29 Ottobre 2026, giovedì
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Ucraina, Zelensky: «Elezioni adesso? Sarebbero uno tsunami per il Paese»

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Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky prende posizione sul tema delle elezioni in tempo di guerra e lo fa con un’immagine particolarmente forte: convocare il voto in questo momento, sostiene, sarebbe come provocare uno «tsunami», con il rischio concreto di spaccare il Paese.

La posizione di Zelensky nasce dalla convinzione che una competizione elettorale, mentre il conflitto è ancora in corso, potrebbe trasformarsi da strumento di partecipazione democratica a ulteriore terreno di scontro. La guerra ha infatti già sottoposto l’Ucraina a una pressione straordinaria, sul piano militare, politico e sociale.

Per il presidente, dunque, il problema non riguarda soltanto la possibilità tecnica di organizzare le elezioni, ma soprattutto le conseguenze che una campagna elettorale potrebbe produrre in una società profondamente segnata dal conflitto. Il rischio evocato è quello di alimentare divisioni e tensioni proprio nel momento in cui, secondo Zelensky, sarebbe necessario preservare la coesione nazionale.

Il riferimento allo «tsunami» restituisce la misura della sua preoccupazione: non un semplice passaggio politico, ma un evento potenzialmente capace di scuotere gli equilibri interni dell’Ucraina.

Zelensky si schiera quindi apertamente contro l’ipotesi di elezioni durante la guerra, sottolineando come una consultazione elettorale, in questa fase, potrebbe avere effetti ben più ampi del normale confronto tra forze politiche. La priorità, nella sua lettura, resta quella di affrontare il conflitto evitando che il Paese debba contemporaneamente gestire anche una profonda frattura politica interna.

Il messaggio del presidente è netto: prima della competizione elettorale viene la tenuta dell’Ucraina. E, nelle sue parole, un voto organizzato nel pieno della guerra rischierebbe di trasformarsi in un fattore di divisione anziché in un momento di legittimazione democratica.

Foggia, trovato morto nel bagagliaio il bracciante pakistano scomparso: non si esclude l’omicidio

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È finita nel modo più drammatico una settimana di ricerche per Sadam Houssain, bracciante pakistano di 32 anni scomparso lo scorso 4 agosto. Il suo corpo è stato ritrovato nel pomeriggio del 22 agosto all’interno del bagagliaio della sua automobile, in una zona a pochi chilometri da Borgo Mezzanone, l’area del Foggiano dove il giovane viveva da qualche tempo.

Il cadavere era in avanzato stato di decomposizione, circostanza che rende particolarmente delicato il lavoro degli investigatori chiamati ora a ricostruire le ultime ore di vita del 32enne e, soprattutto, a stabilire come sia morto.

Al momento, infatti, nessuna ipotesi viene esclusa, compresa quella dell’omicidio. Saranno gli accertamenti medico-legali e soprattutto l’autopsia a fornire gli elementi necessari per stabilire le cause del decesso e verificare se sul corpo siano presenti segni riconducibili a una morte violenta.

Le condizioni del cadavere potrebbero far ritenere che la morte risalga proprio ai giorni immediatamente successivi alla scomparsa, ma ogni valutazione dovrà essere necessariamente affidata agli esami scientifici.

L’allarme della comunità pakistana

La scomparsa di Sadam aveva mobilitato la comunità pakistana, che nei giorni scorsi aveva chiesto attenzione e aiuto per ritrovare il giovane. L’appello era stato raccolto anche dal sindaco di Manfredonia, Domenico La Marca, che aveva acceso i riflettori sulla vicenda.

È stato lo stesso primo cittadino, attraverso un messaggio sui social, a comunicare il tragico epilogo della vicenda, accompagnando la notizia con una richiesta precisa: verità e giustizia per Sadam.

Una richiesta che assume un peso ancora maggiore davanti alla modalità con cui è stato ritrovato il corpo: nascosto nel portabagagli della sua stessa auto, in una vicenda che presenta ancora numerosi interrogativi.

Dalla speranza di una nuova vita alla morte

Sadam Houssain lavorava come bracciante nelle campagne del Foggiano. Secondo quanto ricostruito dal sindaco La Marca, aveva ottenuto un permesso di soggiorno per protezione speciale e aveva scelto di restare in Italia cercando di costruirsi una vita attraverso il lavoro.

Per farlo aveva accettato di vivere in condizioni estremamente difficili, all’interno della baraccopoli di Borgo Mezzanone. Una scelta dettata anche dalla necessità di ripagare il debito contratto dalla sua famiglia per finanziare il viaggio verso l’Italia, un percorso durato diversi mesi.

Un’esistenza sospesa tra la speranza di un futuro migliore e la dura realtà delle campagne del Foggiano.

È proprio su questo aspetto che insiste il sindaco di Manfredonia, secondo cui quel luogo, nato come approdo temporaneo per persone in cerca di lavoro e di una nuova vita, sarebbe finito per trasformarsi in una trappola.

