28 Ottobre 2026, mercoledì
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Martedì 19 novembre Presentazione del libro “Come risanare il debito pubblico senza chiedere un euro ai cittadini”

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Martedì 19 novembre p.v. alle ore 15,30 sarà presentato a Roma il Libro: “Come risanare il debito pubblico senza chiedere un euro ai cittadini” scritto dall’avv. Michele Imperio e dal prof. Giuseppe Catapano

Come dice il titolo il libro si pone il problema di come ridurre il debito pubblico e la pressione fiscale in Italia, baypassando il fiscal compact ossia quella imponete misura di tagli alle spese e di nuove tasse  che è stata imposta all’Italia dalla Unione Europea a partire dal 2015 con soluzioni originali e laternative.

La presentazione del libro avverrà presso la sede del Parlamento Europeo sito in Roma alla via 4 Novembre n. ……….nell’ambito del seminario dal titolo  “Una nuova stagione Politica ed Economica per l’Unione Europea”, organizzato dall’’Istituto Europeo per la Formazione e l’associazione Giovani Europei

La manifestazione si articolerà secondo il seguente programma:

Ore 15,30 Indroduzione del prof Luca Filipponi presidente dello Iefo

ore 16   Intervento del avv. Michele Imperio autore del libro e avvocato

ore 16,30 Intervento del prof Giuseppe Catapano autore del libro e giurista d’impresa

ore 17  Avv.Prof Sergio Sbarra del foro e dell’università di Napoli.

In conclusione la dott.Alessandra Lupo dell’agenzia Europanews.com farà alcune

domande agli autori.

Alla conclusione della manifestazione il M°maestro prof Giuliano Ottaviani scoprirà

il bozzetto di un monumento dedicato all’Europa che sarà effettuato a salvador de baja

Per ulteriori informazioni è possible contattare Gente Attiva al numero telefonico 0815517780

locandina roma

Cosa cambia: Rateizzazione straordinaria delle somme iscritte a ruolo

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Con apposito decreto del Ministro dell’Economia e delle Finanze da adottare entro 30 giorni dalla data di entrata in vigore della legge di conversione del D.L 21 giugno 2013, n. 69, (convertito, con modificazioni, dalla legge 9 agosto 2013, n. 98), dovevano essere stabilite le modalità di attuazione e di monitoraggio degli effetti derivanti dall’applicazione del meccanismo di rateazione nel caso in cui il debitore si trovi, per ragioni estranee alla propria responsabilità, in una comprovata e grave situazione di difficoltà legata alla congiuntura economica, posto che in tal caso la rateazione delle somme iscritte a ruolo può essere aumentata fino a 120 rate mensili (art. 52, DL 69/2013). Tale norma è stata attuata dal D.M. 6 novembre 2013 che ha stabilito che il debitore, all’atto della richiesta di un piano di rateazione può alternativamente:
– chiedere un piano di rateazione ordinario, fino ad un massimo di 72 rate, in caso di temporanea situazione di obiettiva difficoltà;
– chiedere un piano di rateazione straordinario, fino a un massimo di 120 rate, in caso di comprovata e grave situazione di difficoltà legata alla congiuntura economica, per ragioni estranee alla propria responsabilità.
Analoga situazione si verifica in caso di richiesta di proroga di un piano di rateazione ordinario o straordinario. In sostanza vi sono 4 tipologia di piano di rateazione: ordinario, straordinario, proroga dell’ordinario e proroga dello straordinario. L’accoglimento della richiesta di rateazione è condizionato al fatto che il debitore inoltri un’istanza motivata allegando la documentazione comprovante i requisiti richiesti, ivi inclusa la solvibilità valutata in relazione al piano di rateazione. Le condizioni sussistono quando l’importo della rata: per le persone fisiche e le ditte individuali con regimi fiscali semplificati è superiore al 20% del reddito mensile del nucleo familiare del richiedente; per gli altri soggetti è superiore al 10% del valore della produzione.

