26 Ottobre 2026, lunedì
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Appendino: «Renzi non è un veto, è un problema di voti». E il M5S attacca il governo sul caso Electrolux

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Non chiamatelo veto. Per Chiara Appendino, il nodo Matteo Renzi non riguarda una preclusione personale, ma una questione molto più concreta: i consensi. La deputata del Movimento 5 Stelle torna a intervenire sul possibile perimetro del campo progressista e respinge la lettura secondo cui il Movimento sarebbe semplicemente contrario alla presenza dell’ex presidente del Consiglio in una futura coalizione.

«Non è una questione di veti», ribadisce Appendino. Il punto, sostiene, è che Renzi rappresenterebbe un fattore di perdita elettorale per l’area progressista. Una valutazione che la parlamentare M5S accompagna a un riferimento diretto ai sondaggi, secondo i quali il consenso di Italia Viva resterebbe attorno al 2 per cento.

La tesi di Appendino è netta: quei voti, anziché allargare il fronte alternativo al centrodestra, rischierebbero di tradursi in un bilancio negativo. «Ne porta pochi al centro e ne fa perdere molti di più», sostiene la deputata, secondo cui la presenza di Renzi finirebbe per allontanare una parte dell’elettorato progressista.

Nel mirino non c’è soltanto il consenso attuale di Italia Viva. Appendino richiama anche il passato politico dell’ex premier, evocando quella che definisce la sua «totale inaffidabilità» e citando alcune delle scelte più controverse della stagione renziana, dal Jobs Act alla Buona Scuola.

Il messaggio rivolto al leader di Italia Viva è quindi esplicito: per contendere a Giorgia Meloni la guida del Paese, secondo Appendino, il centrosinistra dovrebbe puntare su un progetto «serio, credibile e affidabile», evitando di affidarsi ancora a Renzi. Una posizione che il Movimento considera coerente con una linea politica rivendicata da mesi.

«Gli elettori l’hanno già capito, ora lo capisca anche lui», conclude la parlamentare nel suo intervento sui social.

Ma il confronto politico del Movimento non si ferma al terreno delle alleanze. Sul fronte sociale e industriale, il M5S porta al centro della propria iniziativa la vertenza Electrolux e annuncia la presenza di una propria delegazione al sit-in organizzato a Cerreto d’Esi, nelle Marche, dove si trova uno degli stabilimenti coinvolti nel piano di riorganizzazione del gruppo.

Accanto ai lavoratori ci saranno, tra gli altri, la stessa Appendino e il deputato Giorgio Fede. Il Movimento definisce inaccettabile il piano annunciato dall’azienda, che prevede complessivamente 1.450 esuberi in Italia e la chiusura dello stabilimento marchigiano.

L’accusa dei parlamentari pentastellati è rivolta direttamente al governo. Secondo Appendino e Fede, l’esecutivo sarebbe responsabile di una gestione della crisi giudicata inefficace. Nel mirino finisce in particolare il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, per l’esito dei tavoli convocati sulla vertenza, mentre la presidente del Consiglio Giorgia Meloni viene accusata di essere rimasta finora sostanzialmente spettatrice.

Il M5S chiede dunque un cambio di passo e attribuisce alla premier una responsabilità politica precisa: intervenire sui vertici della multinazionale per ottenere un vero piano industriale e, soprattutto, il ritiro dei licenziamenti.

La polemica assume così un significato più ampio. Da una parte il Movimento insiste sulla necessità di costruire un’alternativa politica al governo Meloni senza affidarsi a protagonisti considerati divisivi e poco attrattivi per l’elettorato progressista. Dall’altra rivendica una presenza sui territori e nelle vertenze industriali, indicando la tutela dell’occupazione come uno dei terreni sui quali misurare concretamente l’azione dell’esecutivo.

È in questo incrocio tra strategia politica e conflitto sociale che si inserisce l’affondo di Appendino. Il messaggio è rivolto contemporaneamente agli alleati potenziali e al governo: il campo progressista, nella sua lettura, non può permettersi candidature o alleanze percepite come penalizzanti dagli elettori, mentre l’esecutivo non può rivendicare i propri successi politici ignorando le crisi industriali che coinvolgono migliaia di lavoratori.

Sul caso Electrolux, il M5S promette quindi di sostenere le iniziative dei dipendenti e di mantenere alta la pressione sul governo. Per Appendino e Fede, la vera prova della politica industriale dell’esecutivo non sta nei numeri celebrati dalla maggioranza, ma nella capacità di impedire che interi stabilimenti e migliaia di posti di lavoro vengano sacrificati.

