26 Ottobre 2026, lunedì
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Patrushev minaccia la Polonia: «Se ci attacca, la Russia la annienterà in due o tre giorni»

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Una guerra contro la Russia avrebbe, secondo il Cremlino, un esito rapidissimo e devastante per la Polonia. A prospettarlo è Nikolay Patrushev, consigliere di Vladimir Putin, che ha evocato apertamente la possibilità della cancellazione dello Stato polacco nel caso in cui Varsavia decidesse di muovere guerra contro Mosca.

«Utilizzeremmo l’intero arsenale delle forze e delle risorse disponibili», ha dichiarato Patrushev, sostenendo che, in uno scenario di conflitto diretto, «lo Stato polacco cesserebbe di esistere» nel giro di due o tre giorni.

Parole che non lasciano spazio a interpretazioni e che riportano al centro del confronto europeo la minaccia di un’escalation militare tra la Russia e uno dei Paesi membri della Nato più esposti sul fianco orientale dell’Alleanza.

La dichiarazione di Patrushev si inserisce in una lunga sequenza di avvertimenti rivolti da Mosca ai Paesi dell’Europa centro-orientale. La Polonia, in particolare, è da tempo uno dei principali bersagli della retorica russa. Varsavia sostiene con decisione l’Ucraina, ha rafforzato il proprio apparato militare e considera la presenza russa ai confini orientali dell’Europa una delle principali minacce alla sicurezza del continente.

Il riferimento all’impiego dell’«intero arsenale» disponibile introduce inoltre un elemento particolarmente grave nel linguaggio utilizzato dal consigliere del presidente russo. Non si tratta soltanto della prospettiva di una guerra convenzionale, ma di un’allusione alla possibilità che Mosca ricorra a tutte le proprie capacità militari qualora fosse direttamente coinvolta in un conflitto con la Polonia.

Il messaggio di Patrushev arriva dunque in un contesto nel quale la distanza tra Mosca e Varsavia resta profondissima. Da una parte la Polonia considera il rafforzamento della propria difesa e della deterrenza della Nato una necessità strategica. Dall’altra, il Cremlino interpreta l’espansione delle capacità militari polacche e la crescente cooperazione con Kiev e con gli alleati occidentali come parte di una più ampia pressione nei confronti della Russia.

La minaccia secondo cui la Polonia potrebbe «cessare di esistere» in appena 48 o 72 ore va letta soprattutto alla luce di questa crescente contrapposizione. È una formula estrema, destinata a colpire l’opinione pubblica e a ribadire la presunta superiorità militare russa, ma che al tempo stesso contribuisce ad alimentare un clima di forte tensione in Europa.

Dietro le parole di Patrushev resta infatti una questione ben più ampia: cosa accadrebbe se il confronto tra Russia e Paesi della Nato passasse dalla guerra per procura in Ucraina a uno scontro diretto? È lo scenario che le cancellerie occidentali cercano da anni di evitare e che rende particolarmente pesante ogni minaccia proveniente da Mosca.

Per Varsavia, e più in generale per l’Alleanza Atlantica, la risposta non può essere affidata soltanto alla dimensione militare. Il punto centrale resta quello della deterrenza: evitare che una minaccia diventi un conflitto reale, mantenendo credibile la capacità di risposta senza trasformare la spirale delle dichiarazioni in un’escalation incontrollabile.

Le parole di Patrushev, tuttavia, mostrano quanto il confronto sia ormai anche una guerra di messaggi. E quando il linguaggio arriva a evocare la scomparsa di uno Stato europeo nel giro di pochi giorni, il confine tra propaganda, deterrenza e minaccia politica diventa inevitabilmente sempre più sottile.

Electrolux, Appendino sfida Meloni: «I veri patrioti sono ai cancelli, non nei palazzi»

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I cancelli della fabbrica diventano il palcoscenico di uno scontro politico che va ben oltre la vertenza Electrolux. Da una parte ci sono gli operai, le famiglie e un territorio che teme di perdere occupazione e competenze. Dall’altra, secondo Chiara Appendino, c’è un governo che avrebbe scelto di restare a distanza, lasciando che una multinazionale decidesse il destino di 1.450 famiglie.