Favorire l’emergere di dinamiche auto-organizzative in azienda

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Si è soliti accostare l’immagine di una buona organizzazione a quella di una macchina efficiente. Le metafore organizzative meccanicistiche hanno proliferato per anni. Ancora oggi si è usi dire: “questa organizzazione funziona come un orologio”, piuttosto che “abbiamo costruito un’organizzazione che funziona come una macchina da guerra”. Il funzionamento tipico di un’organizzazione-macchina si basa su 3 aspetti: logiche gerarchiche top-down, specializzazione dei compiti e specificazione dei piani operativi e strategici. Sappiamo bene che questo modello organizzativo funziona bene in contesti stabili e prevedibili, ma può andare in crisi in situazioni di forti discontinuità. I problemi che ne derivano si chiamano basso senso di responsabilità diffusa, scarso spirito di iniziativa e limitata capacità di adattamento all’evolversi delle situazioni esterne.

La complessità dell’ambiente competitivo richiede oggi un aggiornamento delle metafore organizzative. Per rendere le imprese più agili e in grado di rispondere velocemente ai cambiamenti occorre favorire al loro interno l’emergere di dinamiche auto-organizzative. Sono quattro i principi che favoriscono l’auto-organizzazione:
1) Interdipendenza: la logica organizzativa classica tende a separare le funzioni delimitandole nei propri ambiti di attività e responsabilità. Per favorire l’emergere di dinamiche auto-organizzative, occorre progettare organizzazioni fortemente interconnesse.
2) Ridondanza: accanto alla tradizionale specializzazione dei ruoli e dei compiti, per rendere l’organizzazione flessibile occorre sviluppare competenze polivalenti e quindi avviare un processo parallelo di de-specializzazione. In assenza di una qualche forma di ridondanza funzionale o cognitiva il sistema perde elasticità e capacità auto-organizzativa. Diventa rigido e dipendente da input gerarchici.
3) Bassa specificità: uno dei principi su cui si basa il modello classico di organizzazione vuole che le procedure organizzative e i piani operativi siano definiti il più chiaramente possibile. Questo inibisce la possibilità di auto-organizzazione del sistema. C’è un insegnamento che proviene dalla cibernetica che può essere d’aiuto per superare questa situazione: non concentrarsi su ciò che occorre fare, bensì sulle azioni che si vogliono evitare. Invece di fissare un modus operandi fisso e dettagliato, si individuano i vincoli che non si vuole vengano superati. Definire solo ciò che si vuole evitare lascia il campo più libero, creando uno spazio dinamico e mutevole per un ventaglio di azioni possibili all’interno dei limiti stabiliti.
4) Concentrarsi sulle condizioni di partenza: per favorire l’emergere di dinamiche auto-organizzative la leadership non deve focalizzarsi sugli output attesi in una logica “push”, bensì preoccuparsi di creare le giuste condizioni di partenza. Creare quindi un contesto organizzativo che favorisca l’emergere di determinati comportamenti coerenti con gli scopi dell’organizzazione. – See more at: http://www.limpresaonline.net/articolo.php?id=20534#sthash.QIhGQngK.dpuf

Pensioni, Mastrapasqua: «Dal deficit Inps segnali di non totale tranquillità». Poi la rettifica. Saccomanni: un problema tecnico

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Il disavanzo patrimoniale ed economico dell’Inps «può dare segnali di non totale tranquillità». Così il presidente dell’Inps Antonio Mastrapasqua sui dati di bilancio dell’Ente nel corso di una audizione alla commissione bicamerale di controllo degli enti previdenziali.

La rettifica in serata
Un’uscita che aveva sollevato parecchi allarmi e che ha indotto Mastrapasqua a specificare in serata che i conti dell’Istituto «sono in piena sicurezza» e a smentire «ogni allarmismo». «C’è piena e totale sostenibilità dei conti della previdenza e dell’Inps – ha chiarito Mastrapasqua – Nessun allarme e nessun allarmismo. Oggi mi sono limitato a ribadire quanto ho affermato lo scorso mese di luglio nell’annuale relazione al Parlamento e che cioé il disavanzo ereditato dall’ex Inpdap, non deve trasformarsi in un sintomo di incertezza sulla tenuta della previdenza italiana. È solo un problema contabile, che non mina la certezza dei flussi finanziari. Nessun rischio né per oggi né per domani. Le pensioni sono e saranno regolarmente pagate».

Saccomanni: nessun motivo di allarme Rassicurante la replica di Saccomanni a Bruxelles per partecipare all’Eurogruppo: «È un problema tecnico che stiamo valutando, ne abbiamo parlato anche con Giovannini, ci sta lavorando la ragioneria, non c’è nessun motivo di allarme».

