27 Ottobre 2026, martedì
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Gonorrea e clamidia, l’epidemia silenziosa che corre tra i giovani

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A cura di Daniele Cappa

Ci sono epidemie che fanno rumore e altre che avanzano in silenzio. Le seconde, spesso, sono quelle che rischiamo maggiormente di sottovalutare. È il caso delle infezioni sessualmente trasmesse, che in Italia continuano ad aumentare e mostrano segnali particolarmente preoccupanti tra i più giovani. Nel 2024 i due sistemi di sorveglianza coordinati dall’Istituto superiore di sanità hanno registrato circa 8 mila segnalazioni in più rispetto all’anno precedente, con una crescita complessiva del 12%. A spingere verso l’alto il dato sono soprattutto clamidia e gonorrea. L’Hiv presenta invece un quadro sostanzialmente stabile, ma resta un problema importante quello delle diagnosi tardive, quando l’infezione è già avanzata.

Il dato più impressionante riguarda la clamidia, le cui segnalazioni nel 2024 sono aumentate del 41,5%. Tra gli uomini che fanno sesso con uomini l’incremento arriva al 61,2%. Ma è soprattutto la distribuzione per età a rendere il fenomeno particolarmente significativo: la prevalenza dell’infezione è molto più alta tra i 15 e i 24 anni rispetto alle persone con più di 24 anni, con un rapporto dell’8,3% contro il 2,7%. La clamidia, inoltre, può essere asintomatica o presentare sintomi poco evidenti. È quindi possibile avere l’infezione senza saperlo e trasmetterla. È proprio in situazioni come questa che la prevenzione, la corretta informazione e l’accesso ai test diventano strumenti essenziali.

Ancora più impressionante è la traiettoria della gonorrea. Le segnalazioni sono quintuplicate dal 2010 al 2024 e nel 2024 hanno raggiunto il massimo della serie, con 1.555 casi. Tra il 2021 e il 2024 l’aumento è stato dell’84%. Anche questi dati devono essere letti con prudenza, perché un aumento delle segnalazioni può dipendere sia da una maggiore circolazione delle infezioni sia da una maggiore capacità diagnostica e di sorveglianza. Ma la tendenza resta evidente e merita attenzione.

Sul fronte dell’Hiv il quadro è differente. Nel 2024 le nuove diagnosi sono state 2.379, contro le 2.507 del 2023. Una sostanziale stabilità, dunque, che tuttavia non equivale alla scomparsa del problema. L’elemento più preoccupante resta la quota di persone che arrivano alla diagnosi quando l’infezione è già in fase avanzata, con bassi livelli di linfociti CD4 o con l’Aids. È uno dei paradossi della medicina contemporanea: l’Hiv può essere controllato efficacemente dalle terapie, ma perché questo sia possibile occorre sapere tempestivamente di essere positivi. Una diagnosi tardiva rende più complesso ciò che potrebbe essere affrontato molto prima.

Fin qui ci sono i numeri. Poi c’è una domanda che quei numeri rendono inevitabile: come stiamo educando i ragazzi alla salute sessuale?

Perché gli adolescenti, piaccia o meno agli adulti, hanno una vita sessuale. E non è un’opinione. Secondo i dati dell’Istituto superiore di sanità richiamati dallo studio nazionale sulla fertilità, il primo rapporto si concentra soprattutto tra i 16 e i 18 anni: il 18,9% indica i 16 anni, il 19,5% i 17 e il 18,5% i 18. Il 6,7% dichiara di aver avuto il primo rapporto a 14 anni o prima, mentre l’11,5% indica i 15 anni. All’altro estremo, il 10,7% colloca la prima esperienza a 19 anni, il 6% a 20, il 3,2% a 21 e il 4,9% oltre questa età.

Tra i 16 e i 17 anni, il 35% dei maschi e il 28% delle femmine dichiara di aver già avuto almeno un rapporto completo. Esistono anche differenze territoriali, soprattutto tra le ragazze: la percentuale raggiunge il 32% al Centro e il 30% al Nord, mentre scende al 22% nel Mezzogiorno. Tra i ragazzi le differenze sono più contenute: 37% al Centro, 34% al Nord e 35% nel Mezzogiorno.

Questi numeri non stabiliscono quale sia l’età giusta per cominciare ad avere rapporti sessuali e non dovrebbero essere utilizzati per costruire classifiche morali. Dicono semplicemente che una parte degli adolescenti entra nella sessualità durante gli anni della scuola. E se questo è un dato della realtà, ignorarlo non lo farà scomparire.

Un’altra indagine, realizzata dal Censis nel 2019, restituisce un quadro altrettanto articolato della sessualità italiana. Tra i 18 e i 40 anni il 16,5% dichiarava di non aver avuto rapporti sessuali. Tra coloro che avevano già avuto esperienze, il 5,6% riferiva di non avere più rapporti e il 3,9% di averli molto raramente, ogni cinque o sei mesi. All’opposto, l’8,9% dichiarava rapporti praticamente quotidiani e il 33,2% due o tre volte alla settimana. Anche in questo caso il dato fondamentale non è stabilire quale comportamento sia migliore, ma riconoscere quanto siano diverse le esperienze e le esigenze delle persone.

Un confronto con gli Stati Uniti aggiunge un elemento interessante. Secondo i dati del Centers for Disease Control and Prevention, tra i 15 e i 19 anni aveva avuto almeno un rapporto il 42% delle ragazze e il 44% dei ragazzi. Una quota che appare inferiore rispetto a quella rilevata in alcune indagini italiane e che, negli Stati Uniti, risulta anche in diminuzione rispetto al passato. Nel 1988 circa il 60% degli adolescenti maschi aveva già avuto rapporti sessuali.

Sono numeri che dovrebbero aiutare a sgomberare il campo da un equivoco: parlare di sessualità non significa incoraggiare i ragazzi a fare sesso. Educare non significa dire a un adolescente “fallo”. Significa, semmai, metterlo nella condizione di capire il proprio corpo, conoscere i rischi, sapere come prevenire le infezioni, conoscere i metodi contraccettivi, comprendere il consenso e sapere a chi rivolgersi quando qualcosa non va.

È qui che il dato sanitario diventa inevitabilmente una questione politica.

Il governo Meloni e la maggioranza di centrodestra hanno mantenuto sull’educazione sessuale un’impostazione prudente, insistendo sul ruolo delle famiglie e sul loro consenso per determinati percorsi. È una scelta politica legittima e può essere sostenuta da chi ritiene che la famiglia debba avere un ruolo prioritario nell’educazione dei figli. Ma proprio perché è una scelta politica può e deve essere sottoposta a discussione.

La domanda è semplice: può la famiglia essere l’unico luogo nel quale un adolescente acquisisce informazioni fondamentali sulla propria salute sessuale?

Non tutte le famiglie hanno le stesse conoscenze, la stessa disponibilità o la stessa capacità di affrontare un tema che in Italia continua a essere circondato da imbarazzo e tabù. La scuola, al contrario, potrebbe garantire almeno un livello minimo e comune di conoscenze scientifiche, indipendentemente dalla famiglia nella quale un ragazzo è nato.

