27 Ottobre 2026, martedì
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Fine vita, la Chiesa indica la sua strada. Ora tocca allo Stato laico

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Sul fine vita la Chiesa ha parlato. E lo ha fatto con una posizione coerente con la propria visione della persona, della vita e della morte. Monsignor Renzo Pegoraro, presidente della Pontificia Accademia per la Vita, ha rilanciato dalle pagine di Avvenire una proposta precisa: rendere obbligatoria per tutti la possibilità di accedere a percorsi di cure palliative, destinando a questo obiettivo risorse adeguate. E, con una formula destinata a far discutere, ha contrapposto gli investimenti militari alla necessità di finanziare le cure: «Meno armi e più cure palliative».

È un argomento che merita di essere ascoltato. Non necessariamente di essere trasformato in un dogma politico.

Il principio secondo cui una persona gravemente malata debba poter contare su cure palliative accessibili, tempestive e di qualità dovrebbe infatti essere patrimonio di qualsiasi società civile, indipendentemente dalla fede religiosa. Ridurre la sofferenza, accompagnare il malato, sostenere le famiglie e garantire che nessuno sia costretto a scegliere il proprio destino perché privo di alternative assistenziali è una responsabilità dello Stato.

Ed è proprio qui che comincia il terreno della politica.

La questione non è stabilire se la posizione della Chiesa sia giusta o sbagliata. La Chiesa ha tutto il diritto di sostenere che non esista un diritto all’aiuto al suicidio e di chiedere che le cure palliative siano rafforzate. Ma la stessa libertà vale per chi, su questi temi, arriva a conclusioni differenti. In una democrazia pluralista le convinzioni religiose possono alimentare il dibattito pubblico; non possono però diventare automaticamente legge dello Stato.

L’Italia è una Repubblica laica. Questo non significa uno Stato ostile alla religione, né tantomeno uno Stato indifferente alla sofferenza umana. Significa, più semplicemente, che le regole che riguardano tutti devono essere costruite attraverso il confronto democratico, alla luce della Costituzione, della scienza, della giurisprudenza e dei diritti individuali.

Per questo anche il dibattito sulle cure palliative deve essere affrontato senza scorciatoie ideologiche. Se esiste già un impianto legislativo importante, il problema è renderlo concretamente esigibile in ogni territorio. Servono strutture, personale, formazione, risorse e soprattutto uniformità nell’accesso. Una legge, da sola, non allevia il dolore: lo fanno medici, infermieri, psicologi e servizi sanitari quando hanno strumenti e finanziamenti sufficienti per intervenire.

La provocazione sulle armi, invece, appartiene legittimamente al confronto politico. Si può sostenere che una parte maggiore della spesa pubblica debba essere destinata alla sanità e all’assistenza. Ma non si può ridurre una questione complessa a un’equazione automatica tra armamenti e cure. Le scelte di bilancio di uno Stato riguardano sicurezza, sanità, welfare, istruzione, infrastrutture e una lunga serie di altre priorità. È la politica, attraverso il Parlamento e il consenso degli elettori, a dover stabilire come distribuire quelle risorse.

E sul fine vita c’è un’altra distinzione fondamentale da preservare: garantire cure palliative non significa necessariamente risolvere il problema dell’autodeterminazione. Sono due questioni collegate, ma non coincidenti.

Una persona può avere accesso alle migliori cure palliative possibili e continuare a rivendicare, in determinate condizioni, una diversa concezione della propria libertà e della propria dignità. Allo stesso modo, sostenere l’autodeterminazione non significa affatto negare il valore delle cure palliative o considerarle un’alternativa di serie B.

È su questo crinale che dovrebbe muoversi il legislatore: senza semplificazioni, senza crociate e senza delegare alla religione ciò che appartiene alla responsabilità delle istituzioni.

La Chiesa ha dunque detto la sua. È giusto che lo abbia fatto. Ora, però, spetta all’Italia proseguire il proprio percorso, con gli strumenti propri di uno Stato laico.

Non per contrapporsi alla Chiesa, ma per garantire che nessuna Chiesa, nessuna ideologia e nessuna maggioranza politica possa decidere da sola per tutti.

Sul fine vita la domanda fondamentale non è soltanto come difendere la vita. È anche come garantire, fino all’ultimo, dignità, libertà e cura a chi quella vita la sta vivendo sulla propria pelle.

