26 Ottobre 2026, lunedì
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La Nato abbatte un drone sulla Lituania, alta tensione con Mosca: sfiorato un elicottero danese

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La tensione tra la Russia e i Paesi della Nato torna a salire e attraversa in poche ore il fianco orientale dell’Alleanza, dal Baltico all’Ucraina. In Lituania alcuni caccia italiani della Nato hanno abbattuto un drone che aveva fatto ingresso nello spazio aereo del Paese. L’episodio è stato reso noto dal presidente lituano Gitanas Nauseda e successivamente confermato dal ministro della Difesa italiano Guido Crosetto.

Un intervento che arriva mentre cresce l’attenzione sulle attività militari russe nell’area baltica. Poche ore prima, la Danimarca aveva denunciato un episodio considerato particolarmente grave: una fregata russa avrebbe lanciato due razzi di segnalazione in direzione di un elicottero militare danese impegnato in un’attività di sorveglianza in acque internazionali.

Secondo Copenaghen, il velivolo sarebbe stato sfiorato dai bengala. L’accaduto ha provocato una dura reazione politica e diplomatica. Le autorità danesi hanno annunciato la convocazione dell’ambasciatore russo per chiedere chiarimenti sull’episodio.

«Mosca ha passato ogni limite», è il messaggio arrivato da Copenaghen, a testimonianza di quanto l’incidente venga considerato delicato in un momento in cui il confronto tra Russia e Nato resta estremamente teso.

L’abbattimento del drone in Lituania aggiunge così un nuovo elemento a uno scenario già caratterizzato da frequenti incursioni, attività di sorveglianza e allerta militare lungo il fianco orientale dell’Alleanza. La presenza di caccia italiani nell’operazione conferma inoltre il ruolo dell’Italia nelle attività di difesa e pattugliamento dello spazio aereo degli alleati.

Nuovi attacchi nella notte su Kiev

Intanto la guerra continua a colpire anche la capitale ucraina. Tra la notte e le prime ore del mattino, due attacchi hanno interessato altrettante stazioni di servizio a Kiev. Secondo quanto riferito dal sindaco Vitaliy Klitschko, un drone si è schiantato contro una stazione di servizio nel quartiere di Holosiivskyi, provocando un incendio. Un secondo attacco ha interessato la stessa area della capitale.

Le esplosioni hanno causato incendi e, secondo le autorità locali, il bilancio è di almeno otto feriti.

Gli attacchi arrivano a poche ore dalle dichiarazioni di Donald Trump, che aveva riferito di un’intesa tra russi e ucraini per una tregua relativa alle infrastrutture energetiche. Un annuncio che avrebbe dovuto rappresentare un possibile punto di contatto tra le parti, ma che si confronta ora con una nuova serie di attacchi sul territorio ucraino.

Il quadro resta dunque estremamente fragile. Da una parte il fronte diplomatico tenta di mantenere aperto uno spazio per una tregua, dall’altra gli episodi militari lungo i confini della Nato e i nuovi raid contro Kiev mostrano quanto rapidamente la situazione possa tornare a deteriorarsi.

L’episodio dell’elicottero danese e l’abbattimento del drone in Lituania rappresentano, in questo contesto, due segnali distinti ma inseriti nello stesso clima di crescente allerta. E mentre Copenaghen prepara il confronto diplomatico con Mosca, gli alleati continuano a rafforzare la sorveglianza sul fianco orientale della Nato.

Armi nello spazio, Washington rompe il silenzio: «Gli Stati Uniti hanno capacità offensive e difensive in orbita»

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Per la prima volta Washington lo dice apertamente: gli Stati Uniti hanno armi nello spazio. A confermarlo è la Us Space Force, che in una dichiarazione ufficiale riconosce la presenza in orbita di capacità destinate a garantire il controllo del dominio spaziale e a proteggere le forze americane da eventuali azioni ostili.

La formulazione scelta dal Pentagono è prudente, ma il significato politico e militare è tutt’altro che secondario. «Gli Stati Uniti possiedono armi in orbita per il controllo dello spazio, capaci di difendere la Joint Force da azioni ostili di avversari», ha spiegato un portavoce, senza però rivelare quali sistemi siano effettivamente dispiegati.

Il punto non è soltanto la presenza di armamenti. È soprattutto il riconoscimento pubblico che lo spazio è ormai considerato dagli Stati Uniti un vero teatro operativo, nel quale le capacità militari possono essere utilizzate tanto per proteggere i propri asset quanto per colpire quelli di un avversario.

La stessa Us Space Force parla di «controllo dello spazio» come dell’insieme delle missioni necessarie per contendere e controllare il dominio orbitale, attraverso strumenti «cinetici e non cinetici». Una distinzione importante. Accanto ai sistemi capaci di produrre un effetto fisico diretto possono esistere infatti strumenti in grado di interferire con satelliti, comunicazioni, sensori o altri sistemi senza necessariamente distruggerli.

È una nuova frontiera della competizione militare. E, proprio perché gran parte delle capacità effettivamente disponibili rimane classificata, la dichiarazione americana vale anche come messaggio strategico rivolto ai principali rivali di Washington.

La sfida di Mosca e Pechino

Russia e Cina sono indicate dagli Stati Uniti come le due principali potenze in grado di mettere in discussione la superiorità americana nello spazio. Secondo la Space Force, Pechino sta sviluppando e impiegando capacità spaziali e anti-spaziali nel quadro della propria modernizzazione militare. Mosca, invece, considera apertamente lo spazio un dominio di combattimento e ritiene che la superiorità orbitale possa diventare decisiva nei conflitti futuri.