Non si tratta di sostituire i genitori. Si tratta di evitare che il destino educativo di un adolescente dipenda esclusivamente dalla disponibilità degli adulti a parlare di sesso.

Perché se la scuola tace, i ragazzi non rimangono senza informazioni. Le cercano altrove. Internet, social network, pornografia, amici e influencer diventano inevitabilmente fonti di conoscenza. Il problema è che nessuno di questi canali garantisce necessariamente informazioni corrette, complete e scientificamente fondate.

Ed è qui che la polemica politica sul cosiddetto “gender” rischia di diventare una gigantesca distrazione rispetto al problema reale. Clamidia e gonorrea non hanno un’ideologia. L’Hiv non ha un programma politico. I batteri e i virus non aspettano che gli adulti abbiano risolto i propri tabù prima di trasmettersi.

Il punto non è insegnare ai ragazzi a fare sesso. Il punto è impedire che affrontino la sessualità nell’ignoranza.

È una differenza fondamentale, ma nel dibattito italiano viene spesso cancellata dalla guerra culturale. Così una materia che dovrebbe riguardare soprattutto salute, prevenzione, consenso e responsabilità viene trasformata in un campo di battaglia ideologico.

Intanto i dati dell’Istituto superiore di sanità sono lì: clamidia in forte crescita, gonorrea quintuplicata rispetto al 2010, nuove diagnosi di gonorrea ai massimi della serie e Hiv stabile ma ancora caratterizzato da troppe diagnosi tardive.

Non si può naturalmente sostenere che il governo sia responsabile dei singoli contagi. Sarebbe una semplificazione priva di fondamento. Ma si può sostenere, e con piena legittimità politica, che un governo è responsabile delle politiche di prevenzione che sceglie di adottare, finanziare e promuovere. E quando decide di mantenere l’educazione sessuale in una posizione marginale o fortemente condizionata, quella scelta può essere giudicata alla luce dei risultati e dei bisogni della società.

La prevenzione non è un lusso. È una politica sanitaria.

La Giornata mondiale della salute sessuale del 2026, inserita nel “World sexual and reproductive health month” promosso dall’Oms, ha scelto come tema “Every Body”. Ogni corpo. La World Association for Sexual Health lo presenta come un’affermazione del principio secondo cui salute sessuale, diritti, giustizia e piacere riguardano ogni persona, senza eccezioni.

Per l’Italia potrebbe essere un’occasione per cambiare registro. Meno paura e più informazione. Meno guerre culturali e più prevenzione. Meno tabù e più strumenti.

Perché gli adolescenti non hanno bisogno di adulti che fingano che il sesso non esista. Hanno bisogno di adulti capaci di spiegare che cosa comporta, quali responsabilità implica e come proteggersi.

Educare non significa incoraggiare.

Significa rendere consapevoli.

E davanti alla crescita di clamidia e gonorrea, continuare a confondere l’educazione sessuale con un pericolo ideologico rischia di essere il vero pericolo.

La politica può scegliere il silenzio.

La biologia, invece, non aspetta.

Risò, prima il conto del 2025: 1,18 milioni di euro per il grande spettacolo del riso

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L’INCHIESTA

A cura di Gilberto Borzini

C’è un antico principio della politica e dello spettacolo che, dopo quasi duemila anni, continua a funzionare piuttosto bene: panem et circenses. Pane e giochi. Nel mondo contemporaneo il pane può diventare promozione territoriale, il circo può trasformarsi in grande evento, i gladiatori lasciano il posto a ministri, delegazioni internazionali, incontri B2B, concerti, conferenze e padiglioni gastronomici. E, naturalmente, il tutto può essere condito con una buona dose di comunicazione.

A Vercelli, capitale italiana del riso, il principio sembra avere trovato una sua versione particolarmente elegante: Risò.

Il punto, sia chiaro, non è stabilire se un festival dedicato al riso sia bello o brutto. Non è nemmeno discutere se Vercelli meriti una manifestazione capace di portare gente, operatori economici e attenzione mediatica. Naturalmente sì. Il punto è molto più semplice e, proprio per questo, più scomodo: quanto è costato davvero il primo Risò e quanto è stato realmente prodotto in termini economici?

Perché tra un conto e una stima esiste la stessa differenza che passa tra avere 100 euro nel portafoglio e prevedere di guadagnarne 300 entro qualche anno.

E i numeri ufficiali della prima edizione, quella del 2025, consentono finalmente di guardare dentro il cassetto.

Non stiamo infatti parlando del Risò che sta per tornare in questi giorni. Stiamo parlando dell’edizione precedente, quella che dovrebbe costituire la base per decidere se il modello funziona, se produce risultati e soprattutto se vale la pena replicarlo.

Il documento è una risposta ufficiale del Comune di Vercelli a un’interrogazione, protocollata il 27 novembre 2025 e firmata dal sindaco Roberto Scheda, in carica in quel periodo. Un documento interessante proprio perché mette nero su bianco costi, visitatori, ricadute economiche, attività internazionali e persino il valore della rassegna stampa.

E qui comincia il viaggio nel meraviglioso mondo dei numeri.

Un milione e 183 mila euro. E il conto non è quello del ristorante

Le risorse indicate nel documento sono diverse e arrivano da soggetti diversi.

Il Comune di Vercelli indica 247.470 euro di fondi propri. La Provincia ne mette 100 mila. Altri 90 mila euro arrivano da bandi. La Regione Piemonte contribuisce con 300 mila euro, Fondazione CRT con 100 mila, Fondazione CRV con 120 mila, la Camera di Commercio con 15 mila. A questi si aggiungono 201.100 euro di sponsor e produttori e, nella documentazione complessiva, 10 mila euro riconducibili a Cinecittà.

Totale: 1.183.570 euro.

Dunque, più correttamente, circa 1,18 milioni di euro.

Non è necessariamente uno scandalo. Non è nemmeno, automaticamente, uno spreco. Un grande evento costa. Organizzazione, strutture, sicurezza, comunicazione, ospitalità, allestimenti, personale, spettacoli e logistica non si pagano con i chicchi di riso.

Ma proprio perché stiamo parlando di denaro pubblico e privato mobilitato per produrre sviluppo, la domanda successiva dovrebbe essere obbligatoria.

Che cosa ha prodotto questo investimento?

Qui la storia diventa più interessante.

Settantamila visitatori. Ma il metro del successo è una stima

Il Comune parla di oltre 70 mila visitatori nella prima edizione. Il dato viene definito ufficiale e definitivo e viene ricostruito sulla base di 33 mila email raccolte attraverso registrazioni online e registrazioni effettuate sul posto. A questi si aggiungono oltre 10 mila partecipanti agli eventi del Fuori Festival nei Borghi delle Vie d’Acqua.

Numeri importanti.

Settantamila persone sono tante, soprattutto per una città delle dimensioni di Vercelli.