Oroscopo della settimana

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♈ Ariete: Settimana ricca di energia e nuove iniziative. Sul lavoro arrivano stimoli interessanti, mentre in amore serve più disponibilità al dialogo.
♉ Toro: Ritrovi equilibrio e sicurezza. Buon momento per dedicarti ai progetti personali e rafforzare i rapporti importanti.
♊ Gemelli: Idee, incontri e novità caratterizzano la settimana. La comunicazione sarà il tuo punto di forza, soprattutto nelle relazioni.
♋ Cancro: Periodo di introspezione e crescita. Ascolta le tue emozioni e non rimandare decisioni che riguardano il futuro.
♌ Leone: Voglia di brillare e di metterti in mostra. Occasioni positive sul lavoro e momenti di grande passione in amore.
♍ Vergine: Settimana produttiva e organizzata. Le tue capacità vengono riconosciute, ma concediti anche qualche momento di leggerezza.
♎ Bilancia: Torna il desiderio di armonia e serenità. Possibili incontri interessanti e soluzioni a vecchie questioni.
♏ Scorpione: Determinazione e intuito saranno dalla tua parte. Settimana ideale per affrontare situazioni lasciate in sospeso.
♐ Sagittario: Nuovi stimoli e voglia di cambiamento. Segui la curiosità e lasciati coinvolgere da esperienze diverse.
♑ Capricorno: Impegno e costanza portano risultati. In amore cerca di mostrare di più ciò che provi.
♒ Acquario: Creatività e idee originali in primo piano. Buone occasioni per collaborazioni e nuovi progetti.
♓ Pesci: Sensibilità e immaginazione al massimo. Segui il tuo istinto e lascia spazio ai sentimenti.

Anziani nel mirino, la caccia all’oro nel Vercellese

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Un gesto improvviso, la violenza, lo strappo. E in pochi secondi un anziano finiva a terra o restava ferito, mentre la catenina d’oro scompariva insieme alla tranquillità di una passeggiata qualunque. È la dinamica che emerge dall’indagine dei carabinieri di Crescentino su una serie di aggressioni e furti ai danni di persone anziane nel Vercellese.

Nel mirino sarebbero finite persone tra i 65 e gli 87 anni, spesso già penalizzate da una ridotta capacità motoria e quindi particolarmente esposte. Le vittime venivano avvicinate con un pretesto, in modo da ridurre le distanze e coglierle in una situazione di vulnerabilità. Poi entrava in scena la forza: catenine, gioielli e altri oggetti d’oro venivano strappati con violenza, provocando in alcuni casi lesioni.

Al termine degli accertamenti, coordinati dalla Procura della Repubblica di Vercelli, i carabinieri hanno individuato tre giovani, di età compresa tra i 20 e i 25 anni. Per un ventenne di origine marocchina è scattato l’arresto; per gli altri due è stata presentata una denuncia.

Le contestazioni sono pesanti: rapina, furto con strappo e lesioni personali aggravate ai danni di persone in condizioni di minorata difesa. Ipotesi di reato che delineano un quadro investigativo nel quale il dato più allarmante non è soltanto il valore dei preziosi sottratti, ma la scelta delle vittime e il ricorso alla violenza.

Gli episodi al centro dell’inchiesta si sarebbero consumati tra giugno e luglio in diversi comuni della provincia di Vercelli, in particolare a Crescentino, Saluggia e Cigliano. Una sequenza che ha richiesto agli investigatori di mettere in relazione fatti avvenuti in luoghi diversi, individuando elementi comuni nelle modalità di avvicinamento e nell’azione degli aggressori.

La tecnica, secondo quanto ricostruito dagli inquirenti, era tanto rapida quanto insidiosa: individuata la persona da colpire, bastava un approccio apparentemente innocuo per arrivare abbastanza vicino. A quel punto, lo strappo violento consentiva di impossessarsi del bottino in pochi istanti, lasciando però alle vittime qualcosa di molto più difficile da recuperare di un gioiello: il senso di sicurezza.

L’attività investigativa dei carabinieri ha consentito di ricostruire la presunta catena degli episodi e di arrivare all’identificazione dei tre giovani. Gli accertamenti proseguono per definire compiutamente il quadro delle responsabilità e verificare l’eventuale coinvolgimento degli indagati in ulteriori fatti.

Sul caso resta ora l’attenzione della magistratura. E, sul territorio, quella delle forze dell’ordine e delle comunità coinvolte, dove le vittime più fragili sono diventate il bersaglio di una criminalità capace di trasformare un gioiello indossato al collo in un’occasione di violenza.

Per tutti gli indagati vale, come previsto dalla legge, la presunzione di innocenza fino a sentenza definitiva.

Sassonia-Anhalt, il laboratorio della destra che può cambiare la Germania

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Per un giorno, la Sassonia-Anhalt diventa il centro della politica tedesca. Non soltanto perché oggi, 6 settembre, circa 1,7 milioni di cittadini sono chiamati a eleggere il nuovo Parlamento regionale, ma perché da queste urne potrebbe uscire un risultato destinato a pesare ben oltre i confini del Land.

