28 Ottobre 2026, mercoledì
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Ucraina, il fronte dei Volenterosi cerca la via del negoziato. Meloni: «Al fianco dei partner per una pace giusta e duratura»

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Il 24 agosto, giorno dell’Indipendenza, l’Ucraina celebra i suoi 35 anni da Stato sovrano mentre la guerra continua a scandire il presente e a condizionare il futuro del Paese. Kiev festeggia una ricorrenza che, per il quinto anno consecutivo, cade nel pieno dell’invasione russa su vasta scala e lo fa ospitando la riunione dei Volenterosi, il gruppo dei principali Paesi europei impegnati nel sostegno all’Ucraina.

Sul tavolo non c’è soltanto la prosecuzione dell’assistenza militare. Il tema centrale è sempre più quello di come costruire le condizioni per un negoziato capace di portare a una pace stabile, senza però indebolire la capacità di difesa di Kiev. È su questo equilibrio, tra deterrenza e diplomazia, che si muovono i leader europei.

La presidente del Consiglio Giorgia Meloni, intervenuta in videocollegamento, ha ribadito la posizione italiana: «L’Italia è determinata a operare al fianco dei partner internazionali per favorire un percorso negoziale verso una pace giusta e duratura». Una formula che tiene insieme i due pilastri della strategia italiana: sostegno all’Ucraina e ricerca di una soluzione diplomatica.

Macron: «La Russia aumenterà le provocazioni»

Sul rischio di un’escalation ha acceso i riflettori il presidente francese Emmanuel Macron. Secondo il leader dell’Eliseo, Mosca potrebbe intensificare le pressioni sui Paesi europei proprio per scoraggiare il sostegno a Kiev.

«Dobbiamo tenere presente che la Russia intensificherà le tensioni nei confronti dei Paesi europei per dissuaderli dal fornire assistenza all’Ucraina», ha affermato Macron, avvertendo che i Paesi della Nato potrebbero essere destinatari di nuove provocazioni. Per questo, ha aggiunto, è necessario proseguire il lavoro già avviato nell’Alleanza Atlantica e mantenere una posizione «risoluta».

L’avvertimento arriva mentre la guerra mostra una nuova fase di intensificazione e gli attacchi contro le infrastrutture e i centri abitati continuano a produrre vittime.

Kiev chiede più difesa aerea

La richiesta ucraina ai partner è chiara: servono sistemi di difesa antiaerea, missili, munizioni e radar. La protezione dello spazio aereo resta infatti uno dei punti più vulnerabili della strategia difensiva di Kiev, soprattutto davanti alla crescente intensità degli attacchi russi.

Alla riunione dei Volenterosi ha partecipato anche il presidente del Consiglio europeo Antonio Costa, che ha sottolineato il significato simbolico della giornata: «L’Ucraina è una nazione libera e coraggiosa. La sua lotta è anche la nostra lotta».

Il sostegno europeo trova intanto una traduzione concreta nei nuovi stanziamenti. La Commissione europea ha annunciato appalti nel settore della difesa destinati all’Ucraina per 6,1 miliardi di euro. Le forniture riguarderanno, tra l’altro, sistemi antiaerei e antimissile, missili, munizioni e radar.

Zelensky: «Finché il circolo virtuoso non verrà spezzato, l’Ucraina non cadrà»

Nel giorno della festa nazionale, il presidente Volodymyr Zelensky ha scelto un messaggio rivolto soprattutto alla tenuta del Paese.

«In questo momento è davvero molto, molto difficile per tutti noi», ha riconosciuto, sottolineando però come il sostegno reciproco e la fiducia degli ucraini rappresentino la forza capace di impedire il collasso del Paese. «Finché questo nostro circolo non verrà spezzato dal nemico, l’Ucraina non cadrà», ha affermato.

Zelensky ha quindi rivendicato il carattere definitivo dell’indipendenza ucraina: il Paese, ha detto, sarà «uno Stato indipendente per sempre», respingendo qualsiasi prospettiva di subordinazione a Mosca.

Sul fronte diplomatico, il presidente ucraino ha inoltre sostenuto che con Stati Uniti ed Europa sarebbe stato elaborato un possibile piano per mettere fine al conflitto. Tra le ipotesi indicate figurano un cessate il fuoco, la creazione di una zona economica libera e il ritiro delle truppe.

Il 35° anniversario di un’indipendenza nata nel 1991

La ricorrenza affonda le proprie radici nel 24 agosto 1991, quando la Verkhovna Rada, il Parlamento ucraino, approvò la dichiarazione d’indipendenza, pochi giorni dopo il fallito colpo di Stato a Mosca.

La scelta sancì la nascita di uno Stato sovrano e fu successivamente confermata dal referendum nazionale del 1° dicembre 1991, nel quale il 90,32% degli elettori votò a favore dell’indipendenza.

Da allora sono trascorsi 35 anni. Ma quella che avrebbe dovuto essere una celebrazione esclusivamente nazionale è diventata, dal 2022, anche un appuntamento politico internazionale: Kiev festeggia la propria sovranità mentre continua a combattere per difenderla.

Witkoff e Kushner rinviano la missione a Kiev e Mosca

Sul piano diplomatico, intanto, è stata rinviata la missione dell’inviato speciale statunitense Steve Witkoff e di Jared Kushner, genero del presidente Donald Trump, prevista tra Kiev e Mosca.

Secondo quanto riferito dall’agenzia Tass citando una fonte, la visita difficilmente si svolgerà prima della fine di agosto. Il rinvio aggiunge un elemento di incertezza a un percorso diplomatico già complesso.

Il ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov ha comunque affermato che il presidente Vladimir Putin è disponibile a incontrare nuovamente gli emissari statunitensi. Il nodo, secondo Mosca, riguarda però il contenuto delle eventuali nuove proposte.

Londra accelera sullo Scalp

Sul fronte militare, il Regno Unito ha compiuto un passo destinato a rafforzare la capacità ucraina di colpire obiettivi a maggiore distanza.

Londra ha autorizzato la società Mbda a condividere informazioni classificate relative ai componenti britannici dello Scalp, versione francese del missile Storm Shadow. L’obiettivo è consentire a Francia e Ucraina di accelerare l’assemblaggio del sistema direttamente in territorio ucraino.

Con una gittata che può arrivare a circa 300 chilometri, gli Scalp rappresentano uno strumento importante per la capacità di attacco a distanza di Kiev.

Il premier britannico Andy Burnham, intervenuto a Kiev, ha ribadito la determinazione di Londra a sostenere l’Ucraina. Non solo nella difesa dai missili russi, ma anche attraverso la capacità di neutralizzare le minacce prima che vengano lanciate.