Papa Leone XIV cancella i tagli agli stipendi dei cardinali decisi da Francesco

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La stagione dei tagli agli stipendi dei cardinali si chiude. Con una Lettera apostolica in forma di Motu proprio, Papa Leone XIV ha deciso di abrogare le disposizioni introdotte da Papa Francesco nel marzo del 2021 per contenere la spesa della Santa Sede e del Governatorato dello Stato della Città del Vaticano.

Era una misura nata in un momento eccezionale, quando la pandemia di Covid aveva imposto anche alla Chiesa una revisione delle proprie uscite e dei meccanismi retributivi. Francesco aveva scelto di intervenire direttamente sui compensi del personale ecclesiastico e dei vertici della Curia, accompagnando alle riduzioni salariali anche il blocco degli scatti di anzianità.

A distanza di alcuni anni, Leone XIV considera superata quella fase. «Le misure di contenimento salariale possono ora essere superate», scrive il Pontefice, esprimendo al tempo stesso la certezza che le istituzioni della Santa Sede e dello Stato della Città del Vaticano continueranno a lavorare, «con strumenti diversi», per garantire la sostenibilità economica.

La decisione più evidente riguarda i cardinali della Curia, ai quali era stata applicata una riduzione del 10 per cento rispetto all’ultima retribuzione percepita. Una sforbiciata significativa, introdotta da Francesco nel pieno della crisi sanitaria ed economica provocata dal Covid.

Ma il provvedimento del 2021 aveva una portata più ampia. La riduzione aveva interessato anche il personale della Santa Sede, del Governatorato e degli altri enti collegati, secondo una logica progressiva. Per i dipendenti collocati nei livelli retributivi C e C1, corrispondenti ai capi e ai segretari dei Dicasteri, la decurtazione era stata dell’8 per cento. Per il personale chiericale o religioso era stata invece prevista una riduzione generalizzata del 3 per cento.

Accanto ai tagli, Francesco aveva introdotto anche il congelamento degli scatti biennali, vale a dire gli aumenti automatici legati all’anzianità di servizio. Per i dipendenti laici il blocco riguardava il quarto livello e quelli superiori, lasciando quindi fuori dalle misure le fasce salariali più basse.

La filosofia del provvedimento era chiara: distribuire il peso del contenimento della spesa soprattutto sulle retribuzioni più elevate, in un momento nel quale i conti della Santa Sede risentivano della contrazione delle entrate e dell’incertezza economica legata alla pandemia. La scelta di Francesco aveva avuto anche un forte valore simbolico, perché interveniva sui compensi di cardinali e alti responsabili della Curia proprio mentre il Vaticano era chiamato a ridurre i costi e a rafforzare il controllo sulle proprie finanze.

Ora Leone XIV cambia registro. L’abrogazione non equivale a un disimpegno sul fronte dei conti, né tantomeno alla rinuncia all’obiettivo dell’equilibrio finanziario. Il passaggio decisivo della nuova disposizione è proprio nel riferimento a «strumenti diversi» con cui Santa Sede e Stato della Città del Vaticano dovranno continuare a perseguire la sostenibilità economica.

È, dunque, un cambio di metodo più che di obiettivo. Il contenimento delle spese resta sul tavolo, ma non passa più necessariamente attraverso la riduzione generalizzata delle retribuzioni e il congelamento degli scatti.

Per i cardinali della Curia, l’effetto più immediato sarà la fine della decurtazione del 10 per cento introdotta cinque anni fa. Una misura che appartiene alla stagione della pandemia e che il nuovo Pontefice, alla luce del mutato contesto, ritiene ormai possibile archiviare.

Il segnale è anche istituzionale. Con il Motu proprio, Leone XIV interviene su una delle disposizioni economiche più riconoscibili del pontificato di Francesco e ne modifica l’impostazione, senza tuttavia mettere in discussione la necessità di una gestione rigorosa delle risorse. Il Vaticano, nelle intenzioni del nuovo Pontefice, dovrà continuare a far quadrare i conti, ma attraverso una strategia differente.

Sciopero dei medici di base, due giorni di protesta: cosa cambia il 15 e 16 settembre

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Saranno due giornate di mobilitazione per i medici di medicina generale del Sindacato Medici Italiani (Smi), che hanno proclamato lo sciopero per martedì 15 e mercoledì 16 settembre. Al centro della protesta c’è l’accordo stralcio sulle Case della Comunità, sottoscritto il 23 giugno, che secondo il sindacato introduce nuovi obblighi e modifica in modo sostanziale l’organizzazione del lavoro dei medici di famiglia.