La deputata del Movimento 5 Stelle arriva alla manifestazione di Cerreto d’Esi e mette subito nel mirino Palazzo Chigi. Il suo bersaglio principale è Giorgia Meloni, alla quale rivolge un appello che ha il tono della sfida: «Venga nelle piazze e ai cancelli degli stabilimenti».

Per Appendino, è qui che si misura il significato concreto della parola «patriota». Non nelle dichiarazioni sulla sovranità, non nei palazzi del potere, ma davanti a una fabbrica dove lavoratrici e lavoratori stanno combattendo per impedire che una crisi industriale si trasformi nell’ennesima ferita al tessuto produttivo italiano.

«Siamo qui insieme alle lavoratrici e ai lavoratori Electrolux perché è qui che si difende il futuro del nostro Paese», afferma la parlamentare. Poi l’affondo contro la multinazionale: «Stiamo assistendo a uno spettacolo indegno: una multinazionale che agisce con l’arroganza dei padroni assoluti, disponendo della vita di 1.450 famiglie e di interi territori come se lo Stato italiano non esistesse».

È questa, nella lettura di Appendino, la vera posta in gioco della vertenza. Non soltanto posti di lavoro, ma la possibilità per lo Stato di esercitare un ruolo quando le decisioni di un grande gruppo industriale hanno conseguenze che investono intere comunità.

La deputata rincara la dose ricordando il sostegno ricevuto negli anni dalle imprese attraverso risorse pubbliche e infrastrutture: «Hanno preso soldi pubblici, hanno sfruttato le nostre infrastrutture, stanno spremendo i lavoratori come limoni e ora se ne vanno lasciando macerie».

Poi arriva l’accusa al governo. Nel mirino finisce il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso. «Il ministro Urso è complice, perché i suoi tavoli farsa non si spiegano solo con l’incapacità», sostiene Appendino. Una contestazione che investe direttamente la strategia dell’esecutivo nella gestione della crisi e la sua capacità di dare risposte concrete ai lavoratori.

Ma è sull’assenza di Meloni che la deputata concentra la parte più dura del suo intervento. «Meloni è sparita», dice senza giri di parole. «Sono mesi che le diciamo di alzare il telefono e metterci la faccia, ma è un muro di gomma».

La richiesta è quindi precisa: la presidente del Consiglio venga a vedere con i propri occhi cosa sta accadendo. Che lasci per qualche ora i palazzi della politica e raggiunga quei luoghi dove le conseguenze delle scelte industriali non sono numeri su un dossier, ma stipendi, mutui, famiglie e futuro.

«Invece di chiudersi nei palazzi occupandosi di blindare la poltrona con la legge elettorale, venga nelle piazze e ai cancelli degli stabilimenti a imparare il vero significato della parola “patriota”», attacca Appendino.

È proprio qui che la protesta sindacale si trasforma in una battaglia politica. La parola «patriota», centrale nella comunicazione del governo Meloni, viene restituita dalla deputata pentastellata a chi, secondo lei, sta pagando sulla propria pelle il prezzo della crisi industriale.

«I veri patrioti italiani sono le operaie e gli operai che oggi lottano e scioperano per salvare le nostre competenze e il nostro futuro», afferma.

La conclusione è una bordata contro l’esecutivo: «Non un governo che si riempie la bocca di sovranità per poi sdraiarsi sistematicamente davanti alla multinazionale e al potente di turno».

A Cerreto d’Esi, dunque, la vertenza Electrolux diventa anche una cartina di tornasole del rapporto tra politica e industria. E la domanda lanciata da Appendino è destinata a uscire dai cancelli della fabbrica: quando una multinazionale mette in discussione il futuro di un territorio, fino a che punto lo Stato è disposto a intervenire per difendere lavoro, competenze e produzione nazionale?

Incidente nautico a Venezia, ritrovato il corpo di Gabriella Querino

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È finita nel silenzio delle acque della Laguna la ricerca di Gabriella Querino, la 26enne di origine brasiliana dispersa da sabato dopo il drammatico incidente nautico avvenuto a Venezia. Il corpo della giovane è stato ritrovato nella mattinata di oggi nella zona di Campalto, dove un cittadino lo ha notato in acqua intorno alle 9 e ha dato immediatamente l’allarme.