Rivedere norme fusione
Di qui la necessità di rivedere le norme che hanno regolato l’accorpamento dell’Inps con Inpdap ed Enpals. Per Mastrapasqua occorre dunque abbandonare la pratica delle anticipazioni, «di trasferimenti statali non completamente rispondenti ai fabbisogni», e ripristinare una copertura strutturale da parte dello Stato per il pagamento delle pensioni pubbliche. Senza questo intervento normativo si potrebbero «innescare rischi di sotto finanziamento dei disavanzi previdenziali e di progressivo aggravamento delle passività».

Camusso: no allarmi, Mastrapasqua dica cosa vuole fare
Alle preoccupazioni di Mastrapasqua replica così il segretario generale della Cgil, Susanna Camusso: «Oltre a lanciare allarmi Mastrapasqua dovrebbe dirci cosa intende fare». E ancora: «L’unificazioni degli istituti previdenziali «decisa dal governo Monti» e l’evidenza del fatto che «i versamenti da parte del pubblico sono molto parziali non può essere un alibi per immaginare una insicurezza del sistema previdenziale». Quello che la Cgil vorrebbe, ha proseguito il segretario generale, «è che si discutesse come redistribuire ai lavoratori dipendenti e ai pensionati i risparmi derivati dalle riforme pensionistiche del passato»

Collegato Sviluppo, salta il taglio alla bolletta energetica per famiglie e imprese

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Dovrebbe concludersi oggi l’estenuante tira e molla sul collegato sviluppo alla legge di stabilità 2014. Un disegno di legge come provvedimento alternativo a quello che per oltre due mesi era stato preannunciato come decreto legge, prima sotto il titolo di “Fare 2” e poi di “Destinazione Italia”.
Dopo i vari rinvii del decreto, il pacchetto coordinato dal ministero dello Sviluppo economico era atteso al consiglio dei ministri di venerdì scorso nella forma di disegno di legge. Nulla di fatto. Negli ultimi giorni, si è lavorato per portare il Ddl alla riunione di venerdì 15 novembre e il via libera è arrivato in extremis.

Il testo perde pezzi

I continui ritardi hanno in parte ridimensionato la valenza di un intervento ideato in origine da un lato per sostenere la competitività delle imprese nazionali, dall’altro per incoraggiare gli investimenti esteri nell’ottica del piano Destinazione Italia presentato da Letta lo scorso 19 settembre e oggetto di una consultazione pubblica fino al 9 dicembre . 

Ma non è solo questione di tempi. Il provvedimento, infatti, ha perso per strada diversi pezzi, in parte per problemi di copertura e impatti sulla finanza pubblica, in parte per resistenze interne alle stesse strutture ministeriali. È tramontato quello che, nelle intenzioni del ministro dello Sviluppo economico Flavio Zanonato, doveva essere forse il tassello centrale del piano: la riduzione degli oneri delle rinnovabili in bolletta (mediante emissione di bond del Gse) che avrebbe dovuto garantire risparmi sulla

tariffa elettrica per 2-3 miliardi. L’operazione al momento sarebbe saltata, così come la norma che avrebbe dovuto facilitare la portabilità dei conti correnti bancari. Mentre sui visti veloci per chi intende venire in Italia per investire in una startup si va verso una semplificazione delle attuali procedure: una soluzione di compromesso che terrà conto dei dubbi espressi dal ministero degli Affari esteri in merito all’introduzione di uno strumento del tutto inedito.

Letta chiama la moglie del ristoratore suicida per debiti: «Coraggio»

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Il presidente del Consiglio Enrico Letta ha telefonato a Giovanna Temperanza, moglie del ristoratore di Riparbella (Pisa) che nei giorni scorsi si è ucciso a causa della crisi economica. Nella telefonata, Letta ha esortato la donna a farsi forza e ad andare avanti con coraggio.

«Non mi aspettavo proprio la telefonata del presidente del consiglio e mi ha commossa». Giovanna Temperanza ha ancora il nodo in gola mentre racconta del colloquio. «Mi ha detto – acconta la donna – che il mio coraggio deve essere di esempio per molti e io ho risposto che la solidarietà dimostrata da tante persone importanti come lui mi dà ancora più forza per rialzarmi e andare avanti».