Il confronto, dunque, non riguarda soltanto la possibilità di mettere un’arma in orbita. Riguarda la capacità di impedire a un avversario di utilizzare i propri satelliti e, allo stesso tempo, di mantenere operativi i propri.

È una questione che tocca direttamente la sicurezza nazionale. Satelliti e infrastrutture spaziali sono ormai indispensabili per le comunicazioni militari, la navigazione, la raccolta di informazioni, l’osservazione della Terra e la gestione delle operazioni sul campo. Colpire o rendere inutilizzabile uno di questi sistemi può significare compromettere una catena militare molto più ampia, anche senza sparare un solo colpo sulla Terra.

Una corsa cominciata con lo Sputnik

La militarizzazione dello spazio non nasce oggi. È contemporanea alla stessa corsa allo spazio. Quando l’Unione Sovietica mise in orbita Sputnik nel 1957, la conquista dello spazio divenne immediatamente anche una questione di potenza militare. Washington e Mosca iniziarono a studiare non soltanto come utilizzare i satelliti, ma anche come proteggerli e, soprattutto, come neutralizzare quelli dell’avversario.

Per decenni lo scenario più temuto è stato quello delle armi nucleari nello spazio. Una parte di questo rischio venne affrontata con il Trattato sullo spazio extra-atmosferico del 1967, che proibisce il collocamento in orbita di armi di distruzione di massa, comprese quelle nucleari.

Il trattato, tuttavia, non ha trasformato lo spazio in una zona smilitarizzata. La competizione è semplicemente cambiata.

Le grandi potenze hanno continuato a sviluppare sistemi capaci di operare contro i satelliti, sperimentando tecnologie diverse e spesso difficili da classificare in modo netto come offensive o difensive. Dalle capacità anti-satellite ai sistemi di disturbo delle comunicazioni, fino alle tecnologie in grado di accecare o compromettere sensori e collegamenti, il confine tra guerra elettronica, intelligence e operazioni militari nello spazio è diventato sempre più sottile.

Il nuovo equilibrio sopra le nostre teste

La dichiarazione di Washington arriva quindi in un contesto nel quale lo spazio è diventato una componente essenziale della competizione tra potenze. La posta in gioco non è soltanto il controllo dell’orbita, ma la possibilità di mantenere funzionanti le infrastrutture da cui dipendono eserciti, sistemi di comunicazione e capacità di intelligence.

Per questo l’ammissione della Us Space Force assume un peso che va oltre la semplice rivelazione tecnologica. Dire pubblicamente che gli Stati Uniti dispongono di armi nello spazio significa riconoscere che la deterrenza militare si sta estendendo in modo sempre più esplicito oltre l’atmosfera.

E significa anche mandare un avvertimento a Mosca e Pechino: il dominio spaziale non è più soltanto il luogo della ricerca scientifica, dei satelliti commerciali e delle missioni esplorative. È diventato un campo di confronto strategico nel quale le grandi potenze si preparano a difendere i propri interessi e, se necessario, a mettere fuori gioco quelli degli avversari.

L’intelligenza artificiale entra nel Consiglio di Sicurezza dell’Onu

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L’intelligenza artificiale si prepara a conquistare un posto di primo piano nell’agenda delle Nazioni Unite. La prossima settimana, in occasione dell’Assemblea Generale dell’Onu, il tema sarà al centro del confronto internazionale e potrebbe approdare anche al Consiglio di Sicurezza, chiamato ad affrontare il rapporto sempre più stretto tra sviluppo dell’AI e sicurezza globale.

A riferirlo è una fonte diplomatica francese, citata dai media transalpini, secondo la quale l’intelligenza artificiale sarà «in cima all’agenda» dell’Assemblea Generale. Un’indicazione che conferma quanto rapidamente la questione sia passata dai tavoli degli esperti tecnologici a quelli della diplomazia internazionale.

La stessa fonte ha anticipato che «dovrebbe esserci una riunione del Consiglio di Sicurezza dedicata all’intelligenza artificiale e alla sicurezza». Un appuntamento che, se confermato, segnerebbe un ulteriore passo nel tentativo delle Nazioni Unite di misurarsi con una tecnologia capace di incidere non soltanto sull’economia e sulla società, ma anche sugli scenari strategici e militari.

L’AI è infatti diventata una componente sempre più rilevante della competizione tra Stati. Dalla capacità di elaborare enormi quantità di informazioni allo sviluppo di sistemi autonomi, dalla cybersicurezza alla guerra elettronica, le applicazioni dell’intelligenza artificiale stanno modificando il modo in cui vengono valutate minacce e opportunità sul piano internazionale.

La discussione all’Onu arriva dunque in una fase delicata. La rapidità dell’innovazione tecnologica corre più velocemente della definizione di regole condivise, mentre governi e istituzioni cercano un equilibrio tra la necessità di favorire lo sviluppo dell’AI e quella di limitarne i possibili rischi.

Portare il tema davanti al Consiglio di Sicurezza significa, soprattutto, riconoscere che l’intelligenza artificiale non è più soltanto una questione tecnologica. È diventata anche una questione di potere, stabilità e sicurezza internazionale. E le Nazioni Unite si apprestano a discuterne nel luogo in cui le principali crisi globali vengono tradizionalmente affrontate.

Artico, l’Europa alza la guardia: «Serve una presenza più strategica»

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L’Artico non è più soltanto una frontiera remota, sospesa tra ghiacci, rotte marittime e risorse naturali. È diventato uno dei nuovi teatri della competizione geopolitica mondiale, dove gli equilibri di sicurezza dell’Europa si intrecciano con le ambizioni della Russia e con la crescente attenzione degli Stati Uniti. Ed è proprio per questo che dodici Paesi europei chiedono all’Unione europea di cambiare passo.