La risposta del Cremlino: «Londra alimenta il conflitto»

La decisione britannica ha provocato l’immediata reazione del Cremlino. Il portavoce Dmitry Peskov ha accusato il Regno Unito di partecipare direttamente al conflitto a fianco di Kiev e di ostacolare il processo diplomatico.

Mosca ha inoltre fatto sapere di essere impegnata nell’individuazione dei luoghi di produzione dei missili e delle altre apparecchiature militari destinate all’Ucraina, sostenendo di stare predisponendo misure per colpire gli obiettivi individuati.

È il riflesso più evidente della contraddizione che accompagna questa giornata: mentre i Volenterosi discutono di negoziato e di pace, la macchina militare continua a muoversi.

La guerra non si ferma

Nelle stesse ore in cui Kiev celebra l’indipendenza, il conflitto continua a mietere vittime su entrambi i fronti.

In Russia, secondo le autorità locali, un attacco con droni ha colpito un asilo privato a Krasnodar, provocando la morte di due bambini e il ferimento di altre nove persone, tra cui sette minori. In Ucraina, un attacco russo alla periferia di Kharkiv ha provocato la morte di tre persone.

Numeri e notizie che restituiscono la dimensione concreta di una guerra che, nonostante le aperture diplomatiche, non accenna a rallentare.

Nel giorno in cui l’Ucraina celebra la propria indipendenza, dunque, l’Europa prova a tenere aperti contemporaneamente due canali: quello della deterrenza, attraverso nuove armi e sistemi di difesa, e quello della diplomazia, nella speranza che il sostegno militare possa trasformarsi, prima o poi, in una leva per arrivare al tavolo negoziale. Per Kiev, la posta in gioco resta la stessa evocata da Zelensky: non soltanto porre fine alla guerra, ma farlo senza perdere quella sovranità conquistata 35 anni fa.

Caso Ranucci, il Riesame di Lavitola fissato al 7 settembre

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È fissata per il 7 settembre davanti al Tribunale del Riesame di Roma l’udienza che dovrà esaminare il ricorso presentato dalla difesa di Valter Lavitola, accusato di essere, insieme a Gomez Tavares, il presunto mandante dell’attentato ai danni di Sigfrido Ranucci.

Lavitola, attraverso i suoi difensori Sergio e Arturo Cola, ha chiesto la scarcerazione. Il Riesame sarà chiamato a valutare la sussistenza delle esigenze cautelari e, in particolare, la tenuta dell’aggravante del metodo mafioso contestata nell’inchiesta.

Le dichiarazioni di Lavitola

Il passaggio davanti ai giudici potrebbe rappresentare un momento centrale nell’evoluzione dell’indagine. Nel corso dell’udienza, infatti, l’ex editore e imprenditore dovrebbe rendere dichiarazioni spontanee, offrendo la propria ricostruzione dei fatti e respingendo, secondo quanto annunciato dalla difesa, le accuse che gli vengono contestate.

La decisione del Riesame si inserisce in un quadro investigativo ancora in movimento, nel quale gli inquirenti stanno cercando di ricostruire non soltanto la dinamica dell’attentato, ma anche la presunta catena di responsabilità che avrebbe portato alla sua realizzazione.

Ranucci ascoltato dai pm

Dopo l’interrogatorio di Lavitola, sarà quindi ascoltato Sigfrido Ranucci, conduttore di Report, nella veste di persona informata sui fatti. La sua audizione, tuttavia, dovrebbe arrivare in un momento successivo rispetto all’udienza del Riesame.

L’interrogatorio di Ranucci potrebbe fornire agli investigatori ulteriori elementi utili a chiarire il contesto nel quale è maturato l’attentato e a verificare eventuali collegamenti tra i diversi soggetti finiti al centro dell’inchiesta.

Verso nuovi interrogatori

Intanto, la difesa dei quattro arrestati lo scorso 30 giugno, accusati di essere gli esecutori materiali dell’attentato, ha chiesto che i propri assistiti vengano interrogati dai pm. L’audizione potrebbe essere fissata nelle prossime ore.

Si delinea così una nuova fase dell’inchiesta: da un lato il Riesame dovrà pronunciarsi sulla posizione cautelare di Lavitola e sulla contestazione del metodo mafioso; dall’altro, gli interrogatori potrebbero contribuire a definire con maggiore precisione ruoli, responsabilità e possibili collegamenti all’interno della vicenda.

Il 7 settembre, dunque, sarà una data significativa per l’inchiesta Ranucci, ma difficilmente conclusiva. Le decisioni dei giudici e le nuove dichiarazioni raccolte dagli investigatori potrebbero infatti aprire ulteriori fronti di approfondimento.

Venezia 83, Naza entra in concorso: il cinema racconta la guerra a Gaza

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Il programma della 83ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia si arricchisce di un nuovo titolo in corsa per il Leone d’Oro. È Naza, documentario firmato da Yuval Abraham e Rachel Szor, che arrivano al Lido dopo il successo internazionale di No Other Land, il film realizzato insieme a Basel Adra e Hamdan Ballal e vincitore dell’Oscar 2025.

La nuova opera prosegue, con un diverso punto di osservazione, il lavoro di indagine sul conflitto israelo-palestinese già affrontato dai due registi. Se No Other Land concentrava lo sguardo sull’occupazione militare israeliana in Cisgiordania, Naza si sposta sul fronte di Gaza e prova a interrogare i meccanismi tecnologici, politici e militari che stanno alla base della guerra.

Secondo la sinossi ufficiale, il documentario è stato girato durante la notte sui tetti di Tel Aviv e ricostruisce i sistemi utilizzati per individuare e colpire gli obiettivi nella Striscia, mettendo al centro le conseguenze sulla popolazione civile palestinese. Un approccio che intreccia testimonianza, giornalismo investigativo e linguaggio cinematografico, trasformando il documentario in uno strumento di osservazione diretta di uno dei conflitti più drammatici e controversi del presente.

La presenza di Naza al Festival assume così anche un rilievo particolare per il profilo dei suoi autori e dei produttori coinvolti. Il film è prodotto da The Guardian e James Wilson per JW Films, mentre tra i produttori esecutivi figura Jonathan Glazer, autore di La zona d’interesse, anch’esso vincitore dell’Oscar. Un gruppo creativo che conferma la volontà di portare sul grande schermo una vicenda contemporanea attraverso un cinema capace di coniugare rigore documentario e forte impatto visivo.

Naza sarà presentato in Sala Grande al Palazzo del Cinema il 10 settembre alle 17.15, alla presenza dei registi, dei produttori, dei giornalisti di The Guardian e della delegazione ufficiale. La proiezione si inserisce nel programma della Mostra, in calendario dal 2 al 12 settembre, e porta a 21 i film in concorso per il Leone d’Oro.

