27 Ottobre 2026, martedì
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Etna, allerta rossa per l’aviazione: la cenere vulcanica si dirige verso sud

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L’Etna torna sotto stretta osservazione e questa volta l’attenzione si sposta anche sul traffico aereo. L’Osservatorio Etneo dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (Ingv) ha innalzato a rosso il codice di allerta per l’aviazione, dopo una nuova emissione di cenere vulcanica dai crateri sommitali del vulcano.

L’allerta è stata formalizzata attraverso un nuovo Vona (Volcano Observatory Notice for Aviation), il bollettino con cui gli osservatori vulcanologici segnalano agli organismi dell’aviazione civile le condizioni dell’attività eruttiva potenzialmente rilevanti per la navigazione aerea.

L’emissione di cenere è attualmente monitorata in modo costante attraverso la rete di telecamere visive e termiche dell’Ingv. Dai primi rilievi non emerge, al momento, la formazione di una colonna eruttiva particolarmente sviluppata in quota. Il quadro, tuttavia, resta da seguire con attenzione perché le particelle di cenere immesse nell’atmosfera vengono trasportate dai venti verso sud.

È proprio la traiettoria della nube di cenere a rendere necessario un aggiornamento delle valutazioni sul traffico aereo. Sono ora attesi gli accertamenti relativi al possibile impatto sull’area dello spazio aereo interessata dalle operazioni dell’aeroporto di Catania-Fontanarossa, uno degli scali più importanti della Sicilia e infrastruttura particolarmente sensibile alle fasi di maggiore attività dell’Etna.

L’innalzamento al livello rosso per l’aviazione non equivale automaticamente alla chiusura dello scalo o alla cancellazione dei voli: saranno le successive valutazioni delle autorità competenti, sulla base della consistenza e della direzione della nube di cenere e delle condizioni dello spazio aereo, a determinare eventuali provvedimenti operativi.

Nel frattempo, il vulcano resta sotto osservazione. La situazione, infatti, può evolvere rapidamente e l’andamento dell’emissione, insieme alla sua eventuale persistenza e alla direzione dei venti, sarà determinante per stabilire l’effettiva portata delle conseguenze sul traffico aereo.

Il salario minimo non basta: serve una vera visione economica

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A cura di Gilberto Borzini

Nell’articolo pubblicato su “La Notte Online”, Economia, Etica e Politica, osservavo come la proposta neoliberista possa rappresentare un problema di etica sociale mentre l’idea progressista definisca una migliore etica ma implichi una dinamica potenzialmente distruttiva in economia.

In questo articolo provo ad argomentare la distruttività implicita nelle proposte progressiste.

Sostiene l’antico adagio, tuttora incontrovertibile, che “chi sa fa e chi non sa insegna”.

Chi si occupa di politica dovrebbe, a mio avviso, accedere agli scranni del potere solo dopo avere dimostrato le competenze nel fare, altrimenti l’eccessiva teoria rischia di affermare perentoriamente la validità di un altro antico adagio, ovvero che “il meglio è nemico del bene”.

Entriamo in argomento.

Nel recente periodo, nell’arco degli ultimi due decenni, l’impresa manifatturiera italiana è riuscita a mantenersi competitiva nello scenario commerciale globale grazie al “dumping salariale”: non disponendo di materie prime, ovvero dovendo acquistarle sul mercato, pagando più cara dei concorrenti l’energia produttiva e dovendo erogare retribuzioni lorde molto onerose in quanto appesantite da oneri fiscali e contributivi sproporzionati, l’unica variabile disponibile all’interno della filiera produttiva per affermare la propria competitività era ed è quella salariale.

Non dimentichiamo che la maggioranza delle imprese italiane è di dimensione piccola se non minima ed è quel nugolo di piccoli proprietari che con i suoi prodotti e le sue capacità afferma la produzione italiana sui mercati globali.

Certo: la compressione salariale necessaria alla competitività ha avuto per riflesso una contrazione del potere d’acquisto che si è trasformata in minor mercato interno, riducendo i consumi e, di conseguenza, le entrate erariali derivanti dal commercio interno, ma cosa accadrebbe se l’ipotesi progressista si affermasse?

Il Salario minimo

In uno scenario così definito la proposta progressista di incrementare il Salario minimo ad un valore di €9/ora è di alto contenuto etico ma rischia di affossare definitivamente l’immenso articolato delle piccole imprese che non potrebbero sostenere l’onere retributivo, onere che si andrebbe ad assommare al sempre più rilevante costo dell’energia produttiva, ponendo definitivamente “fuori mercato” le imprese.

Si passerebbe rapidamente, in pratica, dal basso salario al salario nullo, al netto delle possibilità sussistenziali in capo ad un’INPS non esattamente florida e brillante, con una ricaduta erariale negativa di proporzioni preoccupanti, dato che per ogni azienda che cessa di produrre vengono a perdersi numerosi flussi di cassa per l’erario.

“Primum vivere”, dicevano gli antichi romani, e il motto vale anche per le imprese.

Extraprofitti e tasse

Quasi peggio della precedente proposta è l’ipotesi di una tassa “ad hoc” su i cosiddetti Extra Profitti ottenuti da specifici comparti economici, allo stato attuale attività energetiche e finanziarie.

