Per chi ha superato gli 85 anni, guidare potrebbe presto significare fare i conti con un nuovo perimetro di libertà. La bozza del nuovo Codice della strada introduce infatti tre vincoli destinati a riaccendere il confronto sulla guida in età avanzata: zero alcol, niente autostrada e spostamenti entro un raggio di 100 chilometri da casa.
Una stretta che nasce dall’esigenza, evidente, di aumentare la sicurezza sulle strade e di verificare con maggiore attenzione le condizioni psicofisiche di chi si mette al volante in età molto avanzata. Ma che porta con sé una domanda tutt’altro che secondaria: dove finisce la tutela della sicurezza e dove comincia la compressione dell’autonomia personale?
Il testo-base, anticipato da Quattroruote, è ora destinato al confronto con le associazioni interessate, che potranno formulare osservazioni e proposte. Ed è proprio sul rapporto tra sicurezza stradale e libertà di movimento che potrebbe concentrarsi una parte significativa del dibattito.
La questione non è soltanto la patente
Il divieto di guidare dopo aver assunto alcol appare, in sé, difficilmente contestabile: la prudenza alla guida non ha età e l’assenza di alcol rappresenta un principio di sicurezza valido per tutti.
Più delicato è il discorso sugli altri due limiti. Vietare l’autostrada e imporre un raggio massimo di 100 chilometri dall’abitazione significa intervenire direttamente sulle possibilità di spostamento di una persona.
Ed è qui che la questione esce dal perimetro strettamente automobilistico.
Per molti anziani l’auto non rappresenta semplicemente un mezzo di trasporto, ma una vera e propria infrastruttura personale. Può essere indispensabile per raggiungere una farmacia, fare la spesa, recarsi dal medico, assistere un familiare o mantenere relazioni sociali che, senza la possibilità di guidare, diventerebbero molto più difficili.
Il problema, quindi, non riguarda soltanto chi può guidare, ma anche quanto può essere libero di muoversi chi viene considerato ancora idoneo alla guida.
Da qui le perplessità di chi intravede nella misura anche possibili profili di incostituzionalità, soprattutto se le limitazioni dovessero essere applicate in modo automatico sulla base della sola età anagrafica, senza una valutazione individuale delle effettive capacità del conducente.
Cosa cambia dopo gli 80 e cosa succede dopo gli 85 anni
La bozza conserva sostanzialmente l’attuale sistema di rinnovo delle patenti comuni: dieci anni fino ai 50 anni, cinque anni tra i 50 e i 70, tre anni tra i 70 e gli 80 e due anni dopo gli 80.
La novità è rappresentata dagli ulteriori controlli previsti per le fasce di età più avanzate.
Dopo gli 80 anni, il rinnovo rimarrebbe biennale, ma sarebbe accompagnato dalla certificazione di un geriatra. Superata la soglia degli 85 anni entrerebbero invece in gioco le tre limitazioni previste dalla bozza: niente alcol, niente autostrada e guida entro 100 chilometri da casa.
Il sistema diventerebbe ancora più rigido dopo i 90 anni, quando la validità della patente scenderebbe a un solo anno.
La logica è chiara: con l’aumentare dell’età aumenta anche la frequenza delle verifiche. Ma la vera novità è che, a partire dagli 85 anni, alla valutazione sanitaria si aggiungerebbero restrizioni concrete alla circolazione.
La porta della Commissione medica locale
La stretta, tuttavia, non sarebbe necessariamente definitiva.
L’automobilista anziano potrebbe infatti chiedere una valutazione più approfondita alla Commissione medica locale, in alternativa alla visita effettuata dal medico monocratico dell’Asl o dalle agenzie abilitate.
La Commissione avrebbe la possibilità di confermare, modificare oppure eliminare le limitazioni, sulla base di un accertamento più completo delle condizioni del conducente.
C’è però una condizione rilevante: per consentire una valutazione più approfondita, il titolare della patente dovrebbe autorizzare l’accesso al proprio Fascicolo sanitario elettronico.
Si tratterebbe dunque di un sistema potenzialmente più personalizzato, ma anche più complesso. E proprio la complessità dell’iter potrebbe diventare un ostacolo concreto: non tutti gli anziani potrebbero avere la possibilità, la voglia o gli strumenti per affrontare una procedura aggiuntiva.
Il rischio di una patente “a tempo” per età
Il punto più delicato della riforma è forse proprio questo. Da un lato, l’obiettivo è evitare che l’età avanzata venga considerata automaticamente sinonimo di incapacità: la possibilità di rivolgersi alla Commissione medica va nella direzione di una valutazione individuale.
Dall’altro, però, il meccanismo previsto dalla bozza sembra costruire una sorta di patente condizionata dall’età, nella quale alcune limitazioni scatterebbero automaticamente al raggiungimento di una determinata soglia anagrafica e soltanto successivamente potrebbero essere rimesse in discussione.
È una scelta che pone una questione di principio: è l’età a dover determinare la restrizione oppure devono essere le condizioni concrete della persona?
La risposta non è semplice. Riflessi, vista, capacità cognitive e condizioni fisiche possono cambiare sensibilmente da individuo a individuo. L’età anagrafica, da sola, non racconta necessariamente quanto una persona sia sicura alla guida.
Ma allo stesso tempo la sicurezza stradale impone controlli più rigorosi proprio nelle fasce in cui determinate fragilità possono diventare più frequenti.
Sicurezza e libertà: il difficile equilibrio
Il vero banco di prova della riforma sarà quindi trovare un punto di equilibrio tra due esigenze entrambe legittime.
Da una parte c’è la sicurezza, che richiede controlli seri, periodici e realmente capaci di individuare eventuali condizioni di rischio.
Dall’altra c’è il diritto alla mobilità, particolarmente importante per una popolazione anziana che spesso vive in territori dove i servizi pubblici non sono sufficientemente capillari.
Imporre un limite alla guida senza offrire alternative efficaci potrebbe trasformare una misura nata per aumentare la sicurezza in un fattore di isolamento sociale. Se l’auto è l’unico mezzo per raggiungere un ambulatorio, una farmacia o un familiare, togliere o restringere la possibilità di guidare non è una modifica marginale della quotidianità: può significare ridurre concretamente l’autonomia della persona.
Per questo la discussione sulla bozza non dovrebbe fermarsi alla domanda se sia giusto o meno imporre nuovi limiti agli over 85. La domanda più ampia è come rendere compatibili sicurezza stradale e dignità della persona.
Una riforma che dovrà essere misurata sulla realtà
Le modalità con cui funzioneranno gli accertamenti della Commissione medica locale dovranno essere definite da un successivo decreto congiunto dei ministeri della Salute e dei Trasporti. Sarà quindi anche nell’applicazione concreta delle nuove regole che si comprenderà se il sistema riuscirà a distinguere davvero tra situazioni diverse.
Perché il rischio, in assenza di procedure semplici e accessibili, è duplice: da un lato lasciare in circolazione conducenti non più adeguatamente sicuri; dall’altro spingere alla rinuncia alla patente anche persone perfettamente in grado di guidare, semplicemente perché scoraggiate dalla burocrazia o dalle nuove limitazioni.
La sfida, insomma, non sarà soltanto stabilire chi può guidare dopo gli 85 anni, ma costruire un sistema capace di dirlo con criteri individuali, trasparenti e proporzionati.
La strada della sicurezza passa dai controlli. Ma, per gli anziani, passa anche dalla possibilità di continuare a percorrere quella strada senza perdere pezzi della propria autonomia.
