29 Ottobre 2026, giovedì
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Crans-Montana, arrestato Jacques Moretti: accuse di violenza sulla moglie Jessica

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È un nuovo capitolo, questa volta lontano dalle vicende giudiziarie legate alla tragedia del Constellation, a riportare i coniugi Moretti sotto i riflettori. Jacques Moretti, proprietario della discoteca di Crans-Montana teatro della strage di Capodanno in cui persero la vita 41 persone, è stato arrestato con l’accusa di aver aggredito la moglie Jessica Moretti.

Secondo quanto riferito dalle emittenti svizzere Léman Bleu e RTS, i fatti sarebbero avvenuti nella notte tra l’11 e il 12 agosto, nell’abitazione della coppia. Jessica Moretti, a seguito delle presunte violenze, avrebbe avuto bisogno di cure ospedaliere. Non sono al momento disponibili informazioni certe sulle sue condizioni né è noto se abbia già lasciato l’ospedale.

La vicenda è oggetto di un procedimento distinto rispetto all’inchiesta sulla tragedia del Constellation. Un elemento sul quale i legali dei due coniugi hanno voluto porre particolare attenzione, invitando a non sovrapporre i due dossier giudiziari.

Il precedente che ha segnato i Moretti

Il nome di Jacques Moretti è già da mesi legato a una delle pagine più drammatiche della cronaca svizzera recente. Il Constellation, il locale di cui è proprietario insieme alla moglie, fu infatti teatro della tragedia avvenuta nella notte di Capodanno, nella quale 41 persone persero la vita.

Per quella vicenda, Jacques e Jessica Moretti risultano indagati dalla Procura del Vallese insieme ad altre 14 persone. L’inchiesta punta a ricostruire responsabilità e possibili carenze all’origine della tragedia, mentre proseguono gli accertamenti sulle circostanze che trasformarono i festeggiamenti di Capodanno in una strage.

Ora, però, l’attenzione degli inquirenti è rivolta a un episodio completamente diverso e circoscritto alla sfera familiare.

La posizione degli avvocati

Di fronte alle notizie sull’arresto, i difensori dei coniugi hanno scelto una linea comune: nessun commento nel merito.

«Le ultime informazioni diffuse da alcuni media, così come le richieste di cui siamo oggetto, ci portano a tornare sui fatti avvenuti recentemente presso il domicilio dei coniugi Moretti», hanno spiegato i legali. «Questi fatti, oggetto di un procedimento distinto, riguardano esclusivamente la loro vita privata, motivo per cui non forniremo alcun commento».

Una presa di posizione che mira dunque a mantenere separati i due procedimenti e, soprattutto, a proteggere la dimensione personale della coppia in una fase già segnata da una pesante esposizione mediatica.

Gli avvocati hanno inoltre richiamato il difficile periodo vissuto dai Moretti dopo la tragedia del primo gennaio, sottolineando come i recenti fatti si inseriscano «in un contesto» di una prova particolarmente intensa che i coniugi avrebbero affrontato insieme.

Restano da chiarire, sul piano giudiziario, la dinamica dell’episodio di agosto, la natura e l’entità delle lesioni riportate da Jessica Moretti e gli eventuali ulteriori sviluppi dell’inchiesta. Per ora, oltre all’arresto di Jacques Moretti, le informazioni disponibili restano limitate e la vicenda rimane coperta dal riserbo degli inquirenti e dei difensori.

Treviso, pedina la ex con un Gps nascosto nell’auto: 55enne arrestato

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Un Gps nascosto nel vano motore dell’auto per sapere dove si trovasse la ex compagna e seguirne gli spostamenti. È quanto contestato a un 55enne di Villorba, nel Trevigiano, arrestato dai carabinieri dopo essere stato individuato nei pressi della vettura della donna, parcheggiata vicino a un locale pubblico di Carbonera.

Secondo quanto ricostruito dai militari, l’uomo avrebbe installato all’insaputa della ex un dispositivo di localizzazione sull’automobile, trasformandola di fatto in uno strumento per monitorare i movimenti della donna. Un controllo a distanza che, secondo l’accusa, gli avrebbe consentito di sapere dove si trovasse e di raggiungerla.

Il ritrovamento dell’uomo nei pressi dell’auto ha fatto scattare l’intervento dei carabinieri. La vicenda assume un peso ancora maggiore alla luce di un precedente: il 55enne era infatti già stato denunciato per atti persecutori nei confronti della stessa donna.

L’episodio si inserisce dunque in un quadro già attenzionato dagli investigatori e porta alla luce un ulteriore presunto strumento di controllo della vittima. La tecnologia, in questo caso, sarebbe stata utilizzata per superare la distanza e continuare a seguire gli spostamenti della ex senza che lei ne fosse consapevole.

Per l’uomo è scattato l’arresto con l’accusa di interferenze illecite nella vita privata. Al termine degli accertamenti, l’autorità giudiziaria ha disposto nei suoi confronti la misura degli arresti domiciliari.

La contestazione dovrà ora essere verificata nel corso del procedimento, nel rispetto della presunzione di innocenza. Resta però il dato investigativo: un dispositivo Gps installato clandestinamente avrebbe consentito al 55enne di localizzare l’auto della ex e, secondo la ricostruzione degli inquirenti, di seguirne gli spostamenti nonostante una precedente denuncia per atti persecutori.