«È diventata la sua prigione e poi la sua tomba», ha scritto La Marca, sottolineando la necessità di fare piena luce sulla vicenda.

Ora la parola passa agli investigatori

La priorità è ricostruire con precisione gli ultimi giorni di Sadam: chi lo abbia visto per ultimo, con chi sia entrato in contatto, dove sia stato e perché la sua auto sia finita nel luogo del ritrovamento.

Soprattutto, bisognerà capire se la morte sia stata provocata da un gesto criminale oppure se vi siano altre spiegazioni.

Per ora l’omicidio resta un’ipotesi investigativa e non una certezza. Saranno gli accertamenti, a partire dall’autopsia, a stabilire la verità.

Resta però il dramma di un giovane uomo arrivato in Italia dopo un lungo viaggio, finito a lavorare nei campi del Foggiano e a vivere in una baraccopoli per saldare il debito della propria famiglia. Una storia che ora chiede risposte. E che, soprattutto, non può essere archiviata senza aver prima chiarito come e perché Sadam Houssain sia morto.

Caro carburante, scatta il countdown: dal 25 agosto il rischio stangata sul gasolio

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Per gli automobilisti italiani il conto alla rovescia è ormai agli ultimi giri di lancetta. A mezzanotte del 24 agosto terminerà il taglio temporaneo delle accise sul gasolio, proprio mentre il prezzo dei carburanti continua a correre e la tensione sui mercati petroliferi si riflette direttamente sui distributori.

Dal 25 agosto entrerà in gioco il meccanismo delle accise mobili, che consente di utilizzare una parte del maggior gettito Iva prodotto dall’aumento del prezzo internazionale del petrolio per ridurre temporaneamente la componente fiscale sui carburanti. Ma il passaggio da una misura straordinaria a un meccanismo automatico rischia di non essere sufficiente a neutralizzare l’impatto del caro-energia.

Benzina e diesel, la corsa non si ferma

I numeri fotografano una situazione sempre più pesante per chi deve fare il pieno. Secondo le rilevazioni del Mimit, il prezzo medio nazionale della benzina in modalità self ha raggiunto 2,008 euro al litro, contro i 2,005 del giorno precedente. In autostrada la verde arriva invece a 2,085 euro.

Ancora più elevato il conto per il diesel: 2,128 euro al litro sulla rete stradale e 2,200 euro in autostrada, entrambi in aumento rispetto alle rilevazioni precedenti.

È su questo scenario che si innesta la scadenza del provvedimento varato dal governo. Il taglio sul gasolio, pari a 17 centesimi al litro considerando accisa e Iva, era stato deciso il 28 luglio e successivamente prorogato il 4 agosto con uno stanziamento di 245 milioni di euro. Una misura pensata per arginare, almeno temporaneamente, la fiammata dei prezzi.

L’Europa studia una risposta comune

Di fronte a un’emergenza che non riguarda soltanto l’Italia, prende forma anche un’ipotesi di intervento a livello europeo. Sei governi dell’Ue — Germania, Italia, Austria, Polonia, Portogallo e Spagna — hanno chiesto di portare al tavolo dei ministri delle Finanze la possibilità di introdurre una tassa sugli extraprofitti delle compagnie petrolifere.

L’obiettivo è trasformare una parte dei guadagni straordinari del settore energetico in risorse da destinare a misure di sostegno per famiglie e imprese alle prese con l’impennata dei costi.

La proposta è stata formalizzata in una lettera congiunta indirizzata al ministro delle Finanze irlandese, Paese che detiene la presidenza di turno dell’Unione europea. La richiesta è quella di inserire il tema nell’agenda della riunione dei ministri delle Finanze prevista a Dublino il prossimo mese.

Il principio è semplice: se l’emergenza energetica genera profitti eccezionali per alcuni operatori, una parte di quelle risorse potrebbe essere redistribuita per attenuare l’impatto sui consumatori.

Il nodo, però, resta il tempo

Il problema è che le famiglie hanno bisogno di una risposta immediata, mentre le soluzioni europee richiedono tempi politici e tecnici decisamente più lunghi. A meno di accelerazioni o convocazioni straordinarie, non sembra infatti profilarsi prima di settembre un nuovo intervento strutturale in grado di incidere rapidamente sul prezzo alla pompa.

Ed è proprio il fattore tempo a trasformare il caro-carburanti in un terreno di scontro politico.

L’opposizione chiede di rafforzare gli interventi sul fronte fiscale. La segretaria del Pd Elly Schlein insiste sull’introduzione del sistema delle accise mobili, sostenendo che il governo debba intervenire mentre il prezzo della benzina continua a rimanere sopra la soglia psicologica dei due euro al litro. Il leader del Movimento 5 Stelle Giuseppe Conte sollecita invece un Consiglio dei ministri straordinario dedicato all’emergenza carburanti.

Sul fronte delle associazioni dei consumatori, il Codacons stima che il rientro dalle vacanze, sommando carburante, pedaggi e soste nelle aree di servizio, possa arrivare a costare circa 270 euro a famiglia, con punte prossime ai 300 euro.