L’agitazione potrebbe tradursi in disagi per i cittadini, soprattutto per le attività non urgenti, mentre il sistema dovrà comunque assicurare le prestazioni considerate indispensabili. Parallelamente allo sciopero sono previste assemblee e manifestazioni in diverse città, tra cui Roma, Rieti, Milano, Palermo, Napoli e Pescara, organizzate o sostenute dallo Smi.

Perché i medici scioperano

La protesta nasce soprattutto dal dissenso nei confronti del nuovo modello organizzativo della medicina generale. Il punto più controverso riguarda il cosiddetto debito orario nelle Case della Comunità, che il Sindacato Medici Italiani respinge con decisione.

Per lo Smi, il nuovo assetto rischia di trasformare gli equilibri della professione senza affrontare in modo adeguato le criticità già presenti sul territorio. La questione non riguarda quindi soltanto la distribuzione delle ore di lavoro, ma investe il futuro stesso del rapporto tra medico di famiglia, servizio sanitario e strutture territoriali.

Tra le ragioni della mobilitazione c’è anche la contrarietà al ruolo unico della medicina generale, altro elemento dell’accordo contestato dal sindacato.

Il modello proposto dallo Smi

Il sindacato non si limita però a indicare ciò che non condivide. La sua piattaforma contiene anche una serie di proposte considerate alternative all’impostazione attuale.

Lo Smi chiede innanzitutto l’introduzione di un doppio canale, con la possibilità di un accesso volontario alla dipendenza. Sul fronte della formazione, il sindacato sostiene l’istituzione della scuola di specializzazione universitaria in Medicina Generale, ritenuta necessaria per rafforzare il percorso professionale e accademico dei futuri medici di famiglia.

Tra le richieste figura inoltre la reintroduzione dell’Area

La cantina, le ore di paura e l’arresto: 26enne accusato di violenza sessuale e sequestro

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Una cantina buia e isolata, una porta resa inaccessibile e ore durante le quali, secondo la ricostruzione degli inquirenti, una ragazza poco più che maggiorenne sarebbe stata sottoposta a violenze sessuali, percosse e minacce di morte. È lo scenario al centro dell’inchiesta che ha portato all’arresto di un 26enne di Castellammare di Stabia, ritenuto responsabile, allo stato degli atti e in attesa degli ulteriori sviluppi giudiziari, di violenza sessuale, lesioni personali e sequestro di persona, tutti reati contestati con aggravanti.

I fatti risalgono alla notte tra il 2 e il 3 agosto. La giovane avrebbe conosciuto il 26enne attraverso un social network. Da quel primo contatto, secondo l’ipotesi investigativa, sarebbe nato l’appuntamento che avrebbe condotto la ragazza in una cantina all’interno di un condominio della città stabiese. Un luogo che, stando alla ricostruzione, si sarebbe trasformato in una trappola.

Una volta all’interno, l’uomo avrebbe sottratto alla giovane il telefono cellulare e bloccato l’unica via d’uscita utilizzando un pesante termosifone. Non sarebbe stato l’unico espediente adottato per impedirle di andare via. Nel corso delle ore successive, secondo quanto denunciato dalla vittima, sarebbero state utilizzate anche travi di legno per immobilizzarla.

La ragazza avrebbe chiesto ripetutamente di essere lasciata libera e avrebbe manifestato in modo inequivocabile il proprio dissenso. Nonostante questo, sempre secondo la ricostruzione degli investigatori, il 26enne avrebbe continuato a sottoporla a violenze fisiche e ad atti sessuali. Le contestazioni comprendono anche minacce di morte.

La svolta nell’indagine è arrivata dopo la denuncia della giovane. Da quel momento i carabinieri della stazione di Sant’Antonio Abate hanno avviato gli accertamenti necessari a ricostruire con precisione quanto sarebbe accaduto quella notte. Un lavoro investigativo che ha consentito, secondo la Procura di Torre Annunziata, di mettere insieme una serie di elementi ritenuti concordanti.

Il racconto della vittima è stato considerato dagli inquirenti particolarmente significativo. Nella nota della Procura viene definito “dettagliato e pienamente coerente”. A sostegno della denuncia sarebbero arrivati anche i referti dei medici dell’ospedale al quale la ragazza si è rivolta dopo i fatti, oltre alla documentazione fotografica acquisita dalla polizia giudiziaria.