L’appello è arrivato al termine di un vertice organizzato nel nord della Finlandia, dove i rappresentanti dei Paesi partecipanti hanno sollecitato Bruxelles ad assumere un ruolo più incisivo nella regione. «L’Unione europea deve avere un ruolo più strategico e proattivo nell’Artico europeo», è il messaggio contenuto nella dichiarazione congiunta sottoscritta dai dodici governi.

Tra i firmatari figurano Danimarca, Francia, Germania, Svezia e Grecia, insieme agli altri Paesi che hanno preso parte all’incontro. Una composizione che restituisce la portata politica dell’iniziativa: la sicurezza dell’Artico non viene più considerata una questione circoscritta ai Paesi direttamente affacciati sul Grande Nord, ma un dossier che riguarda l’intera architettura strategica europea.

A rendere più urgente la richiesta è soprattutto il mutamento degli equilibri nell’area. La Russia ha consolidato negli anni la propria presenza militare e strategica nell’Artico, mentre il progressivo scioglimento dei ghiacci sta rendendo la regione sempre più rilevante anche sul piano economico. Nuove rotte marittime, accesso a risorse naturali e controllo delle infrastrutture trasformano così una regione un tempo periferica in uno spazio di crescente valore strategico.

A questa dinamica si aggiunge la posizione di Washington. Le dichiarazioni e le ambizioni del presidente americano Donald Trump hanno contribuito a riportare l’Artico al centro del dibattito internazionale, aumentando le preoccupazioni nelle capitali europee sulla necessità di tutelare direttamente gli interessi e la sicurezza del continente.

Per l’Europa, dunque, la sfida non riguarda soltanto la capacità di presidiare una regione distante dai principali centri politici dell’Unione. In gioco c’è la possibilità di non subire le trasformazioni geopolitiche in corso, ma di partecipare alla definizione dei nuovi equilibri.

Il messaggio dei dodici Paesi a Bruxelles è quindi netto: l’Artico non può più essere considerato una periferia strategica. La competizione tra potenze lo ha trasformato in una delle aree dove si misura la capacità europea di proteggere i propri interessi, costruire una politica estera più autonoma e affrontare un ordine internazionale sempre più conteso.

Sanzioni alla Russia, l’Ue prende tempo: proroga di sette giorni

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L’Unione europea sceglie la strada del rinvio. Le sanzioni individuali contro la Russia, che sarebbero scadute domani, vengono prorogate di altri sette giorni, fino alla mezzanotte di martedì 22 settembre. Una decisione interlocutoria, che consente agli Stati membri di guadagnare tempo per esaminare nel dettaglio le proposte di rinnovo e scongiura, almeno per il momento, il rischio di una cancellazione dalla lista nera per quasi 3mila persone.

A comunicare la decisione è la presidenza di turno irlandese, al termine della riunione del Coreper, il comitato che riunisce i rappresentanti permanenti dei Paesi membri. «Al fine di concedere agli Stati membri più tempo per esaminare in modo approfondito le proposte di rinnovo», si legge nella nota, è stato deciso di estendere il regime sanzionatorio «per un periodo di 7 giorni, fino alla mezzanotte di martedì 22 settembre».

Non si tratta dunque di un allentamento delle misure contro Mosca, né di una revisione dell’impianto delle sanzioni. Il punto è soprattutto procedurale e politico: i governi europei non hanno ancora concluso l’esame necessario per procedere al rinnovo e hanno scelto di evitare che il termine imminente producesse effetti automatici.

La proroga permette ora di completare le procedure giuridiche necessarie a dare attuazione alla decisione. Nel frattempo, resta congelata la prospettiva che migliaia di nomi possano uscire dalla lista delle persone sottoposte alle misure restrittive europee.

Il rinvio di una settimana segnala anche la delicatezza del dossier. Sul tavolo non c’è soltanto la prosecuzione tecnica delle sanzioni, ma la tenuta di uno degli strumenti centrali attraverso cui l’Ue esercita pressione sulla Russia dall’inizio dell’invasione dell’Ucraina.

Bruxelles prende quindi tempo, ma non cambia rotta. La nuova scadenza del 22 settembre diventa ora il prossimo passaggio decisivo: entro quella data gli Stati membri dovranno completare l’esame delle proposte e formalizzare il rinnovo delle misure.

Cina contro l’allarme sull’Ia: «Rallentare significa consegnare il vantaggio a Pechino»

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La corsa all’intelligenza artificiale ha ormai assunto i contorni di una partita nella quale tecnologia, sicurezza nazionale e potere geopolitico si intrecciano sempre più strettamente. Da una parte c’è chi invita a rallentare, a costruire argini prima che la potenza dei nuovi sistemi superi la capacità degli Stati di governarli. Dall’altra c’è chi considera proprio il rallentamento il rischio più immediato: perdere terreno nella competizione globale.

La Cina appartiene senza esitazioni al secondo fronte.

Pechino ha reagito con durezza agli appelli arrivati dai vertici delle grandi aziende americane dell’Ia, contrari a una corsa senza sufficienti garanzie di sicurezza. Per il portavoce del ministero degli Esteri Guo Jiakun, alimentare l’allarme, contrapporre i Paesi e trasformare la tecnologia in una gara di paura e sospetti non aiuta a costruire una governance globale dell’intelligenza artificiale. Al contrario, rischia di ostacolarla.