Assoutenti chiede quindi di prolungare il taglio delle accise almeno fino al 6 settembre e indica come possibile fonte di finanziamento proprio gli extraprofitti realizzati nei comparti energetico, petrolifero, bancario e assicurativo.

Dal 25 agosto la prova del meccanismo mobile

La partita si sposta ora sul funzionamento delle accise mobili. Il meccanismo consente allo Stato di destinare parte dell’Iva aggiuntiva incassata grazie all’aumento delle quotazioni petrolifere alla riduzione temporanea delle accise.

Non si tratta, dunque, di un intervento completamente nuovo. Una misura analoga era già stata utilizzata alla fine di luglio: il decreto Mef-Mase del 27 luglio aveva previsto una riduzione dell’accisa sul gasolio per il 28 e 29 luglio, finanziata attraverso 20,5 milioni di euro di maggior gettito Iva.

La questione è capire se questo strumento possa essere sufficiente davanti a una nuova accelerazione dei prezzi internazionali.

Il pieno diventa un termometro dell’economia

Il carburante, in questa fase, è molto più di una voce del bilancio familiare. Il suo prezzo condiziona i costi di trasporto, la logistica, la distribuzione delle merci e, a cascata, una parte significativa dei prezzi al consumo.

Per questo il passaggio del 24 agosto rappresenta un test politico ed economico. Da una parte c’è l’esigenza di proteggere immediatamente il potere d’acquisto; dall’altra la necessità di evitare interventi fiscali emergenziali destinati a diventare permanenti.

La sfida, per l’Italia e per l’Europa, sarà quindi trovare un equilibrio tra sostegno immediato e misure strutturali. Nel frattempo, per milioni di automobilisti, il problema resta molto più concreto: quanto costerà il prossimo pieno?

Terremoto di magnitudo 5,7 in Giappone: paura e feriti nell’Ibaraki

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La notte è stata bruscamente interrotta da una forte scossa nel Giappone orientale. Un terremoto di magnitudo 5,7 ha colpito la prefettura di Ibaraki, causando almeno cinque feriti. Il sisma è stato registrato intorno alle 2 del mattino, ora locale, quando gran parte della popolazione era ancora nelle proprie abitazioni.

Secondo quanto riferito dall’agenzia di stampa giapponese Kyodo, l’epicentro è stato localizzato nella parte meridionale della prefettura di Ibaraki, mentre l’ipocentro si trovava a una profondità inferiore agli 80 chilometri. Una profondità che ha contribuito a rendere la scossa chiaramente percepibile nell’area interessata.

Le prime informazioni disponibili confermano dunque un evento sismico significativo, anche se non paragonabile, per intensità, alle grandi scosse che periodicamente colpiscono l’arcipelago nipponico. Il bilancio provvisorio parla di almeno cinque persone ferite, mentre sono in corso le verifiche per accertare eventuali ulteriori conseguenze.

I dati sulla localizzazione e sulla profondità del terremoto sono stati rilevati anche dall’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia (Ingv) e dal Servizio geologico degli Stati Uniti (Usgs).

Il Giappone, uno dei Paesi più esposti al rischio sismico al mondo, dispone di una rete capillare di monitoraggio e di rigorosi sistemi di prevenzione e sicurezza. Ogni scossa, tuttavia, riporta in primo piano la particolare vulnerabilità di un territorio situato lungo una delle aree geologicamente più attive del pianeta.

La scossa è avvenuta alle 19 di sabato, ora italiana, corrispondenti alle 2 di notte in Giappone. Per il momento, le autorità stanno valutando l’entità dei danni e le condizioni delle persone coinvolte, mentre l’attenzione resta alta per l’eventuale evoluzione dell’attività sismica nell’area.

Extraprofitti del petrolio, l’Europa prova a stringere la morsa: sei Paesi chiedono una tassa comune

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La partita sugli extraprofitti delle compagnie petrolifere torna al centro dell’agenda europea, questa volta sotto la spinta di Berlino. Sei Paesi dell’Unione europea, tra cui l’Italia, avrebbero chiesto di discutere l’introduzione di un quadro comune per tassare i profitti considerati straordinari realizzati dal settore energetico durante l’attuale fase di forte tensione sui mercati.

La richiesta emerge da una lettera, visionata dall’Afp, che sarebbe stata sottoscritta dai ministri delle Finanze di Germania, Italia, Austria, Polonia e Portogallo, insieme al ministro dell’Economia spagnolo. Il documento sarebbe stato indirizzato al ministro delle Finanze irlandese, in quanto rappresentante del Paese che detiene la presidenza di turno dell’Unione europea.

L’obiettivo è portare il tema sul tavolo dei ministri delle Finanze dell’Ue in occasione della riunione prevista a Dublino il prossimo mese. Non si tratta, dunque, di una tassa europea già decisa, ma della richiesta di aprire formalmente un confronto su uno strumento fiscale comune.