Caserta, Guido massacrato a calci e pugni: arrestato un cittadino di origini ucraine

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Una discussione, poi la violenza che esplode improvvisamente. Guido, conosciuto a Caserta per la sua condizione di senza fissa dimora e per una vita segnata da difficoltà e marginalità, è stato aggredito con una ferocia inaudita in piazza Sant’Anna. Trasportato in ospedale, è morto venerdì 21 agosto, dopo aver riportato gravi lesioni.

Per l’aggressione è stato arrestato dalla Guardia di finanza un cittadino di origini ucraine. La dinamica dei fatti è al vaglio degli investigatori. A documentare almeno una parte dell’accaduto è un video che in questi giorni circola sui social network e che mostra Guido mentre discute con un’altra persona. In pochi istanti la situazione degenera: l’uomo viene colpito violentemente, cade a terra e viene raggiunto da ulteriori calci, anche alla testa e al torace. Poi, secondo quanto emerge dalle immagini diffuse, l’aggressore lo rialza e gli sferra un ultimo, violento pugno al volto.

Una sequenza drammatica, consumata in un luogo pubblico e, secondo le ricostruzioni, alla presenza di altre persone. Proprio l’atteggiamento dei presenti è diventato uno degli aspetti più discussi dopo la diffusione del video: oltre alla violenza che ha provocato la morte di Guido, pesa infatti l’interrogativo su cosa sia stato fatto, o non fatto, per interrompere quell’aggressione.

Piazza Sant’Anna, intanto, torna al centro dell’attenzione. Chi vive e frequenta quotidianamente la zona la descrive come un luogo nel quale non sono mancati episodi di disordine e situazioni di tensione. La morte di Guido, però, porta in primo piano una questione che va oltre la cronaca nera: quella delle persone che vivono ai margini e che troppo spesso diventano invisibili.

Guido aveva alle spalle un passato lavorativo come cameriere e una storia personale difficile. Negli ultimi tempi viveva a Maddaloni e frequentava la mensa della chiesa di Nostra Signora di Lourdes, un punto di riferimento per chi si trova in condizioni di fragilità.

Sulla vicenda è intervenuto anche il deputato di Avs Francesco Emilio Borrelli, che ha definito le immagini dell’aggressione «sconvolgenti», puntando l’attenzione non soltanto sulla brutalità delle percosse, ma anche sulla presunta indifferenza di chi avrebbe assistito alla scena.

Un tema sul quale ha insistito anche monsignor Pietro Lagnese, arcivescovo di Capua e vescovo di Caserta. La morte di Guido, ha sottolineato, deve interrogare l’intera comunità: istituzioni, Chiesa, volontariato e cittadini. Il rischio, nelle parole del presule, è quello di abituarsi alla sofferenza incontrata per strada, fino a considerare normale ciò che normale non è: la solitudine, la povertà, l’emarginazione.

La morte di Guido lascia dunque due domande aperte. La prima riguarda l’accertamento delle responsabilità e la ricostruzione completa di ciò che è accaduto quella sera in piazza Sant’Anna. La seconda, forse ancora più profonda, riguarda la capacità di una comunità di riconoscere chi vive ai suoi margini prima che sia troppo tardi.

Perché dietro la definizione di “clochard” non c’è soltanto una condizione abitativa. C’è una persona, una storia, un passato e spesso una lunga sequenza di fragilità. Guido aveva una storia che meritava di essere vista prima della violenza che lo ha ucciso.

Mar Rosso, colpita una petroliera al largo dell’Arabia Saudita: scatta il “D-Day” economico di Washington contro l’Iran

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Dopo giorni di minacce, attese e segnali sempre più inquietanti, per l’Iran è arrivato il momento della stretta economica americana. Washington alza il livello dello scontro e annuncia quello che il segretario al Tesoro Scott Bessent ha definito, nei fatti, un vero e proprio “D-Day economico”: una nuova offensiva sanzionatoria destinata a esercitare una pressione senza precedenti su Teheran.

L’obiettivo dichiarato dall’amministrazione di Donald Trump è netto: tagliare le fonti di finanziamento del regime iraniano, ridurne progressivamente lo spazio di manovra e impedirgli di aggirare l’isolamento internazionale attraverso reti commerciali e finanziarie alternative.

«Vogliamo recidere ogni linfa che sostiene il regime tirannico fino a lasciare Teheran isolata», ha affermato Bessent, delineando una strategia che non guarda soltanto all’Iran. Il messaggio di Washington è rivolto anche agli interlocutori internazionali che dovessero scegliere una linea di cautela o di “pacificazione” nei confronti degli ayatollah: il nuovo pacchetto di misure potrebbe infatti produrre conseguenze anche per quei Paesi e quelle realtà economiche accusate dagli Stati Uniti di contribuire, direttamente o indirettamente, alla sopravvivenza del sistema iraniano.

La pressione economica si salda con quella militare

La partita, tuttavia, non si gioca soltanto sui mercati, sulle banche e sulle esportazioni. Sullo sfondo resta una situazione estremamente delicata lungo alcune delle principali arterie marittime del pianeta.