La posizione cinese, però, è tutt’altro che un invito a procedere senza freni. Il messaggio di Pechino è più articolato: l’Ia va sviluppata rapidamente, ma allo stesso tempo deve essere sottoposta a strumenti di prevenzione e controllo dei rischi. È una distinzione tutt’altro che secondaria, perché rivela la vera posta in gioco. La questione non è più soltanto quanto velocemente evolverà l’intelligenza artificiale, ma chi riuscirà a governarne l’evoluzione.

A dirlo con particolare chiarezza è stato Chen Yixin, ministro cinese della Sicurezza di Stato e responsabile dell’intelligence di Pechino. In un lungo intervento pubblicato online ha definito l’intelligenza artificiale il principale terreno di scontro della competizione tecnologica internazionale e una nuova arena della rivalità strategica tra le grandi potenze.

Per la Cina, dunque, l’Ia non è semplicemente una rivoluzione industriale. È anche una questione di sovranità.

Chen ha messo in guardia dall’utilizzo della tecnologia da parte di potenze straniere per raccogliere informazioni sensibili e per alimentare campagne di manipolazione dell’opinione pubblica. Web crawler intelligenti, sistemi di estrazione e analisi dei dati e strumenti avanzati di profilazione, secondo il ministro, potrebbero essere impiegati per acquisire informazioni strategiche, segreti commerciali, dati personali e informazioni legate alla sicurezza nazionale.

Ma la preoccupazione cinese riguarda anche la capacità dell’Ia di diventare uno strumento di guerra cognitiva. Secondo Chen, tecnologie generative potrebbero essere utilizzate per fabbricare voci politiche, diffondere contenuti dannosi e condizionare il dibattito pubblico, fino a trasformare l’informazione in un vero campo di battaglia.

È il paradosso della nuova corsa tecnologica: gli stessi strumenti che Pechino considera indispensabili per il proprio sviluppo sono anche quelli che teme possano essere utilizzati contro di essa.

Il tema assume un peso ancora maggiore guardando alla dimensione militare. I recenti conflitti hanno mostrato quanto l’intelligenza artificiale possa incidere sulla capacità di raccogliere informazioni, individuare obiettivi, elaborare dati e prendere decisioni sul campo. Per questo la Cina considera essenziale mantenere il controllo sulle tecnologie strategiche, a partire dai chip avanzati necessari per addestrare i modelli più potenti.

La sovranità tecnologica passa quindi anche dai semiconduttori. E la competizione con gli Stati Uniti non riguarda più soltanto quale Paese costruirà l’Ia migliore, ma chi controllerà le infrastrutture, i dati e i componenti indispensabili per farla funzionare.

In questo scenario si inserisce anche Donald Trump, che ha scelto di schierarsi contro quello che considera un eccesso di allarmismo. Il presidente americano ha accusato alcuni esponenti dell’industria tecnologica di voler frenare un settore strategico e ha sostenuto che un irrigidimento delle regole potrebbe finire per avvantaggiare proprio la Cina.

Il bersaglio più evidente delle sue critiche è Dario Amodei, amministratore delegato di Anthropic, tra i manager che hanno espresso maggiore preoccupazione per la velocità con cui vengono sviluppati sistemi sempre più avanzati. Trump considera questo atteggiamento un potenziale ostacolo alla leadership americana e ha denunciato quella che definisce una sorta di “cospirazione” contro l’Ia e i data center.

Il messaggio della Casa Bianca è dunque opposto a quello dell’Onu: non è la velocità della corsa a costituire necessariamente il problema, ma il rischio che gli Stati Uniti rallentino mentre altri continuano ad avanzare.

Il fronte dell’allarme

Eppure il fronte dei preoccupati continua ad allargarsi.

Prima Bill Gates, poi il ricercatore di Anthropic Jacob Coxon, quindi lo stesso Amodei e il numero uno di OpenAI Sam Altman. Anche Elon Musk, pur da una posizione spesso radicalmente diversa rispetto agli altri protagonisti della Silicon Valley, ha più volte lanciato avvertimenti sui rischi legati allo sviluppo dell’intelligenza artificiale.

A questi nomi si aggiunge ora quello di Volker Türk, Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani. E qui la prospettiva cambia radicalmente. Il problema non viene affrontato dal punto di vista della concorrenza tra aziende o della leadership tecnologica, ma da quello dei diritti fondamentali.

Per Türk, il tempo a disposizione per costruire regole efficaci si sta restringendo. La velocità dello sviluppo tecnologico rischia infatti di lasciare indietro la capacità normativa e istituzionale degli Stati.

In una lettera rivolta ai governi e alle principali aziende del settore, l’Alto Commissario ha parlato di una possibile svolta irreversibile, destinata a incidere non soltanto sulla generazione attuale ma anche su quelle future.

Il punto centrale del suo ragionamento è semplice: più l’Ia diventa potente, maggiore diventa il costo di un suo eventuale malfunzionamento o utilizzo irresponsabile.

Un sistema compromesso potrebbe, secondo Türk, provocare conseguenze molto più ampie di quelle di un normale errore informatico. Potrebbe paralizzare servizi essenziali, interferire con le comunicazioni, destabilizzare infrastrutture critiche e arrivare a colpire le stesse istituzioni democratiche.

Non è però soltanto lo scenario estremo a preoccupare le Nazioni Unite. I rischi sono già visibili nella vita quotidiana.

L’automazione può lasciare indietro le persone meno attrezzate per affrontarla. L’enorme quantità di dati richiesta dai nuovi sistemi può trasformarsi in una pressione crescente sulla privacy. Gli strumenti di sorveglianza diventano più sofisticati e capillari. E la produzione automatizzata di contenuti può rendere sempre più difficile distinguere un’informazione autentica da una costruita artificialmente.