Ma attenzione: il problema non è contestare il numero. Il problema è capire che cosa significhi esattamente quel numero dal punto di vista economico.

Perché un visitatore non è automaticamente un turista.

E un turista non è automaticamente un pernottamento.

E un pernottamento non è automaticamente una spesa aggiuntiva generata dall’evento.

Sembra una distinzione pedante. Non lo è.

Perché proprio su queste differenze viene costruita una parte significativa del calcolo della ricaduta economica.

Il visitatore da dieci euro e quello da centodieci

Nel documento del Comune viene spiegato con una certa franchezza come sia stata costruita la stima dell’impatto economico.

Non attraverso una rilevazione indipendente effettuata da un soggetto specializzato, ma attraverso un modello ponderato basato sui comportamenti di spesa osservati in altri eventi enogastronomici regionali, tra i quali Cheese Bra, CioccolaTò, la Fiera Internazionale del Tartufo di Alba e Gioielli del Territorio ad Asti.

Il meccanismo è quasi commovente nella sua semplicità.

Il 90 per cento dei visitatori viene ipotizzato spendere circa 10 euro per pasti e piccoli acquisti.

Il restante 10 per cento viene collocato nella fascia dei 110 euro, associata a chi pernotta, mangia al ristorante e compie acquisti più consistenti.

Così si arriva a:

60 mila visitatori × 10 euro = 600 mila euro.

Poi:

10 mila visitatori × 110 euro = 1,1 milioni di euro.

Aggiungiamo 80 mila euro di vendite dirette dei 40 espositori e voilà: 1,78 milioni di euro di impatto diretto stimato.

Il riso, a questo punto, è cotto.

Ma manca ancora il condimento.

Arrivano le ricadute indirette

Il documento aggiunge infatti una stima dell’impatto indiretto legato al B2B, ai 20 buyer internazionali e al supporto di Ceipiemonte e ICE, quantificandolo in 200-300 mila euro.

Poi arriva una cifra ancora più interessante: 1.155.000 euro di ricaduta indotta stimata.

E il risultato complessivo, aggiornato a 70 mila visitatori, viene portato a 3.185.000-3.235.000 euro di ricaduta economica stimata.

E qui bisogna fermarsi un momento.

Perché la parola decisiva è una sola:

stimata. Non certificata. Non incassata. Non contabilizzata come utile. Stimata.

Il documento stesso spiega che una misurazione certificata dell’impatto economico, affidata a soggetti specializzati come Fondazione Fitzcarraldo o Politecnico di Torino, avrebbe costi significativi e viene normalmente richiesta dopo una seconda edizione.

È una precisazione importante.

E proprio per questo sarebbe curioso sapere, dopo la seconda edizione, se finalmente arriverà quella fotografia indipendente che consenta di distinguere i visitatori, i turisti, i pernottamenti, le spese effettivamente generate e il semplice movimento economico che si sarebbe comunque verificato in città.

Perché, altrimenti, rischiamo di trovarci davanti a un curioso paradosso: il costo è preciso al centesimo, mentre il ritorno economico viene espresso per stima.

Il contribuente paga con euro reali.

La ricaduta, invece, può essere stimata.

È una peculiarità interessante.

E il futuro vale già 8 milioni

Ma non è finita.

Nel documento compare anche una previsione ancora più ambiziosa: la ricaduta economica futura viene indicata in oltre 6-8 milioni di euro nell’arco di 3-5 anni. Si parla inoltre di un valore annuo di 200 mila euro per i pacchetti turistici costruiti con gli operatori e di altri 100 mila euro di commercio locale indotto.

Qui siamo già nella categoria delle aspettative.

Non è un’accusa. È semplicemente la natura del dato.

Il futuro, per definizione, non ha ancora emesso fattura.

Ed è proprio per questo che sarebbe interessante, oggi, distinguere sempre con chiarezza tre colonne:

quanto è stato speso; quanto è stato incassato; quanto si prevede di generare.

Tre numeri diversi.

Tre significati diversi.

Tre modi diversi di raccontare il successo.

Il padiglione della ristorazione: 188 mila euro

C’è poi un altro dato che merita attenzione, perché almeno fotografa un’attività commerciale concreta: il fatturato del padiglione della ristorazione, pari a 188.821,42 euro, secondo la documentazione richiamata.

È una cifra significativa? Certamente.

È un risultato positivo per i ristoratori presenti? Probabilmente sì.

Ma rapportata alle risorse complessivamente mobilitate, equivale a circa il 16 per cento.

E attenzione anche qui: non è un ROI. Non sappiamo quanto sia costato produrre quella ristorazione, né quanto di quel fatturato rappresenti margine, né quanto sia attribuibile direttamente all’evento.

È semplicemente un dato commerciale concreto che può essere messo accanto alle molte stime.

Ed è forse proprio questa la differenza più interessante dell’intera vicenda.

Da una parte abbiamo euro effettivamente impegnati.

Dall’altra abbiamo ricadute economiche calcolate attraverso modelli previsionali.

In mezzo, c’è una domanda che meriterebbe una risposta altrettanto precisa: quanto denaro nuovo è rimasto realmente sul territorio grazie a Risò?

L’AVE: quasi un milione di euro, ma non entra in cassa

Poi c’è la ciliegina.

Il documento assegna alla rassegna stampa un Advertising Value Equivalent, AVE, di 925 mila euro.

Quasi un altro milione.

Peccato che l’AVE non sia denaro.

Non è un contributo.

Non è fatturato.

Non è una sponsorizzazione.

È un indicatore utilizzato per stimare il valore equivalente della visibilità ottenuta sui media.

Anche questo, quindi, è utile per raccontare il successo comunicativo dell’iniziativa. Ma non va confuso con una somma depositata sul conto corrente di Vercelli.

Altrimenti il rischio è quello di trasformare il bilancio in una specie di supermercato delle cifre: una alla voce “speso”, una alla voce “stimato”, una alla voce “ipotizzato”, una alla voce “valore mediatico” e alla fine il totale sembra sempre meravigliosamente positivo.

Il problema è che le categorie non sono intercambiabili.

Panem et circenses, versione sabauda

E allora torniamo al principio di partenza.

Nessuno sostiene che Vercelli debba rinunciare agli eventi.

Anzi.

Una città del riso dovrebbe avere un appuntamento internazionale capace di parlare al mondo del proprio prodotto più identitario. Dovrebbe avere buyer stranieri, operatori turistici, stampa, incontri internazionali, percorsi culturali e una strategia seria di promozione.

Ma proprio perché l’obiettivo è questo, la domanda non può limitarsi a quanti palloncini sono stati gonfiati o a quante persone hanno attraversato un cancello.

Che cosa resta quando i riflettori si spengono?

Perché il vero successo di un evento non è soltanto riempire una piazza per tre giorni.

È fare in modo che qualcuno torni dopo tre giorni.

Che prenoti un albergo.

Che visiti un museo.

Che scopra una chiesa.

Che acquisti un prodotto locale.

Che costruisca un rapporto commerciale.

Che inserisca Vercelli nel proprio itinerario.