Per Abraham e Szor si tratta inoltre dell’esordio nel Concorso veneziano. I due registi si aggiungono agli altri nove autori che partecipano per la prima volta alla competizione: Casey Affleck, Alì Asgari, Danny Boyle, May el-Toukhy, Cédric Kahn, Ilya Khrzhanovsky, Lance Oppenheim, Nicolas Pariser e Paolo Strippoli.

Con Naza, dunque, Venezia non si limita ad ampliare la propria selezione: conferma il ruolo del festival come spazio nel quale il cinema può misurarsi con la cronaca e con le grandi questioni politiche del presente. Un ingresso in concorso destinato ad attirare attenzione ben oltre il perimetro cinematografico, perché porta al centro della scena internazionale una delle tragedie umanitarie più discusse e dolorose degli ultimi anni.

Clochard ucciso a Caserta, il fermato confessa: «L’ho aggredito per un debito di 50 euro»

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AGGIORNAMENTO

Un debito di appena 50 euro. Una discussione. Poi la violenza, improvvisa e devastante, fino alla morte. Sarebbe questo il motivo all’origine dell’aggressione costata la vita a Guido Roviello, 62 anni, senza fissa dimora, pestato brutalmente in piazza Sant’Anna, nel cuore di Caserta.

Il 62enne è morto in ospedale venerdì 21 agosto, dopo le gravissime lesioni riportate durante il pestaggio. Per l’omicidio è stato fermato un uomo di 40 anni, di nazionalità romena, e non ucraina come riferito nelle prime ore dell’indagine. Il gip ha convalidato il fermo, accogliendo la ricostruzione dell’accusa: il 40enne è accusato di omicidio aggravato dai futili motivi.

La confessione davanti agli inquirenti

A delineare il quadro dell’aggressione sarebbe stato lo stesso indagato. Nel corso dell’interrogatorio davanti al pubblico ministero della Procura di Santa Maria Capua Vetere, l’uomo avrebbe ammesso di aver colpito Roviello, spiegando agli investigatori che alla base della lite ci sarebbe stato un debito di poche decine di euro.

Una somma modesta, appena 50 euro secondo la ricostruzione, che avrebbe fatto da detonatore a una violenza sproporzionata. Dalle parole dell’indagato e dagli elementi raccolti dagli investigatori emerge così una sequenza culminata in un pestaggio di inaudita ferocia.

Le immagini hanno incastrato il presunto assassino

Un ruolo decisivo nell’individuazione dell’aggressore sarebbe stato svolto dalle telecamere di videosorveglianza presenti nella zona, insieme a un video registrato da una persona che si trovava sul posto.

Le immagini restituiscono una scena drammatica. In un primo momento si vede Roviello discutere con il 40enne. La situazione degenera rapidamente e l’uomo passa dalle parole all’aggressione fisica.

Il 62enne viene colpito con violenza, cade a terra e viene raggiunto da una serie di calci, anche al capo e al torace. L’aggressore, secondo quanto documentato dalle immagini, non si ferma: dopo averlo sollevato da terra, lo colpisce ancora con un violento pugno al volto.

Una sequenza che, oltre ad aver fornito elementi importanti per l’identificazione del responsabile, potrebbe avere un peso significativo nella ricostruzione giudiziaria dell’esatta dinamica dei fatti.

Nessuno interviene

C’è poi un altro elemento che emerge dai filmati e che rende ancora più drammatica la vicenda: nessuno interviene per fermare l’aggressione.

Le persone presenti assistono al pestaggio senza riuscire, o senza decidere, di interromperlo. Tra loro anche chi sta riprendendo la scena con una videocamera. Il 62enne rimane così esposto alla furia dell’aggressore fino alla conclusione del pestaggio.

Roviello viene successivamente soccorso e trasferito in ospedale, ma le ferite riportate sono troppo gravi. Dopo giorni di agonia, il suo cuore smette di battere venerdì 21 agosto.

Ora, con la convalida del fermo, l’inchiesta entra in una nuova fase. Gli investigatori dovranno mettere in ordine ogni tassello: dalla discussione per il presunto debito alla sequenza delle percosse, fino alle responsabilità individuali di chi era presente quella sera.

Resta soprattutto la sproporzione tra la causa della lite e il suo epilogo: 50 euro, una vita spezzata e una piazza trasformata nel teatro di una violenza che nessuno è riuscito a fermare.

Iran, scatta il “D-Day” economico: Washington stringe il cappio su Teheran

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Dopo giorni di ultimatum, dichiarazioni incrociate e crescente tensione, per l’Iran è arrivato il momento annunciato da Washington come il “D-Day economico”. L’amministrazione americana alza ulteriormente il livello dello scontro e prepara una nuova offensiva contro Teheran, puntando questa volta soprattutto sulla leva finanziaria.

A mettere nero su bianco la strategia è stato il segretario al Tesoro americano Scott Bessent, che ha annunciato sanzioni economiche definite “senza precedenti”. L’obiettivo dichiarato è colpire alla radice i flussi finanziari che consentono all’Iran di sostenere la propria economia e, più in generale, di mantenere i propri apparati di potere.

La formula scelta da Bessent è netta: “Recidiamo ogni linfa economica”. E il messaggio non riguarda soltanto Teheran. Washington avverte infatti che anche chi continuerà a mantenere rapporti con l’Iran rischierà di essere colpito e isolato.

È la logica della pressione economica massima, rilanciata dall’amministrazione Trump con l’obiettivo di restringere progressivamente gli spazi di manovra della Repubblica islamica. Non solo dunque sanzioni dirette, ma anche un avvertimento rivolto a banche, imprese e soggetti internazionali intenzionati a continuare a commerciare con Teheran.

A rafforzare il messaggio è intervenuto direttamente Donald Trump. In un post pubblicato su Truth Social, il presidente americano ha sostenuto che “l’Iran sta completamente collassando”, rilanciando così la narrazione di una crisi ormai arrivata a un punto di rottura.

Le parole di Trump arrivano alla vigilia dell’attesa conferenza stampa del segretario al Tesoro e contribuiscono a definire il quadro politico dell’operazione: per la Casa Bianca, la pressione economica non è un capitolo separato dal confronto con Teheran, ma uno degli strumenti centrali per costringere il regime iraniano a fare i conti con un isolamento sempre più stringente.

La risposta di Teheran: “Make America Hungry Again”

Da Teheran, però, la replica non si è fatta attendere. A rispondere è stato Mohammad Bagher Ghalibaf, presidente del Parlamento iraniano e figura di primo piano nella squadra negoziale del Paese.

Ghalibaf ha scelto l’ironia e la provocazione, ribaltando uno degli slogan simbolo della politica trumpiana: “Make America Great Again” diventa così “Make America Hungry Again”.