Scrivo “quasi peggio” in quanto è risaputo che in ogni attività ciclica l’extra profitto di un determinato periodo è base essenziale sia per avviare nuovi investimenti produttivi, particolarmente necessari nel segmento energia, sia per ridurre l’esposizione creditizia corrente, sia, infine, per disporre della liquidità necessaria per avviare concentrazioni e fusioni e rendersi più competitivi in uno scenario globale sempre meno disposto a fare sconti a qualcuno, come accade in ambito bancario.

Inoltre a fronte di un dettato costituzionale che detta come principio generale la progressività fiscale vi sarebbero molti dubbi verso provvedimenti ad hoc definiti nei confronti di una specifica categoria “punita” per avere avuto profitti derivanti da contingenze particolarmente favorevoli.

Non manca poi la perplessità relativa alla definizione di “extra” relativa alla profittabilità d’impresa: extra rispetto a cosa? Rispetto ai bilanci precedenti? Rispetto ad un’idea generale di profittabilità?

Ricette senza visione

A colpo d’occhio le proposte progressiste sono capaci di scaldare gli animi: più soldi ai salariati minimi e più tasse ai capitalisti accaparratori sono elementi che colpiscono favorevolmente chi ha a cuore un’idea di solidarietà sociale. Ma l’etica apparente si scontra con la realtà economica e se analizziamo meglio le proposte si evidenzia come la teorica solidarietà sociale rischi di trasformarsi in uno schianto economico collettivo. È allora opportuno fermarsi a prendere fiato e ragionare meglio sull’argomento.

Le proposte sopra tracciate definiscono solamente un’assenza di Visione Economica in capo al cosiddetto campo largo, assenza che se lo stesso schieramento dovesse pervenire al Governo del Paese potrebbe dimostrarsi letale, magari accompagnata da un’ipotesi di Patrimoniale che farebbe fuggire i patrimoni verso lidi fiscali più amichevoli, e in Europa sono molti.

La Visione, appunto

Per visione economica intendo un progetto di sviluppo di nuove forme produttive capaci di integrare e sostenere, e se il caso sostituire, le attuali, magari agevolando l’accesso delle PMI alle forme produttive agevolate dalla robotica e dall’intelligenza artificiale, formando gli addetti alla gestione delle nuove modalità produttive, consentendo così di avviare modelli di competitività basate sulla produttività e l’efficienza produttiva e non sul dumping salariale.

Per Visione Economica intendo i processi di integrazione dell’IA nella Pubblica Amministrazione in grado di rendere efficace ed efficiente un settore oggi generalmente a minima efficacia e scarsa efficienza.

Per Visione Economica intendo affrontare seriamente le dinamiche del Credito all’Impresa avviando progetti di partnership in sostituzione dell’usura attuale.

Per Visione d’Impresa intendo valutare l’azione del Credito di Imposta non come soluzione tampone da proporre in casi di emergenza ma come azione territorialmente necessaria per il rilancio produttivo e occupazionale di aree ad alta migrazione.

Per Visione Economica intendo affermare tariffe segmentate per i consumi di servizi energetici determinati dalle categorie produttive di riferimento o sociali di appartenenza: è ridicolo che i carburanti abbiano lo stesso prezzo per chi usa il mezzo per lavorare e chi per diletto, così come è sconcertante che l’energia sia rendicontata alle medesime condizioni per PMI e Grandi Impianti.

Per Visione Economica intendo un Progetto di infrastrutturazione energetica capace di avviare un percorso di indipendenza energetica e di affrancamento dalla dipendenza da soggetti terzi potenzialmente ostili.

Potrei proseguire ma ho terminato lo spazio disponibile.

Resta il fatto che di questi argomenti, dalle parti del campo largo progressista, non ho sentito fare parola.

Da Ostia a Tor Bella Monaca, il filo criminale delle piazze di spaccio: cinque arresti per un sequestro a scopo di estorsione

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Un debito di droga, una spedizione punitiva e un passaggio di consegne che avrebbe messo in collegamento due piazze dello spaccio romano, da Ostia a Tor Bella Monaca. È questo lo scenario ricostruito dalla Direzione distrettuale antimafia di Roma e dai Carabinieri della Compagnia di Ostia nell’indagine che ha portato all’esecuzione, dalle prime ore del mattino, di cinque misure cautelari.

Tre persone sono state condotte in carcere, mentre per altre due è scattato il divieto di dimora. I cinque, tutti ventenni, sono gravemente indiziati, a vario titolo, di sequestro di persona a scopo di estorsione, lesioni aggravate e violenza privata. Sarà ora la fase processuale a stabilire eventuali responsabilità.

Al centro dell’inchiesta c’è un episodio avvenuto il 29 luglio in piazza Lorenzo Gasparri, a Ostia, una delle aree del litorale romano da tempo al centro dell’attenzione investigativa per il fenomeno dello spaccio e per le vicende criminali che hanno interessato il territorio.