La conferma dell’identità della vittima è arrivata dal sindaco di Venezia, Simone Venturini. Con il ritrovamento della salma si chiude così, nel modo più tragico, la ricerca della giovane, che aveva viaggiato a bordo del piccolo barchino insieme al marito, Sean Michieli.

Anche Michieli è morto a causa dello scontro con un taxi acqueo. L’incidente, avvenuto nelle acque della Laguna, ha aperto un’inchiesta sulle responsabilità e sulla dinamica della collisione. Il conducente del taxi acqueo risulta indagato per omicidio nautico.

Restano ora da ricostruire con precisione gli ultimi istanti prima dell’impatto, attraverso gli accertamenti degli investigatori e gli elementi raccolti nelle ore successive allo schianto. La tragedia riporta ancora una volta l’attenzione sulla sicurezza della navigazione nella Laguna di Venezia, uno spazio nel quale ogni giorno convivono traffico turistico, trasporto pubblico e imbarcazioni private.

Per Gabriella, la speranza di un ritrovamento ancora in vita si era protratta per giorni. La scoperta del corpo a Campalto consegna ora alla famiglia e agli inquirenti l’ultimo tassello di una vicenda che ha già provocato due vittime e sulla quale la magistratura dovrà fare piena luce.

Il voto dei delusi

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L’OPINIONE

A cura di Gilberto Borzini

La Sassonia non è la Germania e la Germania non è l’Europa, ma il criterio sociologico che si definisce dal voto in Sassonia che ha portato alla schiacciante vittoria di ADF racconta un modulo che potrebbe replicarsi in tutti i contesti territoriali del vecchio continente.

Negli ultimi anni abbiamo assistito ad un progressivo allontanamento di sempre maggiori strati di popolazione dalla pratica elettorale, variamente chiamato dalle diverse forze politiche ma generalmente apostrofato con il termine di “qualunquismo”.

Gli “indecisi”, però, non erano affatto indecisi: erano delusi.

Delusi da una politica che parla a se stessa e non affronta né risolve le questioni essenziali dell’occupazione, del reddito, della sanità e dell’istruzione.

Delusi da una politica che accetta supinamente il potere assoluto degli istituti finanziari, delle banche, del credito prossimo all’usura.

Delusi da una politica che non governa l’economia e accetta passivamente delocalizzazioni e dismissioni industriali.

Delusi da una politica che premia gli “integrati” e marginalizza i marginali.

Delusi da un’apolitica che versa prebende e sussidi per gli ultimi arrivati e si dimentica di chi già era qui.

Delusi da una politica che non governa l’educazione e il rispetto, che irride al merito, che offre ribalte e piazze alla fluidità ma bastona chi richiede sicurezza e occupazione, tutela ambientale e partecipazione sociale.

Ora quella massa ingente di persone, vagamente valutabile attorno al trenta per cento  della cittadinanza, individua la possibilità di percepirsi rappresentata nelle forze politiche emergenti che si collocano all’estremo della politica, non partecipando alla pastoia generale in cui ruminano le destre e le sinistre che sostengono l’economia finanziaria del grande capitale.

Avevamo assistito a qualcosa di simile ai tempi del Vaffa grillesco, una ventina di anni fa, e siccome “il potere logora chi non ce l’ha”, come disse Andreotti, chi raggiunse grillinamente il potere vi si sedette comodamente sopra dimenticandosi il perché fosse stato eletto.

Il Movimento di allora si definiva “oltre” i concetti di destra e sinistra mentre i movimenti attuali si collocano manifestamente nell’area della destra estrema, e questa collocazione spaventa l’establishment che in quella collocazione individua una reale ostilità di sistema, non semplicemente di etichetta.

L’estremismo, dai critici indicato come Rossobruno, ipotizza una Politica che controlli, indirizzi e governi l’Economia, e al modello attuale di neoliberismo anche solo l’ipotesi di essere controllato dalla politica genera reazioni violente quando non persino isteriche.

In quel di Cernobbio l’establishment finanziario europeo ha inviato il suo rappresentante più autorevole, quel Monti del “ce lo chiede l’Europa” che impose austerità e tagli pensionistici strizzando l’occhio alla Troika finanziaria globale e al Fondo Monetario Internazionale.

