Non chiamatelo veto. Per Chiara Appendino, il nodo Matteo Renzi non riguarda una preclusione personale, ma una questione molto più concreta: i consensi. La deputata del Movimento 5 Stelle torna a intervenire sul possibile perimetro del campo progressista e respinge la lettura secondo cui il Movimento sarebbe semplicemente contrario alla presenza dell’ex presidente del Consiglio in una futura coalizione.
«Non è una questione di veti», ribadisce Appendino. Il punto, sostiene, è che Renzi rappresenterebbe un fattore di perdita elettorale per l’area progressista. Una valutazione che la parlamentare M5S accompagna a un riferimento diretto ai sondaggi, secondo i quali il consenso di Italia Viva resterebbe attorno al 2 per cento.
La tesi di Appendino è netta: quei voti, anziché allargare il fronte alternativo al centrodestra, rischierebbero di tradursi in un bilancio negativo. «Ne porta pochi al centro e ne fa perdere molti di più», sostiene la deputata, secondo cui la presenza di Renzi finirebbe per allontanare una parte dell’elettorato progressista.
Nel mirino non c’è soltanto il consenso attuale di Italia Viva. Appendino richiama anche il passato politico dell’ex premier, evocando quella che definisce la sua «totale inaffidabilità» e citando alcune delle scelte più controverse della stagione renziana, dal Jobs Act alla Buona Scuola.
Il messaggio rivolto al leader di Italia Viva è quindi esplicito: per contendere a Giorgia Meloni la guida del Paese, secondo Appendino, il centrosinistra dovrebbe puntare su un progetto «serio, credibile e affidabile», evitando di affidarsi ancora a Renzi. Una posizione che il Movimento considera coerente con una linea politica rivendicata da mesi.
«Gli elettori l’hanno già capito, ora lo capisca anche lui», conclude la parlamentare nel suo intervento sui social.
Ma il confronto politico del Movimento non si ferma al terreno delle alleanze. Sul fronte sociale e industriale, il M5S porta al centro della propria iniziativa la vertenza Electrolux e annuncia la presenza di una propria delegazione al sit-in organizzato a Cerreto d’Esi, nelle Marche, dove si trova uno degli stabilimenti coinvolti nel piano di riorganizzazione del gruppo.
Accanto ai lavoratori ci saranno, tra gli altri, la stessa Appendino e il deputato Giorgio Fede. Il Movimento definisce inaccettabile il piano annunciato dall’azienda, che prevede complessivamente 1.450 esuberi in Italia e la chiusura dello stabilimento marchigiano.
L’accusa dei parlamentari pentastellati è rivolta direttamente al governo. Secondo Appendino e Fede, l’esecutivo sarebbe responsabile di una gestione della crisi giudicata inefficace. Nel mirino finisce in particolare il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, per l’esito dei tavoli convocati sulla vertenza, mentre la presidente del Consiglio Giorgia Meloni viene accusata di essere rimasta finora sostanzialmente spettatrice.
Il M5S chiede dunque un cambio di passo e attribuisce alla premier una responsabilità politica precisa: intervenire sui vertici della multinazionale per ottenere un vero piano industriale e, soprattutto, il ritiro dei licenziamenti.
La polemica assume così un significato più ampio. Da una parte il Movimento insiste sulla necessità di costruire un’alternativa politica al governo Meloni senza affidarsi a protagonisti considerati divisivi e poco attrattivi per l’elettorato progressista. Dall’altra rivendica una presenza sui territori e nelle vertenze industriali, indicando la tutela dell’occupazione come uno dei terreni sui quali misurare concretamente l’azione dell’esecutivo.
È in questo incrocio tra strategia politica e conflitto sociale che si inserisce l’affondo di Appendino. Il messaggio è rivolto contemporaneamente agli alleati potenziali e al governo: il campo progressista, nella sua lettura, non può permettersi candidature o alleanze percepite come penalizzanti dagli elettori, mentre l’esecutivo non può rivendicare i propri successi politici ignorando le crisi industriali che coinvolgono migliaia di lavoratori.
Sul caso Electrolux, il M5S promette quindi di sostenere le iniziative dei dipendenti e di mantenere alta la pressione sul governo. Per Appendino e Fede, la vera prova della politica industriale dell’esecutivo non sta nei numeri celebrati dalla maggioranza, ma nella capacità di impedire che interi stabilimenti e migliaia di posti di lavoro vengano sacrificati.