La vittima, un uomo di circa trent’anni, sarebbe stata considerata vicina a un gruppo attivo nello spaccio di stupefacenti a Tor Bella Monaca. Il motivo dell’aggressione, secondo quanto ricostruito dagli investigatori, sarebbe da ricondurre a un ammanco di alcune dosi di crack, dal quale sarebbe derivato un debito di circa 1.500 euro.

L’uomo avrebbe cercato rifugio a Ostia. Una scelta che, secondo l’impostazione accusatoria, non sarebbe bastata a sottrarlo alle conseguenze del debito.

Riconosciuto da alcuni soggetti ritenuti vicini alla gestione della piazza di spaccio di piazza Gasparri, sarebbe stato fermato, immobilizzato e picchiato. Poi sarebbe stato rinchiuso in un locale al piano terra, affidato alla sorveglianza di una persona.

È a quel punto che, secondo gli investigatori, la vicenda avrebbe assunto una dimensione più ampia. Gli uomini presenti a Ostia avrebbero avvertito il gruppo attivo a Tor Bella Monaca, informandolo della presenza del debitore. Alcuni appartenenti alla compagine criminale sarebbero quindi arrivati sul litorale con l’intenzione di prelevare la vittima.

Il trasferimento, però, non sarebbe mai avvenuto.

L’arrivo di una pattuglia dei Carabinieri avrebbe infatti interrotto il piano, costringendo i presunti sequestratori a desistere. Un intervento che ha consentito di interrompere quella che, nella ricostruzione della Procura, avrebbe potuto trasformarsi in una vera e propria escalation criminale.

La storia, tuttavia, non sarebbe finita quel giorno.

Nei giorni successivi, la vittima sarebbe stata nuovamente avvicinata da uno degli aggressori e minacciata. L’obiettivo, secondo l’ipotesi investigativa, sarebbe stato quello di impedirle di raccontare quanto accaduto e di rivolgersi alle forze dell’ordine.

Da quel momento le indagini dei Carabinieri del Nucleo Operativo della Compagnia di Ostia, coordinate dalla DDA di Roma, hanno accelerato. Gli investigatori sono riusciti a identificare cinque giovani, quattro di origine nordafricana e uno albanese, ritenuti gravemente indiziati di avere avuto un ruolo nella vicenda.

Ma l’aspetto più significativo dell’inchiesta va oltre il singolo episodio.

Gli accertamenti avrebbero infatti fatto emergere rapporti e cointeressenze criminali tra Ostia e Tor Bella Monaca, due territori distanti sul piano geografico ma accomunati, secondo gli investigatori, da una consolidata attività di spaccio al dettaglio.

Il sequestro della vittima sarebbe dunque, nell’impostazione della Procura, la manifestazione violenta di un sistema nel quale il controllo del territorio, la riscossione dei debiti e la gestione delle piazze di spaccio si intreccerebbero con rapporti criminali che superano i confini dei singoli quartieri.

Un elemento che rende l’indagine particolarmente rilevante: non soltanto la ricostruzione di un’aggressione culminata in un presunto sequestro, ma la fotografia di un asse criminale tra due periferie strategiche del mercato romano della droga.

Parallelamente alle misure cautelari, i Carabinieri stanno eseguendo anche un decreto di sequestro preventivo dell’immobile nel quale l’uomo sarebbe stato tenuto segregato. Il provvedimento, disposto dal Gip del Tribunale di Roma su richiesta della DDA, riguarda un locale con destinazione commerciale che sarebbe stato occupato abusivamente e trasformato in abitazione.

Per gli investigatori, però, quel luogo avrebbe avuto una funzione ulteriore: sarebbe stato utilizzato come punto d’appoggio dal gruppo impegnato nello spaccio nella zona.

Un dettaglio che conferisce al locale un ruolo centrale nella ricostruzione dell’attività criminale. Il sito, infatti, era già noto ai Carabinieri. Nel corso di precedenti operazioni antidroga era stato sequestrato proprio perché ritenuto una base utilizzata dai pusher. Per impedirne l’accesso era stata persino realizzata una porzione di muro.

Il provvedimento, però, non aveva chiuso definitivamente la partita.

Secondo quanto emerso dalle indagini, gli occupanti avrebbero abbattuto la muratura e si sarebbero nuovamente impossessati dei locali, riportandoli nella disponibilità del gruppo.

Una dinamica che, al di là della singola contestazione, restituisce l’immagine di un territorio nel quale le attività investigative si confrontano non soltanto con il traffico di stupefacenti, ma anche con la capacità dei gruppi criminali di riappropriarsi degli spazi e ricostituire rapidamente le proprie basi operative.

Ora l’inchiesta della DDA punta a fare luce sull’esatta natura dei rapporti tra i gruppi di Ostia e Tor Bella Monaca e sul ruolo avuto dai cinque indagati nella gestione della vicenda.

Per tutti resta ferma la presunzione di innocenza fino a eventuale sentenza definitiva.

La fissava per ore mentre lavorava: arrestato stalker alla Stazione Termini

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Per ore, in silenzio, la osservava mentre lavorava. Poi arrivavano le richieste insistenti di un appuntamento, le telefonate e i tentativi di contatto da utenze telefoniche sempre diverse. Una presenza diventata progressivamente una fonte di paura per una dipendente della Stazione Termini, fino all’intervento della polizia ferroviaria.