E Monti ha svolto il compito apostrofando di “fascismo” l’alternativa, ben sapendo che il fascismo delle origini si opponeva alle Demoplutocrazie, le apparenti democrazie governate da chi del Denaro  fa professione.

Che il voto dei delusi confluisca o possa confluire verso gli estremi è cosa nota, ma oggi per gli estremismi politici si apre l’opportunità di divenire i catalizzatori della delusione come il caso della Sassonia illustra con chiarezza.

All’establishment attuale non resta che una cosa da fare per contrastare la crescita degli estremismi: tornare a fare politica e ad occuparsi delle necessità pubbliche governando un’economia sfuggita ad ogni controllo.

Diversamente quella che i quotidiani dell’establishment chiamano “onda nera” potrebbe tracimare dagli argini sommergendo l’Europa continentale, separandola dall’atlantismo per collegarla strettamente alla geografia, anche politica, euroasiatica.

Combattimenti clandestini tra pitbull, sequestrati 13 cani a Gela

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Una rete clandestina costruita attorno alla violenza sugli animali, con combattimenti tra pitbull organizzati, filmati e poi condivisi sui social network. È quanto emerso dall’indagine coordinata dalla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Gela che ha portato, il 10 settembre, all’esecuzione di un decreto di sequestro preventivo nei confronti di sei persone, tutte di Gela.

L’operazione ha coinvolto il Raggruppamento Carabinieri CITES, Reparto Operativo SOARDA, i militari del Centro Anticrimine Natura di Palermo, Nucleo CITES, i Distaccamenti CITES di Punta Raisi e Trapani, il NIPAAF di Palermo e il Centro Anticrimine Natura di Agrigento, insieme agli agenti della Polizia di Stato del Commissariato di Gela. Sul campo anche il personale veterinario dell’Azienda sanitaria provinciale di Palermo.

L’inchiesta, iscritta al procedimento penale 2144/2024 RGNR della Procura di Gela, è partita da informazioni confidenziali raccolte dal Raggruppamento Carabinieri CITES e ha trovato un primo riscontro durante un controllo effettuato dal Commissariato di Gela, con il supporto di personale medico veterinario, nell’abitazione di uno degli indagati.

In quella circostanza gli investigatori si sono trovati davanti a un pitbull che presentava evidenti lesioni sul muso e sul corpo. Ferite compatibili, secondo gli accertamenti, con quelle provocate da combattimenti con altri cani. Da quel ritrovamento è iniziato un lavoro investigativo che ha progressivamente portato alla luce un sistema ben più ampio.

Le verifiche, coordinate dalla Procura e delegate ai reparti dell’Arma dei Carabinieri e della Polizia di Stato, avrebbero consentito di ricostruire una vera e propria attività clandestina che non si sarebbe limitata al territorio gelese. Agli incontri avrebbero preso parte soggetti residenti anche in altri comuni siciliani e in altre regioni italiane.

A fornire agli investigatori una parte significativa del quadro probatorio sono stati i contenuti rintracciati online. Video, conversazioni in chat e profili social hanno documentato la realizzazione di numerosi combattimenti clandestini. Immagini che, oltre a mostrare gli incontri tra gli animali, restituiscono la drammaticità delle conseguenze.

In alcuni filmati compaiono cani gravemente feriti, ormai incapaci di muoversi a causa delle lesioni riportate. In un altro video, secondo quanto emerso dall’indagine, si assiste addirittura alla morte di un animale mentre le immagini vengono registrate.

Il sequestro ha permesso di sottrarre alla disponibilità degli indagati 13 pitbull. Tra gli animali c’erano quattro cuccioli e una femmina gravida. Un patrimonio di sofferenza che, secondo gli investigatori, sarebbe stato inserito in un sistema nel quale gli animali venivano anche sottoposti ad allenamenti specifici per aumentarne la prestanza fisica e la capacità di combattimento.