La cena all’Osteria del Viandante di Riparbella è stata organizzata per stasera dal prefetto di Pisa, Francesco Tagliente, per aiutare la donna non solo a non chiudere il locale, ma anche per rilanciarlo e regalarle speranza e coraggio per proseguire l’attività. Commensali d’eccezione, insieme al prefetto e tutti a pagamento, altri 51 rappresentanti di enti, istituzioni, vertici delle forze dell’ordine e dell’autorità giudiziaria del territorio: questore, comandanti provinciali di carabinieri e guardia di finanza, procuratore della repubblica, direttore di Equitalia, sindaci e presidente della Provincia, rettore dell’università di Pisa e tanti altri ancora. Tutti insieme per compiere un gesto concreto di solidarietà e vicinanza. I componenti del Servizio di ascolto e sostegno alle persone in difficoltà per colpa della crisi, attivato a settembre dalla prefettura di Pisa (e al quale aderiscono decine di enti e rappresentanti delle categorie economiche e professionali del territorio) hanno partecipato alla serata.

Bimbo nasce da una donna dichiarata morta da 90 giorni: il piccolo sta bene

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È un caso quasi unico al mondo quello che si è verificato a Debrecen, in Ungheria. I medici del Centro Medico Universitario per la Scienza della Salute sono riusciti infatti a far nascere un bambino da una madre, che si trovava da novanta giorni in coma ed era stata dichiarata clinicamente morta.

Il piccolo, nato a luglio con il peso di 1420 grammi, ora sta bene e si trova a casa, come rende noto l’ambasciata ungherese in Italia, mentre gli organi della madre sono stati donati. Solo due altri casi del genere sono conosciuti nella storia della medicina, ma non era mai avvenuto con un feto così piccolo. La donna era incinta di 15 settimane, quando dopo un ictus ha perso conoscenza. Dopo essere stata ricoverata in ospedale, è stata immediatamente operata, ma anche se l’intervento è riuscito, non ha più ripreso conoscenza ed è caduta in coma. Dichiarata clinicamente morta, è stata sottoposta a ventilazione artificiale per mantenere i suoi organi in funzione. Gli esami avevano mostrato che il feto non solo era in vita, ma si muoveva attivamente.

Così il padre del bambino, i genitori della ragazza e i medici hanno deciso di tentare di mantenere il corpo della donna in vita e permettere al feto di svilupparsi fino a quando sarebbe stato in grado di nascere. A partire dalla 20esima settimana le infermiere hanno iniziato a parlare al feto e a chiamarlo per nome. La famiglia stessa lo visitava regolarmente, mentre il padre e le nonne accarezzavano il ventre della madre e parlavano col bimbo. La radio era accesa tutto il giorno per far sentire al feto voci umane e musica. A luglio, alla 27/a settimana di gravidanza e, 90 giorni dopo che la madre era in coma, è nato il bambino con taglio cesareo, con tutti gli organi ben sviluppati e un peso di 1420 grammi. I medici e la famiglia hanno deciso di donare gli organi della madre, che hanno salvato altre cinque persone. Il bimbo gode di buona salute, si sta sviluppando normalmente e ora è a casa.

Yara Gambirasio, parla Lorenzo B: “Ho fatto cose orribili, ora chiedo scusa alla famiglia

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Dovete portare questo messaggio alla famiglia Gambirasio da parte mia: ‘Mamma Maura, papà Fulvio, io ho agito in un modo orribile e ho creato tanto dolore, ma l’ho fatto solo perché vostra figlia Yara possa un giorno trovare la pace. La vostra sofferenza è anche la mia. Perdonatemi’ Ecco, dite questo alla famiglia Gambirasio, vi prego. Poi lasciatemi in pace…” Sono le due di un sabato pomeriggio, a Bourges, cittadina senza colore nel cuore della Francia, a 800 chilometri da Bergamo, a otto ore di un’autostrada che spacca in due un’interminabile campagna. Il cielo è indeciso tra la pioggia e il sole. Siamo seduti al “Café Messire Jacques” un posto qualsiasi in una strada come tante, un tavolino e tre seggiole sul marciapiede sotto una tenda verde bottiglia, un posto dove puoi capitare soltanto per caso. Lorenzo B. sta seduto tra me e il direttore di “Giallo”, Andrea Biavardi. Nervoso, con la sigaretta tra i denti, Lorenzo trema “perché da tre giorni, da quando sono uscito di prigione, non prendo le medicine per l’insonnia che mi perseguita da una vita”. Indossa un maglione bluette con sopra un elefantino marinaretto e qualche gabbiano. Ordina un caffè ristretto. E poi parla ancora: della sua vita, della prigione e della piccola Yara Gambirasio. D’altronde siamo venuti fin quaggiù proprio per questo. Per sentire cosa ha da dire e che cosa sa Lorenzo B. della piccola Yara.