La regia tedesca

A imprimere l’accelerazione sarebbe stato il ministro delle Finanze tedesco Lars Klingbeil, promotore dell’iniziativa poi raccolta dagli altri cinque Paesi.

La posizione dei firmatari parte da una considerazione precisa: le compagnie petrolifere starebbero beneficiando non soltanto dell’aumento delle quotazioni del greggio, ma anche di margini particolarmente elevati nella raffinazione e nella vendita dei prodotti petroliferi. Una dinamica che, secondo i ministri, rischia di amplificare l’impatto della crisi sui consumatori.

Nella lettera si fa riferimento a uno dei più rilevanti shock dell’offerta degli ultimi decenni e alla crescente pressione esercitata dall’aumento del costo della vita. Il tema fiscale viene così inserito in una cornice più ampia: quella della distribuzione degli effetti economici di una crisi che rischia di produrre vincitori e perdenti molto diversi lungo la filiera energetica.

Il precedente del 2022

La proposta non nasce dal nulla. Un precedente importante risale al 2022, quando l’invasione russa dell’Ucraina provocò uno shock energetico di dimensioni eccezionali e l’impennata dei prezzi di petrolio e gas alimentò il dibattito europeo sugli extraprofitti.

Quell’esperienza rappresenta oggi il principale punto di riferimento per i sei Paesi. L’idea è verificare la possibilità di costruire un quadro europeo per la tassazione degli extraprofitti, evitando che ogni Stato proceda con strumenti fiscali differenti e potenzialmente distorsivi.

Il principio politico alla base dell’iniziativa è altrettanto chiaro: se una crisi straordinaria genera profitti altrettanto straordinari, una parte di quelle risorse dovrebbe poter tornare alla collettività, soprattutto quando l’aumento dei margini si accompagna a un forte deterioramento del potere d’acquisto delle famiglie.

Una fonte citata dall’Afp sostiene che gli utili eccessivi prodotti dalla crisi dovrebbero essere restituiti ai consumatori. Una posizione che si inserisce nella linea più volte sostenuta da Klingbeil, secondo cui le società energetiche non dovrebbero approfittare delle emergenze per scaricare sui cittadini il peso dello shock.

L’Italia torna nel fronte degli extraprofitti

La presenza dell’Italia tra i Paesi promotori conferisce particolare rilievo alla proposta. Il tema degli extraprofitti energetici è infatti già entrato più volte nel dibattito politico e fiscale italiano, soprattutto dopo la crisi energetica esplosa con la guerra in Ucraina.

Ora il confronto si sposta sul piano europeo. Ed è proprio questa la novità più significativa: non una nuova misura nazionale, ma la ricerca di una risposta coordinata dell’Unione.

Diversi governi avevano già sollecitato, all’inizio del 2026, un intervento sui profitti delle compagnie petrolifere. Finora, tuttavia, Bruxelles non ha annunciato ufficialmente l’intenzione di introdurre una nuova imposta europea specificamente rivolta al settore.

La riunione dei ministri delle Finanze prevista a Dublino potrebbe quindi diventare il primo banco di prova politico per capire quanto consenso esista attorno alla proposta.

La questione è anche politica

Dietro la disputa fiscale c’è una questione più ampia: chi deve beneficiare dei guadagni generati da una crisi energetica?

Da una parte ci sono le compagnie, chiamate a difendere la redditività e gli investimenti necessari in un settore caratterizzato da elevata volatilità e forti esigenze di capitale. Dall’altra ci sono governi e consumatori, alle prese con prezzi elevati e con la necessità di finanziare misure di sostegno alle famiglie e alle imprese.

La sfida per l’Europa sarà dunque trovare un equilibrio tra la necessità di evitare rendite considerate eccessive e il rischio di penalizzare investimenti, approvvigionamenti e competitività del comparto energetico.

Per ora Berlino ha aperto la porta. Roma è tra i Paesi che hanno scelto di attraversarla. La vera partita, però, comincerà quando i ministri europei dovranno trasformare la richiesta di confronto in una proposta concreta, definendo soprattutto che cosa debba essere considerato “extraprofittto”, come tassarlo e dove destinare le risorse raccolte.

È su questi dettagli che si misurerà la reale portata dell’iniziativa.

Squinzano, attraversa i binari per raggiungere il fidanzato: muore a 17 anni travolta da un treno

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Aveva preso un treno da Lecce per raggiungere Squinzano, a una ventina di chilometri di distanza, con l’idea di fare una sorpresa al fidanzato e trascorrere qualche ora insieme a lui e ad alcuni amici. Un gesto dettato dalla voglia di stare con le persone care che si è trasformato in una tragedia.

Benedetta Daniele, 17 anni, è morta dopo essere stata travolta da un treno nei pressi della stazione di Squinzano. Quando i soccorritori sono arrivati sul posto, per la ragazza non c’era ormai più nulla da fare.

Secondo quanto ricostruito nelle prime fasi degli accertamenti, la giovane avrebbe attraversato i binari senza accorgersi dell’arrivo del convoglio. Una tragedia sulla quale sono in corso gli approfondimenti della Polfer e dei carabinieri intervenuti dopo l’investimento.