Nelle abitazioni e nei luoghi interessati dal provvedimento sono state infatti trovate diverse attrezzature: tapis roulant, catene, guinzagli dotati di moschettoni e pesi utilizzati per potenziare la muscolatura e la forza delle mascelle dei cani. Sono stati inoltre sequestrati farmaci, integratori e sostanze anabolizzanti.

Un apparato che, insieme alla documentazione digitale acquisita durante le indagini, avrebbe delineato agli occhi degli inquirenti l’organizzazione e le modalità con cui venivano preparati e realizzati gli incontri.

L’operazione ha impegnato complessivamente 32 unità tra Carabinieri e Polizia di Stato, con il supporto del personale veterinario dell’ASP di Palermo. Fondamentale anche la collaborazione dell’amministrazione comunale di Gela, che ha messo a disposizione strutture ricettive convenzionate per animali nelle quali sono stati trasferiti e messi in sicurezza i 13 pitbull sequestrati.

L’intervento ha così interrotto un circuito che, secondo l’ipotesi investigativa, trasformava la violenza tra animali in spettacolo clandestino da condividere attraverso i social. Ora saranno gli ulteriori sviluppi dell’inchiesta a stabilire responsabilità e ruoli dei sei indagati e a ricostruire fino in fondo la rete di persone coinvolte.

Debito pubblico, a luglio lieve calo a 3.205,8 miliardi

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Il debito delle Amministrazioni pubbliche torna a scendere, ma lo fa di appena 1,5 miliardi. A luglio, secondo i dati diffusi dalla Banca d’Italia nella pubblicazione statistica Finanza Pubblica, il debito si è attestato a 3.205,8 miliardi di euro, contro i 3.207,3 miliardi del mese precedente.

Dietro il lieve arretramento c’è soprattutto il risultato della gestione di cassa. Nel corso del mese, infatti, le entrate hanno consentito di registrare un avanzo di 16,1 miliardi di euro, contribuendo in modo significativo alla riduzione dell’esposizione complessiva.

Il dato, tuttavia, è stato in parte assorbito dall’aumento delle disponibilità liquide del Tesoro. Le riserve di liquidità sono cresciute di 14 miliardi, raggiungendo a fine luglio quota 75,7 miliardi di euro. Una dinamica che ha attenuato l’effetto positivo dell’avanzo di cassa sul debito.

A completare il quadro hanno contribuito altri fattori per circa 500 milioni di euro. Si tratta, in particolare, degli scarti e dei premi legati all’emissione e al rimborso dei titoli, della rivalutazione dei titoli indicizzati all’inflazione e delle variazioni dei tassi di cambio.

Il risultato finale è dunque un movimento quasi impercettibile rispetto alla dimensione raggiunta dal debito pubblico italiano. I 3.205,8 miliardi di luglio confermano infatti la scala del problema: anche variazioni mensili nell’ordine di pochi miliardi finiscono per avere un peso relativamente contenuto quando vengono rapportate a un ammontare complessivo che supera i tremila miliardi.

Il calo registrato a luglio va quindi letto soprattutto alla luce della composizione dei diversi fattori che incidono mese per mese sull’indebitamento. L’avanzo di cassa ha spinto il debito verso il basso, mentre l’accumulo di liquidità nelle casse del Tesoro e gli effetti finanziari legati ai titoli, all’inflazione e ai cambi hanno agito in direzione opposta. Il saldo è stato una riduzione di 1,5 miliardi.

Occupazione, l’Italia tocca un nuovo record: il tasso sale al 63,1%

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Il mercato del lavoro italiano mette a segno un nuovo record, ma sarebbe prematuro trasformare il dato in una celebrazione. Nel secondo trimestre il tasso di occupazione tra i 15 e i 64 anni raggiunge il 63,1%, in aumento di 0,4 punti percentuali rispetto ai primi tre mesi dell’anno. È il valore più elevato dall’inizio delle serie storiche, secondo i dati diffusi dall’Istat.

A crescere non è soltanto la percentuale. Anche il numero complessivo degli occupati raggiunge un massimo storico, arrivando a 24 milioni e 363mila persone. Un dato che fotografa un mercato del lavoro più dinamico rispetto al passato e che, almeno sul piano quantitativo, continua a mostrare segnali di rafforzamento.