Un ulteriore tassello sarebbe rappresentato dalle testimonianze delle persone alle quali la giovane aveva raccontato quanto accaduto subito dopo l’episodio. Elementi che, valutati complessivamente dagli investigatori e dall’autorità giudiziaria, hanno portato alla richiesta di una misura cautelare.

Il gip del Tribunale di Torre Annunziata, su richiesta della Procura oplontina, ha disposto per il 26enne la custodia cautelare in carcere. Nel provvedimento, secondo quanto riferito dalla Procura, vengono sottolineate “l’estrema gravità della condotta dell’indagato”, la sua ritenuta “particolare pericolosità sociale” e l’esistenza di un concreto rischio di reiterazione di reati della stessa specie.

L’arresto chiude, per ora, la prima fase di un’indagine nata dalla denuncia della giovane e costruita attraverso il confronto tra il suo racconto e gli elementi raccolti dagli investigatori. Sarà ora la fase giudiziaria a stabilire le responsabilità dell’indagato, che resta presunto innocente fino a un’eventuale sentenza definitiva

L’ansia dell’intelligenza artificiale arriva in Borsa: i timori di Anthropic e OpenAI frenano i titoli tech

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Le Borse europee aprono la settimana con il freno tirato. A pesare sul sentiment degli investitori sono due fattori apparentemente lontani, ma capaci di muovere rapidamente i mercati: da una parte l’attesa per le prossime decisioni delle banche centrali, con la Federal Reserve in calendario mercoledì, dall’altra il crescente dibattito sui rischi associati alla corsa dell’intelligenza artificiale.

È soprattutto quest’ultimo fronte a mettere sotto pressione il comparto tecnologico. Gli avvertimenti arrivati dai vertici delle principali società del settore hanno riacceso il tema della sicurezza dei sistemi di AI e della velocità con cui stanno aumentando le loro capacità. Un elemento che, dopo settimane segnate da incidenti e nuove segnalazioni sul fronte della sicurezza informatica, comincia a riflettersi anche sulle valutazioni di Borsa.

In avvio il Ftse Mib di Milano cede lo 0,59%, mentre il Dax di Francoforte perde lo 0,31% e il Cac 40 di Parigi arretra dello 0,44%. In calo anche l’Ibex 35 di Madrid, a -0,28%. Più tonica Londra, con il Ftse 100 in rialzo dello 0,30%. A Tokyo il Nikkei ha terminato la seduta in flessione dello 0,58%.

L’allarme sull’AI: «Serve rallentare»

A riportare in primo piano il lato oscuro della rivoluzione dell’intelligenza artificiale è Anthropic. Dopo gli episodi delle ultime settimane, l’attenzione si concentra in particolare sulla possibilità che sistemi sempre più autonomi possano essere utilizzati per condurre attacchi senza un intervento umano diretto.

Il messaggio lanciato dalla società che ha sviluppato Claude è netto: la corsa al potenziamento dei modelli non può procedere senza interrogarsi sulle conseguenze. «Dobbiamo rallentare il ritmo con cui miglioriamo le capacità dei modelli di AI», è il monito arrivato dai vertici dell’azienda.

Il timore non riguarda soltanto l’uso malevolo degli strumenti già disponibili. Il problema, secondo Anthropic, è anche la rapidità con cui le capacità dei sistemi stanno crescendo. Per Dario Amodei, amministratore delegato della società, un’intelligenza artificiale non adeguatamente controllata potrebbe arrivare a superare la capacità degli esseri umani di comprenderne il funzionamento e di mantenerne il controllo.

Da qui l’invito a procedere con maggiore cautela per evitare scenari definiti potenzialmente catastrofici.

È un avvertimento che assume un peso particolare sui mercati. Per gli investitori, infatti, la questione non è più soltanto quanto velocemente l’AI possa aumentare produttività, ricavi e profitti delle aziende. Entra in gioco anche il costo dei rischi associati a una tecnologia che sta diventando sempre più potente e pervasiva.

La conseguenza è una maggiore prudenza sui titoli tecnologici, soprattutto dopo una lunga fase nella quale l’entusiasmo per l’intelligenza artificiale ha sostenuto alcune delle più importanti capitalizzazioni del mercato.