Tra Bab el-Mandeb e Stretto di Hormuz, il traffico commerciale continua a essere fortemente ridimensionato. Due passaggi strategici per l’approvvigionamento energetico e per il commercio globale sono diventati così il termometro di una crisi che rischia di trasformarsi rapidamente da regionale a internazionale.

Nel Golfo Persico, intanto, i pasdaran hanno ribadito la propria posizione nei confronti delle navi in transito, avvertendo che le imbarcazioni che dovessero violare i protocolli indicati dalle autorità iraniane saranno sottoposte a «dure restrizioni».

Un linguaggio che contribuisce ad alimentare l’incertezza e che arriva mentre gli operatori marittimi sono già costretti a fare i conti con un quadro di sicurezza profondamente deteriorato.

Petroliera colpita nel Mar Rosso

A rendere ancora più teso lo scenario è la segnalazione arrivata dall’UK Maritime Trade Operations, secondo cui una petroliera è stata colpita da un proiettile non identificato nel Mar Rosso, al largo dell’Arabia Saudita.

L’episodio aggiunge un nuovo elemento di preoccupazione a una rotta già sottoposta a forti pressioni. L’identità dell’autore e la dinamica dell’attacco restano da chiarire, ma il semplice verificarsi dell’incidente conferma quanto sia fragile la sicurezza della navigazione nell’area.

Il Mar Rosso e il Golfo Persico si trovano così al centro di una stessa crisi: da una parte il tentativo americano di soffocare economicamente Teheran, dall’altra il rischio che la pressione politica ed economica si traduca in nuove tensioni sulle rotte commerciali ed energetiche.

Il rischio di una crisi più ampia

La strategia di Washington punta dunque a rendere sempre più costoso per l’Iran mantenere in funzione i propri canali economici. Ma l’effetto delle sanzioni non si misura soltanto nelle relazioni tra Stati Uniti e Iran. In un sistema commerciale globale, ogni ulteriore restrizione può produrre conseguenze a catena su banche, compagnie energetiche, assicurazioni e trasporti.

È proprio questo il punto di forza — e al tempo stesso il principale elemento di rischio — della nuova offensiva americana. Più efficace sarà il tentativo di isolare Teheran, maggiore potrebbe essere la pressione esercitata sull’intero sistema economico che ruota attorno alle rotte del Medio Oriente.

E mentre Washington prepara la sua offensiva finanziaria, in mare la tensione continua a salire. La petroliera colpita nel Mar Rosso e le minacce rivolte alle navi nel Golfo Persico sono segnali diversi di una medesima crisi: quella di un equilibrio regionale sempre più precario, nel quale economia, energia e sicurezza marittima sono ormai diventate facce della stessa partita.

Bibione, 80enne gettato in laguna all’alba: «Sono sopravvissuto per miracolo»

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Un gesto improvviso, violento e apparentemente senza alcun motivo. È quanto denuncia un uomo di 80 anni, originario di San Martino al Tagliamento, nel Pordenonese, che sostiene di essere stato aggredito all’alba mentre si trovava su un pontile affacciato sulla laguna di Bibione, in provincia di Venezia.

Secondo il racconto dell’anziano, raccolto dal Gazzettino, tutto sarebbe accaduto in pochi istanti. L’uomo si stava concedendo qualche momento di tranquillità durante la sua vacanza quando un’auto avrebbe raggiunto la zona del pontile. Dalla vettura sarebbero scesi due giovani sconosciuti che, senza rivolgergli la parola, lo avrebbero raggiunto alle spalle e spinto con violenza.

L’80enne sarebbe precipitato direttamente in acqua.

La lotta per tornare a riva

Per l’uomo, quei pochi secondi si sarebbero trasformati in una drammatica lotta per la sopravvivenza. Finito nella laguna, avrebbe cercato di mantenersi a galla nonostante lo spavento e la difficoltà a risalire sul pontile.

«Non so come, ma sono riuscito a tenermi a galla», avrebbe raccontato ancora sotto choc. La salvezza sarebbe arrivata grazie a uno dei pali di sostegno della struttura, al quale l’anziano sarebbe riuscito ad aggrapparsi. Con uno sforzo considerevole avrebbe quindi raggiunto nuovamente il pontile, mettendosi in salvo.

Nel frattempo, sempre secondo la sua ricostruzione, i due giovani si sarebbero allontanati rapidamente. Dopo la spinta sarebbero risaliti sull’auto, facendo perdere le proprie tracce.

L’allarme e le indagini

Una volta tornato all’asciutto, l’80enne avrebbe dato immediatamente l’allarme. Sul posto sono intervenuti i soccorsi, che gli avrebbero prestato le prime cure per le escoriazioni riportate nell’aggressione e nella successiva caduta in acqua.

La denuncia ha quindi fatto scattare gli accertamenti investigativi. A rendere particolarmente importante il lavoro degli inquirenti potrebbe essere la presenza di alcune telecamere di videosorveglianza nella zona, che avrebbero ripreso quanto accaduto.

Secondo quanto riferito dal Gazzettino, le immagini sarebbero sufficientemente nitide da aver consentito agli investigatori di individuare il veicolo utilizzato dai due giovani e di risalire al suo proprietario. Gli accertamenti potrebbero inoltre permettere di identificare i presunti aggressori.