L’ultimo viaggio per una sorpresa

Benedetta era partita da Lecce con un obiettivo preciso: raggiungere il fidanzato, una relazione iniziata da poco, e sorprenderlo. Forse pensava di trovarlo già lì ad aspettarla, oppure aveva semplicemente deciso di raggiungerlo senza preavviso.

«Era una conoscenza recente e sicuramente lo voleva raggiungere, o forse era certa di trovarlo lì ad aspettarla», racconta un’amica d’infanzia, ricordando gli ultimi momenti della vita della 17enne.

Un viaggio breve, dunque, che avrebbe dovuto avere il sapore della spensieratezza e che invece si è concluso nel modo più drammatico.

La tragedia e gli accertamenti

A fornire agli investigatori i primi elementi sulla dinamica sono stati alcuni testimoni presenti in stazione. Tra le circostanze al vaglio degli inquirenti c’è anche quella relativa all’utilizzo del telefono cellulare.

Secondo le testimonianze raccolte, Benedetta avrebbe avuto il cellulare in mano mentre attraversava i binari e potrebbe essersi distratta proprio in quel momento. Un dettaglio che, se confermato dagli accertamenti, potrebbe contribuire a chiarire la dinamica dell’investimento.

La circostanza è stata riferita anche dal padre della ragazza, straziato dal dolore: «È quello che ci è stato detto, ci hanno detto che parlava al cellulare mentre attraversava e si è distratta».

Parole che restituiscono tutta la drammaticità di una morte arrivata in pochi istanti e che ora sarà oggetto delle verifiche degli investigatori.

I sogni interrotti

A rendere ancora più dolorosa la tragedia è il futuro che Benedetta non potrà più vivere. L’amica d’infanzia la ricorda come una ragazza con progetti e aspirazioni precise.

Avevano frequentato insieme la scuola fin dall’asilo, poi le loro strade scolastiche si erano divise con l’ingresso alle superiori. Benedetta aveva scelto il liceo Siciliani, che aveva lasciato da poco per intraprendere un nuovo percorso di formazione nel settore dell’estetica.

Voleva diventare estetista. Un progetto professionale ancora agli inizi, ma già abbastanza concreto da orientare le sue scelte e immaginare il futuro.

Quel futuro si è fermato sui binari di Squinzano.

Restano il dolore della famiglia, lo sgomento degli amici e una serie di interrogativi sulla dinamica dell’incidente ai quali ora dovranno dare risposta gli accertamenti delle forze dell’ordine. Una tragedia che, in pochi istanti, ha spezzato la vita di una ragazza di appena 17 anni e cancellato tutti i progetti che aveva ancora davanti a sé.

Guerra in Ucraina, Putin alza il tiro: «Kiev ha aperto il vaso di Pandora»

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La guerra in Ucraina torna a muoversi lungo una linea sempre più sottile, quella che separa il campo di battaglia dalla guerra alle infrastrutture economiche. Dopo l’intenso attacco con droni condotto da Kiev nella notte tra il 21 e il 22 agosto, il presidente russo Vladimir Putin ha minacciato una rappresaglia destinata, nelle sue parole, a colpire «i settori più sensibili» dell’economia ucraina.

A far scattare la nuova escalation è stato anche l’incendio provocato da un attacco contro un centro logistico di Ozon, nella regione russa di Samara. Per Putin, Kiev avrebbe così oltrepassato una nuova soglia: «Ha aperto il vaso di Pandora quando ha deciso di attaccare le nostre strutture economiche», ha dichiarato, preannunciando una risposta mirata alla logistica e alle infrastrutture economiche ucraine.

Il messaggio del Cremlino è netto: la risposta arriverà e sarà indirizzata proprio dove l’economia ucraina appare più vulnerabile. Putin ha parlato di un’economia «già allo stremo», trasformando così la minaccia militare in una promessa di pressione anche sul piano economico e infrastrutturale.

Putin: negoziati sì, ma le proposte di Kiev sono «inaccettabili»

Sul fronte diplomatico, il presidente russo ha ribadito la disponibilità di Mosca a sedersi al tavolo delle trattative. Una disponibilità, tuttavia, accompagnata da condizioni politiche che lasciano intravedere quanto resti profonda la distanza tra le parti.

Secondo Putin, le proposte di pace avanzate dall’Ucraina sarebbero «esotiche e inaccettabili» per la Russia. Il leader del Cremlino ha inoltre respinto l’idea che le recenti operazioni ucraine possano aver prodotto una svolta decisiva sul terreno.

«Sconfiggere la Russia in 40 giorni è un’altra avventura di Kiev», ha sostenuto Putin, secondo cui gli attacchi contro obiettivi in territorio russo stanno provocando danni e perdite senza tuttavia modificare in modo determinante l’andamento del conflitto.