Che un tour operator straniero venda la città.

Che un’impresa decida di investire.

Che un giornalista torni.

Che il territorio diventi riconoscibile anche quando il palco viene smontato.

Ed è qui che, per chi si occupa di turismo, cominciano le domande vere.

Perché si può organizzare il più grande festival del riso del mondo, ma se il visitatore straniero scende dal treno e deve orientarsi con una cartina improvvisata, se i percorsi tematici sono difficili da individuare, se mancano indicazioni immediate e strumenti digitali capaci di raccontare il territorio, il rischio è di aver costruito una splendida vetrina senza aver ancora organizzato abbastanza bene il negozio.

E questo sarebbe un peccato.

Perché Vercelli non ha bisogno soltanto di essere vista.

Ha bisogno di essere venduta turisticamente.

Prima di apparecchiare di nuovo la tavola

La seconda edizione di Risò è ormai alle porte.

Ed è giusto che si faccia.

È altrettanto giusto, però, che prima di ricominciare a parlare di milioni di ricadute future si faccia il bilancio della prima edizione con la freddezza che normalmente si riserva ai conti di casa propria.

1,18 milioni di risorse mobilitate: dato concreto.

70 mila visitatori dichiarati: dato ufficiale.

3,185-3,235 milioni di ricaduta economica: stima.

6-8 milioni nei prossimi 3-5 anni: previsione.

925 mila euro di AVE: valore equivalente della visibilità mediatica, non denaro incassato.

Questa distinzione non diminuisce Risò.

Al contrario, lo rende misurabile.

E un grande evento dovrebbe essere abbastanza grande da sopportare anche una domanda scomoda.

Non: «È stato un successo?»

Ma: «Quanto è costato, quanto ha prodotto davvero e quanto siamo in grado di dimostrare?»

Perché il problema non è il riso.

Il problema è il conto.

E prima di aggiungere un’altra portata al banchetto, sarebbe utile sapere con esattezza chi ha pagato, quanto è costato il pranzo e, soprattutto, quanto è rimasto davvero sul tavolo.

Altrimenti il vecchio panem et circenses rischia di diventare semplicemente una versione contemporanea, elegantemente impiattata, del più antico dei giochi politici: molto spettacolo, molte cifre e il conto lasciato, come sempre, a qualcun altro.

Sciopero dei treni, 24 ore di disagi: si fermano Fs, Italo e Trenord

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Ventiquattro ore di possibile caos sui binari. È quello che si prospetta tra lunedì 7 e martedì 8 settembre, quando il personale del Gruppo Fs Italiane, Italo e Trenord sarà interessato da uno sciopero nazionale.

La mobilitazione scatterà alle 21.18 di lunedì 7 settembre e si concluderà alle 21 di martedì 8 settembre. Una finestra temporale ampia, destinata a incidere sulla regolarità della circolazione ferroviaria e a rendere necessario, per chi deve viaggiare, un controllo preventivo delle informazioni sul proprio treno.

Il punto da tenere presente è che gli effetti dello sciopero non saranno necessariamente confinati alle esatte ore della protesta. Modifiche, cancellazioni o variazioni del servizio potranno infatti verificarsi anche prima dell’inizio dello sciopero e dopo la sua conclusione, in relazione alla progressiva ripresa della normale operatività.

Per ridurre i disagi, le imprese ferroviarie metteranno a disposizione le informazioni relative ai servizi garantiti durante lo sciopero attraverso i propri canali digitali. I viaggiatori potranno inoltre rivolgersi al personale di assistenza clienti e alle biglietterie per verificare la situazione e conoscere le eventuali soluzioni disponibili.

Per chi ha un viaggio programmato nelle ore interessate, dunque, la parola d’ordine è una sola: informarsi prima di partire. La circolazione potrà essere modificata e il quadro operativo aggiornato in funzione dell’andamento della protesta.

Femminicidio Lorena, il Pd raccoglie l’appello del padre: «Contro la violenza serve un patto tra tutte le forze politiche»

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Le parole di un padre travolto dal dolore diventano un appello alla politica. E il Partito democratico sceglie di raccoglierlo, trasformando la tragedia di Lorena nell’occasione per rilanciare una sfida che, secondo il Pd, non può più essere affrontata soltanto sul terreno dell’emergenza.

«Siamo vicini al dolore e alla disperazione del papà di Lorena», afferma la segreteria del Pd, esprimendo vicinanza a una donna «vittima di femminicidio» che ha lottato fino all’ultimo per sottrarsi alla violenza dell’ex compagno. Una vicenda che, sottolinea il partito, «strazi­a il cuore» e che rende ancora più pesanti le richieste avanzate dal padre.

È proprio da quelle parole che il Pd intende ripartire. «In un momento di grandissimo dolore», osserva la segreteria dem, il padre di Lorena ha avuto «la lucidità e la forza» di formulare richieste concrete, indicando alla politica una direzione precisa. Richieste che il partito dichiara di voler fare proprie.

Il punto, per il Pd, è superare la logica delle risposte episodiche. Le norme approvate negli ultimi anni hanno rafforzato gli strumenti repressivi, ma la sola sanzione penale non può essere considerata sufficiente di fronte a una violenza che continua a riprodursi con modalità drammaticamente ricorrenti.

Per questo la segreteria di Elly Schlein insiste sulla prevenzione. Servono maggiori risorse e un sostegno strutturale ai centri antiviolenza, considerati un presidio essenziale non soltanto per le donne che chiedono aiuto, ma anche per costruire competenze adeguate all’interno delle istituzioni. A partire dalla formazione specifica degli operatori delle forze dell’ordine e delle pubbliche amministrazioni.

Ma il terreno decisivo resta anche quello culturale. Il Pd torna a chiedere che l’educazione al rispetto e all’affettività entri stabilmente nei percorsi scolastici, in tutti i cicli. L’obiettivo è intervenire prima che la violenza si manifesti, lavorando sulle relazioni, sulla consapevolezza, sul riconoscimento dei segnali di controllo e possesso.

E c’è poi il tema del consenso. Schlein e il Pd ribadiscono la volontà di insistere per una legge che chiarisca un principio ritenuto fondamentale: «Senza il consenso, è sempre violenza».

Una linea che Roberta Mori, portavoce nazionale della Conferenza delle Donne Democratiche, traduce nella proposta di un vero e proprio «patto costituente contro la violenza maschile sulle donne».

Secondo Mori, le parole del padre di Lorena «arrivano dritte al cuore e alla responsabilità della politica». Non devono quindi esaurirsi nella solidarietà istituzionale pronunciata dopo una tragedia. «La solidarietà, da sola, non basta più», avverte.

La dimensione del fenomeno, aggiunge, impone di riconoscere la violenza contro le donne come una questione strutturale, che investe «il potere, la cultura, le relazioni tra uomini e donne e la qualità stessa della nostra democrazia».

Da qui l’idea di un patto che superi gli schieramenti e metta insieme maggioranza e opposizione su un terreno considerato essenziale: prevenzione, educazione, autonomia economica e sociale delle donne, sostegno stabile ai centri antiviolenza, formazione degli operatori e strumenti di protezione realmente efficaci.