Resta da chiarire soprattutto il movente di un episodio che, se confermato nella dinamica denunciata dalla vittima, appare tanto inspiegabile quanto pericoloso: una spinta apparentemente gratuita che avrebbe potuto avere conseguenze ben più gravi, considerando l’età dell’uomo e il rischio concreto di annegamento.

Saranno ora le immagini delle telecamere, le testimonianze e gli ulteriori accertamenti investigativi a stabilire con precisione cosa sia accaduto su quel pontile alle prime luci dell’alba e quali responsabilità possano essere attribuite ai due giovani.

Russia-Ucraina, droni contro un asilo a Krasnodar: due bambini morti. Kiev celebra l’indipendenza sotto le bombe

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La guerra torna a colpire i più piccoli proprio nel giorno in cui l’Ucraina celebra la propria indipendenza. A Krasnodar, nel sud della Russia, un attacco con droni attribuito a Kiev ha provocato la morte di due bambini e il ferimento di altre nove persone, tra cui sette minori. Secondo quanto riferito dal governatore della regione, Veniamin Kondratyev, alcuni velivoli senza pilota hanno colpito un asilo privato.

A migliaia di chilometri di distanza, ma dentro la stessa spirale di guerra, il bilancio civile si è aggravato anche in Ucraina. Un attacco russo alla periferia di Kharkiv ha causato tre vittime.

È lo sfondo drammatico sul quale Kiev celebra oggi, 24 agosto, il 35° anniversario della proclamazione dell’indipendenza. Una ricorrenza che cade per la quinta volta dall’inizio dell’invasione russa su vasta scala, nel febbraio 2022, e che quest’anno assume un significato ancora più forte: quello di una nazione che festeggia la propria sovranità mentre continua a combattere per difenderla.

Trentacinque anni di indipendenza, nel cuore della guerra

Il 24 agosto 1991 il Parlamento ucraino approvò l’Atto di proclamazione dell’indipendenza, sancendo la nascita di uno Stato sovrano dopo il fallito colpo di Stato dell’agosto di quell’anno a Mosca.

Pochi mesi più tardi, il 1° dicembre 1991, il processo venne definitivamente consacrato dal referendum nazionale: il 90,32% degli elettori si espresse a favore dell’indipendenza.

Da allora, quella data è diventata la principale festa nazionale ucraina. Ma l’anniversario del 2026 arriva ancora una volta sotto il segno del conflitto. Le celebrazioni si intrecciano così con la necessità di mantenere alta l’attenzione internazionale e, soprattutto, di rafforzare la capacità di difesa del Paese.

La Coalizione dei Volenterosi torna al tavolo

Proprio oggi si riunisce in Ucraina la Coalizione dei Volenterosi, il gruppo dei principali Paesi europei impegnati a sostenere Kiev. L’incontro è co-presieduto da Regno Unito, Francia e Germania e vede la partecipazione del presidente del Consiglio europeo, Antonio Costa.

«Sono orgoglioso di trovarmi qui in un giorno così significativo», ha dichiarato Costa, ribadendo il sostegno dell’Unione europea all’Ucraina e definendo la sua lotta anche come una battaglia dell’Europa.

Il confronto arriva in una fase particolarmente delicata. Kiev chiede soprattutto sistemi di difesa antiaerea, di cui continua a denunciare la carenza, e un ulteriore aumento della pressione politica ed economica su Mosca. Gli attacchi contro le città ucraine, infatti, continuano a mettere a dura prova la popolazione civile.

Il vertice dei Volenterosi si svolge inoltre mentre restano aperti i canali diplomatici con Washington e Mosca e si cerca di capire se esistano margini concreti per trasformare i colloqui degli ultimi mesi in un percorso verso la fine delle ostilità.

Witkoff e Kushner rinviano la missione a Kiev e Mosca

In questo quadro si inserisce il rinvio della visita in Ucraina e Russia dell’inviato speciale statunitense Steve Witkoff e di Jared Kushner, genero del presidente Donald Trump.

Secondo quanto riferito dall’agenzia russa Tass, la missione non dovrebbe svolgersi prima della fine di agosto. Il rinvio significa anche che i due rappresentanti americani non saranno presenti a Kiev durante le celebrazioni per l’anniversario dell’indipendenza.

Da Mosca, intanto, il ministro degli Esteri Sergej Lavrov ha confermato che Vladimir Putin sarebbe pronto a incontrare nuovamente gli emissari del presidente americano. La questione, ha lasciato intendere il ministro, riguarda però soprattutto le proposte che gli inviati statunitensi porteranno al tavolo.

Un segnale che lascia aperto il canale diplomatico, ma senza sciogliere i nodi principali del negoziato.

Zelensky: un piano per arrivare alla fine della guerra

Secondo il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, nei colloqui tra Ucraina, Stati Uniti, Europa e Russia sono emerse alcune idee comuni per arrivare a una soluzione.

Il piano, ha spiegato, comprenderebbe un cessate il fuoco, la creazione di una zona economica libera e il ritiro delle truppe. Un insieme di proposte che, nelle parole di Zelensky, sarebbe stato discusso e condiviso nel confronto tra le diverse parti.

Resta tuttavia enorme la distanza tra l’ipotesi diplomatica e la realtà sul terreno. Gli attacchi proseguono e il fronte resta caratterizzato da una crescente intensità, mentre le popolazioni civili continuano a pagare il prezzo più alto.