Una battuta che, al di là del gioco di parole, fotografa la contrapposizione sempre più aspra tra Washington e Teheran. Se gli Stati Uniti puntano a dimostrare che l’economia iraniana può essere strangolata attraverso il sistema finanziario internazionale, l’Iran cerca di trasmettere l’immagine di un Paese capace di resistere alla pressione e, soprattutto, di trasformare i costi dello scontro in un problema anche per gli avversari.

Il botta e risposta tra Trump e Ghalibaf si inserisce così in una partita molto più ampia, nella quale alla guerra delle sanzioni si sovrappone quella delle dichiarazioni pubbliche, delle minacce e della deterrenza.

Hormuz resta il punto più sensibile

A rendere ancora più delicato il quadro sono le nuove minacce provenienti dai Pasdaran sullo Stretto di Hormuz, uno dei principali snodi strategici del commercio energetico mondiale.

Il riferimento a Hormuz introduce nel confronto una variabile particolarmente sensibile: qualsiasi escalation intorno allo Stretto potrebbe avere conseguenze ben oltre i confini iraniani, con ripercussioni sui mercati energetici e sulle rotte commerciali internazionali.

Per questo il nuovo “D-Day economico” americano non può essere letto soltanto come un’ulteriore stretta sulle finanze iraniane. È un passaggio di una crisi che continua a muoversi su più livelli: economico, diplomatico, militare e geopolitico.

Washington punta a dimostrare che il costo dell’allineamento con Teheran può diventare troppo elevato per chiunque. L’Iran, dal canto suo, risponde rivendicando la capacità di resistere alla pressione e lasciando intendere che ogni ulteriore stretta potrebbe produrre conseguenze anche per gli Stati Uniti e per i loro alleati.

Il confronto, dunque, entra in una fase nuova. E la vera incognita non è soltanto quanto possa resistere l’economia iraniana alla nuova offensiva americana, ma quanto a lungo le due parti riusciranno a mantenere il confronto sotto la soglia di un’escalation incontrollabile.

Dietro al pestaggio, l’ombra della gelosia: 24enne in coma dopo un pugno

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Un pugno sferrato al volto, una caduta rovinosa e la testa che sbatte violentemente a terra. In pochi secondi, quella che doveva essere una normale serata tra amici si è trasformata in una drammatica corsa contro il tempo. È accaduto nella tarda serata di domenica 23 agosto a Collegno, nel Torinese, dove un ragazzo di 24 anni è finito in rianimazione al CTO di Torino a causa di un grave trauma cranico.

Per l’aggressione è stato arrestato un 21enne, accusato di lesioni gravissime. Ma la vicenda presenta ancora diversi punti da chiarire. Secondo le prime ricostruzioni, infatti, il giovane rimasto gravemente ferito potrebbe non essere stato il vero bersaglio dell’aggressione. L’obiettivo sarebbe stato il fratello, che in quel momento non si trovava più sul posto.

La telefonata e la minaccia

A ricostruire i momenti precedenti al pestaggio è La Stampa. La serata del gruppo di amici sembrava trascorrere senza particolari tensioni, fino a quando una ragazza avrebbe ricevuto una telefonata dal suo ex, il 21enne poi arrestato.

Il tono, secondo quanto riferito, sarebbe stato tutt’altro che conciliante. Il giovane avrebbe chiesto dove si trovassero e avrebbe pronunciato pesanti minacce, annunciando di volerli raggiungere. Alla base della rabbia ci sarebbe il sospetto che la ragazza fosse in compagnia di un altro giovane.

Un’ipotesi di gelosia, al momento ancora da verificare, che avrebbe fatto rapidamente degenerare la situazione.

Poco dopo, il 21enne sarebbe arrivato sul posto insieme ad altre persone. Secondo la ricostruzione degli investigatori, il gruppo avrebbe cercato la ragazza e il giovane che si pensava fosse con lei. Nella concitazione sarebbe comparso anche un coltello: un terzo ragazzo sarebbe stato minacciato e invitato ad allontanarsi perché estraneo alla questione.

Ma le persone che il gruppo cercava non c’erano più.

Il pugno e la caduta

A quel punto sarebbe rimasto sul posto il 24enne, fratello del giovane che, secondo l’ipotesi investigativa, era il vero obiettivo della spedizione punitiva.

Non avrebbe nemmeno avuto il tempo di comprendere cosa stesse accadendo. Alla domanda, riferita da La Stampa, «Ma mi dici che sta succedendo?», sarebbe seguito il pugno al volto.

Resta da stabilire se il colpo sia stato sferrato intenzionalmente contro di lui oppure se l’aggressore lo abbia scambiato per il fratello che stava cercando. Un dettaglio tutt’altro che secondario, che potrebbe contribuire a chiarire responsabilità e dinamica dell’aggressione.

Il pugno, però, ha avuto conseguenze devastanti. Il 24enne è caduto a terra e ha battuto violentemente la testa, riportando un trauma cranico e una copiosa perdita di sangue.

Prima Rivoli, poi il CTO

I soccorsi sono arrivati rapidamente. Il giovane è stato trasportato in ambulanza al Pronto soccorso dell’ospedale di Rivoli. Le sue condizioni hanno poi reso necessario il trasferimento al CTO di Torino, dove è tuttora ricoverato in rianimazione.

La prognosi resta gravissima.

Nel frattempo, le forze dell’ordine hanno rintracciato il 21enne ritenuto responsabile del pugno e lo hanno arrestato con l’accusa di lesioni gravissime. Gli investigatori stanno ora cercando di ricostruire ogni passaggio della serata, dalla telefonata alle minacce fino all’aggressione.

Saranno particolarmente importanti le testimonianze delle persone presenti e, se disponibili, le immagini registrate dalle telecamere della zona. I filmati potrebbero aiutare a stabilire con maggiore precisione chi fosse presente, cosa sia accaduto nei minuti precedenti al pestaggio e soprattutto se il 24enne sia stato aggredito deliberatamente o scambiato per il fratello.

«Andremo fino in fondo»

Davanti al letto del figlio, i genitori del 24enne chiedono che venga fatta piena luce sulla vicenda. Le loro parole, riportate da La Stampa, restituiscono tutta la drammaticità della situazione: il ragazzo ha rischiato di morire e ora si trova in coma a causa di una violenza che la famiglia considera inspiegabile e sproporzionata.

«Andremo fino in fondo a questa vicenda perché il colpevole deve pagare», hanno dichiarato.

Mentre gli investigatori lavorano per ricostruire la sequenza esatta dei fatti, resta una domanda centrale: chi doveva essere davvero il bersaglio di quella notte? Se l’obiettivo era il fratello, come ipotizzato nelle prime ricostruzioni, il 24enne potrebbe essere stato colpito per errore. Ma sarà l’inchiesta a stabilire se si sia trattato di uno scambio di persona oppure di un’aggressione consapevole.

