate”, “vecchie”, “da riformare”, “da cambiare” quando prendono una decisione che non ci piace.
Succede a destra.
È successo a sinistra.
Succederà ancora.
Ed è precisamente per questo che la Costituzione non può essere lasciata nelle mani delle maggioranze del momento.
La Costituzione serve soprattutto quando non ci conviene.
Altrimenti non serve a niente.
Il vero banco di prova della democrazia non è ciò che facciamo quando siamo maggioranza. È ciò che siamo disposti ad accettare quando siamo minoranza.
È qui che si vede se crediamo davvero nelle istituzioni.
È qui che si capisce se il nostro antifascismo è una convinzione o un’etichetta.
È qui che si capisce se il nostro liberalismo è autentico o se la libertà ci piace soltanto quando protegge la nostra parte.
È qui che si misura il politico.
Non nel discorso di insediamento.
Non nel giuramento.
Non nella fotografia davanti alla bandiera.
Ma nel momento in cui una regola gli impedisce di fare ciò che vorrebbe.
Quello è il momento della verità.
E forse è proprio questa la tragedia della politica italiana contemporanea: abbiamo trasformato la Costituzione in un oggetto da venerare a parole e da aggirare nei comportamenti.
Tutti la citano.
Tutti la difendono.
Tutti giurano di rispettarla.
Poi ciascuno ne interpreta i principi secondo necessità.
La destra la invoca quando parla di sovranità, sicurezza, ordine e libertà.
La sinistra la invoca quando parla di diritti, uguaglianza e antifascismo.
Il centro la invoca quando parla di responsabilità.
Ma la Costituzione non è una tessera di appartenenza.
Non è né di destra né di sinistra.
È il terreno sul quale destra e sinistra possono combattersi senza diventare nemiche.
E forse è proprio questo che abbiamo dimenticato.
Una democrazia sana non pretende che tutti la pensino allo stesso modo.
Pretende che tutti accettino le stesse regole.
È una differenza enorme.
Possiamo discutere ferocemente sull’immigrazione, sulla famiglia, sulla sicurezza, sulla giustizia, sull’Europa, sulla guerra, sull’economia, sui diritti civili, sulla scuola, sulla sanità.
Possiamo persino sostenere che una parte della Costituzione debba essere modificata.
La Costituzione stessa prevede come farlo.
Ma non possiamo pretendere che la nostra libertà sia assoluta e quella degli altri condizionata.
Non possiamo chiedere rispetto per le nostre opinioni e contemporaneamente considerare illegittime quelle dell’avversario.
Non possiamo invocare le istituzioni quando ci danno ragione e delegittimarle quando ci danno torto.
E soprattutto non possiamo continuare a raccontare agli italiani che tutto va bene semplicemente perché il nostro schieramento è al governo o perché il nostro schieramento è all’opposizione.
La Repubblica non è un derby.
E chi la trasforma in un derby finisce inevitabilmente per perdere di vista ciò che dovrebbe difendere.
Il punto, dunque, non è stabilire se oggi la minaccia maggiore venga da destra o dalla sinistra.
Il punto è pretendere che entrambe sappiano riconoscere un limite.
Alla destra bisogna ricordare che il consenso non autorizza l’arroganza istituzionale e che la forza politica non deve mai trasformarsi nella tentazione di considerare l’avversario un intralcio da eliminare.
Alla sinistra bisogna ricordare che difendere la democrazia non significa stare eternamente sulla difensiva, chiedere permesso, avere paura delle parole e lasciare agli altri il monopolio della determinazione.
E agli italiani bisogna ricordare una cosa ancora più semplice: la Costituzione non si difende soltanto quando qualcuno la attacca apertamente. Si difende anche quando chi la invoca per primo comincia a ignorarne lo spirito.
Il giuramento, allora, dovrebbe tornare a significare qualcosa.
Non una fotografia.
Non una formalità.
Non una formula.
Un vincolo.
Perché il politico che giura sulla Costituzione non sta promettendo fedeltà al proprio partito, al proprio leader o al proprio elettorato.
Sta promettendo fedeltà a qualcosa che viene prima di tutti loro.
E se quel giuramento diventa soltanto teatro, allora sarebbe più onesto smettere di chiamarlo giuramento.
Chiamarlo per quello che è diventato:
un pezzo di scenografia istituzionale.
Ma la Repubblica italiana merita di più.
Merita politici che sappiano perdere senza delegittimare chi vince.
Merita maggioranze che sappiano governare senza sentirsi proprietarie dello Stato.
Merita opposizioni capaci di combattere senza trasformare ogni avversario in un nemico.
Merita una destra che abbia il coraggio della propria identità senza flirtare con ambiguità che la storia ha già condannato.
Merita una sinistra che ritrovi finalmente la schiena dritta e smetta di confondere la prudenza con la paura.
E soprattutto merita cittadini abbastanza esigenti da non applaudire il proprio politico soltanto perché appartiene alla propria parte.
Perché alla fine la domanda decisiva non è: “È dei nostri?”
La domanda è:
“Rispetta le regole anche quando non gli conviene?”
Se la risposta è sì, abbiamo un democratico.
Se la risposta è no, abbiamo soltanto un politico.
E tra le due cose, in una Repubblica che voglia ancora chiamarsi tale, dovrebbe esserci una differenza enorme.