La lettura del Cremlino, dunque, è quella di una guerra ancora lontana da una soluzione militare. E proprio mentre si continua a evocare la possibilità di negoziati, sul terreno si intensifica la spirale di attacchi a distanza, con droni e missili sempre più utilizzati per colpire infrastrutture strategiche ed economiche.

Macron rilancia il sostegno militare a Kiev

Alla minaccia russa risponde la Francia. Il presidente Emmanuel Macron ha annunciato una nuova fornitura di missili intercettori destinati all’Ucraina, alle prese con una crescente necessità di sistemi di difesa aerea per proteggere città e infrastrutture dalle offensive russe.

L’annuncio è arrivato dopo un colloquio con Volodymyr Zelensky, nel quale Macron ha espresso la propria indignazione per il bilancio delle vittime civili provocato dagli ultimi attacchi russi, compreso quello contro un centro commerciale a Kryvyi Rih.

«Gli ho espresso il nostro orrore e la nostra profonda emozione», ha scritto Macron su X, sottolineando ancora una volta la necessità di rafforzare la capacità ucraina di intercettare i missili lanciati dalla Russia.

Il problema, per Kiev, è anche quantitativo: la disponibilità di missili intercettori è sempre più sotto pressione mentre le forze russe continuano a ricorrere a massicce salve di missili, compresi quelli balistici.

L’Europa prepara un nuovo vertice sulla guerra

In questo scenario assume particolare rilievo la riunione della coalizione dei Paesi sostenitori dell’Ucraina, prevista per lunedì 24 agosto. L’incontro sarà copresieduto da Macron, dal cancelliere tedesco Friedrich Merz e, per la prima volta, dal nuovo primo ministro britannico Andy Burnham.

La riunione arriva in un momento particolarmente delicato. Da una parte, Mosca minaccia di estendere la rappresaglia contro le infrastrutture economiche ucraine; dall’altra, Kiev chiede agli alleati strumenti sempre più efficaci per difendere il proprio territorio dagli attacchi aerei.

Il rischio è che la guerra entri così in una fase ancora più difficile da contenere: mentre la diplomazia continua a parlare di negoziati, le azioni militari puntano sempre più direttamente alla capacità dell’avversario di produrre, trasportare e sostenere lo sforzo bellico.

Il «vaso di Pandora» evocato da Putin, al di là della retorica politica, fotografa proprio questa nuova dimensione del conflitto. Le infrastrutture economiche sono ormai parte integrante del campo di battaglia e ogni attacco può generare una risposta destinata ad allargare ulteriormente il perimetro dello scontro.

Pordenone, allenatore di calcio giovanile ai domiciliari: migliaia di immagini pedopornografiche sequestrate

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Un’indagine partita a gennaio e sviluppatasi attraverso mesi di accertamenti porta alla luce un caso di particolare gravità nel mondo dello sport giovanile del Pordenonese. Un allenatore di calcio, attivo nel settore giovanile locale tra il 2021 e il 2026, è stato posto agli arresti domiciliari nell’ambito di un’inchiesta coordinata dalla Procura di Trieste e condotta dai Carabinieri del Nucleo operativo e radiomobile della Compagnia di Pordenone.

L’indagine ha preso avvio dall’arresto in flagranza dell’uomo, trovato in possesso di migliaia di immagini di natura pedopornografica. Tra il materiale sequestrato, secondo quanto ricostruito dagli investigatori, figurerebbero anche immagini riconducibili a giovani calciatori ripresi all’interno degli spogliatoi.

Da quel primo riscontro è partita una complessa attività investigativa finalizzata soprattutto a ricostruire gli ambienti frequentati dall’allenatore e, soprattutto, a individuare i possibili minori coinvolti. I militari hanno così passato al setaccio le società sportive nelle quali l’uomo aveva prestato servizio come allenatore, ricostruendo la sua attività nel settore giovanile nell’arco di diversi anni.

Quattordici impianti passati al setaccio

Uno degli aspetti centrali dell’inchiesta ha riguardato la verifica dei luoghi nei quali sarebbero state realizzate le immagini. I Carabinieri hanno effettuato sopralluoghi in 14 impianti sportivi, individuando gli spogliatoi compatibili con quelli che, secondo le ipotesi investigative, sarebbero comparsi nel materiale sequestrato sul telefono dell’indagato.

Per dare un nome e un volto alle possibili vittime, gli investigatori hanno acquisito gli elenchi dei giovani tesserati delle società interessate e hanno ascoltato i genitori. Un lavoro di incrocio tra dati, testimonianze e materiale digitale che ha consentito, allo stato attuale dell’inchiesta, di identificare 24 giovani.

Nel materiale esaminato sarebbero inoltre stati individuati circa 200 fotogrammi e nove video riconducibili, secondo gli accertamenti, alle condotte oggetto dell’indagine.

Il ruolo di fiducia al centro degli accertamenti

Secondo la ricostruzione investigativa, l’allenatore avrebbe sfruttato la posizione di fiducia derivante dal proprio ruolo per poter accedere agli spogliatoi e realizzare, all’insaputa dei ragazzi, fotografie e riprese di minorenni.