Una sorta di terreno comune sul quale, sostiene Mori, la politica dovrebbe riuscire a ritrovare un linguaggio condiviso. «Su questo non dovrebbero esistere maggioranza e opposizione. Dovrebbe esistere una Repubblica intera che sceglie da che parte stare».

Il messaggio politico del Pd è dunque netto: la lotta alla violenza di genere non può essere affidata esclusivamente all’inasprimento delle pene né riemergere nel dibattito pubblico soltanto dopo l’ennesimo femminicidio. Occorre agire prima, rafforzare le reti di protezione, educare alla parità e al consenso e rendere più efficaci gli strumenti attraverso i quali una donna può chiedere aiuto e sottrarsi alla violenza.

Perché il vero obiettivo, conclude Mori, non può essere soltanto punire chi uccide. Deve essere impedire che altre donne vengano uccise. E fare in modo che nessun altro padre sia costretto, nel pieno di un lutto irreparabile, a chiedere alla politica di fare ciò che avrebbe dovuto essere già una priorità.

«Noi ci siamo e faremo la nostra parte», assicura la segreteria del Pd. Una promessa che, davanti alla tragedia di Lorena, prova a trasformarsi in un impegno politico più ampio: fare della lotta alla violenza maschile sulle donne non una battaglia di parte, ma una responsabilità collettiva.

Spari in centro a Cassano d’Adda, 27enne ferito alla gamba

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Fotografia di repertorio

Una passeggiata con il cane si è trasformata in pochi istanti in un episodio dai contorni ancora tutti da chiarire. È accaduto nel pomeriggio di oggi, 5 settembre, nel centro di Cassano d’Adda, dove un uomo di 27 anni è rimasto ferito a una gamba da un proiettile.

L’allarme è scattato poco dopo le 14.20, in via Febo Borromeo, all’altezza del civico 3, a breve distanza da piazza Garibaldi. Il giovane è stato raggiunto dai soccorritori del 118 e, dopo le prime cure, è stato trasferito in codice giallo all’ospedale di Treviglio.

A ricostruire la dinamica sono ora i carabinieri di Pioltello, intervenuti sul posto e impegnati nell’ascolto dei testimoni e negli accertamenti necessari a stabilire con precisione che cosa sia accaduto.

Secondo le prime testimonianze raccolte, il 27enne stava camminando con il proprio cane quando avrebbe incrociato una persona in sella a una moto. In quel frangente sarebbe stato esploso un colpo di pistola che lo ha raggiunto alla gamba.

Restano da chiarire diversi aspetti della vicenda, a partire dal movente e dall’identità di chi avrebbe sparato. Non è ancora chiaro, inoltre, se il giovane fosse il destinatario del gesto o se sia stato colpito accidentalmente.

L’episodio, avvenuto in una zona centrale e in pieno pomeriggio, ha suscitato forte allarme tra i residenti. Gli investigatori stanno ora lavorando per ricostruire ogni passaggio della sparatoria e verificare il racconto dei presenti, alla ricerca di elementi utili a identificare il motociclista.

Putin ordina tre giorni di tregua su Kiev. Zelensky: «Stop ai raid su Mosca»

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La tregua arriva, ma la guerra continua a parlare il linguaggio delle bombe. Vladimir Putin ha ordinato la sospensione degli attacchi contro Kiev per tre giorni, a partire dalla mezzanotte, proprio mentre a Mosca entrano nel vivo i colloqui tra gli emissari di Donald Trump e il Cremlino. A riferirlo è stato Dmitry Peskov, portavoce del presidente russo, all’agenzia Tass.

È una finestra diplomatica stretta, fragile, che si apre nel cuore di un conflitto ancora aperto. A Mosca sono arrivati Steve Witkoff e Jared Kushner, inviati di Trump, chiamati a sondare la possibilità di un percorso negoziale tra Russia e Ucraina. Il faccia a faccia con Putin rappresenta il passaggio centrale della missione americana. Domenica 6 settembre, secondo il programma, i due emissari dovrebbero incontrare anche Volodymyr Zelensky.

Il presidente ucraino, intanto, ha annunciato una decisione speculare: Kiev si asterrà dai raid contro Mosca durante la fase dei colloqui. Un gesto destinato a favorire il confronto, ma che arriva mentre sul terreno continuano a cadere missili e droni.

Zelensky ha denunciato in particolare gli attacchi russi contro gli aeroporti di Kiev e Boryspil. «Durante la notte ci sono stati attacchi russi dimostrativi contro i nostri aeroporti», ha scritto su X, collegando i raid ai preparativi per un eventuale viaggio degli emissari americani in Ucraina. Secondo il presidente ucraino, l’obiettivo sarebbe stato anche quello di mettere sotto pressione la missione diplomatica statunitense.

Il contrasto è evidente: mentre i canali diplomatici cercano uno spiraglio, le armi continuano a scandire le ore. Nell’attacco contro Boryspil almeno due persone sono rimaste ferite. Le forze armate ucraine affermano inoltre di aver abbattuto 128 dei 167 droni lanciati dalla Russia durante la notte. Gli ordigni che hanno raggiunto il territorio ucraino avrebbero colpito 23 località.

Mosca, dal canto suo, conferma gli attacchi e sostiene di aver preso di mira impianti militari e centri logistici. Una versione che si inserisce nella consueta contrapposizione tra le ricostruzioni delle due parti, mentre la diplomazia americana tenta di costruire un terreno comune.

Il messaggio di Mosca

A dare il benvenuto agli emissari americani è stato Kirill Dmitriev, consigliere di Putin per la cooperazione economica con l’estero e figura coinvolta nei contatti diplomatici con Washington. «Benvenuti a Mosca ai pacificatori Witkoff e Kushner», ha scritto su X, accompagnando il messaggio con due fotografie dell’arrivo dei due americani.

Le immagini di Dmitriev che stringe la mano agli ospiti ai piedi della scaletta dell’aereo assumono così un valore che va oltre il protocollo. Mosca vuole presentarsi come interlocutore disponibile al dialogo, proprio mentre sul campo mantiene alta la pressione militare.

È questa la contraddizione con cui devono fare i conti i negoziatori americani: costruire un possibile percorso verso la de-escalation mentre ciascuna delle parti continua a cercare sul terreno un vantaggio da spendere al tavolo.

Quattro morti nel Dnipropetrovsk

Il bilancio più pesante arriva dalla regione di Dnipropetrovsk, dove quattro persone sono morte negli attacchi russi. Tra gli obiettivi colpiti anche un impianto siderurgico di Kamianske.

Secondo Metinvest, la società proprietaria dello stabilimento, cinque persone sono rimaste uccise nel raid missilistico contro l’acciaieria. L’impianto ha dovuto interrompere le attività. Un attacco che aggiunge un nuovo fronte alla pressione russa sulle infrastrutture industriali ucraine e mostra quanto il conflitto continui a colpire anche il tessuto produttivo del Paese.