Per ora, il dato più drammatico è uno soltanto: una lite nata, secondo le prime ipotesi, da una possibile gelosia è sfociata in un pugno che ha trasformato una serata qualunque in una tragedia.

Vannacci e il ritorno al passato: il progetto di Futuro Nazionale tra famiglia, controllo sociale e nostalgia del Ventennio

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A cura di Daniele Cappa

La “Base ideologica e programmatica” di Futuro Nazionale, il partito guidato da Roberto Vannacci, mette nero su bianco una visione dell’Italia che investe contemporaneamente famiglia, natalità, aborto, scuola, televisione, identità sessuale, sicurezza, immigrazione e Forze armate. Un programma ampio, ma attraversato da un filo conduttore molto netto: l’idea che lo Stato debba intervenire con maggiore forza nelle scelte individuali, nella formazione dei giovani e nella definizione dei modelli sociali ritenuti legittimi.

È una prospettiva che, letta nel suo insieme, restituisce l’immagine di un Paese chiamato a fare un deciso passo indietro sui diritti e sul pluralismo. Una sorta di ritorno al passato travestito da progetto politico per il futuro, nel quale la modernità viene spesso identificata con ciò che il programma considera una minaccia: agenda Lgbt, cultura “woke”, trasformazioni della famiglia, autodeterminazione sul fine vita e nuove forme di identità.

Il risultato è una costruzione politica fortemente ideologica, in alcuni passaggi scomposta e radicale, che evoca — per linguaggio, gerarchie di valori e centralità dell’autorità — una precisa nostalgia dell’immaginario del Ventennio. Non perché il documento riproponga semplicemente le istituzioni del fascismo storico, ma perché recupera una concezione della società nella quale Stato, famiglia tradizionale, disciplina, identità nazionale e ruolo delle forze armate assumono una funzione ordinatrice particolarmente pervasiva.

Aborto: “non è un diritto”

Il punto di partenza è la legge 194. Futuro Nazionale non ne propone formalmente l’abrogazione, ma intende modificarne profondamente l’impostazione, spostando il baricentro dalla possibilità di interrompere una gravidanza alla prevenzione dell’aborto e al sostegno alla maternità.

La formula politica scelta è inequivocabile: “l’aborto non è un diritto”.

Tra le proposte figurano l’ingresso delle associazioni pro-vita nei consultori, una maggiore informazione sul battito fetale, interventi economici a sostegno delle gravidanze considerate difficili e lo sviluppo dell’adozione prenatale.

Sul fronte della pillola abortiva Ru-486, il programma propone di impedirne la somministrazione in regime ambulatoriale o domiciliare. Una misura che rappresenterebbe una significativa restrizione delle modalità oggi disponibili per l’interruzione farmacologica della gravidanza.

La visione si spinge oltre, attribuendo al concepito la qualifica di “soggetto titolare di interessi giuridicamente tutelati”. Il bambino durante la gravidanza dovrebbe inoltre essere considerato ai fini dell’accesso a una serie di bonus e agevolazioni, dalle borse di studio all’edilizia popolare.

Prevista anche l’introduzione di aggravanti per i reati commessi contro donne incinte quando provochino la perdita del nascituro.

Un ministero per la “Vita” e una nuova idea di famiglia

Nel disegno di Vannacci compare persino un Ministero della Vita, della Famiglia naturale e dell’Identità. Il 25 marzo dovrebbe diventare la “Giornata nazionale della vita nascente”, accompagnata da un Piano nazionale per la vita nascente e la prevenzione dell’aborto.

Ogni ospedale dotato di un reparto maternità dovrebbe inoltre avere una “culla per la vita”, mentre alle donne incinte in condizioni di vulnerabilità verrebbe destinato un sistema di case rifugio.

Ma il cuore della proposta è la famiglia.

Futuro Nazionale considera il matrimonio l’unico istituto di coppia e individua nella famiglia fondata sull’unione tra uomo e donna il modello da privilegiare attraverso politiche fiscali, abitative, servizi per l’infanzia e congedi.

Da qui la proposta di abrogare le unioni civili. I diritti oggi riconosciuti all’interno di queste unioni — dall’assistenza ospedaliera alla successione — verrebbero ricondotti a diritti individuali, attribuibili alla persona indicata dal cittadino.

La logica è esplicita: la dimensione pubblicamente rilevante della coppia viene collegata alla procreazione. È una concezione che restringe il riconoscimento sociale della pluralità delle relazioni familiari e restituisce allo Stato il compito di stabilire quale modello debba essere considerato prioritario.

Adozioni, quoziente familiare e “mutuo tricolore”

La stessa impostazione ritorna sulle adozioni. Quella ordinaria dovrebbe essere riservata alle famiglie composte da padre e madre, escludendo coppie omosessuali e single, salvo specifiche situazioni nelle quali esista già un rapporto con il minore.

Sul piano economico, invece, arrivano un vero quoziente familiare, esenzioni fiscali progressive in relazione al numero dei figli, un “reddito di rinascita” per le madri e il “mutuo tricolore”, con interessi azzerati al terzo figlio.

Per le famiglie numerose dei dipendenti pubblici sono previste anche le cosiddette “quote azzurre”, destinate a facilitare i trasferimenti.

La demografia viene così elevata a priorità assoluta. Futuro Nazionale considera la crisi delle nascite la “principale emergenza nazionale” e propone addirittura una deroga strutturale al Patto di stabilità europeo per finanziare le politiche demografiche, mettendole davanti alle priorità del Green Deal e al ReArm Europe.

È un’impostazione che trasforma la natalità in una vera politica di Stato.

Televisione: una fascia protetta contro contenuti “genderisti” e “omosessualisti”

Il programma interviene anche sulla televisione.

Futuro Nazionale propone di vietare programmi, scene e pubblicità con contenuti definiti “genderisti/omosessualisti” quando potenzialmente visibili dai minori. La fascia protetta dovrebbe estendersi dalle 6 alle 23, con un sistema sanzionatorio che, nei casi previsti, potrebbe arrivare fino alla sospensione della licenza.

È uno dei passaggi più emblematici della filosofia del documento: non soltanto sostenere un determinato modello familiare, ma intervenire direttamente nello spazio culturale e mediatico per limitare la diffusione di rappresentazioni considerate incompatibili con quel modello.

Il problema, evidentemente, non è soltanto ciò che il programma vuole vietare. È la concezione dello Stato che emerge da questa impostazione: un’autorità chiamata a stabilire quali rappresentazioni dell’identità, della sessualità e della famiglia siano accettabili per il pubblico e quali debbano essere escluse dalla televisione generalista.