Medio Oriente, il petrolio torna protagonista

A complicare ulteriormente il quadro ci sono le tensioni in Medio Oriente. Gli operatori continuano a monitorare l’evoluzione dell’offensiva degli Houthi, sostenuti dall’Iran, lungo le coste dello Yemen e le possibili ripercussioni sulle infrastrutture energetiche dell’area.

Particolare attenzione viene riservata all’Arabia Saudita. Il rischio è che il Paese possa vedere ridursi rapidamente le proprie scorte destinate all’esportazione qualora non venisse riattivato in tempi brevi il principale oleodotto verso il Mar Rosso.

L’infrastruttura è stata colpita nei giorni scorsi da droni, alimentando i timori sulla continuità delle forniture. In gioco ci sarebbe una quota pari a circa il 4% dell’offerta globale di petrolio, una percentuale sufficiente a mantenere alta la pressione sul mercato dell’energia.

Il Brent si mantiene così sui livelli più elevati da maggio, a 107 dollari al barile, in rialzo del 2,25%. Il Wti con scadenza ottobre viaggia invece a 102 dollari, con un aumento del 2,33%.

Per le Borse il caro greggio rappresenta un ulteriore elemento di incertezza. Un petrolio stabilmente sopra quota 100 dollari può infatti alimentare nuove pressioni inflazionistiche proprio mentre gli investitori attendono indicazioni decisive dalla Federal Reserve sulla traiettoria dei tassi.

A Milano Prysmian sotto pressione, Eni sfrutta il rally del greggio

A Piazza Affari la fotografia del mercato riflette perfettamente le due anime della seduta. Da una parte i titoli tecnologici e industriali risentono della cautela sull’AI, dall’altra il comparto energetico beneficia della corsa del petrolio.

Prysmian è tra i titoli più penalizzati e in avvio lascia sul terreno circa il 4%. Al contrario, Eni sale dell’1,3%, sostenuta dalla nuova fiammata del greggio e dalle prospettive favorevoli per il settore oil.

Tra i migliori anche Campari, che guadagna il 3% dopo le indicazioni positive arrivate dagli analisti.

Sul mercato valutario il dollaro si rafforza in vista della riunione della Fed e delle attese sulle prossime mosse di politica monetaria. L’euro scambia a 1,156 dollari.

Resta sotto osservazione anche il mercato obbligazionario italiano. Lo spread tra Btp e Bund apre in lieve rialzo a 86 punti base, mentre il rendimento del decennale del Tesoro sale al 4,37%.

La seduta parte dunque all’insegna della cautela. Gli investitori devono tenere insieme due rischi molto diversi: quello geopolitico, che torna a passare dal prezzo dell’energia, e quello tecnologico, legato a una rivoluzione che finora ha rappresentato soprattutto una straordinaria opportunità di crescita. Il mercato comincia ora a chiedersi quanto possa costare, invece, la sua faccia più imprevedibile.

Ex Ilva, Taranto si ferma. L’indotto sfida il governo: «Il tempo è scaduto»

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Taranto torna a mobilitarsi per l’ex Ilva. Dalle 9 di lunedì i lavoratori dell’indotto hanno incrociato le braccia per 24 ore, in una protesta che punta a riportare al centro dell’agenda del governo il destino di migliaia di addetti e delle imprese che ruotano attorno allo stabilimento siderurgico.

Lo sciopero, proclamato da Fim, Fiom, Uilm e Usb al termine di un’assemblea davanti alla portineria imprese, proseguirà fino alle 7 di martedì. La mobilitazione è accompagnata da una protesta sulle strade: i lavoratori hanno occupato la provinciale per Statte e, secondo quanto appreso, è stato annunciato anche un ulteriore blocco sulla statale in direzione Bari.

Non è soltanto una vertenza sindacale. In gioco c’è la tenuta occupazionale di un intero sistema produttivo. La fermata dell’area a caldo dello stabilimento entro la fine di ottobre, disposta dalla Corte d’Appello di Milano, alimenta infatti il timore di licenziamenti collettivi per circa 2.500 lavoratori dell’indotto.

Il fronte sindacale avverte che la protesta potrebbe essere soltanto l’inizio. «Non ci fermeremo se non ci saranno soluzioni e misure straordinarie per tutti i lavoratori», hanno fatto sapere le organizzazioni, chiedendo al governo risposte concrete sul reddito, sull’occupazione e sulle prospettive industriali del sito tarantino.