La tregua annunciata da Putin, dunque, nasce sotto il segno dell’incertezza. Tre giorni possono bastare per aprire una porta diplomatica, ma non per chiudere una guerra. La vera partita si gioca ora tra Washington, Mosca e Kiev: gli Stati Uniti cercano un punto di contatto, il Cremlino misura i margini della trattativa e Zelensky chiede che il dialogo non diventi una pausa utile soltanto a ridisegnare il campo di battaglia.

La tregua, se sarà rispettata, sarà il primo banco di prova. La sua durata è già fissata. La sua tenuta, invece, resta tutta da dimostrare.

Caccia F-4 precipita durante l’esibizione in Grecia: schianto e incendio davanti al pubblico

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Attimi di paura in Grecia durante l’Athens Flying Week, la manifestazione dedicata all’aviazione che richiama ogni anno migliaia di appassionati. Un F-4 Phantom dell’Aeronautica militare greca è precipitato mentre era impegnato in una delle esibizioni in programma alla base aerea di Tanagra, a nord di Atene.

Il caccia, secondo le prime informazioni, stava effettuando una manovra a bassa quota quando ha perso quota ed è precipitato. L’impatto ha innescato un vasto incendio, con una colonna di fumo visibile nell’area della base.

La priorità dei soccorritori è stata immediatamente quella di circoscrivere le fiamme e mettere in sicurezza la zona. Sul posto sono stati mobilitati undici tra velivoli ed elicotteri antincendio, insieme a circa 85 vigili del fuoco, impegnati nelle operazioni di spegnimento.

Il bilancio tra gli spettatori, al momento, è fortunatamente privo di feriti. La presenza di migliaia di persone a poca distanza dall’area dell’esibizione aveva però fatto temere conseguenze ben più gravi.

Resta invece ancora da chiarire cosa sia accaduto all’equipaggio del Phantom. Non è stato immediatamente possibile stabilire se i due piloti siano riusciti a eiettarsi prima che l’aereo precipitasse. Le autorità stanno verificando la dinamica dell’incidente e le condizioni dell’equipaggio.

L’F-4 Phantom è un velivolo storico, entrato in servizio a partire dagli anni Sessanta e utilizzato per decenni da numerose forze aeree. La Grecia ne ha mantenuto in attività una parte significativa, impiegandoli anche in occasione di manifestazioni e dimostrazioni aeree.

L’incidente riaccende inevitabilmente l’attenzione sui rischi delle esibizioni acrobatiche, dove velocità, traiettorie ravvicinate al suolo e margini di manovra estremamente ridotti impongono standard di sicurezza elevatissimi. Saranno ora le verifiche tecniche e l’inchiesta delle autorità militari a stabilire perché il caccia sia precipitato e se vi siano stati problemi tecnici o altri fattori all’origine dello schianto.

Electrolux, la vertenza si infiamma: Appendino sfida Meloni. «Ora il governo prenda in mano la partita»

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La vertenza Electrolux entra in una fase decisiva e, insieme alla tensione negli stabilimenti, cresce la pressione sul governo. Dopo due giorni di confronto tecnico al Ministero delle Imprese e del Made in Italy, il tavolo non sembra aver prodotto quella svolta che lavoratori e sindacati attendevano. La risposta è arrivata con la proclamazione di otto ore di sciopero in tutti gli stabilimenti italiani del gruppo.

Un segnale difficile da ignorare, soprattutto perché arriva mentre sul futuro industriale dell’azienda pesa ancora l’ipotesi di 1.450 esuberi e resta sul tavolo la prospettiva della chiusura dello stabilimento di Cerreto d’Esi. È in questo scenario che Chiara Appendino, deputata del Movimento 5 Stelle, torna ad attaccare la strategia del governo e chiama direttamente in causa la presidente del Consiglio Giorgia Meloni.

«Lo diciamo da mesi: il metodo Urso non funziona», sostiene Appendino, ricordando le iniziative e i presidi organizzati davanti ai cancelli di Solaro e al Mimit. Secondo la parlamentare, il punto ormai non è soltanto la gestione tecnica della vertenza, ma la necessità di un intervento politico ai massimi livelli.

Da qui l’appello rivolto a Meloni: prendere personalmente in mano la trattativa e aprire un confronto diretto con la proprietà di Electrolux. «Cosa deve ancora succedere perché Giorgia Meloni alzi il telefono con la proprietà di Electrolux e si faccia sentire?», domanda la deputata, mettendo in fila i numeri e le conseguenze sociali della crisi: uno sciopero nazionale negli stabilimenti, 1.450 famiglie potenzialmente coinvolte e una fabbrica, quella di Cerreto d’Esi, che rischia di essere cancellata dal perimetro produttivo.

Per Appendino, non c’è più spazio per una gestione attendista. Il prossimo appuntamento, quello nel quale l’azienda dovrà presentare un nuovo piano industriale, diventa quindi il passaggio cruciale per capire se la trattativa potrà cambiare direzione.

La richiesta del Movimento 5 Stelle è netta: il nuovo piano non deve limitarsi a correggere o aggiornare quello già presentato, ma deve cambiare impostazione. Al centro dovranno esserci la salvaguardia dell’occupazione, il mantenimento di Cerreto d’Esi e degli altri stabilimenti e soprattutto investimenti concreti sulla produzione italiana.

«Non ci possiamo permettere di perdere altro tempo», avverte Appendino. E il messaggio politico rivolto all’esecutivo è altrettanto chiaro: la crisi di Electrolux non può essere affrontata come una vertenza industriale ordinaria, perché dietro le cifre ci sono migliaia di lavoratori e interi territori che rischiano di pagare il prezzo delle scelte industriali del gruppo.

Lo sciopero annunciato dai sindacati rappresenta, in questo senso, più di una semplice iniziativa sindacale. È il termometro di una fiducia che si sta consumando. «La pazienza ha un limite», osserva Appendino. «E quel limite si sta avvicinando».

Ora la palla passa al governo. Il prossimo piano industriale dirà se Electrolux intende investire davvero sul futuro della propria presenza produttiva in Italia oppure se la riorganizzazione continuerà a tradursi in ridimensionamenti e perdita di posti di lavoro. Per i lavoratori, il tempo delle rassicurazioni sembra ormai esaurito.

Cernobbio, Monti contro Vannacci: il fascismo non ha bisogno di essere ricostruito in divisa

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A cura di Daniele Cappa

Ci sono discussioni nelle quali le parole contano più delle intenzioni dichiarate. E ce ne sono altre nelle quali, prima ancora delle parole, contano i fatti, i simboli, i richiami storici e ciò che una forza politica mette nero su bianco nei propri documenti.

Il confronto di Cernobbio fra Mario Monti e Roberto Vannacci appartiene alla seconda categoria.

L’ex presidente del Consiglio ha scelto una parola pesante: fascismo. Non per sostenere che Futuro Nazionale abbia già ricostituito il Partito fascista, ma per denunciare quella che considera la riemersione di una sua componente più profonda e insidiosa: la retorica della superiorità nazionale, il vittimismo identitario, la contrapposizione fra italiani e «altri», il culto della forza e la trasformazione dell’orgoglio nazionale in risentimento.