È soprattutto sul terreno dell’informazione che la sfida potrebbe diventare decisiva. La disinformazione generata o amplificata dall’Ia può alterare il dibattito pubblico, alimentare polarizzazione, indebolire la fiducia nelle istituzioni e rendere più fragile la coesione sociale.

In altre parole, l’intelligenza artificiale potrebbe non avere bisogno di sostituire la democrazia per indebolirla. Potrebbe bastare renderne più difficile il funzionamento.

La partita delle regole

Da qui l’appello di Türk agli Stati e alle aziende: la governance dell’Ia deve procedere alla stessa velocità della tecnologia.

L’Onu chiede in particolare controlli indipendenti e competenti sulle capacità dei sistemi più avanzati, con la possibilità per gli organismi di verifica di accedere ai modelli, alla documentazione tecnica e agli ambienti di test. Alle aziende viene inoltre chiesto di adottare procedure permanenti di valutazione dell’impatto sui diritti umani.

La parola chiave è responsabilità. Non basta sviluppare modelli più potenti. Occorre sapere prima, e non dopo, quali conseguenze possono produrre.

È qui che lo scontro tra le due visioni diventa più interessante. Pechino sostiene che l’allarmismo possa trasformarsi in un freno alla competizione e quindi in un vantaggio per chi non rallenta. Washington teme che troppe regole possano compromettere la leadership americana. Le Nazioni Unite ribattono che senza regole il prezzo della competizione potrebbe essere pagato dalla società nel suo complesso.

Tre prospettive diverse, una stessa consapevolezza: l’intelligenza artificiale è ormai uscita dai laboratori.

È diventata una questione di sicurezza, di economia, di geopolitica e di democrazia. E mentre Stati Uniti e Cina si preparano a confrontarsi anche su questo terreno, la domanda non è più se l’Ia cambierà il mondo. La vera domanda è chi riuscirà a decidere come cambiarlo.

Perché nella nuova corsa tecnologica il vantaggio non sarà necessariamente di chi arriverà per primo. Potrebbe essere di chi riuscirà a trovare, prima degli altri, il modo di tenere insieme innovazione e controllo, potenza e responsabilità.

Israele, il caso Naza scuote l’Idf: indagine sulla fuga di materiale classificato

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Il caso Naza non si spegne con la ribalta internazionale conquistata alla Mostra del cinema di Venezia. Al contrario, il docufilm firmato da Yuval Abraham e Rachel Szor continua ad alimentare una delle controversie più delicate in Israele, fino a coinvolgere direttamente i vertici delle Forze di difesa israeliane. Dopo le minacce di alcuni ministri, che hanno evocato persino la revoca della cittadinanza per i due registi, arriva ora la reazione del capo di Stato maggiore dell’Idf, il tenente generale Eyal Zamir.

Zamir ha ordinato una revisione degli aspetti legali legati alla pellicola e un’indagine sulla possibile divulgazione non autorizzata di materiale classificato che sarebbe stato utilizzato nella realizzazione del film. Al centro dell’iniziativa non c’è soltanto la provenienza delle informazioni finite nella produzione, ma anche il contenuto stesso del documentario, che secondo l’esercito presenterebbe una ricostruzione distorta degli eventi e conterrebbe accuse gravemente lesive nei confronti di soldati e comandanti israeliani.

La posizione assunta dal capo di Stato maggiore è particolarmente netta. Secondo Zamir, Naza non si limiterebbe a proporre una lettura critica dell’operato delle forze armate, ma altererebbe deliberatamente la realtà con l’effetto di indebolire la legittimità dell’Idf e, più in generale, dello Stato di Israele. Un giudizio che porta la vicenda dal terreno della discussione cinematografica e politica a quello della sicurezza nazionale e della tutela dell’immagine delle istituzioni militari.

Per affrontare la questione è stato disposto un gruppo di lavoro interagenzia e multidisciplinare, guidato dal capo della Direzione della pianificazione. Il team dovrà valutare le iniziative da adottare e mettere a punto strumenti per contrastare quelle che l’esercito considera false accuse rivolte alle proprie forze e ai propri militari. Nel lavoro potranno essere coinvolti anche esperti israeliani e stranieri, a conferma della dimensione internazionale che la controversia ha assunto dopo il riconoscimento ottenuto dal film.

Parallelamente, il procuratore generale militare è stato incaricato di esaminare gli eventuali profili giuridici della vicenda e di valutare possibili azioni nei confronti del film e delle persone coinvolte nella sua produzione. Non si tratta quindi soltanto di una verifica interna sulla correttezza delle informazioni utilizzate: l’Idf sta valutando se esistano i presupposti per iniziative legali.

Un capitolo distinto riguarda invece la sicurezza informatica. L’esercito intende accertare come eventuale materiale classificato sia entrato nella disponibilità dei realizzatori del documentario e se vi siano state fughe di informazioni riconducibili a soggetti appartenenti o collegati alle strutture militari. L’indagine dovrà dunque stabilire non soltanto che cosa sia stato divulgato, ma anche attraverso quali canali e con quale responsabilità.

La risposta dell’Idf non si fermerà tuttavia alle aule giudiziarie o alle verifiche di sicurezza. Zamir ha chiesto un più ampio piano di diplomazia pubblica, da sviluppare tanto sul fronte interno quanto su quello internazionale, in coordinamento con il ministero degli Esteri, il ministero della Giustizia, la direzione nazionale per la diplomazia pubblica e gli altri organismi competenti.

La posta in gioco, nella lettura dei vertici militari, è infatti anche reputazionale. L’esercito israeliano sostiene di voler utilizzare tutti gli strumenti disponibili per difendere i propri soldati, i comandanti e le unità impegnate nelle operazioni, oltre a tutelare la credibilità dell’istituzione militare.