Domani il confronto a Palazzo Chigi

Il passaggio decisivo potrebbe arrivare domani, quando è atteso un nuovo confronto tra governo e sindacati sull’ex Ilva a Palazzo Chigi. Il condizionale resta però d’obbligo: alla vigilia dell’incontro, infatti, non era ancora arrivata una convocazione formale né alle organizzazioni sindacali né ai commissari delle amministrazioni straordinarie di Ilva e Acciaierie d’Italia.

Una situazione che accresce la tensione in una vertenza ormai segnata da scadenze sempre più ravvicinate. Per i sindacati, il margine per rinviare le decisioni è esaurito. «Il tempo è scaduto», è il messaggio lanciato dalle organizzazioni, che chiedono garanzie occupazionali immediate e un piano industriale capace di assicurare un futuro allo stabilimento e all’intero indotto.

Dal presidio di Taranto, Francesco Brigati, segretario generale della Fiom Cgil di Taranto, ha contestato l’assenza di risposte da parte dell’esecutivo. «Abbiamo chiesto al governo di sederci a un tavolo, ma non c’è stata risposta sui lavoratori», ha detto, sottolineando inoltre come non fosse ancora arrivata la convocazione per il confronto previsto a Palazzo Chigi.

Nel mirino dei sindacati c’è anche la gestione politica di una crisi che si trascina da anni. Secondo Brigati, la decisione della Corte d’Appello di Milano sulla chiusura dell’area a caldo non può essere considerata un fatto isolato. «La chiusura dell’area a caldo è responsabilità di tutti i governi», ha affermato, sostenendo che il provvedimento dei giudici abbia finito per «colmare un vuoto della politica».

A Taranto, intanto, la protesta cresce insieme all’incertezza. Lo sciopero dell’indotto mette in evidenza la fragilità di una filiera che non riguarda soltanto i cancelli dell’ex Ilva, ma coinvolge imprese, lavoratori e famiglie che dipendono direttamente dalla continuità produttiva dello stabilimento.

Il tavolo di Palazzo Chigi arriva dunque in un clima tutt’altro che disteso. Il governo è chiamato a dare risposte non solo sull’emergenza occupazionale, ma anche sulla prospettiva industriale di Taranto. Perché dietro i numeri della vertenza ci sono migliaia di posti di lavoro e il futuro di uno dei principali poli siderurgici italiani.

L’Europa ha scelto Washington. Ora scopre di non avere più un’industria

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A cura di Gilberto Borzini

Tocca allora a noi, miserrimi commentatori, ricordare al politico polacco, grande europeista e iperatlantista, che il collasso economico europeo fa capo alle determinazioni del Green Deal, alla chiusura del nucleare tedesco, all’espansioe a oriente della NATO, al sostegno incondizionato all’Ucraina, all’esplosione terroristica del gasdotto North Stream, alla sottomissione europea al volere degli USA, all’acquisto di GNL a prezzi da mercato nero: in sostanza una politica atlantista acritica e prona ha definito lo stato delle cose, definendo lo smantellamento dell’Europa economica e industriale che tanto infastidiva gli USA e la loro sempre più traballante economia.

Un esempio semplice?

Electrolux chiude le attività italiane il cui prodotto aveva per destinazione gli USA, andando ad aprire direttamente negli Stati Uniti, attratta dalle politiche fiscali agevolate e dall’assenza di dazi per chi produce in loco.

Gli incentivi offerti dagli Stati Uniti per andare a produrre nel loro territorio sono tanti, sono potenti e attrattivi soprattutto per chi nel mercato a stelle e strisce ha un importante mercato di sbocco: come ha replicato l’Unione Europea? Con il silenzio, o al massimo con azioni nazionali prima o poi destinate a divenire soggette a sanzioni da parte di Bruxelles, dove la solerzia sanzionatoria burocratica è quella di un mastino affamato.

L’UE, dalla crisi finanziaria del 2008 in poi, si è dimostrata per quello che è nella sostanza: una congrega di lobbisti, di affaristi e speculatori finanziari, di armivendoli e bigpharmaceutici  al cui servizio opera una congrega di pifferai capaci di manipolare l’informazione e la comunicazione per persuadere i contribuenti. Venditori di fumo che speculano sulla pelle dei cittadini, stringendo le loro esistenze in una morsa normativa sempre più soffocante, favorendo identità e denaro digitale con lo scopo manifesto di esercitare il controllo totale, trasformando il gradevole concetto di democrazia economica nel pessimo affare rappresentato dalla privatizzazione dei servizi pubblici.