La fotografia, tuttavia, presenta anche qualche zona d’ombra. Nel trimestre il tasso di disoccupazione torna infatti a salire, seppure lievemente, di 0,1 punti, attestandosi al 5,6%. Le persone in cerca di occupazione sono circa 1 milione e 440mila.

È proprio questo contrasto a suggerire prudenza nella lettura dei numeri. Da una parte ci sono più occupati e un tasso di occupazione che raggiunge il livello più alto mai registrato. Dall’altra rimane una platea consistente di persone che un lavoro lo cercano ancora e non lo trovano, mentre il miglioramento dell’occupazione non basta, da solo, a raccontare la qualità, la stabilità e la capacità del sistema produttivo di offrire opportunità adeguate.

Il record, dunque, c’è e non va sminuito. Ma il record non coincide necessariamente con una condizione soddisfacente. Un Paese può aumentare il numero degli occupati e, nello stesso tempo, continuare a confrontarsi con salari insufficienti, divari territoriali, difficoltà di ingresso dei giovani e una partecipazione al mercato del lavoro ancora distante dagli standard delle principali economie europee.

Per questo il dato Istat può essere letto come un segnale positivo, ma non come il traguardo di una corsa. È, semmai, una conferma che qualcosa si sta muovendo nella direzione giusta. Resta da capire quanto questo movimento sia solido, quanto sia distribuito tra territori e generazioni e soprattutto quanto riesca a trasformarsi in lavoro stabile, qualificato e adeguatamente retribuito.

In altre parole, non c’è molto da festeggiare. Ma in un mercato del lavoro che per anni ha accumulato ritardi e fragilità, anche un bicchiere d’acqua può avere un valore. Soprattutto quando arriva in mezzo al deserto.

La Nato abbatte un drone sulla Lituania, alta tensione con Mosca: sfiorato un elicottero danese

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La tensione tra la Russia e i Paesi della Nato torna a salire e attraversa in poche ore il fianco orientale dell’Alleanza, dal Baltico all’Ucraina. In Lituania alcuni caccia italiani della Nato hanno abbattuto un drone che aveva fatto ingresso nello spazio aereo del Paese. L’episodio è stato reso noto dal presidente lituano Gitanas Nauseda e successivamente confermato dal ministro della Difesa italiano Guido Crosetto.

Un intervento che arriva mentre cresce l’attenzione sulle attività militari russe nell’area baltica. Poche ore prima, la Danimarca aveva denunciato un episodio considerato particolarmente grave: una fregata russa avrebbe lanciato due razzi di segnalazione in direzione di un elicottero militare danese impegnato in un’attività di sorveglianza in acque internazionali.

Secondo Copenaghen, il velivolo sarebbe stato sfiorato dai bengala. L’accaduto ha provocato una dura reazione politica e diplomatica. Le autorità danesi hanno annunciato la convocazione dell’ambasciatore russo per chiedere chiarimenti sull’episodio.

«Mosca ha passato ogni limite», è il messaggio arrivato da Copenaghen, a testimonianza di quanto l’incidente venga considerato delicato in un momento in cui il confronto tra Russia e Nato resta estremamente teso.

L’abbattimento del drone in Lituania aggiunge così un nuovo elemento a uno scenario già caratterizzato da frequenti incursioni, attività di sorveglianza e allerta militare lungo il fianco orientale dell’Alleanza. La presenza di caccia italiani nell’operazione conferma inoltre il ruolo dell’Italia nelle attività di difesa e pattugliamento dello spazio aereo degli alleati.

Nuovi attacchi nella notte su Kiev

Intanto la guerra continua a colpire anche la capitale ucraina. Tra la notte e le prime ore del mattino, due attacchi hanno interessato altrettante stazioni di servizio a Kiev. Secondo quanto riferito dal sindaco Vitaliy Klitschko, un drone si è schiantato contro una stazione di servizio nel quartiere di Holosiivskyi, provocando un incendio. Un secondo attacco ha interessato la stessa area della capitale.

Le esplosioni hanno causato incendi e, secondo le autorità locali, il bilancio è di almeno otto feriti.