Minori e transizione: il divieto diventa principio penale

Ancora più drastica è la posizione sul cambio di sesso dei minorenni.

Il programma propone di vietare interventi chirurgici di riassegnazione, trattamenti ormonali cross-sex e bloccanti della pubertà anche quando vi sia il consenso dei genitori.

La proposta è destinata a diventare ancora più radicale con l’idea di trasformare tali pratiche in un “reato universale”, perseguibile in Italia anche quando siano state effettuate all’estero.

Per gli adulti, invece, resterebbe la possibilità di ricorrere agli interventi, ma senza copertura da parte del Servizio sanitario nazionale.

Anche qui il principio è quello della delimitazione: lo Stato non si limita a regolare il sistema sanitario, ma definisce confini rigidi su identità, corpo e autodeterminazione.

Il bersaglio: la cultura “woke” e l’agenda Lgbt

Il programma chiede inoltre di respingere direttive europee e internazionali considerate espressione dell’ideologia “woke” e dell’“agenda Lgbt”.

La contrapposizione non si ferma a Bruxelles. Futuro Nazionale afferma la necessità di mantenere una posizione autonoma anche nei confronti delle Corti e degli organismi internazionali, escludendo quella che il documento definisce una forma di “sudditanza”.

È una linea politica che inserisce il partito dentro una più ampia battaglia culturale contro il progressismo contemporaneo. Ma lo fa attraverso un linguaggio che tende a rappresentare la pluralità delle identità e l’evoluzione dei diritti non come fenomeni sociali da governare, bensì come una vera e propria offensiva ideologica da respingere.

Scuola e città: più divisa, più disciplina

La stessa filosofia si ritrova nel capitolo dedicato alla scuola.

Alle superiori dovrebbero essere introdotti moduli di educazione alla difesa e alla sicurezza nazionale, con l’obiettivo di far conoscere agli studenti il ruolo delle Forze armate e orientare verso la carriera militare i giovani considerati più adatti.

Previsti inoltre campi e attività volontarie di formazione militare con una funzione definita civica.

Fuori dalle aule, invece, il programma propone un ruolo più incisivo dei militari nelle città. Le Forze armate potrebbero affiancare le forze di polizia nelle aree caratterizzate da elevati livelli di criminalità e degrado, oltre a proteggere infrastrutture strategiche e luoghi sensibili.

La parola d’ordine è presenza dello Stato, attraverso controllo, sicurezza e legalità.

È difficile non notare come, nel complesso del programma, alla scuola venga assegnata una funzione di formazione anche disciplinare e alla città una funzione di controllo territoriale. Sono due tasselli di una medesima idea: una società ordinata dall’alto, nella quale autorità e disciplina assumono un ruolo centrale.

Difesa e immigrazione: il ritorno della Marina ai confini

Sul fronte della difesa, Futuro Nazionale prende le distanze dall’obiettivo di portare la spesa militare al 5% del Pil. Secondo Vannacci, né la Nato né altre organizzazioni sovranazionali dovrebbero stabilire quanto l’Italia debba spendere: la spesa dovrebbe essere determinata dalle effettive necessità strategiche nazionali.

Il partito è contrario anche a Safe, lo strumento europeo di prestiti per la difesa, considerato nuovo debito collegato alle priorità di Bruxelles.

Sull’immigrazione illegale torna invece centrale il ruolo della Marina militare, con il rafforzamento della sorveglianza nel Mediterraneo attraverso pattugliamenti e “interdizioni mirate”, nel rispetto del diritto internazionale.

Un’Italia immaginata attraverso divieti e gerarchie

Presi singolarmente, i capitoli del programma affrontano questioni molto diverse: aborto, natalità, adozioni, televisione, scuola, identità di genere, difesa, immigrazione. Ma osservati nel loro insieme compongono una figura politica coerente.

È l’idea di uno Stato che vuole stabilire il modello familiare, disciplinare la rappresentazione televisiva, orientare l’educazione, rafforzare la presenza militare nelle città e difendere una concezione tradizionale dell’identità nazionale.

Ed è proprio qui che il progetto di Vannacci mostra il suo tratto più controverso.

La promessa è quella di riportare ordine in una società descritta come disorientata dalla crisi demografica, dal progressismo culturale, dall’immigrazione e dalla perdita dei valori tradizionali. Ma la soluzione proposta passa frequentemente per divieti, esclusioni e gerarchie tra modelli di vita.

In questa prospettiva, il riferimento al “Ventennio” non va letto soltanto come una provocazione polemica: il programma richiama un immaginario politico nel quale famiglia tradizionale, natalità, disciplina, identità nazionale, autorità e ruolo delle forze armate costituiscono elementi centrali dell’ordine sociale.

Il paradosso è evidente: mentre il partito parla di futuro, molte delle sue risposte guardano indietro. Mentre denuncia una società contemporanea ritenuta frammentata, propone di ricomporla attraverso una forte omologazione culturale.

Il rischio, per chi guarda a questo progetto con spirito critico, è che dietro la promessa di una “rinascita” dell’Italia si nasconda un’idea di modernità molto particolare: meno libertà individuale in cambio di più controllo pubblico, meno pluralismo in cambio di un modello identitario unico, meno autodeterminazione in cambio di una morale definita dallo Stato.

Più che un semplice programma elettorale, dunque, la “Base ideologica e programmatica” di Futuro Nazionale appare come un manifesto culturale. E la domanda politica che pone non riguarda soltanto aborto, famiglia o sicurezza. Riguarda quale Italia si voglia costruire.

Un’Italia capace di affrontare il futuro accettando la complessità della società contemporanea oppure un’Italia che, per ritrovare un ordine perduto, scelga di tornare indietro nel tempo.

Nel progetto di Vannacci, la risposta sembra già scritta: il futuro passa dalla restaurazione di un ordine tradizionale. È proprio questa pretesa di restaurazione — più che la singola proposta — a rendere il programma così radicale e, per molti aspetti, così vicino a una cultura politica che sembrava appartenere alla storia del Novecento.

Difterite, a Palermo una famiglia sotto osservazione: circa dieci parenti positivi

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Il focolaio familiare di difterite a Palermo continua a essere monitorato dalle autorità sanitarie. Sarebbero circa dieci i parenti di Anna Rosa Bartolotta, la bambina di 4 anni morta dopo aver contratto la malattia, risultati positivi ai test. La maggior parte dei casi riguarderebbe minorenni.

Secondo quanto riferito dal Giornale di Sicilia, le persone contagiate non presenterebbero condizioni cliniche preoccupanti. Un elemento che avrebbe contribuito a contenere il rischio di complicazioni è la vaccinazione: i familiari positivi avrebbero ricevuto almeno una dose del vaccino contro la difterite oppure completato il ciclo previsto.