Un 20enne originario della Guinea è stato arrestato dagli agenti del Compartimento Polizia Ferroviaria per il Lazio con l’accusa di aver violato la misura del divieto di avvicinamento nei confronti della donna. Il giovane è stato individuato proprio all’interno dello scalo romano, dove la vittima lavora: secondo quanto ricostruito dagli investigatori, si trovava nei pressi delle biglietterie automatiche e la fissava con insistenza.

A chiedere l’intervento della Polfer era stata la stessa donna, fortemente agitata per la presenza del ragazzo. Gli agenti, arrivati sul posto, lo hanno trovato ancora lì, intento a osservare la dipendente.

Secondo la denuncia della vittima, gli atti persecutori sarebbero iniziati nell’estate del 2025, dopo un episodio apparentemente banale: la donna aveva aiutato il giovane nell’ambito di un’operazione commerciale. Da quel momento, però, il suo comportamento sarebbe progressivamente cambiato.

Il 20enne avrebbe cominciato a presentarsi con frequenza sul luogo di lavoro della donna, anche più volte nell’arco della stessa settimana, arrivando a trascorrere lunghe ore a osservarla. A questa presenza costante si sarebbero aggiunte le ripetute richieste di incontrarla e di poterla frequentare, nonostante i rifiuti della ragazza.

Il giovane, inoltre, sarebbe riuscito a procurarsi il numero di telefono della dipendente e avrebbe iniziato a contattarla utilizzando utenze differenti, rendendo più difficile interrompere le comunicazioni.

Una condotta che, sempre secondo quanto riferito dalla vittima, avrebbe alimentato un crescente stato di ansia e timore. In alcune circostanze, il 20enne avrebbe anche assunto un atteggiamento di sfida, sostenendo che nessuno avrebbe potuto intervenire nei suoi confronti e che non sarebbe mai stato arrestato.

Non si trattava, tuttavia, della prima misura adottata nei suoi confronti. Il giovane era già destinatario di un divieto di avvicinamento alla donna. La nuova presenza alla Stazione Termini, proprio nel luogo di lavoro della vittima, avrebbe costituito una violazione della misura imposta dall’autorità giudiziaria.

Per gli investigatori della Polfer, la situazione aveva dunque superato il limite dei semplici tentativi di approccio, trasformandosi in una sequenza di comportamenti persecutori già oggetto di un provvedimento restrittivo.

La violazione del divieto di avvicinamento ha fatto scattare l’arresto. Il 20enne è stato condotto in carcere, dove è stata disposta la custodia cautelare. La vicenda giudiziaria proseguirà ora nelle sedi competenti, nel rispetto della presunzione di innocenza fino a eventuale sentenza definitiva.

Cronoscalata Monte Erice, indagato il pilota Marco Nicoletti

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La gara, il rumore dei motori, la salita verso Erice. Poi, in pochi istanti, la corsa si trasforma in tragedia. È indagato per omicidio stradale Marco Nicoletti, pilota nisseno alla guida della Peugeot 308 TCR numero 54 uscita di strada durante la 68ª cronoscalata Trapani-Monte Erice. Nell’incidente hanno perso la vita due giovani spettatori, Giuseppe Bisconti e Karol Greco.

La Procura di Trapani ha aperto un fascicolo per ricostruire con precisione la dinamica dell’incidente e accertare eventuali responsabilità. Tra gli accertamenti disposti figurano anche gli esami tossicologici sul pilota, rimasto ferito nell’impatto ma in condizioni non gravi.

L’attenzione degli investigatori è ora concentrata su quei pochi secondi che hanno preceduto l’uscita di strada della vettura. Saranno gli accertamenti tecnici, le testimonianze e l’eventuale documentazione disponibile a chiarire perché la Peugeot abbia perso il controllo e quale sia stata l’esatta traiettoria seguita prima di piombare nell’area occupata dal pubblico.

Il bilancio è pesantissimo. Bisconti e Greco non sono sopravvissuti alle conseguenze dell’impatto, mentre un terzo uomo, il commissario di gara Mario Marchese, è rimasto gravemente ferito. Trasportato all’ospedale Sant’Antonio Abate di Trapani, è ricoverato per un trauma toracico e le sue condizioni restano gravi.

Nicoletti, invece, è stato soccorso dopo l’incidente e ha riportato ferite che non ne hanno messo in pericolo la vita. La sua posizione è ora al vaglio della magistratura, in un’inchiesta che dovrà distinguere la drammaticità dell’evento dagli eventuali profili di responsabilità penale.

La cronoscalata Trapani-Monte Erice, appuntamento storico del motorismo siciliano, si è così trasformata in uno scenario di lutto. Una competizione che richiama ogni anno piloti, squadre e appassionati si trova ora a fare i conti con due vite spezzate e con un’indagine destinata a stabilire se, e in quale misura, quanto accaduto fosse prevedibile o evitabile.

Al centro dell’inchiesta non ci sarà soltanto la condotta del pilota, ma l’intera sequenza dell’incidente: le condizioni della vettura, il percorso, la posizione degli spettatori, le modalità di delimitazione e sicurezza dell’area e ogni altro elemento utile a ricostruire la dinamica.