È proprio la dimensione fiduciaria a rendere particolarmente delicata la vicenda: l’attività sportiva giovanile implica infatti un rapporto diretto tra allenatori, società, famiglie e ragazzi. Gli investigatori stanno ora cercando di stabilire con precisione l’estensione temporale delle condotte e se il materiale rinvenuto rappresenti l’intero perimetro dell’attività contestata.

L’inchiesta non può quindi considerarsi conclusa. Gli accertamenti proseguono con l’obiettivo di ricostruire integralmente la vicenda, verificare l’origine e la destinazione del materiale digitale sequestrato e accertare l’eventuale esistenza di ulteriori episodi o responsabilità.

L’indagato, allo stato, è sottoposto agli arresti domiciliari. Saranno ora gli ulteriori sviluppi dell’inchiesta e gli eventuali passaggi davanti all’autorità giudiziaria a delineare con maggiore precisione il quadro delle contestazioni e delle responsabilità individuali.

Droga, violenza e stalking: 31enne arrestato nell’Albenganese

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Fotografia di repertorio

Un incontro trasformato in un incubo, poi una lunga scia di pressioni, minacce e persecuzioni. È il quadro ricostruito dagli investigatori nell’ambito dell’indagine che ha portato all’arresto, eseguito dai carabinieri di Albenga, di un uomo di 31 anni, di origine straniera, con precedenti e irregolare sul territorio italiano.

Nei suoi confronti il Tribunale di Savona ha emesso un’ordinanza di custodia cautelare in carcere. Le accuse sono pesanti: violenza sessuale, spaccio di sostanze stupefacenti e atti persecutori. Naturalmente, come previsto dall’ordinamento, le contestazioni dovranno essere sottoposte al vaglio della giustizia nel corso del procedimento.

I fatti al centro dell’inchiesta risalirebbero alla fine di maggio, quando il 31enne avrebbe attirato nella propria abitazione una giovane savonese con la quale, secondo quanto emerso dagli accertamenti, esistevano già contatti legati all’acquisto di droga. La ragazza, insieme ad alcuni amici, si sarebbe infatti rivolta all’uomo per procurarsi sostanze stupefacenti.

Secondo la ricostruzione degli investigatori, però, quella che avrebbe dovuto essere un’occasione di consumo di droga si sarebbe trasformata in una situazione di estrema vulnerabilità. Nella sua abitazione la giovane avrebbe assunto diverse dosi di cocaina e bevande alcoliche, fino a raggiungere uno stato di forte alterazione.

Sarebbe stato proprio approfittando di quelle condizioni, definite dagli inquirenti di stordimento e minorata difesa, che il 31enne avrebbe abusato sessualmente della ragazza.

La vicenda, tuttavia, non si sarebbe conclusa con quella notte. Dopo la presunta violenza, l’uomo avrebbe messo in atto una serie di comportamenti persecutori con l’obiettivo di convincere la giovane a incontrarlo nuovamente. Una pressione che, stando agli elementi raccolti, sarebbe progressivamente diventata sempre più invasiva.

Ci sarebbero stati appostamenti sotto l’abitazione della ragazza, fotografie inviatele per dimostrarle di trovarsi nei pressi di casa sua, messaggi insistenti e ricerche nei luoghi che frequentava abitualmente. L’uomo avrebbe inoltre raggiunto la giovane sul posto di lavoro, estendendo così le condotte persecutorie anche alla sua quotidianità.

Un comportamento che avrebbe finito per condizionare concretamente la vita della vittima, costringendola a modificare abitudini e frequentazioni per cercare di sottrarsi a quelle pressioni.

A quel punto la giovane ha deciso di rivolgersi alle forze dell’ordine. La denuncia ha consentito agli investigatori di ricostruire progressivamente il quadro dei fatti e di concentrare l’attenzione sul 31enne, individuato infine in condizioni tutt’altro che abituali: si trovava all’interno di una tenda allestita su una spiaggia nei pressi di Albenga.

I carabinieri lo hanno rintracciato e arrestato dando esecuzione al provvedimento del Tribunale di Savona. Dopo le formalità di rito, l’uomo è stato trasferito nel carcere di Imperia.

L’inchiesta avrebbe inoltre fatto emergere un ulteriore fronte dell’attività del 31enne. Gli accertamenti avrebbero infatti consentito di documentare un’attività di spaccio ritenuta consistente e organizzata nella zona della piana di Albenga, aggiungendo così un tassello al quadro investigativo.

Sul caso proseguono gli approfondimenti degli inquirenti. Al centro dell’indagine restano sia la ricostruzione della presunta violenza sessuale sia le successive condotte persecutorie, oltre al traffico di stupefacenti attribuito all’indagato.

Usa, la giustizia ferma il giro di vite di Trump sui visti: cancellato il blocco per 75 Paesi

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Una nuova battuta d’arresto sul fronte dell’immigrazione per l’amministrazione Trump arriva dai tribunali federali statunitensi. Una giudice di Manhattan ha annullato il provvedimento con cui, lo scorso gennaio, il Dipartimento di Stato aveva sospeso il rilascio dei visti d’immigrazione destinati ai cittadini di 75 Paesi, una lista che comprendeva quasi il 40% degli Stati del mondo.