UNA POESIA INQUIETANTE Ve lo ricorderete, Lorenzo B. Su “Giallo” ve ne abbiamo parlato tanto. Lui è il cinquantenne pedofilo – ma guai a usare questa parola con lui perché: «Per carità, io non sarei mai capace di far del male a un bambino» – finito in carcere quattro volte per detenzione di materiale pedopomografico. Lorenzo nel 2010 ha cercato di incontrare dal vivo una ragazzina della provincia di Bergamo, Laura C., di anni 13, che aveva conosciuto qualche mese prima su Facebook fingendosi un giovanotto francese di un anno più grande di lei, Laurent.La mamma di Laura aveva scoperto l’inganno e aveva mandato tutto allaria. Lui, allora, si era impossessato del profilo facebook di Laura, delle sue foto, delle sue amicizie, e con il nome e il cognome di Laura aveva riempito il web di frasi, pensieri, video. Tutti ossessivamente dedicati alla piccola Yara Gambirasio. Lorenzo, infatti, ha iniziato a fingere di essere Laura, e a fingere che Laura fosse una carissima amica della piccola Yara, la più cara tra le amiche. Una compagna di ginnastica ritmica, addirittura. Fingeva di essere distrutta dal dolore per la scomparsa prima, e la morte poi, della ragazzina di Brembate di Sopra. Di più. Diceva di sapere qualcosa dellassassino. Diceva che era un tizio che faceva paura. Che tutte lì a Brembate lo conoscevano, che tutte tremavano quando passava, che tutte avevano il terrore di essere prese da lui. Fino al giorno del funerale della piccola, quando addirittura scrisse: «Anche stanotte sei tornata, ti ho vista… ti ho sentita… e poi ceri tu… e le tue grida… il tuo pianto… l’orrore… e poi…». Una poesia dedicata alla ragazzina da far venire la pelle d’oca. Uno strazio, quasi una confessione.

ERA UN RAGAZZO “DIFFICILE” “Giallo” vi ha raccontato tutto questo e altro ancora. Vi abbiamo spiegato infatti che Lorenzo da giovane era un allenatore di ginnastica artistica, un dettaglio che lo avvicina se possibile ancora di più alla storia della piccola Yara. Vi abbiamo detto che i primi tre anni di vita li ha trascorsi in un orfanotrofio a San Fermo della Battaglia, in provincia di Como, con la sorellina. Insospettiti da queste coincidenze che lo legano a Yara, siamo andati in Svizzera, a trovare la sua mamma e il suo papà e ve ne abbiamo dato conto. Loro ci hanno raccontato di un ragazzino difficile, venuto su a fatica, tra fughe da casa, banchi lanciati contro i professori, scatti di rabbia e momenti strani come le notti passate a saltare sui tetti. Ci hanno detto che Lorenzo ha trascorso l’adolescenza in un centro per ragazzi complicati, un “foyer”, e che è stato arrestato in Svizzera e poi in Italia. Ci hanno detto: «Non ha mai lavorato, gli mandavamo i soldi, qualche centinaio di franchi, raramente qualche migliaio, togliendoci il pane di bocca, e lui ci si comperava i computer. Da un anno non lo sentiamo più ma ci aspettavamo che prima o poi lui, forse nel centro per ragazzi difficili, lì frequentava cattive compagnie, gente pericolosa. Mio fratello mi ha rovinato la vita, mi ha portato alla droga, a una sofferenza da cui sto uscendo solo ora, con tanta fatica». Marco ci ha detto che Lorenzo aveva alcuni coltelli, da giovane, e che li sapeva usare. «Una volta ne ha alzato uno perfino contro nostro padre, e non è finita in tragedia solo per un caso». E poi: «Voglio fare un appello a mio fratello: voglio dirgli che io lo so che lui non è un assassino, ma se sa qualcosa su Yara, se sa chi Tha uccisa, deve parlar Si lavi la coscienza, ci liberi almeno da questo peso». Gli inquirenti italiani, a cui “Giano” si è rivolto, hanno iniziato a indagare su Lorenzo. Ma dopo una settimana si sono fermati.