Bruxelles mette sul tavolo altri 6,1 miliardi per la difesa

Nel giorno dell’indipendenza arriva anche un nuovo impegno finanziario europeo. La Commissione europea ha approvato nuovi appalti nel settore della difesa destinati all’Ucraina per un valore complessivo di 6,1 miliardi di euro.

Le risorse serviranno a finanziare sistemi di difesa aerea e antimissile, missili, munizioni e radar. È un intervento che conferma la scelta dell’Unione europea di rafforzare la capacità di Kiev di proteggere il proprio territorio dagli attacchi russi.

Il sostegno militare, dunque, resta uno dei pilastri della strategia europea mentre sul piano diplomatico si tenta di individuare una via d’uscita dal conflitto.

Zelensky: «L’Ucraina non cadrà»

Nel suo messaggio alla nazione, Zelensky ha cercato di trasformare il significato dell’anniversario in un messaggio di resistenza.

«È davvero molto, molto difficile per tutti noi», ha riconosciuto il presidente, sottolineando però come la capacità degli ucraini di sostenersi reciprocamente rappresenti una delle principali forze del Paese.

Il presidente ha parlato di una guerra che ha cambiato profondamente il significato della festa nazionale e ha affidato la conclusione del suo messaggio a una promessa: finché il legame tra gli ucraini e i loro sostenitori non verrà spezzato, «l’Ucraina non cadrà».

Nel giorno in cui Kiev celebra i 35 anni dalla nascita dello Stato indipendente, la festa assume così un doppio significato. È memoria di una scelta compiuta nel 1991, ma anche una dichiarazione di resistenza nel pieno della guerra.

E mentre la diplomazia prova a riaprire una prospettiva di pace, i droni e i missili continuano a ricordare quanto sia ancora lunga la strada per arrivarci.

Diesel a 2,13 euro al litro: il governo cerca risorse per evitare il nuovo salasso

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Il conto alla rovescia è già iniziato. Per gli automobilisti italiani mancano soltanto due giorni alla scadenza dell’attuale taglio delle accise sui carburanti e il rischio è che il pieno diventi ancora più costoso proprio nel cuore del controesodo estivo.

Il governo ha guadagnato qualche ora di respiro, ma non ha ancora risolto il problema. Con il decreto interministeriale firmato dal ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti e dal ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica Gilberto Pichetto Fratin, la scadenza della misura è stata infatti spostata dalla mezzanotte di lunedì 24 agosto a quella di mercoledì 26. Una proroga lampo, sufficiente a evitare l’immediato scatto dei prezzi, ma non a mettere in sicurezza il fine settimana più delicato dell’esodo di rientro.

Il diesel è già sopra quota 2 euro

I numeri spiegano perché Palazzo Chigi consideri la questione una priorità. Secondo i dati dell’Osservatorio prezzi del ministero delle Imprese e del Made in Italy, il prezzo medio del diesel in modalità self sulle autostrade si attesta a circa 2,13 euro al litro, mentre la benzina viaggia intorno ai 2,01 euro.

A questi livelli, anche pochi centesimi in più si trasformano rapidamente in un aggravio significativo per le famiglie. Se, una volta terminato il taglio delle accise, arrivasse l’aumento stimato di circa 17 centesimi al litro, un rifornimento da 50 litri costerebbe quasi 9 euro in più. Una cifra che, moltiplicata per milioni di automobilisti e per gli spostamenti del controesodo, rischia di diventare un ulteriore freno ai consumi.

Per l’esecutivo, dunque, non si tratta soltanto di contenere l’impatto del caro carburanti sui bilanci familiari. C’è anche una questione politica: evitare che il ritorno dalle vacanze coincida con un nuovo, immediato rialzo dei prezzi alla pompa.

La vera partita è trovare i soldi

La proroga fino al 26 agosto può essere finanziata attraverso il meccanismo delle accise mobili, utilizzando almeno in parte il maggior gettito Iva prodotto dall’aumento dei prezzi dei carburanti. Ma si tratta di una soluzione che, per sua natura, non sembra sufficiente a sostenere un intervento più lungo.

Ed è qui che si apre il capitolo più complicato: le coperture.

Per prolungare il taglio delle accise fino all’inizio di settembre servirebbero nuove risorse, nell’ordine di decine di milioni di euro e potenzialmente anche oltre, a seconda della durata e dell’entità della misura. Il governo dovrà quindi tornare a riunire il Consiglio dei ministri e mettere a punto un nuovo decreto legge, individuando contemporaneamente le risorse necessarie.

Il precedente è quello di inizio agosto, quando l’esecutivo aveva finanziato il provvedimento anche attraverso interventi sulla spesa dei ministeri. Una strada che potrebbe tornare sul tavolo, ma che non è priva di difficoltà: più la crisi dei prezzi si prolunga, più diventa complesso reperire coperture senza incidere su altre voci di bilancio.

Bruxelles entra nella partita

Mentre a Roma si cerca una soluzione immediata, il dossier carburanti si sposta anche sul terreno europeo. L’Italia, insieme a Germania, Austria, Polonia, Portogallo e Spagna, avrebbe proposto una risposta comune al fenomeno degli extraprofitti delle compagnie petrolifere.