I seggi sono aperti dalle 8 e chiuderanno alle 18. Le prime proiezioni sono attese subito dopo la chiusura, mentre i risultati provvisori definitivi dovrebbero arrivare nelle prime ore di lunedì. Ma il dato politico, qualunque esso sia, appare già scritto in anticipo: questa non sarà una normale elezione regionale.

Il motivo ha un nome preciso: Alternative für Deutschland. L’AfD, il partito della destra radicale tedesca, arriva all’appuntamento elettorale con numeri che fino a pochi anni fa sarebbero sembrati impensabili. I sondaggi la collocano oltre il 40%, una soglia che, in determinate combinazioni, potrebbe persino aprire la strada a una maggioranza assoluta.

A guidare la corsa c’è Ulrich Siegmund, 35 anni, volto giovane e particolarmente presente sui social, determinato a conquistare per l’AfD uno dei traguardi più simbolici della sua storia: la guida di un governo regionale. Nato nell’anno della riunificazione tedesca, Siegmund potrebbe diventare il più giovane governatore regionale della Germania, ma soprattutto l’uomo chiamato a trasformare la crescente forza elettorale dell’AfD in potere istituzionale.

È proprio questo il punto che rende il voto della Sassonia-Anhalt così delicato.

Nel 2023 l’Ufficio regionale per la tutela della Costituzione aveva classificato l’AfD del Land come organizzazione di estrema destra. Tre anni dopo, quello stesso partito potrebbe trovarsi nella posizione di dettare le condizioni della politica regionale.

La destra alla prova del potere

La campagna elettorale di Siegmund ha contribuito ad alimentare il carattere divisivo della sfida. Tra le proposte avanzate dal candidato ci sono anche posizioni fortemente controverse, come quella relativa alla creazione di classi scolastiche separate per persone con disabilità e rifugiati.

Al di là delle singole proposte, il tema centrale è però un altro: può l’AfD passare dalla protesta al governo?

Dal 1945 a oggi, la politica tedesca ha costruito attorno alla destra radicale una barriera che, con formule e intensità diverse, ha impedito all’AfD di trasformare il proprio consenso in partecipazione diretta al potere. Il cosiddetto Brandmauer, il muro di contenimento politico, si è fondato sulla scelta degli altri partiti di non governare con l’AfD né di dipendere dai suoi voti.

In Sassonia-Anhalt quel muro rischia però di essere sottoposto alla prova più difficile.

Se l’AfD dovesse ottenere la maggioranza assoluta, la questione diventerebbe immediata. Se invece restasse senza numeri sufficienti per governare da sola, comincerebbe la partita delle coalizioni: una combinazione complessa, nella quale gli altri partiti sarebbero costretti a trovare un equilibrio per impedire alla formazione di estrema destra di arrivare comunque al governo.

Ed è qui che un’elezione regionale si trasforma in un problema nazionale.

L’ombra di Berlino

Il risultato sarà osservato con particolare attenzione anche dalla capitale. Il cancelliere Friedrich Merz arriva infatti a questo appuntamento in una fase politica tutt’altro che semplice. La sua popolarità è ai minimi e persino all’interno della Cdu il suo coinvolgimento nella campagna elettorale in Sassonia-Anhalt è stato considerato poco opportuno.

Un eventuale trionfo dell’AfD rappresenterebbe quindi molto più di una sconfitta locale per i conservatori. Sarebbe la fotografia di un rapporto di forza che potrebbe mettere ulteriormente sotto pressione il governo federale e la leadership di Merz.

La Cdu, che nelle precedenti tornate regionali sembrava in grado di mantenere saldamente la propria centralità, si trova ora davanti a uno scenario completamente diverso. La crescita dell’AfD la costringe a misurarsi con una destra che non le contende soltanto voti, ma l’egemonia sull’elettorato conservatore.

E il problema non riguarda soltanto la Sassonia-Anhalt.

Tra due settimane anche Berlino sarà chiamata alle urne. Il calendario elettorale tedesco potrebbe così trasformarsi in una sequenza di segnali difficili da ignorare: prima il voto nell’Est, poi quello nella capitale, con l’AfD pronta a misurare la propria forza e gli altri partiti costretti a capire quanto sia ancora efficace la strategia del cordone sanitario.

Il bivio della Sassonia-Anhalt

La Sassonia-Anhalt è un Land relativamente piccolo, con una popolazione paragonabile a quella dell’Abruzzo, ma oggi la sua dimensione politica appare inversamente proporzionale a quella geografica.