Il caso Naza si colloca così in un punto particolarmente sensibile del dibattito israeliano. Da una parte c’è un’opera cinematografica che ha ottenuto visibilità e riconoscimento fuori dai confini del Paese. Dall’altra, un apparato militare che considera alcune delle ricostruzioni contenute nel film non semplicemente contestabili, ma potenzialmente dannose per la sicurezza, la reputazione e la legittimità dello Stato.

Ed è proprio questo passaggio a rendere la vicenda più ampia di una normale polemica intorno a un documentario. La discussione sul film rischia infatti di trasformarsi in un confronto sul confine tra libertà di espressione, responsabilità nella diffusione delle informazioni e tutela del materiale classificato. Un terreno sul quale, in Israele, la dimensione politica e quella della sicurezza nazionale sono spesso difficili da separare.

My Fair Plus: il nuovo ponte digitale tra Fieramilano e le eccellenze del Paese

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È stata presentata al Teatro alla Scala di Milano la nuova piattaforma digitale My Fair Plus – Beyond the Exhibition. All’evento hanno partecipato l’Assessore alla Cultura di Regione Lombardia Francesca Caruso, il Sovrintendente e Direttore Artistico del Teatro alla Scala Fortunato Ortombina, il Presidente di Fondazione Fiera Milano Giovanni Bozzetti e, in collegamento da Roma, il Ministro del Turismo Gianmarco Mazzi.

La piattaforma rappresenta il primo risultato concreto del Protocollo per la Promozione e la Valorizzazione Artistica e Culturale, nato dalla collaborazione tra Fondazione Fiera Milano, Fiera Milano, Regione Lombardia e i principali enti culturali del territorio. Questo accordo ha riunito, per la prima volta attorno allo stesso tavolo, un’ampia rete di istituzioni con l’obiettivo di fare sistema tra fiere, cultura e territorio, unendo l’attrattività internazionale delle manifestazioni fieristiche alla ricchezza dell’offerta culturale e delle eccellenze italiane.

A fare gli onori di casa è stato Fortunato Ortombina, Sovrintendente e Direttore Artistico del Teatro alla Scala, che ha commentato con entusiasmo la nascita del progetto: “Siamo lieti di ospitare la presentazione di My Fair Plus, un’iniziativa promossa da Fondazione Fiera Milano che rafforza il legame tra il sistema fieristico e il patrimonio culturale di Milano. La Scala è parte integrante della vita della città e, attraverso la musica e lo spettacolo, contribuisce ogni giorno a raccontarne l’identità nel mondo. Creare occasioni di incontro tra chi arriva a Milano per lavoro e le sue eccellenze culturali significa offrire un’esperienza più completa della città e valorizzare quella capacità di accoglienza e di apertura che da sempre la contraddistingue”.

Un plauso all’innovazione del progetto arriva direttamente dal Ministro del Turismo, Gianmarco Mazzi, che ha sottolineato la centralità del digitale e il primato del capoluogo lombardo: “My Fair Plus è un grande progetto che ha come obiettivo quello di mettere in dialogo il sistema fieristico con quello culturale e turistico. Un’idea non solo intelligente ma anche puntuale. La caratteristica principale dei turisti internazionali è di essere tecnologici: l’80% dei turisti under 45 programma le sue visite utilizzando i social ed è cresciuta del 18% la percentuale di chi utilizza l’intelligenza artificiale. Questo progetto è dunque un’idea innovativa e molto forte. L’Italia ha il portale turistico più forte d’Europa, sarà molto importante collaborare insieme per rafforzare il sistema fieristico italiano, che è già un importantissimo attrattore con 10 miliardi di indotto e quasi 19 milioni di visitatori, il secondo in Europa, dietro la Germania, e il quarto al mondo. In questo panorama, la Fiera di Milano è davanti a tutti ed è la locomotiva di tutto il sistema fieristico nazionale”.

Il nuovo ecosistema digitale nasce proprio per mettere in connessione il calendario delle manifestazioni fieristiche con un’offerta sempre più ampia di cultura, turismo ed enogastronomia. L’obiettivo è permettere a visitatori ed espositori di pianificare e vivere un’esperienza che prosegue e si espande oltre gli spazi fisici della fiera.

Promossa da Fondazione Fiera Milano, la piattaforma è stata infatti pensata per trasformare la partecipazione a un evento d’affari in un’occasione unica per conoscere e vivere le eccellenze del territorio. Grazie a questo strumento, gli utenti avranno l’opportunità di arricchire la propria permanenza scoprendo mostre, spettacoli, luoghi della cultura, esperienze inedite e produzioni locali d’eccellenza.

Accanto alle grandi istituzioni culturali, la piattaforma si arricchisce del contributo fondamentale di partner strategici attivi nei settori della mobilità, dell’accoglienza e dell’enogastronomia. L’obiettivo è quello di strutturare un servizio che accompagni l’ospite in ogni fase del suo soggiorno, garantendo un’esperienza di viaggio fluida, completa e fortemente integrata con il tessuto locale.

Sul fronte degli spostamenti, Trenitalia (Gruppo FS) e Trenord partecipano al progetto in qualità di mobility partner, offrendo soluzioni integrate per agevolare e pianificare i trasferimenti sul territorio. Per quanto riguarda la ricettività e l’ospitalità alberghiera, visitatori ed espositori possono contare sul supporto specialistico di MiCoDmc, che facilita l’individuazione delle migliori strutture e soluzioni di soggiorno personalizzate.