L’idea è quella di introdurre a livello dell’Unione europea una tassazione sugli extraprofitti realizzati dalle società del settore, beneficiarie di margini particolarmente elevati in una fase caratterizzata da forti tensioni geopolitiche e dall’impennata dei prezzi energetici.

La proposta è stata formalizzata attraverso una lettera congiunta indirizzata al ministro delle Finanze irlandese, Paese che detiene la presidenza di turno dell’Ue. L’obiettivo dei sei governi è portare il tema al tavolo dei ministri delle Finanze nella prima riunione utile prevista per il mese prossimo.

Tra emergenza e soluzione strutturale

Il doppio binario seguito dal governo racconta bene la difficoltà della situazione. Da una parte c’è l’urgenza di evitare che il prezzo alla pompa aumenti di colpo alla vigilia del controesodo. Dall’altra, la consapevolezza che continuare a finanziare tagli temporanei delle accise rischia di trasformarsi in una soluzione costosa e difficile da sostenere nel medio periodo.

La proroga di due giorni, quindi, è soprattutto un ponte. Il vero appuntamento è quello successivo: capire se l’esecutivo riuscirà a costruire una misura abbastanza lunga da superare la fase più critica senza dover intervenire nuovamente a distanza di pochi giorni.

Nel frattempo, la proposta europea sugli extraprofitti prova ad aprire una strada diversa: non soltanto alleggerire il conto per gli automobilisti attraverso le casse pubbliche, ma chiedere al settore che beneficia maggiormente della corsa dei prezzi di contribuire direttamente alla gestione dell’emergenza.

Per gli automobilisti, però, la domanda resta molto più semplice e immediata: quanto costerà il prossimo pieno? La risposta dipenderà dalle decisioni che il governo riuscirà a prendere prima di mercoledì 26 agosto.

Dieci anni dopo il terremoto del Centro Italia, la ricostruzione resta la vera emergenza

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Dieci anni dopo, il terremoto del Centro Italia non è soltanto una ferita della memoria. È ancora una questione aperta, un capitolo della storia repubblicana che interroga istituzioni e politica sulla capacità dello Stato di trasformare l’emergenza in ricostruzione e la ricostruzione in una vera rinascita dei territori.

Era la notte del 24 agosto 2016 quando la prima, devastante scossa colpì il cuore dell’Appennino centrale. L’epicentro, tra Accumoli e Arquata del Tronto, innescò una lunga sequenza sismica che nei mesi successivi avrebbe nuovamente sconvolto Lazio, Marche, Umbria e Abruzzo. Il bilancio fu drammatico: 299 vittime, 365 feriti e oltre 40 mila persone costrette a lasciare le proprie abitazioni.

Amatrice divenne il simbolo più riconoscibile di quella tragedia. Ma il terremoto non colpì soltanto edifici e infrastrutture: spezzò equilibri sociali ed economici, svuotò borghi, interruppe attività produttive e mise a dura prova comunità già segnate dallo spopolamento.

Nel giorno del decennale, il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha riportato al centro del dibattito proprio la necessità di chiudere quanto prima una stagione che, a distanza di dieci anni, non può ancora considerarsi conclusa. Il risanamento, osserva il Capo dello Stato, è un percorso complesso, ma deve essere portato a termine “nel più breve tempo possibile”. Dietro il richiamo alla responsabilità collettiva c’è un concetto essenziale: ricostruire non significa soltanto restituire mura e strade, ma ricreare quella normalità quotidiana che il sisma ha cancellato.

Mattarella ha inoltre indicato nella prevenzione uno degli insegnamenti più importanti lasciati dal terremoto. La tragedia del 2016, insieme alle successive scosse che hanno interessato l’Appennino centrale fino ai primi mesi del 2017, ricorda quanto sia necessario rafforzare continuamente i sistemi di prevenzione e le capacità di intervento. In un Paese ad alta vulnerabilità sismica, la sicurezza non può essere affrontata soltanto dopo una catastrofe: deve diventare una politica strutturale e permanente.

Sul fronte del governo, Giorgia Meloni ha scelto invece di mettere in evidenza il percorso compiuto negli ultimi anni, senza nascondere le difficoltà accumulate. La premier ha definito i dieci anni trascorsi un periodo segnato da “troppi rinvii” e “false partenze”, che hanno rallentato la ricostruzione. Ma, secondo Meloni, negli ultimi tempi la macchina avrebbe finalmente cambiato marcia.

Il governo rivendica infatti un’accelerazione sia nella ricostruzione privata, attraverso i contributi concessi e liquidati, sia negli investimenti destinati agli interventi pubblici, rimasti per lungo tempo in una condizione di stallo. Un cambio di passo che, nella lettura della presidente del Consiglio, trova una rappresentazione concreta anche nel recupero di alcuni dei luoghi più simbolici dell’Appennino terremotato.

Tra questi c’è la Basilica di San Benedetto a Norcia, quasi completamente distrutta dalla scossa del 30 ottobre 2016. La sua rinascita assume un valore che va oltre la dimensione architettonica: rappresenta il tentativo di ricucire il rapporto tra comunità, identità e territorio.

Ma il decennale impone anche di guardare oltre i numeri della ricostruzione. Una casa restituita non equivale automaticamente a un paese tornato a vivere. Perché la rinascita sia completa servono servizi, lavoro, collegamenti, scuole, attività economiche e prospettive per le nuove generazioni. La vera sfida è evitare che i borghi terremotati vengano ricostruiti fisicamente ma restino impoveriti dal punto di vista demografico e sociale.