«MI È MORTO UN FIGLIO» Lorenzo spegne la sigaretta e ci parla: «Ciò che ho fatto, l’ho fatto per non lasciare che la piccola Yara fosse dimenticata e tutto questo mi è già costato 20 mesi di prigione. Anche io, come i signori Gambirasio, ho perso un figlio 3 anni fa. Era il mio cucciolo. E morto di leucemia. Non lo sa nessuno. Non lo posso provare. Si chiamava Laurent, Lorenzo, come me. Aveva 14 anni. Ora voglio solo vivere anche io il mio lutto, e ricostruire la mia vita: sto in una casa di campagna con un amico conosciuto in prigione. Insieme abbiamo messo su una società di computer. Vogliamo anche creare un’associazione per assistere i detenuti che escono dalla galera. Quando sono uscito di prigione io, la terza volta, nel 2012, mi sono trovato senza soldi e senza casa. Ho vissuto anche per strada. Uno schifo».

Bergamo, guida dopo aver assunto cocaina: esame delle urine non basta. “Assolto”

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Si era messo alla guida sotto l’effetto di stupefacenti ma l‘esame delle urine non è bastato al giudice per incriminarlo. Il giovane, 22 anni di Merate in provincia di Lecco, è stato assolto perché il fatto non sussiste.
Lo ha stabilito il giudice per l’udienza preliminare Alberto Viti. Il giovane, fermato a Bonate Sopra (Bergamo) da un posto di blocco, il 16 ottobre dello scorso anno, secondo i carabinieri era in stato visibilmente alterato. Dopo un controllo dell’auto, a bordo della quale hanno trovato un piccolo quantitativo di hashish e cocaina, i militari lo hanno accompagnato al Policlinico di Ponte San Pietro per sottoporlo ai dovuti controlli.
Dall’esame delle urine prelevate la sera stessa del controllo risultava la presenza dei cosiddetti cataboliti della cocaina. Per l’accusa il test era la prova che il giovane si era messo alla guida sotto l’effetto della droga. Ma per il giudice non è stato invece sufficiente.
Il giudice ha, infatti, ascoltato la perizia di un responsabile dell’Asl, Massimo Corti, che aveva spiegato – tra le altre cose – come effettivamente il risultato ottenuto dall’analisi delle urine dimostrava solo che nelle 48 ore precedenti al test era stato fatto uso di cocaina.
E’ possibile, perciò, che l’effetto della droga fosse già svanito nel momento in cui il giovane si era messo alla guida. L’indicazione oraria è stata ritenuta troppo vaga per poter arrivare a una condanna definitiva. Sarebbe bastato un esame del sangue a fugare ogni dubbio.

Francia, protesi mammarie: condannata TÜV, azienda che certificava

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Il certificatore certificava senza mai verificare, secondo i giudici: nello scandalo delle protesi mammarie esploso in Francia nel 2010 finisce per pagare il leader europeo dei controlli di qualità, la tedesca Tüv, condannata dal tribunale di Tolone a pagare una provvisionale da tremila euro ciascuna a più di 1600 donne e sei distributori delle protesi che erano imbottite con un gel non consentito dalle norme.

“Quest’azienda ha certificato le protesi per quindici anni, certificava che queste protesi non costituivano un rischio per la salute e non ne aveva mai nemmeno toccata una, non aveva mai fatto nemmeno un controllo a campione, hanno esternalizzato il loro lavoro a un’azienda che non era autorizzata a farlo”, dice l’avvocato di parte civile.

La difesa invece si dice scandalizzata da un verdetto che contraddice persino i giudici di Marsiglia, che stanno giudicando il produttore delle protesi:

“Questo verdetto contraddice gli elementi dell’istruttoria, contraddice anche le richieste del Pubblico Ministero, contraddice le conclusioni dei magistrati di Marsiglia, che dopo due anni d’inchiesta hanno concluso che TÜV è stata truffata dal produttore delle protesi. Penso che stiano solo cercando qualcuno che paghi”, dice l’avvocatessa, che ha poi preannunciato ricorso in appello.

Il fondatore dell’azienda produttrice, la PIP, non è solvibile: Jean-Claude Mas e quattro dirigenti sono a processo a Marsiglia, ma si sa che comunque non potranno pagare i danni. È per questo che le speranze delle vittime si rivolgono soprattutto all’azienda che certificava.