Positivi in isolamento

I familiari risultati positivi sono stati posti in isolamento e dovranno evitare contatti con l’esterno per il periodo stabilito dai sanitari. La situazione resta comunque sotto stretta osservazione, anche alla luce di un aspetto che ha attirato l’attenzione degli specialisti: alcuni dei contatti stretti sarebbero risultati positivi nonostante fosse già stata indicata la profilassi antibiotica prevista per chi è stato esposto al batterio.

Resta da chiarire, quindi, se la profilassi sia stata effettivamente iniziata e seguita secondo le indicazioni ricevute. Si tratta di un passaggio rilevante nella ricostruzione della catena dei contagi e nella gestione sanitaria del nucleo familiare.

Migliorano le condizioni del cuginetto

Nel frattempo arrivano segnali positivi sulle condizioni del cuginetto di 4 anni della bambina deceduta. Anche il piccolo ha contratto la difterite ed è ricoverato in ospedale, dove resta in isolamento insieme ai genitori. Le sue condizioni, tuttavia, sono in miglioramento.

La sua vicenda presenta una differenza significativa rispetto a quella della cugina: il bambino era stato vaccinato contro la difterite. La vaccinazione, pur non impedendo in assoluto l’infezione, rappresenta uno degli strumenti fondamentali per ridurre il rischio di forme gravi della malattia.

La profilassi per tutta la famiglia

Dopo il decesso della bambina, l’intero nucleo familiare è stato sottoposto a chemioprofilassi antibiotica. Anche i tre fratellini della piccola, mai vaccinati, sono stati sottoposti alla profilassi prevista per i contatti a rischio.

Il quadro sanitario resta dunque strettamente circoscritto all’ambito familiare, ma il numero dei positivi conferma la particolare contagiosità dell’infezione e la necessità di un monitoraggio rigoroso dei contatti.

Sul piano giudiziario, intanto, prosegue l’inchiesta sulla morte della bambina. I genitori di Anna Rosa sono indagati per omicidio colposo in relazione alla mancata vaccinazione della figlia. La vicenda sanitaria e quella giudiziaria procedono su piani distinti, mentre gli accertamenti dovranno stabilire responsabilità e circostanze che hanno preceduto il tragico epilogo.

Il caso di Palermo riporta così in primo piano il ruolo della vaccinazione e della tempestiva gestione dei contatti in presenza di una malattia infettiva potenzialmente grave: in un contesto familiare, la protezione del singolo può infatti diventare anche una barriera fondamentale per tutti gli altri.

Report, la Rai verso il cambio di conduzione: Ranucci sempre più vicino all’uscita

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La partita per il futuro di Report entra nella sua fase decisiva. La settimana che si apre potrebbe infatti portare alla scelta del nuovo conduttore dello storico programma di Rai 3 e, contestualmente, segnare l’uscita di Sigfrido Ranucci dalla guida della trasmissione.

A ricostruire per primo lo scenario è stato il Fatto Quotidiano, che nei giorni scorsi ha anticipato l’orientamento della Rai e l’ipotesi di un avvicendamento alla conduzione. Ora, secondo quanto riportato da diverse fonti, a Viale Mazzini sarebbero in corso le ultime valutazioni su una rosa ristretta di candidati, tutti già inseriti nell’orbita dell’azienda. Tra i nomi che circolano con maggiore insistenza c’è quello di Federico Ruffo, giornalista che in passato ha collaborato proprio con Report e che attualmente conduce Mi manda Rai Tre.

La decisione potrebbe arrivare già nei prossimi giorni, forse prima del prossimo fine settimana. Sul tavolo, parallelamente, ci sarebbe anche una proposta di ricollocazione per Ranucci, con diverse ipotesi che guardano soprattutto a Rai 3 e RaiNews.

Il nodo Ranucci e il caso Lavitola

Il cambio di conduzione arriva in un momento particolarmente delicato per il giornalista. Ranucci è infatti coinvolto, come parte offesa, nell’inchiesta della Procura di Roma relativa all’attentato dello scorso autunno contro le sue automobili e quelle della figlia. Al centro dell’indagine c’è l’arresto di Valter Lavitola, che avrebbe confessato di essere il mandante dell’attentato.

La vicenda ha aperto un fronte anche sul piano interno alla Rai. Dopo il parere del comitato etico, trasmesso il 13 agosto e rimasto secretato, l’amministratore delegato Giampaolo Rossi avrebbe chiesto ulteriori approfondimenti proprio sulle possibili conseguenze reputazionali e sull’eventuale danno d’immagine per Report legato alla vicenda giudiziaria.

Non si profilerebbe, tuttavia, una sospensione di Ranucci. Il giornalista mantiene infatti anche l’incarico di vicedirettore “ad personam” degli Approfondimenti Rai. L’ipotesi allo studio sarebbe piuttosto quella di un cambio di ruolo, accompagnato da una nuova collocazione all’interno dell’azienda.

L’attacco del Movimento 5 Stelle

Contro l’ipotesi di una sostituzione è intervenuto con durezza il Movimento 5 Stelle. Il capogruppo al Senato Luca Pirondini ha chiesto ai vertici della Rai di fermare il procedimento, collegando la possibile rimozione di Ranucci alle numerose tensioni politiche accumulate negli ultimi mesi attorno alle inchieste della trasmissione.

«L’ora X si sta avvicinando», è il senso dell’allarme lanciato dal parlamentare, secondo cui la Rai rischierebbe di indebolire uno dei principali programmi di giornalismo d’inchiesta del servizio pubblico.

Nel mirino di Pirondini ci sono soprattutto le inchieste di Report che hanno riguardato esponenti e vicende riconducibili a Fratelli d’Italia, dalla questione Santanchè al caso Paragon, fino alle chat di Delmastro. Per il M5S, dunque, il cambio alla guida del programma non sarebbe un semplice avvicendamento editoriale, ma potrebbe assumere un significato politico.

Pirondini ha evocato apertamente l’ipotesi di un intervento di Palazzo Chigi, sostenendo che, qualora la sostituzione dovesse concretizzarsi, sarebbe il risultato delle pressioni esercitate dal governo. Un’accusa pesante, che la Rai dovrà necessariamente considerare anche alla luce del tema, sempre più sensibile, dell’autonomia editoriale del servizio pubblico.

La replica di Fratelli d’Italia arriva a Bruxelles

Il confronto non si è però consumato soltanto nei palazzi della politica italiana. Poche ore prima delle dichiarazioni di Pirondini, alcuni eurodeputati di Fratelli d’Italia hanno inviato una lettera alla Commissione europea, contestando la lettura secondo cui Report sarebbe vittima di un attacco politico incompatibile con l’European Media Freedom Act.