«Ormai sono vecchio, ma combatterò fino all’ultima mia energia il suo tentativo di ricostruzione della retorica del fascismo», ha detto Monti rivolgendosi a Vannacci.

Non è una frase da liquidare come una rissa televisiva.

Perché il punto sollevato dall’ex premier non è se domani mattina Vannacci intenda marciare su Roma. Il punto è assai più serio: che cosa succede quando una cultura politica comincia a ripescare, pezzo dopo pezzo, parole, simboli, suggestioni e categorie appartenute alla storia del fascismo italiano?

Vannacci può negare il fascismo. Ma non può pretendere che gli italiani abbiano perso la memoria

Vannacci sostiene che parlare di fascismo sia «ridicolo», richiama la legge Scelba e affida alla magistratura l’eventuale «patente di non fascisti».

Ma c’è un equivoco di fondo.

La legge può stabilire se esistano gli estremi di un reato. La storia e la politica possono invece interrogarsi sulla natura di una retorica.

Sono due piani diversi.

E se sul piano penale sarà eventualmente la magistratura a pronunciarsi, sul piano politico il cittadino ha tutto il diritto — anzi, il dovere — di osservare i comportamenti, leggere i programmi, ascoltare le dichiarazioni e mettere in relazione ciò che viene detto oggi con ciò che è stato detto ieri.

Ed è qui che la difesa di Vannacci diventa molto meno semplice.

Perché non stiamo parlando di un singolo incidente, di una fotografia rubata o di una parola pronunciata per errore.

La X Mas non era un dettaglio folkloristico

Nel 2024 Vannacci invitò gli elettori a fare una «Decima» sul simbolo della Lega, accompagnando il riferimento con il gesto delle dita a formare una X. Il riferimento alla X Flottiglia Mas, formazione militare che dopo l’8 settembre 1943 si schierò con la Repubblica Sociale Italiana e con la Germania nazista, provocò immediate polemiche. Lo stesso Vannacci precisò successivamente di riferirsi alla Regia Marina e alla Decima precedente all’8 settembre.

Ma anche questa è una questione di memoria.

La X Mas non è un marchio innocuo. Non è una marca di motociclette, non è un numero romano, non è una semplice «decima» scelta per scherzare con gli elettori. La sua storia comprende anche la fase nella quale la formazione si schierò con la Repubblica Sociale e con i nazisti.

Se un leader politico evoca quel simbolo, non può poi pretendere che chi ascolta faccia finta di non conoscere la storia.

E poi ci sono le braccia tese

Il problema diventa ancora più evidente quando il repertorio simbolico si ripresenta.

Nel luglio 2026 Vannacci è stato ripreso a Viareggio mentre, in risposta a una band che suonava «Bella Ciao», faceva un gesto a braccia tese durante quello che le cronache hanno descritto come un balletto; le immagini hanno riacceso la discussione sul saluto romano.

Non serve stabilire, sulla base di un video, cosa passasse nella testa di Vannacci in quel momento. Basta guardare il simbolo e riconoscere il significato che quel gesto porta con sé nella storia italiana.

E soprattutto basta mettere insieme gli episodi.

Prima la «Decima».

Poi le polemiche sui simboli.

Poi le braccia tese.

Poi un linguaggio politico nel quale identità, appartenenza, radici e omogeneità culturale assumono una centralità assoluta.

Il problema non è più il singolo gesto. È la sequenza.

Lo Statuto: qui non servono interpretazioni, basta leggere

Ed è proprio qui che l’argomento di Monti diventa più difficile da liquidare.

Perché lo Statuto di Futuro Nazionale esiste. È pubblico. Ed è firmato politicamente da un movimento che porta il nome di Roberto Vannacci.

Nel documento si legge che il movimento riconosce come proprie radici «l’identità tradizionale italiana», il diritto romano, il pensiero greco, l’«eroismo romano e cavalleresco» e la sintesi della civiltà cristiana. Lo Statuto parla inoltre di identità, storia, tradizione, comunità locali e comune appartenenza alla Nazione italiana.

Nulla di tutto questo, preso isolatamente, è fascismo.

Ed è bene dirlo con chiarezza.

Essere patrioti non significa essere fascisti. Essere conservatori non significa essere fascisti. Difendere la famiglia tradizionale non significa essere fascisti. Criticare Bruxelles non significa essere fascisti.

Ma proprio perché nessuno di questi elementi, singolarmente, basta a definire una cultura fascista, diventa necessario guardare al loro insieme.

E quell’insieme merita una discussione seria.

Il programma di Futuro Nazionale si definisce esplicitamente radicato nella «Tradizione romana e cristiana» e presenta la Nazione come «spazio di esistenza, di sogno e di azione».

L’Europa, intanto, viene descritta da Vannacci come un progetto da radicalmente ridimensionare: a Cernobbio l’ex generale ha sostenuto la necessità di fermare l’integrazione politica europea e di trasformare l’Unione in una piattaforma di cooperazione fra Stati.

Non è fascismo automaticamente.

Ma è una precisa visione nazionalista della politica.

E quando questa visione si accompagna a un immaginario storico nel quale compaiono continuamente simboli e riferimenti che appartengono anche alla storia fascista, è perfettamente legittimo chiedere dove finisca il patriottismo e dove cominci qualcosa d’altro.

Il fascismo non torna necessariamente con la camicia nera

Qui Monti coglie il punto più interessante.

Il fascismo storico non fu soltanto un’uniforme, una marcia o un saluto. Fu una concezione della società e del potere: la subordinazione dell’individuo alla comunità nazionale, la centralità assoluta dello Stato e della Patria, il culto della forza, l’intolleranza verso il pluralismo, la delegittimazione dell’avversario, la costruzione di un «noi» contrapposto a un «loro».

Il fascismo storico fu poi, naturalmente, una dittatura fondata sulla soppressione delle libertà, sulla violenza politica e sulla distruzione dello Stato liberale.

Nessuno può seriamente sostenere che basti un riferimento alla X Mas o un braccio teso per ricostruire automaticamente il fascismo storico.

Ma altrettanto insensato sarebbe sostenere il contrario: che quei simboli siano sempre politicamente neutri.

La memoria democratica serve proprio a questo: a riconoscere i segnali prima che diventino sistema.

La battuta di Monti sull’«Italietta» colpisce nel segno

Quando Monti parla di «psicologia dell’Italietta», non sta semplicemente attaccando il patriottismo di Vannacci.

Sta denunciando un meccanismo politico.

Quello secondo cui l’Italia sarebbe continuamente vittima di Bruxelles, degli stranieri, delle élite, dei poteri internazionali, delle minoranze, della modernità e di un mondo che non riconoscerebbe abbastanza la sua grandezza.

È la politica del risentimento.

Un Paese che non riesce a risolvere i propri problemi può sempre trovare qualcuno a cui dare la colpa.