A confermare il valore strategico dell’accordo sul fronte della mobilità sostenibile sono i vertici delle due aziende ferroviarie. Francesco Cacciapuoti (Direttore Sales di Trenitalia) ha sottolineato come la partnership punti a incentivare l’uso del treno quale mezzo più sicuro, moderno e veloce per raggiungere direttamente il quartiere fieristico di Rho e scoprire il territorio. Da parte loro, i vertici di Trenord hanno evidenziato la capillarità del servizio: l’Amministratore Delegato Andrea Severini ha ricordato le oltre 2400 corse quotidiane messe a disposizione della mobilità business e leisure per promuovere un turismo accessibile, mentre la Presidente Federica Santini ha ribadito il ruolo cardine della ferrovia come asset industriale strategico a supporto delle eccellenze lombarde.

Un ruolo di primo piano è affidato anche alla valorizzazione del patrimonio agroalimentare. Fondazione Qualivita mette infatti a disposizione la propria attività di mappatura e monitoraggio delle iniziative legate alle produzioni a marchio DOP e IGP, mentre l’Associazione Italiana Ambasciatori del Gusto contribuisce alla selezione dei migliori professionisti e delle realtà più rappresentative della cucina italiana. Grazie a queste sinergie, My Fair Plus trasforma il viaggio d’affari in un’opportunità unica per esplorare le eccellenze gastronomiche del Paese.

A tracciare gli obiettivi strategici e l’impatto economico dell’iniziativa è il Presidente di Fondazione Fiera Milano, Giovanni Bozzetti: “Con My Fair Plus mettiamo la forza delle fiere al servizio del territorio. Ogni anno oltre 4,5 milioni di persone visitano le manifestazioni di Fiera Milano, ma attraverso la comunicazione delle fiere possiamo raggiungere una platea potenziale di circa 15 milioni di persone in tutto il mondo. È un patrimonio straordinario di relazioni che vogliamo trasformare in un’opportunità di visibilità per le nostre eccellenze culturali, turistiche ed enogastronomiche. My Fair Plus non è semplicemente un servizio digitale per chi viene in fiera, ma uno strumento per trasformare i flussi fieristici in valore economico, culturale e turistico. La fiera non deve essere soltanto un luogo in cui si arriva e da cui si riparte, ma una porta d’ingresso alla scoperta del territorio, capace di arricchire l’esperienza dei visitatori e incentivare una permanenza più lunga. Con My Fair Plus costruiamo un ponte digitale tra la fiera e il territorio, capace di generare nuove opportunità di conoscenza, scoperta e sviluppo e di contribuire alla promozione delle nostre eccellenze e del nostro Paese”.

Dal punto di vista operativo, la piattaforma è concepita per accompagnare espositori e visitatori in ogni momento del loro viaggio. Nella fase preliminare di pianificazione è possibile consultare un portale desktop ricco di mappe, itinerari tematici e contenuti per organizzare il soggiorno a Milano. Una volta arrivati al quartiere espositivo, l’ambiente digitale si trasforma in una web app immediata, accessibile tramite QR Code senza bisogno di alcun download, ottimizzata per orientarsi agilmente tra i padiglioni e le attrazioni esterne.

A guidare l’utente in questo percorso è MIA, un AI Concierge che fornisce suggerimenti su misura basati sugli interessi e sui giorni di permanenza, facilitando la scoperta di mostre ed eventi culturali, ma anche di itinerari gastronomici legati alle tradizioni locali e alle eccellenze DOP e IGP.

Con questa architettura integrata che connette fiere, cultura, turismo, mobilità ed enogastronomia in un solo punto d’accesso, My Fair Plus compie il suo passo più importante. L’iniziativa si inserisce infatti nel più ampio percorso dell’“Alleanza per il Made in Italy” promosso da Fondazione Fiera Milano, volto a consolidare definitivamente il sistema fieristico nazionale come infrastruttura strategica al servizio dello sviluppo economico, sociale e culturale di tutta l’Italia.

Sei minuti per svaligiare una gioielleria: a Massa spariscono oro e gioielli per 200mila euro

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Sei minuti. È il tempo che sarebbe bastato a un gruppo di uomini incappucciati per mettere a segno un colpo da circa 200mila euro in una gioielleria di Massa, in Toscana. Un’irruzione fulminea, consumata nella notte tra il 13 e il 14 settembre, terminata con la fuga dei malviventi e con la cassaforte del negozio portata via insieme a oro e gioielli.

La banda avrebbe agito con un piano preciso e tempi estremamente rapidi. Prima il danneggiamento della saracinesca, poi l’ingresso nel locale e la razzia. In pochi minuti i ladri avrebbero raccolto la refurtiva e trascinato fuori anche la cassaforte, riuscendo quindi ad allontanarsi prima dell’arrivo delle forze dell’ordine.

A far saltare il piano, almeno in parte, sarebbero stati i rumori provocati dall’irruzione. A questi si sarebbe aggiunto il fumo provocato dall’utilizzo degli estintori, elemento che avrebbe attirato l’attenzione dei residenti e delle persone che abitano negli appartamenti sopra l’esercizio commerciale. Sono stati proprio loro, secondo quanto riferito da Il Tirreno, a dare l’allarme ai carabinieri.

La banda e il ruolo dei complici

Stando alle prime ricostruzioni riportate dal quotidiano, sarebbero state sei le persone coinvolte nel blitz. Tutte avrebbero agito con il volto coperto, rendendo più difficile una loro eventuale identificazione.

Secondo la ricostruzione, due componenti del gruppo sarebbero rimasti all’esterno con il compito di fare da palo e controllare la situazione. Gli altri sarebbero invece entrati nella gioielleria, concentrandosi sulla cassaforte e sulla merce custodita all’interno del negozio.