Gli attacchi arrivano a poche ore dalle dichiarazioni di Donald Trump, che aveva riferito di un’intesa tra russi e ucraini per una tregua relativa alle infrastrutture energetiche. Un annuncio che avrebbe dovuto rappresentare un possibile punto di contatto tra le parti, ma che si confronta ora con una nuova serie di attacchi sul territorio ucraino.

Il quadro resta dunque estremamente fragile. Da una parte il fronte diplomatico tenta di mantenere aperto uno spazio per una tregua, dall’altra gli episodi militari lungo i confini della Nato e i nuovi raid contro Kiev mostrano quanto rapidamente la situazione possa tornare a deteriorarsi.

L’episodio dell’elicottero danese e l’abbattimento del drone in Lituania rappresentano, in questo contesto, due segnali distinti ma inseriti nello stesso clima di crescente allerta. E mentre Copenaghen prepara il confronto diplomatico con Mosca, gli alleati continuano a rafforzare la sorveglianza sul fianco orientale della Nato.

Armi nello spazio, Washington rompe il silenzio: «Gli Stati Uniti hanno capacità offensive e difensive in orbita»

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Per la prima volta Washington lo dice apertamente: gli Stati Uniti hanno armi nello spazio. A confermarlo è la Us Space Force, che in una dichiarazione ufficiale riconosce la presenza in orbita di capacità destinate a garantire il controllo del dominio spaziale e a proteggere le forze americane da eventuali azioni ostili.

La formulazione scelta dal Pentagono è prudente, ma il significato politico e militare è tutt’altro che secondario. «Gli Stati Uniti possiedono armi in orbita per il controllo dello spazio, capaci di difendere la Joint Force da azioni ostili di avversari», ha spiegato un portavoce, senza però rivelare quali sistemi siano effettivamente dispiegati.

Il punto non è soltanto la presenza di armamenti. È soprattutto il riconoscimento pubblico che lo spazio è ormai considerato dagli Stati Uniti un vero teatro operativo, nel quale le capacità militari possono essere utilizzate tanto per proteggere i propri asset quanto per colpire quelli di un avversario.

La stessa Us Space Force parla di «controllo dello spazio» come dell’insieme delle missioni necessarie per contendere e controllare il dominio orbitale, attraverso strumenti «cinetici e non cinetici». Una distinzione importante. Accanto ai sistemi capaci di produrre un effetto fisico diretto possono esistere infatti strumenti in grado di interferire con satelliti, comunicazioni, sensori o altri sistemi senza necessariamente distruggerli.

È una nuova frontiera della competizione militare. E, proprio perché gran parte delle capacità effettivamente disponibili rimane classificata, la dichiarazione americana vale anche come messaggio strategico rivolto ai principali rivali di Washington.

La sfida di Mosca e Pechino

Russia e Cina sono indicate dagli Stati Uniti come le due principali potenze in grado di mettere in discussione la superiorità americana nello spazio. Secondo la Space Force, Pechino sta sviluppando e impiegando capacità spaziali e anti-spaziali nel quadro della propria modernizzazione militare. Mosca, invece, considera apertamente lo spazio un dominio di combattimento e ritiene che la superiorità orbitale possa diventare decisiva nei conflitti futuri.

Il confronto, dunque, non riguarda soltanto la possibilità di mettere un’arma in orbita. Riguarda la capacità di impedire a un avversario di utilizzare i propri satelliti e, allo stesso tempo, di mantenere operativi i propri.

È una questione che tocca direttamente la sicurezza nazionale. Satelliti e infrastrutture spaziali sono ormai indispensabili per le comunicazioni militari, la navigazione, la raccolta di informazioni, l’osservazione della Terra e la gestione delle operazioni sul campo. Colpire o rendere inutilizzabile uno di questi sistemi può significare compromettere una catena militare molto più ampia, anche senza sparare un solo colpo sulla Terra.

Una corsa cominciata con lo Sputnik

La militarizzazione dello spazio non nasce oggi. È contemporanea alla stessa corsa allo spazio. Quando l’Unione Sovietica mise in orbita Sputnik nel 1957, la conquista dello spazio divenne immediatamente anche una questione di potenza militare. Washington e Mosca iniziarono a studiare non soltanto come utilizzare i satelliti, ma anche come proteggerli e, soprattutto, come neutralizzare quelli dell’avversario.