Da una parte c’è la possibilità di un successo storico dell’AfD, dall’altra la prospettiva di una coalizione destinata a essere difficile da costruire e ancora più difficile da gestire. In entrambi i casi, il messaggio delle urne sarà impossibile da confinare a Magdeburgo.

La regione dell’ex Germania Est è da tempo uno dei terreni più fertili per la destra radicale. Qui si intrecciano le fratture economiche e sociali lasciate dalla riunificazione, il malcontento verso i partiti tradizionali, il tema dell’immigrazione e una crescente distanza dalla politica di Berlino.

Per questo il voto di oggi potrebbe diventare un termometro dello stato di salute della Repubblica federale.

Se l’AfD sfonderà, la domanda non sarà più soltanto quanto sia forte la destra radicale in Germania. Sarà se e quando quella forza potrà finalmente trasformarsi in governo.

La risposta arriverà dalle urne di un Land periferico, povero e tra i più anziani del Paese. Ma il suo verdetto potrebbe essere ascoltato fino a Berlino.

La partita, in Sassonia-Anhalt, si gioca oggi. Le sue conseguenze potrebbero durare molto più a lungo.

Vigevano, sorprende la moglie in auto con un altro uomo e lo aggredisce: arrestato

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Si è svegliato nel cuore della notte, ha cercato la moglie e, non riuscendo a contattarla, è sceso in strada. A pochi metri da casa avrebbe fatto una scoperta che ha trasformato la preoccupazione in rabbia: la donna, 29 anni, era appartata in automobile con un ragazzo di 23 anni. Da lì, secondo la ricostruzione degli investigatori, sarebbe scattata l’aggressione.

È accaduto a Vigevano, in provincia di Pavia, nella notte tra venerdì 4 e sabato 5 settembre. Protagonista un uomo di 41 anni, magazziniere, arrestato dalla polizia con le accuse di lesioni personali e rapina. L’uomo, dopo la convalida dell’arresto, è stato scarcerato in attesa del processo, fissato per il prossimo 15 ottobre.

La moglie non era a letto

Tutto sarebbe cominciato da un risveglio notturno. Il 41enne, non trovando la moglie accanto a sé, avrebbe iniziato a cercarla all’interno dell’abitazione. Poi avrebbe provato più volte a telefonarle, senza ottenere risposta.

A quel punto è uscito di casa. La donna si trovava poco distante, all’interno di un’auto, insieme al 23enne. Secondo quanto ricostruito, l’uomo avrebbe ordinato alla moglie di rientrare e poi si sarebbe rivolto al giovane, chiedendogli spiegazioni sulla sua presenza insieme alla donna.

L’aggressione davanti alle abitazioni

La situazione sarebbe rapidamente degenerata. Il 41enne avrebbe aperto la portiera, trascinato il ragazzo fuori dall’abitacolo e cominciato a colpirlo ripetutamente al volto con i pugni.

Il 23enne avrebbe tentato di chiedere aiuto, ma l’aggressore gli avrebbe sottratto il telefono cellulare. A interrompere la violenza sono state le chiamate dei residenti della zona, svegliati dalle urla e dagli schiamazzi e preoccupati per ciò che stava accadendo in strada.

Sul posto sono arrivati gli agenti della polizia e i soccorritori del 118. Il 41enne è stato arrestato, mentre il giovane ferito è stato accompagnato al pronto soccorso dell’ospedale di Vigevano per ricevere le cure del caso.

Arresto convalidato, processo a ottobre

Le accuse contestate al 41enne sono quelle di lesioni personali e rapina, quest’ultima in relazione alla sottrazione del telefono cellulare. L’arresto è stato successivamente convalidato dal giudice nell’udienza svoltasi a Pavia.

Il magistrato ha disposto la scarcerazione dell’uomo, che affronterà il procedimento da libero. Il processo è stato fissato per il 15 ottobre.

La vicenda giudiziaria dovrà ora chiarire responsabilità e circostanze dell’aggressione. Sul piano penale, il 41enne resta naturalmente presunto innocente fino a un’eventuale sentenza definitiva di condanna.

Krakatoa torna a eruttare, la cenere ferma gli aerei: sei aeroporti bloccati in Indonesia

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Il ritorno di fiamme, cenere e materiale vulcanico dal cratere dell’Anak Krakatau non sta mettendo alla prova soltanto il territorio indonesiano. L’eruzione sta creando un effetto domino anche nei cieli, costringendo le autorità a sospendere le operazioni in sei aeroporti e provocando cancellazioni, ritardi e disagi per migliaia di passeggeri.

Il punto più critico è Giacarta, dove anche il grande aeroporto internazionale Soekarno-Hatta è stato costretto a interrompere i voli a causa della presenza di cenere vulcanica nell’area. Lunghe code si sono formate nei terminal, con i viaggiatori impegnati a chiedere rimborsi o a cercare una nuova prenotazione.