È su questo terreno che memoria e politica si incontrano. Ricordare le 299 vittime significa anche misurarsi con ciò che è stato fatto e con ciò che ancora manca. Mattarella richiama l’urgenza di restituire normalità; Meloni sottolinea che la direzione è cambiata. Due accenti diversi, ma un punto comune: dieci anni dopo, la ricostruzione non può permettersi altri rallentamenti.

La sfida dell’Appennino centrale, dunque, non si chiude con una commemorazione. Si misura nella capacità di trasformare una tragedia in un’occasione di rilancio, restituendo ai territori non soltanto ciò che hanno perso, ma anche le condizioni per immaginare il proprio futuro.

Perché il tempo trascorso dal terremoto non è, di per sé, una misura del tempo necessario alla ricostruzione. È piuttosto la misura della responsabilità che ancora resta da assolvere.

Oroscopo della settimana

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♈ Ariete: Settimana intensa, con nuove sfide da affrontare con coraggio. In amore serve più ascolto, mentre sul lavoro arriva una svolta interessante.
♉ Toro: Ritrovi stabilità e serenità. Ottimo momento per consolidare relazioni e fare scelte pratiche. Attenzione solo a qualche spesa extra.
♊ Gemelli: Energia mentale altissima! Idee brillanti e voglia di comunicare. In amore, chiarimenti importanti portano leggerezza.
♋ Cancro: Settimana emotiva ma positiva. Ti avvicini di più alle persone care. Sul lavoro, procedi con prudenza e fiducia.
♌ Leone: Ancora protagonista! Carisma e sicurezza ti aiutano a ottenere ciò che vuoi. Bene l’amore, soprattutto nel weekend.
♍ Vergine: Precisione e organizzazione sono le tue armi vincenti. Ottimo momento per pianificare. In amore, evita di essere troppo critico.
♎ Bilancia: Settimana all’insegna dell’equilibrio. Buone opportunità nelle relazioni e incontri piacevoli. Segui il tuo istinto.
♏ Scorpione: Emozioni forti e decisioni importanti. In amore potresti vivere momenti intensi. Sul lavoro, resta concentrato.
♐ Sagittario: Voglia di evasione e novità. Perfetto per viaggiare o iniziare qualcosa di nuovo. In amore, lasciati sorprendere.
♑ Capricorno: Concretezza e determinazione ti guidano. Settimana produttiva sul lavoro. In amore, apriti di più.
♒ Acquario: Creatività in crescita e nuove idee da sviluppare. Relazioni stimolanti, ma evita impulsività nelle decisioni.
♓ Pesci: Sensibilità e intuizione al massimo. Momento ideale per ascoltare te stesso. In amore, dolcezza e romanticismo.

Over 85 al volante, la patente si fa più stretta: niente alcol, autostrade e viaggi oltre 100 chilometri

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Per chi ha superato gli 85 anni, guidare potrebbe presto significare fare i conti con un nuovo perimetro di libertà. La bozza del nuovo Codice della strada introduce infatti tre vincoli destinati a riaccendere il confronto sulla guida in età avanzata: zero alcol, niente autostrada e spostamenti entro un raggio di 100 chilometri da casa.

Una stretta che nasce dall’esigenza, evidente, di aumentare la sicurezza sulle strade e di verificare con maggiore attenzione le condizioni psicofisiche di chi si mette al volante in età molto avanzata. Ma che porta con sé una domanda tutt’altro che secondaria: dove finisce la tutela della sicurezza e dove comincia la compressione dell’autonomia personale?

Il testo-base, anticipato da Quattroruote, è ora destinato al confronto con le associazioni interessate, che potranno formulare osservazioni e proposte. Ed è proprio sul rapporto tra sicurezza stradale e libertà di movimento che potrebbe concentrarsi una parte significativa del dibattito.

La questione non è soltanto la patente

Il divieto di guidare dopo aver assunto alcol appare, in sé, difficilmente contestabile: la prudenza alla guida non ha età e l’assenza di alcol rappresenta un principio di sicurezza valido per tutti.

Più delicato è il discorso sugli altri due limiti. Vietare l’autostrada e imporre un raggio massimo di 100 chilometri dall’abitazione significa intervenire direttamente sulle possibilità di spostamento di una persona.

Ed è qui che la questione esce dal perimetro strettamente automobilistico.

Per molti anziani l’auto non rappresenta semplicemente un mezzo di trasporto, ma una vera e propria infrastruttura personale. Può essere indispensabile per raggiungere una farmacia, fare la spesa, recarsi dal medico, assistere un familiare o mantenere relazioni sociali che, senza la possibilità di guidare, diventerebbero molto più difficili.

Il problema, quindi, non riguarda soltanto chi può guidare, ma anche quanto può essere libero di muoversi chi viene considerato ancora idoneo alla guida.

Da qui le perplessità di chi intravede nella misura anche possibili profili di incostituzionalità, soprattutto se le limitazioni dovessero essere applicate in modo automatico sulla base della sola età anagrafica, senza una valutazione individuale delle effettive capacità del conducente.