Sono tutti aspetti che dovranno essere verificati dagli investigatori prima di arrivare a conclusioni definitive. Per ora resta il dato più drammatico: una giornata di sport si è conclusa con la morte di due giovani spettatori e con un commissario di gara gravemente ferito.

La Procura di Trapani procede dunque con gli accertamenti necessari. Saranno le risultanze dell’indagine a stabilire cosa sia realmente accaduto sulla strada della cronoscalata e se dietro quella curva, oltre all’imprevedibilità di un incidente automobilistico, vi siano state condotte o circostanze penalmente rilevanti.

Legge 104, cambiano le tutele: dai permessi condivisi al mutuo prima casa

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La Legge 104 del 5 febbraio 1992 continua a rappresentare il principale punto di riferimento per la tutela delle persone con disabilità e dei familiari che prestano loro assistenza. Ma, a più di trent’anni dalla sua entrata in vigore, il sistema delle agevolazioni non è affatto immobile.

A modificare il quadro intervengono interpretazioni amministrative, pronunce della magistratura e riforme che stanno progressivamente ridisegnando diritti e procedure. Le novità più significative riguardano ambiti molto concreti della vita quotidiana: l’organizzazione del lavoro, l’accesso al credito e la gestione dei permessi.

Tra le disposizioni più rilevanti c’è quella che consente, in determinate condizioni, di sottrarsi ai turni notturni anche quando la disabilità del familiare assistito non è qualificata come grave. Sul fronte della casa, invece, le persone con disabilità grave e alcuni familiari conviventi possono beneficiare della priorità nell’accesso al Fondo di garanzia per i mutui prima casa, con una copertura statale che può arrivare all’80 per cento. Nella Pubblica amministrazione, infine, una nuova interpretazione consente a due caregiver di utilizzare nella stessa giornata i permessi orari per assistere la medesima persona, purché gli orari non si sovrappongano.

Turni di notte, la tutela non riguarda soltanto la disabilità grave

Una delle novità di maggiore interesse arriva dalla Corte di Cassazione.

Con l’ordinanza n. 20229 del 16 giugno 2026, la Corte ha chiarito che il diritto del lavoratore a non essere adibito al lavoro notturno per assistere un familiare non è necessariamente subordinato al riconoscimento della disabilità grave.

La tutela può dunque operare anche quando la persona assistita è riconosciuta come persona con disabilità ai sensi della Legge 104, senza che sia richiesto il requisito della gravità.

Non significa, però, che sia sufficiente esibire una certificazione. Devono essere presenti una concreta relazione di assistenza e le condizioni previste dalla normativa, compreso il fatto che la persona assistita sia «a proprio carico».

Resta invece fuori da questa specifica tutela il caso in cui vi sia soltanto un riconoscimento di invalidità civile, senza il riconoscimento della condizione di disabilità richiesta dalla Legge 104.

La pronuncia del 2026 si inserisce, peraltro, in un orientamento già espresso dalla Cassazione nel 2023: la protezione del lavoratore che presta assistenza non può essere automaticamente circoscritta alle sole situazioni di disabilità grave.

Mutuo prima casa, per alcune categorie la garanzia può arrivare all’80%

Un’altra novità riguarda un’esigenza altrettanto concreta: comprare casa.

Dal 3 agosto 2026, le persone con disabilità grave sono comprese tra le categorie prioritarie nell’accesso al Fondo di garanzia per i mutui prima casa, gestito da Consap.

La stessa priorità riguarda chi convive da almeno due anni con un figlio, un fratello o una sorella con disabilità grave.

La garanzia statale copre normalmente il 50 per cento della quota capitale del finanziamento, ma può salire fino all’80 per cento per chi presenta un Isee non superiore a 40 mila euro. L’importo del mutuo può arrivare fino a 250 mila euro.

È importante chiarire la natura dell’agevolazione: non si tratta di un contributo economico né di una somma versata direttamente allo Stato al posto del beneficiario. La garanzia serve piuttosto a facilitare l’accesso al credito, riducendo le difficoltà che possono incontrare coloro che non dispongono di risparmi sufficienti per sostenere l’anticipo o che presentano una situazione reddituale meno favorevole.

Restano comunque i requisiti previsti dal Fondo. Non possono essere finanziati gli immobili considerati di lusso o di particolare pregio e, in linea generale, non può accedere alla misura chi possiede già un’altra abitazione.

Due caregiver possono utilizzare i permessi nella stessa giornata

Sul versante del lavoro arriva una novità destinata soprattutto ai dipendenti delle Funzioni centrali della Pubblica amministrazione.

L’Aran, l’Agenzia per la Rappresentanza negoziale delle Pubbliche amministrazioni, ha fornito un’interpretazione che rende più flessibile la gestione dei permessi orari.

Quando sono due i caregiver che assistono la stessa persona, entrambi possono utilizzare i permessi nella medesima giornata, a condizione che le rispettive assenze non coincidano.

In concreto, il primo lavoratore potrebbe assentarsi dalle 8 alle 11 e il secondo dalle 14 alle 17. Sono possibili anche turni consecutivi, per esempio dalle 8 alle 12 per uno e dalle 12 alle 16 per l’altro.