L’Anak Krakatau, il vulcano nato dalle devastanti eruzioni del Krakatoa, ha ripreso a mostrare una crescente attività eruttiva dalla serata di venerdì 4 settembre. Nelle prime ore di domenica 6 settembre la cenere ha raggiunto anche l’area aeroportuale della capitale, trasformando un fenomeno geologico in un problema immediato per la mobilità aerea di uno dei Paesi più trafficati del Sud-Est asiatico.

La cenere sale per migliaia di metri

Secondo l’agenzia meteorologica indonesiana Bmkg, la nube di cenere ha raggiunto circa 6 mila metri di altezza sul versante di Giava, mentre un pennacchio è stato osservato fino a 15 mila metri sul lato di Sumatra e in alcune aree della provincia di Banten.

È proprio la presenza di cenere vulcanica in quota a rappresentare una delle principali minacce per l’aviazione. Le particelle possono infatti essere trasportate dai venti anche lontano dal cratere e creare condizioni incompatibili con la sicurezza dei voli.

Il risultato è stato un progressivo congelamento delle attività aeroportuali. Al Soekarno-Hatta la sospensione, inizialmente fissata fino alle 5.30 locali, è stata prorogata più volte: prima alle 9.30, poi alle 13.30 e infine alle 17.30.

Collegamenti internazionali nel caos

L’interruzione delle operazioni ha avuto ripercussioni anche sul traffico internazionale. Tra le destinazioni interessate da cancellazioni e ritardi figurano Singapore, Kuala Lumpur, Canton, Hong Kong e Doha.

La Singapore Airlines ha cancellato 19 voli tra Singapore e Giacarta, mentre migliaia di passeggeri sono rimasti a terra in attesa di informazioni sulla ripresa delle operazioni.

Ma l’emergenza non riguarda soltanto il principale aeroporto della capitale. Le autorità indonesiane hanno comunicato la chiusura complessiva di sei scali: oltre al Soekarno-Hatta e ad altri tre aeroporti nell’area di Giacarta, sono stati interessati anche l’aeroporto internazionale di Bandung e quello di Radin, nei pressi di Bandar Lampung, sull’isola di Sumatra.

Un’attività cresciuta da luglio

L’episodio di queste ore non arriva, tuttavia, senza segnali premonitori. In conferenza stampa, Lana Saria, responsabile dell’Agenzia geologica indonesiana, ha spiegato che l’attività del vulcano era in ripresa già dal mese di luglio, raggiungendo il livello più elevato proprio nella giornata di sabato.

Le autorità stanno quindi monitorando con attenzione l’evoluzione dell’eruzione, mentre l’apparato vulcanico continua a produrre emissioni di cenere e materiale eruttivo.

Alla popolazione è stato rivolto un appello alla calma, accompagnato però da precise raccomandazioni di prudenza. Il portavoce dell’agenzia indonesiana per la gestione dei disastri (Bnpb), Berton Panjaitan, ha invitato i cittadini delle aree interessate a proteggersi dalle ricadute di cenere utilizzando mascherine e protezioni per gli occhi.

C’è infine un elemento che, almeno per ora, ridimensiona i timori di uno scenario ancora più grave: secondo l’agenzia per la gestione dei disastri non vi è un rischio imminente di tsunami collegato all’attività del vulcano.

Il Krakatoa, dunque, torna a farsi sentire. E mentre gli strumenti degli esperti ne registrano l’attività, è la rete dei trasporti indonesiana a subirne per prima le conseguenze: sei aeroporti fermi, collegamenti internazionali interrotti e migliaia di passeggeri alle prese con un’imprevista giornata di attesa.

Kinshasa, il matrimonio si trasforma in una trappola di fuoco: 22 morti

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Una festa di matrimonio trasformata in pochi minuti in una corsa disperata verso l’uscita. È il bilancio drammatico dell’incendio divampato venerdì sera a Kinshasa, capitale della Repubblica Democratica del Congo, dove almeno 22 persone hanno perso la vita tra le fiamme.

Il rogo è scoppiato nel quartiere di Lingwala, all’interno dell’edificio che ospitava la celebrazione. Le fiamme hanno rapidamente avvolto l’intera struttura, mentre gli invitati cercavano di mettersi in salvo. A rendere ancora più difficile la fuga sono stati i corridoi stretti e congestionati dalle persone, trasformati in un imbuto nel momento in cui il panico ha preso il sopravvento.

L’incendio, scoppiato nella serata di venerdì 4 settembre, ha continuato a bruciare fino alle prime ore di sabato. Il bilancio, già pesantissimo, potrebbe tuttavia aggravarsi. Le autorità non escludono infatti che il numero delle vittime possa aumentare.