Cosa cambia dopo gli 80 e cosa succede dopo gli 85 anni

La bozza conserva sostanzialmente l’attuale sistema di rinnovo delle patenti comuni: dieci anni fino ai 50 anni, cinque anni tra i 50 e i 70, tre anni tra i 70 e gli 80 e due anni dopo gli 80.

La novità è rappresentata dagli ulteriori controlli previsti per le fasce di età più avanzate.

Dopo gli 80 anni, il rinnovo rimarrebbe biennale, ma sarebbe accompagnato dalla certificazione di un geriatra. Superata la soglia degli 85 anni entrerebbero invece in gioco le tre limitazioni previste dalla bozza: niente alcol, niente autostrada e guida entro 100 chilometri da casa.

Il sistema diventerebbe ancora più rigido dopo i 90 anni, quando la validità della patente scenderebbe a un solo anno.

La logica è chiara: con l’aumentare dell’età aumenta anche la frequenza delle verifiche. Ma la vera novità è che, a partire dagli 85 anni, alla valutazione sanitaria si aggiungerebbero restrizioni concrete alla circolazione.

La porta della Commissione medica locale

La stretta, tuttavia, non sarebbe necessariamente definitiva.

L’automobilista anziano potrebbe infatti chiedere una valutazione più approfondita alla Commissione medica locale, in alternativa alla visita effettuata dal medico monocratico dell’Asl o dalle agenzie abilitate.

La Commissione avrebbe la possibilità di confermare, modificare oppure eliminare le limitazioni, sulla base di un accertamento più completo delle condizioni del conducente.

C’è però una condizione rilevante: per consentire una valutazione più approfondita, il titolare della patente dovrebbe autorizzare l’accesso al proprio Fascicolo sanitario elettronico.

Si tratterebbe dunque di un sistema potenzialmente più personalizzato, ma anche più complesso. E proprio la complessità dell’iter potrebbe diventare un ostacolo concreto: non tutti gli anziani potrebbero avere la possibilità, la voglia o gli strumenti per affrontare una procedura aggiuntiva.

Il rischio di una patente “a tempo” per età

Il punto più delicato della riforma è forse proprio questo. Da un lato, l’obiettivo è evitare che l’età avanzata venga considerata automaticamente sinonimo di incapacità: la possibilità di rivolgersi alla Commissione medica va nella direzione di una valutazione individuale.

Dall’altro, però, il meccanismo previsto dalla bozza sembra costruire una sorta di patente condizionata dall’età, nella quale alcune limitazioni scatterebbero automaticamente al raggiungimento di una determinata soglia anagrafica e soltanto successivamente potrebbero essere rimesse in discussione.

È una scelta che pone una questione di principio: è l’età a dover determinare la restrizione oppure devono essere le condizioni concrete della persona?

La risposta non è semplice. Riflessi, vista, capacità cognitive e condizioni fisiche possono cambiare sensibilmente da individuo a individuo. L’età anagrafica, da sola, non racconta necessariamente quanto una persona sia sicura alla guida.

Ma allo stesso tempo la sicurezza stradale impone controlli più rigorosi proprio nelle fasce in cui determinate fragilità possono diventare più frequenti.

Sicurezza e libertà: il difficile equilibrio

Il vero banco di prova della riforma sarà quindi trovare un punto di equilibrio tra due esigenze entrambe legittime.

Da una parte c’è la sicurezza, che richiede controlli seri, periodici e realmente capaci di individuare eventuali condizioni di rischio.

Dall’altra c’è il diritto alla mobilità, particolarmente importante per una popolazione anziana che spesso vive in territori dove i servizi pubblici non sono sufficientemente capillari.

Imporre un limite alla guida senza offrire alternative efficaci potrebbe trasformare una misura nata per aumentare la sicurezza in un fattore di isolamento sociale. Se l’auto è l’unico mezzo per raggiungere un ambulatorio, una farmacia o un familiare, togliere o restringere la possibilità di guidare non è una modifica marginale della quotidianità: può significare ridurre concretamente l’autonomia della persona.

Per questo la discussione sulla bozza non dovrebbe fermarsi alla domanda se sia giusto o meno imporre nuovi limiti agli over 85. La domanda più ampia è come rendere compatibili sicurezza stradale e dignità della persona.

Una riforma che dovrà essere misurata sulla realtà

Le modalità con cui funzioneranno gli accertamenti della Commissione medica locale dovranno essere definite da un successivo decreto congiunto dei ministeri della Salute e dei Trasporti. Sarà quindi anche nell’applicazione concreta delle nuove regole che si comprenderà se il sistema riuscirà a distinguere davvero tra situazioni diverse.

Perché il rischio, in assenza di procedure semplici e accessibili, è duplice: da un lato lasciare in circolazione conducenti non più adeguatamente sicuri; dall’altro spingere alla rinuncia alla patente anche persone perfettamente in grado di guidare, semplicemente perché scoraggiate dalla burocrazia o dalle nuove limitazioni.

La sfida, insomma, non sarà soltanto stabilire chi può guidare dopo gli 85 anni, ma costruire un sistema capace di dirlo con criteri individuali, trasparenti e proporzionati.

La strada della sicurezza passa dai controlli. Ma, per gli anziani, passa anche dalla possibilità di continuare a percorrere quella strada senza perdere pezzi della propria autonomia.