Il limite resta quindi quello della sovrapposizione degli orari: due caregiver non possono assentarsi contemporaneamente utilizzando il medesimo istituto.

La novità riguarda i permessi orari previsti dal contratto collettivo delle Funzioni centrali, entro il limite di 18 ore mensili. Non si tratta, dunque, di un’estensione automatica valida per tutti i lavoratori pubblici o per il settore privato, dove continuano ad applicarsi le regole specifiche previste dalla normativa e dai rispettivi contratti.

Chi può beneficiare delle tutele

Le agevolazioni collegate alla Legge 104 possono riguardare direttamente la persona con disabilità, ma anche il familiare che presta assistenza.

Tra i soggetti che possono rientrare nella tutela figurano il coniuge, la parte dell’unione civile, il convivente e i parenti o affini entro il secondo grado. In presenza delle condizioni stabilite dalla legge, il beneficio può essere esteso anche ai parenti e affini entro il terzo grado.

Un passaggio importante risale inoltre al 2022, quando è stata superata la regola del cosiddetto referente unico. Più familiari possono quindi condividere l’assistenza alla stessa persona.

Questo, tuttavia, non significa che si moltiplichino i giorni complessivi disponibili: il limite resta quello di tre giorni di permesso al mese per la persona assistita, da gestire tra i familiari aventi diritto secondo le regole previste.

Non solo permessi: dal congedo alla scelta della sede di lavoro

La Legge 104 non si esaurisce nei permessi mensili.

Tra le altre tutele previste per chi assiste un familiare con disabilità rientrano il congedo straordinario retribuito fino a due anni, la possibilità di chiedere, in presenza dei requisiti, la scelta prioritaria della sede di lavoro più vicina al familiare da assistere e specifiche protezioni rispetto al trasferimento.

Il principio di fondo è quello di consentire al lavoratore di conciliare, per quanto possibile, l’attività professionale con le responsabilità di cura.

Ma proprio perché le singole misure hanno requisiti differenti, non è possibile considerare la semplice presenza di una certificazione 104 come un lasciapassare valido indistintamente per ogni agevolazione.

Mutuo e Legge 104, procedure diverse

Anche le modalità per ottenere le diverse prestazioni cambiano sensibilmente.

Per il mutuo prima casa occorre rivolgersi a una banca aderente al Fondo di garanzia. Tra la documentazione richiesta rientrano l’Isee, i documenti relativi alla situazione reddituale e il compromesso o altra documentazione relativa all’acquisto dell’immobile.

Secondo le indicazioni di Consap, per la concessione della garanzia sono previsti circa 20 giorni lavorativi. Una volta ottenuta, il mutuo deve essere stipulato entro 90 giorni.

Per le agevolazioni legate alla Legge 104, invece, il punto di partenza resta il riconoscimento della condizione di disabilità attraverso la procedura prevista dalla normativa.

Accertamento della disabilità, la macchina amministrativa cambia

Anche su questo fronte il 2026 rappresenta un anno di transizione.

È infatti in corso il passaggio verso un nuovo sistema di accertamento della condizione di disabilità affidato all’Inps. La sperimentazione, avviata in precedenza in un numero limitato di territori, da marzo 2026 è stata estesa ad altre 40 province.

L’obiettivo indicato dalla riforma è arrivare a un sistema operativo su scala nazionale dal 1° gennaio 2027.

Per famiglie e caregiver il cambiamento non è soltanto burocratico. Le modalità attraverso cui viene certificata la condizione di disabilità rappresentano infatti il primo passaggio per accedere a una serie di diritti e agevolazioni: dai permessi lavorativi alle tutele nell’organizzazione dell’attività professionale, fino alle misure economiche e abitative.

Un sistema che si sta trasformando

Il quadro che emerge è quello di una Legge 104 in evoluzione. Non una nuova legge organica, dunque, ma un insieme di interventi che, tra sentenze, interpretazioni e riforme, stanno modificando concretamente il modo in cui i diritti vengono esercitati.

Per chi assiste una persona con disabilità, la differenza può essere significativa: poter evitare un turno notturno, organizzare i permessi con un altro familiare o avere maggiori possibilità di ottenere un finanziamento per acquistare la prima casa sono misure che incidono direttamente sulla vita quotidiana.

La vera novità, quindi, non sta soltanto nell’ampliamento di alcune tutele, ma nella progressiva trasformazione dell’idea stessa di assistenza: non più una responsabilità esclusivamente familiare da conciliare a fatica con il lavoro, ma una condizione che il sistema normativo cerca sempre più di riconoscere e sostenere.

Iran, nuova minaccia nello Stretto di Hormuz: «Nei prossimi giorni una zona vietata alle navi»

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L’Iran alza nuovamente il livello della pressione sullo Stretto di Hormuz, uno dei principali snodi marittimi del commercio energetico mondiale. Nei prossimi giorni Teheran potrebbe istituire una nuova «zona vietata» nelle acque prospicienti lo Stretto, estendendo di fatto l’area sottoposta alle proprie restrizioni anche a porzioni del Golfo Persico.