La decisione, riferita dalla Cnn, mette in discussione soprattutto il criterio utilizzato dall’amministrazione per giustificare il blocco. La linea del Dipartimento di Stato era fondata sul timore che una parte dei migranti potesse ricorrere a prestazioni e forme di assistenza pubblica, trasformandosi in un potenziale “onere economico” per gli Stati Uniti.

La giudice federale Jeannette Vargas, della Corte Distrettuale Federale di Manhattan, ha però ritenuto insufficiente questa motivazione e ha annullato i rifiuti dei visti fondati esclusivamente su tale presupposto.

Il nodo dell’“onere pubblico”

Il cuore della controversia riguarda il modo in cui la normativa statunitense disciplina l’ingresso degli immigrati considerati potenzialmente dipendenti dall’assistenza pubblica.

Secondo la legge Usa, un richiedente può essere considerato un potenziale “onere pubblico” soltanto dopo una valutazione individuale da parte di un funzionario consolare. Nel giudizio devono essere presi in considerazione diversi elementi: condizione economica, età, stato di salute, competenze professionali e situazione familiare.

Secondo Vargas, invece, la misura introdotta dall’amministrazione aveva finito per trasformare un accertamento individuale in una sorta di presunzione automatica legata alla nazionalità. Ai funzionari consolari sarebbe stato infatti imposto di respingere le domande provenienti dai Paesi inseriti nella lista, anche quando il singolo richiedente fosse perfettamente in grado di mantenersi autonomamente.

È proprio questo passaggio ad aver convinto la giudice a intervenire: non sarebbe sufficiente indicare il Paese di provenienza per stabilire che una persona costituisca un futuro peso per le casse pubbliche americane.

Un elenco che attraversava mezzo mondo

Il provvedimento del Dipartimento di Stato aveva una portata particolarmente ampia. Nell’elenco figuravano Paesi di Africa subsahariana, Caraibi, Medio Oriente, Asia centrale e Sud-Est asiatico, oltre a diversi Stati dei Balcani.

Tra i Paesi interessati comparivano anche Brasile, Colombia, Egitto, Haiti, Somalia e Russia, insieme ad alcuni Stati considerati partner degli Stati Uniti, come Giordania, Georgia ed Egitto.

La selezione non sarebbe stata casuale. L’amministrazione aveva utilizzato dati del Consiglio dei consulenti economici, individuando i Paesi nei quali più del 30% delle famiglie immigrate risultava destinatario di una qualche forma di assistenza pubblica.

Una soglia statistica che, secondo l’impostazione del governo, avrebbe consentito di individuare le nazionalità considerate maggiormente a rischio. Ma proprio questa impostazione è ora al centro della contestazione giudiziaria: il dato riferito a un’intera popolazione non può necessariamente essere trasferito, senza ulteriori verifiche, sul singolo individuo che presenta una domanda di visto.

Famiglie e lavoratori tra i ricorrenti

A portare la questione davanti ai giudici sono stati anche cittadini direttamente colpiti dalle conseguenze del provvedimento.

Tra i ricorrenti figuravano sei cittadini statunitensi che avevano presentato richieste legate al ricongiungimento familiare. Il blocco, secondo quanto sostenuto nel ricorso, impediva ai loro parenti residenti in Ghana, Giamaica, Guatemala ed Etiopia di ottenere i visti necessari per raggiungerli negli Stati Uniti.

Nel procedimento erano coinvolti inoltre cinque cittadini colombiani che avevano richiesto visti per motivi di lavoro.

Il provvedimento aveva dunque inciso su due dei principali canali dell’immigrazione regolare: il ricongiungimento con i familiari e l’ingresso di lavoratori stranieri.

Cosa cambia e cosa resta da decidere

Il blocco riguardava i visti per immigrati, quindi anche i percorsi verso la residenza permanente, ma non i cosiddetti visti per non immigrati, come quelli turistici o per studenti.

La sentenza non chiude tuttavia definitivamente la vicenda. Vargas ha concesso alle parti tempo fino all’11 settembre per avanzare proposte sulla parte ancora aperta del procedimento. L’amministrazione Trump, inoltre, potrebbe decidere di impugnare la decisione davanti a un grado superiore.

Il confronto tra Casa Bianca e magistratura resta quindi aperto. Ma la sentenza di Manhattan introduce un limite preciso alla strategia adottata dall’amministrazione: il rischio che un immigrato possa ricorrere all’assistenza pubblica non può essere automaticamente dedotto dal suo passaporto.

La partita sui visti per i cittadini dei 75 Paesi, dunque, è tutt’altro che conclusa. Per ora, però, è la magistratura federale a mettere un freno a una delle misure più estese adottate dall’amministrazione Trump sul terreno dell’immigrazione legale.