Per decenni lo scenario più temuto è stato quello delle armi nucleari nello spazio. Una parte di questo rischio venne affrontata con il Trattato sullo spazio extra-atmosferico del 1967, che proibisce il collocamento in orbita di armi di distruzione di massa, comprese quelle nucleari.

Il trattato, tuttavia, non ha trasformato lo spazio in una zona smilitarizzata. La competizione è semplicemente cambiata.

Le grandi potenze hanno continuato a sviluppare sistemi capaci di operare contro i satelliti, sperimentando tecnologie diverse e spesso difficili da classificare in modo netto come offensive o difensive. Dalle capacità anti-satellite ai sistemi di disturbo delle comunicazioni, fino alle tecnologie in grado di accecare o compromettere sensori e collegamenti, il confine tra guerra elettronica, intelligence e operazioni militari nello spazio è diventato sempre più sottile.

Il nuovo equilibrio sopra le nostre teste

La dichiarazione di Washington arriva quindi in un contesto nel quale lo spazio è diventato una componente essenziale della competizione tra potenze. La posta in gioco non è soltanto il controllo dell’orbita, ma la possibilità di mantenere funzionanti le infrastrutture da cui dipendono eserciti, sistemi di comunicazione e capacità di intelligence.

Per questo l’ammissione della Us Space Force assume un peso che va oltre la semplice rivelazione tecnologica. Dire pubblicamente che gli Stati Uniti dispongono di armi nello spazio significa riconoscere che la deterrenza militare si sta estendendo in modo sempre più esplicito oltre l’atmosfera.

E significa anche mandare un avvertimento a Mosca e Pechino: il dominio spaziale non è più soltanto il luogo della ricerca scientifica, dei satelliti commerciali e delle missioni esplorative. È diventato un campo di confronto strategico nel quale le grandi potenze si preparano a difendere i propri interessi e, se necessario, a mettere fuori gioco quelli degli avversari.

L’intelligenza artificiale entra nel Consiglio di Sicurezza dell’Onu

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L’intelligenza artificiale si prepara a conquistare un posto di primo piano nell’agenda delle Nazioni Unite. La prossima settimana, in occasione dell’Assemblea Generale dell’Onu, il tema sarà al centro del confronto internazionale e potrebbe approdare anche al Consiglio di Sicurezza, chiamato ad affrontare il rapporto sempre più stretto tra sviluppo dell’AI e sicurezza globale.

A riferirlo è una fonte diplomatica francese, citata dai media transalpini, secondo la quale l’intelligenza artificiale sarà «in cima all’agenda» dell’Assemblea Generale. Un’indicazione che conferma quanto rapidamente la questione sia passata dai tavoli degli esperti tecnologici a quelli della diplomazia internazionale.

La stessa fonte ha anticipato che «dovrebbe esserci una riunione del Consiglio di Sicurezza dedicata all’intelligenza artificiale e alla sicurezza». Un appuntamento che, se confermato, segnerebbe un ulteriore passo nel tentativo delle Nazioni Unite di misurarsi con una tecnologia capace di incidere non soltanto sull’economia e sulla società, ma anche sugli scenari strategici e militari.

L’AI è infatti diventata una componente sempre più rilevante della competizione tra Stati. Dalla capacità di elaborare enormi quantità di informazioni allo sviluppo di sistemi autonomi, dalla cybersicurezza alla guerra elettronica, le applicazioni dell’intelligenza artificiale stanno modificando il modo in cui vengono valutate minacce e opportunità sul piano internazionale.

La discussione all’Onu arriva dunque in una fase delicata. La rapidità dell’innovazione tecnologica corre più velocemente della definizione di regole condivise, mentre governi e istituzioni cercano un equilibrio tra la necessità di favorire lo sviluppo dell’AI e quella di limitarne i possibili rischi.

Portare il tema davanti al Consiglio di Sicurezza significa, soprattutto, riconoscere che l’intelligenza artificiale non è più soltanto una questione tecnologica. È diventata anche una questione di potere, stabilità e sicurezza internazionale. E le Nazioni Unite si apprestano a discuterne nel luogo in cui le principali crisi globali vengono tradizionalmente affrontate.