Sul luogo della tragedia, nella mattinata di sabato, è arrivato anche Jacquemin Shabani, vice primo ministro e ministro dell’Interno della Repubblica Democratica del Congo. Di fronte alle dimensioni della devastazione, Shabani ha definito quanto accaduto semplicemente una «tragedia».

Resta ancora da stabilire che cosa abbia provocato l’incendio. Le indagini dovranno chiarire l’origine delle fiamme e, soprattutto, ricostruire la sequenza degli eventi che ha impedito a decine di persone di abbandonare rapidamente l’edificio.

La tragedia riaccende intanto i riflettori sulle condizioni di sicurezza della capitale congolese. A Kinshasa gli incendi mortali sono tutt’altro che eccezionali. La crescita urbana, spesso rapida e disordinata, procede in molte aree senza un adeguato sviluppo dei servizi essenziali, compresi quelli destinati alla prevenzione e alla gestione delle emergenze.

Il rischio tende inoltre ad aumentare durante la stagione secca, quando le condizioni ambientali possono favorire la propagazione delle fiamme. I media locali hanno riferito di diversi incendi verificatisi nel corso dell’anno, a conferma di un problema che va oltre la singola emergenza.

Quello che doveva essere un giorno di festa e di celebrazione si è dunque concluso nel modo più tragico. Ventidue vite spezzate e una comunità sotto shock, mentre a Kinshasa resta una domanda ancora senza risposta: quante di queste morti avrebbero potuto essere evitate con edifici più sicuri, vie di fuga adeguate e servizi antincendio all’altezza di una metropoli in continua espansione?

Iran, abbattuto un drone navale Usa nello Stretto di Hormuz: sale la tensione nel Golfo

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Nella foto: il nuovo drone navale USA Manta

La tensione tra Iran e Stati Uniti torna a concentrarsi nel punto più sensibile delle rotte energetiche mondiali. Le Guardie Rivoluzionarie iraniane hanno annunciato di aver colpito e abbattuto un drone navale militare americano nello Stretto di Hormuz, uno dei principali snodi attraverso cui transita il traffico petrolifero internazionale.

La rivendicazione è arrivata attraverso una nota trasmessa dalla televisione di Stato iraniana Irib. Secondo quanto riferito dalle forze iraniane, il drone sarebbe stato attaccato mentre tentava di entrare in quella che Teheran definisce un’area protetta dello Stretto.

«Le eroiche forze navali della Guardia rivoluzionaria islamica hanno attaccato un drone militare americano che stava cercando di entrare nell’area protetta dello Stretto di Hormuz», si legge nella dichiarazione rilanciata dai media iraniani.

L’episodio si inserisce in una spirale di azioni e rappresaglie che nelle ultime ore ha riportato Hormuz al centro dello scontro fra Washington e Teheran. Un passaggio particolarmente delicato, perché qualsiasi ulteriore escalation nello Stretto rischia di avere conseguenze ben oltre il confronto militare diretto tra i due Paesi.

Nel mirino anche sei imbarcazioni

Nella tarda serata del 5 settembre, le Guardie Rivoluzionarie hanno inoltre annunciato di aver condotto nuovi attacchi contro diverse imbarcazioni, motivandoli come una risposta alle precedenti azioni statunitensi contro petroliere iraniane.

Secondo la versione fornita da Teheran, le forze navali iraniane avrebbero preso di mira tre petroliere, accusate di navigare lungo una rotta non autorizzata nello Stretto di Hormuz. Altre tre imbarcazioni riconducibili agli Stati Uniti sarebbero invece state attaccate in altre aree.

Nel comunicato, Washington viene definita con toni fortemente ostili come l’America «assassina di bambini», mentre alle altre navi viene rivolto un avvertimento esplicito: evitare il transito lungo quelle che l’Iran considera rotte non approvate.

Hormuz, il nuovo fronte della crisi

La sequenza degli attacchi segna un ulteriore salto di tensione. Lo Stretto di Hormuz non è soltanto un passaggio strategico sul piano militare: è una delle arterie fondamentali del commercio mondiale di energia. Per questo ogni minaccia alla libertà di navigazione nell’area assume immediatamente una dimensione internazionale.

L’abbattimento del drone americano, se confermato nei termini indicati da Teheran, aggiunge così un elemento particolarmente delicato al confronto. Da una parte l’Iran ribadisce la propria capacità di controllare e contestare il traffico nello Stretto; dall’altra, gli Stati Uniti si trovano davanti a una nuova provocazione in un’area nella quale la presenza militare americana è strettamente legata alla sicurezza della navigazione.