A riferirlo sono i media di Stato iraniani, che riportano le dichiarazioni di Mohsen Rezaei, alto esponente dell’apparato di sicurezza di Teheran. Secondo Rezaei, l’area sarà annunciata a breve e «partirà dalla linea di blocco della Marina statunitense», comprendendo ulteriori zone del Golfo Persico.

Il messaggio rivolto alla navigazione internazionale è netto. «Qualsiasi nave che entrerà in questa nuova zona sarà inserita nella lista delle sanzioni dell’Iran», ha dichiarato Rezaei alla televisione di Stato.

Hormuz, il punto più sensibile

L’annuncio assume un peso particolare per la posizione dello Stretto di Hormuz, strettoio naturale tra il Golfo Persico e il Golfo di Oman e passaggio essenziale per il traffico marittimo legato all’energia. Qualsiasi iniziativa in grado di limitare, anche solo potenzialmente, la libertà di navigazione nell’area rischia quindi di avere conseguenze che vanno ben oltre il confronto diretto tra Iran e Stati Uniti.

La formula utilizzata da Rezaei — una «zona vietata» collocata al di fuori dello Stretto — lascia ancora da chiarire quali saranno i confini effettivi dell’area, quali regole verranno applicate alle navi e soprattutto in che modo Teheran intenda far rispettare il nuovo provvedimento.

È proprio questo il nodo più delicato. L’annuncio, allo stato attuale, definisce soprattutto una minaccia politica e strategica. La sua portata concreta dipenderà dalle modalità con cui l’Iran tradurrà le parole in disposizioni operative e dalla reazione delle potenze presenti militarmente nella regione.

La sfida a Washington

Il riferimento esplicito alla «linea di blocco» della Marina statunitense inserisce l’iniziativa in un confronto più ampio con Washington. Teheran sembra voler trasformare la geografia di Hormuz in uno strumento di pressione, segnalando che il controllo delle acque circostanti non può essere esercitato ignorando gli interessi e le capacità iraniane.

L’eventuale creazione della zona potrebbe dunque rappresentare non soltanto una misura di carattere marittimo, ma anche un nuovo elemento della deterrenza iraniana: delimitare uno spazio, fissare un costo per chi lo attraversa e affidare alla minaccia di sanzioni il compito di scoraggiare la navigazione.

Resta da vedere quanto questa strategia sarà credibile agli occhi degli operatori internazionali. In uno dei corridoi marittimi più sensibili del pianeta, infatti, anche un provvedimento formulato in termini ambigui può produrre effetti immediati sulle valutazioni di rischio, sulle rotte commerciali e sulle assicurazioni marittime.

L’incognita della risposta internazionale

Per ora Teheran non ha fornito, attraverso le dichiarazioni riportate dai media di Stato, tutti i dettagli necessari per comprendere la reale estensione della misura. Sarà quindi decisivo attendere l’annuncio formale promesso «nei prossimi giorni».

La questione non riguarda soltanto l’Iran. Ogni modifica delle condizioni di navigazione intorno a Hormuz coinvolge direttamente gli equilibri del Golfo e rende inevitabile un confronto con le forze navali statunitensi e con gli altri Paesi che dipendono dalla sicurezza delle rotte commerciali.

L’annuncio di Rezaei arriva così come un nuovo segnale di escalation: Teheran non parla, almeno per ora, di una chiusura dello Stretto, ma prospetta la creazione di un’area nella quale il semplice ingresso di una nave potrebbe avere conseguenze sanzionatorie.

È una distinzione importante. Ma, in un passaggio marittimo dove sicurezza, energia e geopolitica si sovrappongono, anche una «zona vietata» può diventare rapidamente molto più di una formula politica.

Il ritorno del buio sopra Berlino: l’AfD sfonda in Sassonia-Anhalt

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La Germania si è svegliata davanti a un risultato che va ben oltre i confini di un piccolo Land dell’ex Germania Est. In Sassonia-Anhalt l’AfD ha conquistato il primo posto con il 43,8% dei voti, quasi raddoppiando il risultato di cinque anni fa e ottenendo il miglior risultato mai registrato dal partito in un’elezione regionale tedesca.

È una vittoria politica, prima ancora che numerica. E soprattutto è un segnale destinato a risuonare fino a Berlino e a Bruxelles.

Perché la Sassonia-Anhalt rappresenta soltanto il 3% circa della popolazione tedesca, ma il voto consegna all’AfD una prospettiva finora impensabile: quella di poter rivendicare la guida di un governo regionale. Non ci riesce ancora, perché i 39 seggi conquistati su 83 non bastano per la maggioranza assoluta. Ma il muro che per decenni ha separato la destra tradizionale dall’estrema destra appare oggi molto più sottile.

Affluenza record, rabbia altrettanto forte

Il dato che rende il risultato ancora più significativo è l’affluenza. Alle urne è andato circa il 77,7% degli aventi diritto, la partecipazione più alta registrata nel Land dalla riunificazione tedesca.

Non è dunque una vittoria ottenuta grazie all’apatia dell’elettorato. Al contrario: gli elettori sono andati in massa a votare e hanno scelto in larga misura l’AfD.