La rapidità dell’azione resta uno degli elementi più significativi dell’episodio. Dall’ingresso alla fuga sarebbero trascorsi appena sei minuti, un intervallo brevissimo nel quale la banda avrebbe dovuto forzare l’accesso, raggiungere la cassaforte, impossessarsi della refurtiva e lasciare la zona.

Le indagini dei carabinieri

Sul colpo sono ora in corso gli accertamenti delle forze dell’ordine. L’obiettivo è ricostruire con precisione ogni fase dell’irruzione e individuare eventuali elementi utili all’identificazione dei responsabili.

Restano ancora da chiarire diversi aspetti della dinamica, a partire dalle modalità utilizzate per entrare nella gioielleria e per portare all’esterno la cassaforte. Gli investigatori dovranno inoltre verificare se nella zona siano presenti immagini di videosorveglianza o altre tracce che possano contribuire a ricostruire gli spostamenti della banda prima e dopo il furto.

Intanto, il dato più evidente resta quello economico: circa 200mila euro di preziosi finiti nelle mani dei ladri in una manciata di minuti. Un colpo rapido e organizzato, interrotto solo dall’allarme suscitato tra i residenti.

Appendino: «Renzi non è un veto, è un problema di voti». E il M5S attacca il governo sul caso Electrolux

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Non chiamatelo veto. Per Chiara Appendino, il nodo Matteo Renzi non riguarda una preclusione personale, ma una questione molto più concreta: i consensi. La deputata del Movimento 5 Stelle torna a intervenire sul possibile perimetro del campo progressista e respinge la lettura secondo cui il Movimento sarebbe semplicemente contrario alla presenza dell’ex presidente del Consiglio in una futura coalizione.

«Non è una questione di veti», ribadisce Appendino. Il punto, sostiene, è che Renzi rappresenterebbe un fattore di perdita elettorale per l’area progressista. Una valutazione che la parlamentare M5S accompagna a un riferimento diretto ai sondaggi, secondo i quali il consenso di Italia Viva resterebbe attorno al 2 per cento.

La tesi di Appendino è netta: quei voti, anziché allargare il fronte alternativo al centrodestra, rischierebbero di tradursi in un bilancio negativo. «Ne porta pochi al centro e ne fa perdere molti di più», sostiene la deputata, secondo cui la presenza di Renzi finirebbe per allontanare una parte dell’elettorato progressista.

Nel mirino non c’è soltanto il consenso attuale di Italia Viva. Appendino richiama anche il passato politico dell’ex premier, evocando quella che definisce la sua «totale inaffidabilità» e citando alcune delle scelte più controverse della stagione renziana, dal Jobs Act alla Buona Scuola.

Il messaggio rivolto al leader di Italia Viva è quindi esplicito: per contendere a Giorgia Meloni la guida del Paese, secondo Appendino, il centrosinistra dovrebbe puntare su un progetto «serio, credibile e affidabile», evitando di affidarsi ancora a Renzi. Una posizione che il Movimento considera coerente con una linea politica rivendicata da mesi.

«Gli elettori l’hanno già capito, ora lo capisca anche lui», conclude la parlamentare nel suo intervento sui social.

Ma il confronto politico del Movimento non si ferma al terreno delle alleanze. Sul fronte sociale e industriale, il M5S porta al centro della propria iniziativa la vertenza Electrolux e annuncia la presenza di una propria delegazione al sit-in organizzato a Cerreto d’Esi, nelle Marche, dove si trova uno degli stabilimenti coinvolti nel piano di riorganizzazione del gruppo.

Accanto ai lavoratori ci saranno, tra gli altri, la stessa Appendino e il deputato Giorgio Fede. Il Movimento definisce inaccettabile il piano annunciato dall’azienda, che prevede complessivamente 1.450 esuberi in Italia e la chiusura dello stabilimento marchigiano.

L’accusa dei parlamentari pentastellati è rivolta direttamente al governo. Secondo Appendino e Fede, l’esecutivo sarebbe responsabile di una gestione della crisi giudicata inefficace. Nel mirino finisce in particolare il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, per l’esito dei tavoli convocati sulla vertenza, mentre la presidente del Consiglio Giorgia Meloni viene accusata di essere rimasta finora sostanzialmente spettatrice.

Il M5S chiede dunque un cambio di passo e attribuisce alla premier una responsabilità politica precisa: intervenire sui vertici della multinazionale per ottenere un vero piano industriale e, soprattutto, il ritiro dei licenziamenti.

La polemica assume così un significato più ampio. Da una parte il Movimento insiste sulla necessità di costruire un’alternativa politica al governo Meloni senza affidarsi a protagonisti considerati divisivi e poco attrattivi per l’elettorato progressista. Dall’altra rivendica una presenza sui territori e nelle vertenze industriali, indicando la tutela dell’occupazione come uno dei terreni sui quali misurare concretamente l’azione dell’esecutivo.

È in questo incrocio tra strategia politica e conflitto sociale che si inserisce l’affondo di Appendino. Il messaggio è rivolto contemporaneamente agli alleati potenziali e al governo: il campo progressista, nella sua lettura, non può permettersi candidature o alleanze percepite come penalizzanti dagli elettori, mentre l’esecutivo non può rivendicare i propri successi politici ignorando le crisi industriali che coinvolgono migliaia di lavoratori.

Sul caso Electrolux, il M5S promette quindi di sostenere le iniziative dei dipendenti e di mantenere alta la pressione sul governo. Per Appendino e Fede, la vera prova della politica industriale dell’esecutivo non sta nei numeri celebrati dalla maggioranza, ma nella capacità di impedire che interi stabilimenti e migliaia di posti di lavoro vengano sacrificati.