Il rischio, ora, è quello di una progressiva trasformazione dello Stretto di Hormuz in un teatro di confronto diretto, dove un incidente navale, un attacco a un’imbarcazione o l’abbattimento di un mezzo militare possono rapidamente innescare una nuova escalation.

Teheran, intanto, mantiene una linea di fermezza e lega apertamente le proprie operazioni alla risposta agli attacchi americani contro le petroliere iraniane. Il messaggio rivolto alla navigazione commerciale è netto: le navi che tenteranno di percorrere rotte considerate non autorizzate potrebbero diventare a loro volta obiettivi.

In un’area già segnata da una crescente presenza militare e da una catena di rappresaglie, Hormuz torna dunque a essere il punto in cui la crisi tra Iran e Stati Uniti può smettere di essere soltanto una guerra di dichiarazioni e trasformarsi in un confronto dagli effetti imprevedibili.

Egitto, condannata a morte la conduttrice tv Sarah Khalifa: sequestrati oltre 750 chili di droga

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Il volto televisivo, i milioni di follower e, dall’altra parte, un’inchiesta su un presunto traffico internazionale di stupefacenti. È il doppio profilo della vicenda che in Egitto ha portato alla condanna a morte della conduttrice e produttrice Sarah Khalifa e di altre undici persone.

Il tribunale penale del Cairo ha inflitto ai dodici imputati la pena capitale mediante impiccagione, ritenendoli responsabili della costituzione di una organizzazione criminale specializzata nell’importazione di sostanze destinate alla produzione di droghe e nella loro successiva commercializzazione. La notizia, anticipata nelle scorse settimane, è stata formalmente confermata dopo l’acquisizione del parere del Gran Mufti d’Egitto, passaggio previsto dalla legge egiziana nei procedimenti che possono concludersi con una condanna a morte.

Il maxi sequestro

Al centro dell’inchiesta c’è un ingente quantitativo di stupefacenti e materiale destinato alla loro produzione. Le autorità egiziane hanno sequestrato oltre 750 chilogrammi tra droga e materie prime, oltre ad attrezzature e macchinari che, secondo gli investigatori, sarebbero stati utilizzati per la lavorazione delle sostanze.

Il materiale è stato trovato all’interno di due appartamenti trasformati in laboratori, secondo quanto riferito dai media egiziani. Agli imputati è contestato anche il possesso e la detenzione illegale di armi da fuoco e munizioni.

Un quadro accusatorio particolarmente pesante, dunque, che ha portato il tribunale a riconoscere l’esistenza di una struttura organizzata e finalizzata alla produzione e alla distribuzione di stupefacenti.

La versione della conduttrice

Sarah Khalifa, volto noto della televisione egiziana e particolarmente popolare sui social, ha però respinto le accuse. Nel corso di un’udienza, lo scorso settembre, alla domanda del giudice sul suo presunto coinvolgimento nella vicenda avrebbe dichiarato di non aver mai visto droga.

Una versione che, secondo quanto riportato dalla stampa statale egiziana, sarebbe stata messa in discussione da successive immagini che avrebbero mostrato la conduttrice insieme a sostanze stupefacenti negli uffici dell’autorità antidroga.

La ricostruzione della sua posizione resta quindi uno degli elementi centrali del procedimento, mentre la condanna emessa dal tribunale non chiude ancora definitivamente la vicenda giudiziaria.

La strada dell’appello

Per Khalifa e per gli altri undici condannati resta infatti aperta la possibilità di presentare ricorso in appello. La pena capitale, dunque, non equivale in questa fase all’immediata esecuzione della sentenza.

Il caso si inserisce in un contesto egiziano nel quale la pena di morte continua a essere prevista e applicata. Secondo i dati citati da Amnesty International nel rapporto relativo al 2025, in Egitto nel corso dell’anno sono state emesse 492 condanne a morte, mentre le esecuzioni effettivamente compiute sono state 23.

Per Sarah Khalifa, dunque, la vicenda che ha trasformato un personaggio televisivo seguito da milioni di persone in una delle protagoniste di un clamoroso caso giudiziario è tutt’altro che conclusa. La prossima partita si giocherà nelle aule di giustizia, dove la difesa potrà ancora contestare la condanna e chiedere che venga rivista.

Scambio di salme a Firenze, un uomo cremato per errore: il funerale annullato pochi minuti prima della cerimonia

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Era tutto pronto per l’ultimo saluto a Leonardo Bonazzi. La chiesa di San Francesco e Santa Chiara a Montughi, a Firenze, era pronta ad accogliere parenti, amici e conoscenti per la cerimonia funebre dell’87enne. Poi, a pochi minuti dall’inizio della funzione, una telefonata ha trasformato il funerale in un incubo.