La tesi sostenuta dagli esponenti di FdI è opposta: non ci sarebbe alcuna violazione delle garanzie previste dalla normativa europea, mentre il problema riguarderebbe piuttosto l’imparzialità della trasmissione, giudicata da loro “faziosa”.

È proprio questo il punto sul quale si intrecciano politica, informazione e governance della Rai. Da una parte c’è chi legge l’eventuale sostituzione di Ranucci come un segnale di pressione sul giornalismo d’inchiesta; dall’altra chi sostiene che il servizio pubblico debba interrogarsi sull’equilibrio editoriale e sulle conseguenze derivanti dalle vicende giudiziarie che hanno coinvolto il conduttore.

Una decisione che va oltre la singola poltrona

La scelta del prossimo conduttore di Report, dunque, non appare destinata a essere una semplice questione di palinsesto. Il programma rappresenta da anni uno degli spazi più riconoscibili del giornalismo investigativo della Rai e qualsiasi cambio al vertice avrebbe inevitabilmente una valenza editoriale e politica.

Per questo la decisione di Viale Mazzini sarà osservata ben oltre gli studi di Rai 3. La scelta di Federico Ruffo, qualora venisse confermata, garantirebbe una continuità interna e una conoscenza diretta della macchina del programma. Ma il vero interrogativo riguarda ciò che accadrà dopo: se cambierà soltanto il volto in video o se, insieme al conduttore, la Rai intenderà imprimere a Report una diversa direzione editoriale.

La risposta potrebbe arrivare già nei prossimi giorni. Nel frattempo, il confronto politico è destinato a proseguire e il caso Ranucci rischia di trasformarsi nell’ennesimo banco di prova sul rapporto tra servizio pubblico, autonomia giornalistica e potere politico.

Shein verso l’Ipo a Hong Kong: la Borsa certifica il ridimensionamento del colosso del fast fashion

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Per Shein è arrivato il momento di misurarsi con il mercato. Il colosso cinese della moda low cost ha fissato al primo settembre il debutto sulla Borsa di Hong Kong, mettendo sul mercato 280 milioni di azioni a un prezzo indicativo compreso tra 47,60 e 49,50 dollari di Hong Kong. Il valore definitivo dell’offerta sarà comunicato il 31 agosto.

L’operazione potrebbe consentire alla società di raccogliere fino a 13,86 miliardi di dollari di Hong Kong, circa 1,5 miliardi di euro. Sulla base del prezzo massimo della forchetta, la capitalizzazione implicita arriverebbe a circa 210,3 miliardi di dollari di Hong Kong, pari a poco più di 23 miliardi di euro.

Numeri che raccontano però una storia ancora più interessante della stessa Ipo: quella di un’azienda che si presenta sul mercato azionario con una valutazione drasticamente ridimensionata rispetto ai picchi raggiunti negli anni della pandemia.

Dai quasi 100 miliardi al ritorno sulla Terra

Il confronto con il passato è impietoso. Nel 2022, durante un round di finanziamento privato, Shein era stata valutata circa 98,2 miliardi di dollari. In precedenza, nell’aprile 2020, la società aveva raggiunto una valutazione vicina ai 100 miliardi di dollari, sospinta da una crescita esplosiva e da un modello di business perfettamente adattato alle nuove abitudini di consumo.

La futura quotazione a Hong Kong, se confermerà i valori indicati, fotografa invece una società valutata intorno a un quarto di quei massimi. Non significa necessariamente che Shein abbia perso la capacità di crescere, ma indica quanto sia cambiato il modo in cui gli investitori guardano al suo modello di business.

Il mercato, infatti, oggi attribuisce un valore diverso alla crescita a ogni costo. Margini, sostenibilità, reputazione, trasparenza della filiera e capacità di affrontare il quadro regolamentare sono diventati elementi determinanti per stabilire quanto una piattaforma globale della moda possa realmente valere.

La pandemia e l’esplosione del fast fashion digitale

Shein è nata nel 2008 con il nome di SheInside e nel 2015 ha adottato definitivamente il nome con cui è diventata uno dei marchi più riconoscibili della moda online.

La vera accelerazione è arrivata durante la pandemia. Con i negozi fisici chiusi e milioni di consumatori spostati verso l’e-commerce, Shein ha trasformato il proprio modello digitale in un potente motore di crescita. Prezzi estremamente competitivi, una produzione capace di reagire rapidamente alla domanda e un utilizzo particolarmente aggressivo dei social hanno consentito al gruppo di conquistare una platea internazionale.

Il successo del marchio è stato costruito anche sulla capacità di intercettare rapidamente le tendenze: piccoli lotti, continua introduzione di nuovi prodotti e analisi dei dati sulle preferenze degli utenti hanno permesso alla società di comprimere drasticamente i tempi tra l’ideazione di un capo e la sua commercializzazione.

Un modello diventato un caso di studio per l’intero settore, ma che ha progressivamente mostrato anche il suo lato più controverso.

La crescita non ha cancellato le ombre

L’espansione globale di Shein è stata accompagnata da una crescente attenzione sulle conseguenze ambientali del fast fashion. La produzione e il consumo accelerati di capi a basso prezzo alimentano infatti interrogativi sulla quantità di risorse utilizzate, sulla durata dei prodotti e sulla gestione dei rifiuti tessili.

Alle critiche ambientali si sono aggiunte quelle relative alla catena di approvvigionamento e alle condizioni di lavoro. La società è stata sottoposta a contestazioni e indagini che hanno contribuito a mettere sotto pressione la reputazione del marchio e, più in generale, il suo posizionamento presso investitori e consumatori.

A questo si sono sommati i problemi sul fronte regolamentare e della sicurezza dei prodotti, compresa un’indagine in Texas. Un insieme di fattori che ha reso sempre più complesso per Shein mantenere la stessa narrativa di crescita che aveva sostenuto le valutazioni record degli anni precedenti.

L’Ipo come nuovo banco di prova

Il debutto a Hong Kong rappresenta quindi molto più di una semplice operazione finanziaria. È il momento in cui Shein dovrà confrontarsi direttamente con un mercato capace di stabilire, giorno dopo giorno, quanto gli investitori siano ancora disposti a pagare per il suo modello.

La forchetta di prezzo e la valutazione implicita indicano che l’epoca dei quasi 100 miliardi di dollari è, almeno per ora, alle spalle. La società arriva comunque in Borsa con una dimensione globale e un marchio costruito in pochi anni con una velocità difficilmente replicabile.

La vera sfida sarà convincere il mercato che quella crescita non appartiene soltanto alla stagione irripetibile della pandemia. Per Shein, il primo settembre non sarà dunque soltanto il giorno della quotazione: sarà il giorno in cui il mercato proverà a stabilire quanto vale davvero il gigante del fast fashion digitale.