E quando la risposta ai problemi economici, sociali e istituzionali diventa «prima gli italiani», la domanda successiva è inevitabile: quali italiani? E chi decide chi è abbastanza italiano?

È qui che la questione dell’identità smette di essere culturale e diventa politica.

«Può dire di essere Paperino»

Vannacci può naturalmente definirsi come vuole.

Può dire di essere nazionalista, sovranista, conservatore, patriota. Può dire di non essere fascista. Può richiamare la legge Scelba. Può sostenere che la sua destra sia semplicemente una destra identitaria e nazionale.

Ma non può pretendere che siano soltanto le sue dichiarazioni a stabilire il significato della sua esperienza politica.

Può anche dire di essere Paperino. Ma non può pretendere che gli italiani siano Paperino insieme a lui quando davanti hanno X Mas, braccia tese, richiami alla tradizione nazionale, una retorica dell’identità spinta fino al confine dell’esclusione e un progetto politico che mette la Nazione al centro assoluto della propria visione.

La questione, dunque, non è stabilire se Roberto Vannacci abbia indossato una camicia nera.

La questione è capire quanto sia necessario indossarla perché una cultura politica possa essere definita fascistoide o neofascista sul piano della retorica e dell’immaginario.

E soprattutto quanto tempo occorra perché la normalizzazione di quei simboli renda normale ciò che la storia italiana ci ha insegnato a riconoscere come pericoloso.

Non è una questione di etichette. È una questione di memoria

Vannacci accusa i suoi critici di vedere fascisti ovunque.

È una replica comoda.

Ma anche l’antifascismo può essere esercitato male: trasformandolo in un’etichetta automatica, buona per chiudere qualsiasi discussione.

Qui, però, il problema è un altro.

Ci sono documenti da leggere. Ci sono dichiarazioni da ascoltare. Ci sono simboli da riconoscere. Ci sono episodi documentati. E c’è una storia che non può essere riscritta ogni volta che diventa politicamente scomoda.

Monti, a Cernobbio, ha scelto di chiamare tutto questo con una parola: fascismo.

Vannacci ha risposto che è «fantascienza».

Forse la vera domanda sta nel mezzo.

Non se Vannacci sia Mussolini — non lo è e il paragone sarebbe storicamente ridicolo — ma se la sua politica stia contribuendo a rendere nuovamente rispettabile una parte dell’immaginario che il fascismo aveva fatto proprio.

Questa domanda non la decide un tribunale.

La decidono la storia, i fatti e soprattutto gli elettori.

E gli elettori, diversamente da quanto qualcuno sembra sperare, la memoria ce l’hanno ancora.

Connecto Ergo Sum

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Accadde durante il Terzo Mandato di Donald il Temerario: il Debito sfondò il soffitto, lo Stato si disfece e i confini dell’Impero divennero quelli della Rete.

A cura di Gilberto Borzini

Raccontano le saghe che Donald il Temerario non avrebbe dovuto, e neppure potuto, assumere un terzo mandato, ma nessuno tra i suoi nemici era così folle da assumere il trono  ben sapendo le condizioni del palazzo, la fragilità delle finanze, la pochezza degli eserciti, il disavanzo abissale che imponeva di imporre dazi e tasse e imposte e rapine petrolifere e invasioni di ghiacci al solo fine di rimandare il disastro che persino Elon il Joker aveva previsto astenendosi dal porvi rimedio dopo aver visto con i suoi propri occhi di mosca la vastità e l’irrimediabilità del danno.

Bande di ribaldi compravano titoli di Stato come fossero bistecche da grigliare ben sapendo che più ne acquistavano e più cresceva il debito e maggiore era il debito ancor più pingue il tasso: si prediva il futuro osservando le curve dei rendimenti come un tempo il volo degli uccelli.

Poi fu il buio.

Donald il Temerario scomparve in un turbine di menzogne e il Domino Planetario della Finanza globale collassò trascinando con sé l’Occidente e i Suoi Stati, il debito e la Finanza, abbattendo secoli di Storia nel fragile tempo di un bit, e dove un tempo erano Stati e Governi, Amministrazioni e Confini sorse uno spettrale nulla, una indistinta palude, una platea umana disperata e connessa che nelle connessioni ritrovò Speranza e Certezze.

Il Piccolo Senato si proclamò controllore di chi desidera il controllo, estendendo i Confini dell’Impero ovunque vi fosse accessibilità di Campo.

Affermò la TecnoNorma e la Costituzione Netiquettata che tutto concede ma vieta il falso decidendo per tutti ciò che distingue il falso dal vero.

Proclamò il Libero Mercato e commercio purché praticato sulle Piattaforme omologate,  appartenenti, guarda caso, ai Senatori Anziani.

Affermò la Pentocrazia, titolata e affidata ai Padri Fondatori delle cinque maggiori piazze digitali.

Abolì banche e ricettatori definendo ogni transazione privata affermabile ed eseguibile esclusivamente con Token Senatoriali, ed ogni Token acquisibile vendendo servizi o prodotti all’interno delle Piattaforme omologate, ed ogni Token emesso dalla rispettiva Piattaforma recava l’effige del proprio Padre fondatore.

Definì l’immensa piattaforma della democrazia effettiva lecita e aperta ai propri azionisti, ognuno in grado di esercitare il proprio voto e potere in funzione delle azioni numericamente possedute, ed ogni azione definita e posseduta garantita dal sistema di blockchain.

Demandò la Difesa dell’Impero alla funzione satellitare, abilitata da tempo anche al Controllo Sociale, del Territorio, della Famiglia e dell’Individuo connesso e riconoscibile.

Ammise la produzione incontrollata e rese l’Impero libero da tasse, imposte, balzelli e concessioni qualsivoglia esercizio della mente o del corpo, generando immense riserve finanziarie grazie al commercio autoprodotto dai Consumatori di infiniti dati personali, di orientamenti e desideri.

Affermò la Politica nemica del Consumo e lasciò che il Desiderio assumesse i contorni del Divino.

L’accesso divenne permanente e con esso il consumo d’energia e con quello la captazione diretta d’esazione energetica con prelievo dei Token guadagnati, depositati presso i rispettivi forzieri virtuali immersi nelle immensità di oceani artici o boreali.

Tassò leggermente i Like ottenuti per provvedere alla manutenzione sistemica, e a tutti offrì un mondo di Libertà, di Espressione di Arte e di Opportunità purché fosse fatto proprio il motto dell’Impero, quel “Connecto Ergo Sum!” che campeggiava sul Campidoglio Californiano.

Felici i cittadini dell’Impero acquisivano informazioni, scambiavano, vendevano, acquistavano, conoscevano, incontravano, liberati dagli affanni del passato, dalle strette creditizie, dalle tensioni politiche, dai timori nucleari, dai mutui insostenibili, dallo stress del lavoro, liberi di disporre, di noleggiare e persino di avere ciò che il mondo non cessava mai di offrire e produrre.

Così narrano le saghe giunte fino a noi dei Luminosi Tempi che seguirono la tirannide di Donald il Temerario.