La famiglia ha appreso che la salma di Leonardo, secondo quanto ricostruito dai familiari, sarebbe stata scambiata all’obitorio dell’ospedale di Careggi con quella di un’altra persona, una donna, e avviata alla cremazione. Quando l’errore sarebbe stato individuato, però, era ormai troppo tardi: il corpo dell’uomo era già stato cremato.

Una vicenda che ora dovrà essere ricostruita in ogni suo passaggio per capire come sia stato possibile confondere due salme destinate a cerimonie differenti e, soprattutto, perché i controlli sull’identità non abbiano impedito che l’errore arrivasse fino alla cremazione.

Secondo quanto riportato da La Nazione e sulla base della ricostruzione fornita dalla famiglia, Leonardo sarebbe stato associato alla procedura prevista per la donna. La salma sarebbe quindi stata trasferita per la cremazione senza che, nelle diverse fasi della procedura, venisse rilevata la discordanza.

Le ceneri dell’87enne sono state successivamente trasferite al Tempio crematorio di Trespiano, dove sarebbero rimaste custodite.

Ma anche qui, secondo quanto denunciato dai familiari, ci sarebbe un particolare difficile da ignorare: l’urna riporterebbe il nome della donna alla quale, nella ricostruzione della famiglia, sarebbe stata destinata la cremazione.

Un errore dopo l’altro, dunque, almeno secondo la versione dei parenti. E soprattutto una domanda che ora attende una risposta: come è stato possibile arrivare fino a quel punto senza che l’identità della salma venisse verificata?

Per i familiari di Leonardo non si tratta soltanto di stabilire come sia avvenuto lo scambio. C’è qualcosa di irrimediabile nella vicenda: non hanno potuto rivedere il loro congiunto e non hanno potuto celebrarne il funerale secondo quanto avevano programmato.

Per questo hanno deciso di rivolgersi a un legale. L’obiettivo è ricostruire l’intera sequenza e individuare eventuali responsabilità. Non vengono escluse iniziative sia in sede civile sia penale, qualora dagli accertamenti emergessero condotte o omissioni rilevanti.

La famiglia chiede inoltre al Comune di Firenze di verificare quanto accaduto e di accertare se, nelle procedure adottate per la gestione, l’identificazione e il trasferimento delle salme, siano state rispettate tutte le prescrizioni previste.

Per ora, naturalmente, la vicenda resta da chiarire nei suoi aspetti formali e nelle eventuali responsabilità. Saranno gli accertamenti a stabilire dove si sia prodotto l’errore, chi avrebbe dovuto accorgersene e se vi siano state violazioni delle procedure.

C’è però un ulteriore elemento che i familiari contestano e che rende ancora più complessa la ricostruzione.

Secondo quanto riferito dalla famiglia, anche la documentazione relativa alla morte di Leonardo presenterebbe un’anomalia: nell’atto o attestato di morte sarebbe stata indicata una data di decesso non corretta.

Un secondo errore documentale che, se confermato, dovrà essere spiegato e collocato all’interno della stessa sequenza di eventi.

La domanda, a questo punto, non riguarda soltanto la cremazione avvenuta per errore. Riguarda l’intera catena dei controlli: dall’identificazione della salma alla documentazione, dalla movimentazione del corpo all’avvio della procedura di cremazione, fino alla consegna e alla custodia delle ceneri.

In una procedura che per sua natura richiede la massima precisione, ogni passaggio dovrebbe essere verificabile. Un nome, un documento, un’identificazione, un’autorizzazione: elementi diversi che dovrebbero convergere sulla stessa persona.

Nel caso di Leonardo Bonazzi, secondo la ricostruzione della famiglia, qualcosa sarebbe invece andato storto in più di un punto.

E il tempo, in questa storia, ha giocato contro la possibilità di rimediare. La telefonata è arrivata quando parenti e amici erano già in chiesa e la cerimonia stava per cominciare. Ma la scoperta dell’errore sarebbe avvenuta quando la cremazione era già stata eseguita.

Per la famiglia, dunque, non resta soltanto il dolore per la perdita di un uomo di 87 anni. Resta anche l’impossibilità di compiere quel gesto conclusivo che accompagna il lutto: vedere per l’ultima volta la persona amata e darle l’ultimo saluto.

Ora saranno le verifiche a stabilire che cosa sia realmente accaduto a Careggi, come sia stato possibile lo scambio e se le procedure previste siano state rispettate.

La famiglia, attraverso il proprio legale, chiede soprattutto questo: non soltanto sapere che c’è stato un errore, ma capire come sia stato possibile che nessuno lo fermasse prima che diventasse irreversibile.