Prima di Tusk l’avevamo capito tutti noi elettori che adesso in grande percentuale votiamo per protesta, persino per rappresaglia, a sostegno di quei movimenti che manifestamente si oppongono alla UE, a chi strizza l’occhio ad altri modelli e sistemi economici e politici, a quelle aggregazioni transcontinentali che nella loro essenza denunciano il distacco dal modello post colonialista che fu europeo e imperialista che fu, ed è, americano.

Votiamo chi va a letto col nemico nella convinzione che non sia quello il nemico bensì quello che fino a ieri si proclamava alleato.

Votiamo per affermare un’Europa che guarda e est e a sud con eguale simpatia e partecipazione, che domanda scusa per il proprio passato colonialista, che chiede una mano per riavviare l’industria, che si scusa per il proprio manifesto razzismo culturale, sociale, politico ed economico.

Votiamo gli inguardabili e i paria perché forse non aveva torto chi affermava che gli ultimi saranno i primi.

Votiamo per un’Europa che al primo posto mette le esigenze dei suoi cittadini, non quelle dei venditori di morte o degli usurai.

Chissà se anche Tusk arriverà a capire cosa sta accadendo?

Etna, nuova nube di cenere: scatta ancora l’allerta rossa per gli aerei

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L’Etna torna a lanciare cenere verso il cielo e per l’aviazione scatta nuovamente l’allerta rossa. Una nuova fase eruttiva ha prodotto un pennacchio che, secondo l’ultimo bollettino Vona dedicato al traffico aereo, ha raggiunto un’altezza di circa quattro chilometri.

L’attività del vulcano viene definita debole, ma l’emissione di cenere è risultata sufficientemente intensa e persistente da far innalzare progressivamente il livello di attenzione: prima il passaggio al codice arancione, poi il bollino rosso.

La nube si sta dirigendo verso sud-est, spinta dai venti a una velocità stimata di circa 18 chilometri orari. Le rilevazioni più recenti indicano tuttavia una progressiva dissipazione del pennacchio, un elemento che lascia prevedere un impatto limitato e non significativo sul traffico aereo.

Per il momento, però, il livello di allerta resta rosso. È una misura precauzionale legata soprattutto alla presenza di cenere vulcanica in quota, potenzialmente insidiosa per gli aeromobili anche quando l’attività eruttiva al suolo appare contenuta.

L’Etna, dunque, continua a mantenere alta l’attenzione. La situazione viene monitorata costantemente e l’evoluzione della nube nelle prossime ore sarà decisiva per stabilire se il fenomeno possa considerarsi ormai in fase di esaurimento o se il vulcano sia pronto a una nuova accelerazione della sua attività.

Petrolio oltre i 100 dollari, torna l’incubo rincari: il Wti sfonda quota 102

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Il petrolio torna a far paura. Nelle contrattazioni di questa mattina i prezzi del greggio accelerano con decisione, riportando i mercati davanti allo spettro di una nuova fiammata dei costi energetici. Il Wti con consegna a ottobre sale del 2,68% e raggiunge quota 102,73 dollari al barile. Il Brent, riferimento internazionale per il mercato europeo, con consegna a novembre, guadagna il 2,59% e viene scambiato a 107,32 dollari.

A spingere le quotazioni è soprattutto il timore che le tensioni geopolitiche possano trasformarsi in un problema concreto per la continuità delle forniture. Il mercato reagisce infatti a una serie di segnali che, messi insieme, alimentano l’incertezza sull’offerta di greggio e aumentano il premio al rischio incorporato nei prezzi.

L’oleodotto saudita fermato dopo gli attacchi

Tra gli elementi che hanno contribuito alla nuova accelerazione c’è la decisione dell’Arabia Saudita di chiudere un importante oleodotto. Il provvedimento arriva dopo gli attacchi con droni attribuiti a milizie filoiraniane attive in Iraq.

Per gli operatori non si tratta soltanto di un episodio militare. Ogni interruzione, anche temporanea, di una rotta o di un’infrastruttura strategica viene osservata con particolare attenzione in una fase nella quale la sicurezza degli approvvigionamenti è già al centro delle preoccupazioni dei mercati.

Il punto decisivo è proprio questo: quando il margine di sicurezza sulle forniture si restringe, anche un evento circoscritto può avere un effetto sproporzionato sulle quotazioni. Gli investitori tendono a prezzare in anticipo il rischio di ulteriori interruzioni, facendo salire il costo del barile prima ancora che si manifesti una reale carenza di petrolio.

Riflettori puntati sullo Stretto di Hormuz

A rendere ancora più delicato il quadro è il rinvio dell’incontro previsto in Oman tra l’Iran e gli Stati del Golfo sullo Stretto di Hormuz.

La notizia viene letta dal mercato come un ulteriore elemento di incertezza. Hormuz rappresenta infatti uno dei passaggi strategici più importanti per il commercio mondiale di energia e qualsiasi deterioramento della situazione nell’area può tradursi rapidamente in un aumento delle tensioni sui prezzi.

Il rinvio dei colloqui non significa, di per sé, un’interruzione dei flussi petroliferi. Ma in una fase caratterizzata da forti tensioni regionali, l’assenza di un canale diplomatico immediatamente operativo contribuisce ad alimentare i timori degli operatori.

Il rischio per famiglie e imprese

Il ritorno del greggio sopra i 100 dollari rappresenta un campanello d’allarme anche oltre i mercati finanziari. Un petrolio stabilmente più caro può infatti ripercuotersi sull’intera economia, dai costi dei carburanti alla logistica, fino ai prezzi dei beni trasportati e dei processi produttivi che dipendono dall’energia.

Non è automatico che ogni aumento del barile si trasferisca nella stessa misura sui prezzi alla pompa o sull’inflazione. Molto dipenderà dalla durata della fiammata, dall’andamento del cambio tra euro e dollaro e dalla capacità dei mercati di assorbire eventuali shock sull’offerta.

Per ora, però, il segnale arrivato dalle quotazioni è inequivocabile. Il petrolio torna sopra una soglia psicologica particolarmente sensibile e lo fa mentre il quadro geopolitico resta fragile.

Il mercato, ancora una volta, guarda a Hormuz, alle infrastrutture energetiche del Golfo e alle prossime mosse dei protagonisti regionali. Perché più che il prezzo di oggi, a preoccupare è la domanda che accompagna ogni rialzo: quanto a lungo potrà durare questa nuova pressione sul greggio?

Vanuatu, naufragio nel Pacifico: oltre 30 dispersi dopo l’affondamento del traghetto

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È ancora incerto il bilancio del naufragio che ha colpito Vanuatu, piccolo arcipelago del Pacifico meridionale. Oltre 30 persone risultano disperse dopo l’affondamento del traghetto Mv Matui, avvenuto venerdì scorso mentre l’imbarcazione era in navigazione tra le isole di Ambae e Santo.

A bordo si trovavano 47 persone. I soccorritori sono riusciti a trarne in salvo 15, mentre un corpo è stato recuperato in mare. Le ricerche sono proseguite fino a domenica, in condizioni rese difficili dal maltempo e dallo stato del mare. Da lunedì il dispositivo di soccorso si concentrerà soprattutto lungo la costa: le correnti, infatti, potrebbero avere spinto verso terra eventuali superstiti, allontanandoli dalla zona del naufragio.

Restano da chiarire le circostanze che hanno portato il traghetto ad affondare. Secondo quanto riferito dall’ufficio del primo ministro di Vanuatu, tra le possibili cause ci sarebbero i forti venti e il mare agitato, oltre al mancato rispetto degli avvisi sulle condizioni meteorologiche. Gli investigatori non escludono inoltre una possibile negligenza, compresa l’ipotesi che l’imbarcazione fosse sovraccarica.

Un elemento particolarmente rilevante riguarda proprio le condizioni del mare al momento della partenza. Il servizio meteorologico nazionale aveva infatti emesso un’allerta per venti forti e mare molto mosso nella giornata in cui il traghetto ha lasciato il porto. Saranno ora gli accertamenti a stabilire se e in quale misura gli avvisi siano stati ignorati e se eventuali violazioni delle norme di sicurezza abbiano contribuito alla tragedia.

Il naufragio riporta in primo piano anche la vulnerabilità dei collegamenti marittimi in una nazione composta da numerose isole, dove il trasporto via mare rappresenta un’infrastruttura essenziale per gli spostamenti della popolazione.

Vanuatu è un arcipelago formato da 83 isole nel Pacifico meridionale, situato a circa 1.750 chilometri a est dell’Australia settentrionale. In questo angolo remoto dell’Oceano Pacifico, le distanze, le condizioni meteorologiche mutevoli e la dipendenza dai collegamenti marittimi possono trasformare una normale traversata in una situazione di emergenza nel giro di poche ore.

Intanto, mentre le squadre di soccorso spostano progressivamente le ricerche verso la costa, resta drammaticamente aperta la domanda sul destino delle oltre 30 persone che mancano ancora all’appello.