Il partito guidato regionalmente da Ulrich Siegmund ha trasformato il voto di protesta in una vera affermazione politica, arrivando al 43,8% e conquistando 39 seggi.

Il terremoto ha però un altro epicentro: la Cdu di Friedrich Merz. Il partito del cancelliere precipita dal 37% al 17,2%, perdendo 25 seggi e fermandosi a quota 15.

Un tracollo che non può essere archiviato come una semplice battuta d’arresto locale. La Cdu rimane una delle colonne portanti della Repubblica federale, ma in Sassonia-Anhalt viene superata dall’AfD con un distacco enorme. E proprio questo squilibrio riapre la discussione più delicata della politica tedesca: fino a dove può spingersi il cosiddetto Brandmauer, il muro politico che impedisce alla destra tradizionale di collaborare con l’AfD?

La Spd si ferma al 9,3% e otto seggi. Entrano nel parlamento regionale anche i Verdi, all’8,9%, e la Linke, all’8,6%. Il Bsw di Sahra Wagenknecht supera invece la soglia di sbarramento con il 5,3% e conquista cinque seggi.

Ed è proprio il Bsw a diventare, almeno aritmeticamente, l’ago della bilancia.

Il rebus del governo

L’AfD è il primo partito, ma non può governare da sola. Per raggiungere la maggioranza assoluta servono 42 seggi: a Siegmund ne mancano tre.

Il problema è che la matematica parlamentare si scontra con la politica.

La Cdu ha finora escluso una coalizione con l’AfD e, sulla base delle decisioni assunte dal partito, anche un’alleanza con la Linke. È la logica del Brandmauer, il cordone sanitario con cui i partiti tradizionali tedeschi hanno cercato di impedire la normalizzazione dell’estrema destra.

Ma quando il primo partito raggiunge il 43,8%, quel muro rischia di diventare il vero protagonista della partita.

Il Bsw di Wagenknecht potrebbe teoricamente giocare un ruolo decisivo. La candidata Claudia Wittig ha spiegato alla Ard che il partito intende decidere «in base ai contenuti» e realizzare i progetti ritenuti utili per il Land «anche con l’AfD o con altri partiti». Ma dalla formazione di Wagenknecht sono arrivati anche segnali di chiusura verso un sostegno alla Cdu.

Il risultato è un autentico rompicapo istituzionale.

E Siegmund, forte del risultato ottenuto, alza ulteriormente la posta.

Se non sarà possibile formare un governo, dice, si potrà tornare alle urne. E l’AfD, nelle sue parole, non avrebbe paura di farlo: «Nel peggiore dei casi, ci sarebbero semplicemente nuove elezioni e otterremmo il 50% o il 55%».

È la frase che più di ogni altra fotografa il clima della notte elettorale.

«Abbiamo fatto la storia»

Nella sede dell’AfD si festeggia. Siegmund parla di un «chiaro mandato a governare» e proclama: «Abbiamo fatto la storia».

Alice Weidel, leader nazionale del partito, celebra a sua volta il risultato.

Dall’altra parte, nella Cdu, le prime crepe cominciano ad affiorare. Il governatore uscente Sven Schulze riconosce che l’AfD è «il partito più forte» e aggiunge: «Dobbiamo affrontare la situazione. Questa è la democrazia, la gente è andata a votare in massa, come mai prima».

Parole che potrebbero sembrare soltanto una presa d’atto del voto. In realtà contengono una domanda politica enorme: quanto può ancora reggere il cordone sanitario quando milioni di elettori scelgono partiti che quel cordone vorrebbe tenere fuori dalle stanze del potere?

È questo il punto su cui ora dovrà misurarsi Friedrich Merz.

Il cancelliere è atteso dopo una riunione di partito e dovrà gestire una crisi che non nasce soltanto dalla sconfitta della Cdu in un Land. Il problema è più profondo: l’AfD sta trasformando la propria presenza da fenomeno di protesta a forza politica in grado di contendere il governo.

L’ombra del passato che torna a interrogare l’Europa

C’è poi una questione che la Germania, più di ogni altro Paese europeo, non può permettersi di eludere.

La storia tedesca ha costruito dopo il 1945 una delle più robuste culture democratiche dell’Occidente proprio sulla memoria del nazismo e sul rifiuto di qualsiasi forma di totalitarismo. Il principio del mai più non è stato soltanto una formula morale: è diventato una componente strutturale della Repubblica federale.

Per questo il successo dell’AfD non può essere letto soltanto attraverso le percentuali.

Sarebbe però altrettanto sbagliato trasformare automaticamente ogni voto all’AfD in un voto neonazista. Dentro quel 43,8% convivono certamente orientamenti, rabbia sociale, euroscetticismo, protesta contro l’immigrazione, sfiducia nei partiti tradizionali e posizioni della destra radicale. Proprio questa complessità rende il fenomeno più difficile da affrontare.

Il vero pericolo, infatti, non è soltanto il ritorno di vecchi simboli o vecchie ideologie. È la normalizzazione progressiva di linguaggi e culture politiche estremiste, la trasformazione dell’impensabile in una delle tante opzioni sul tavolo, fino a rendere ordinaria una presenza che ordinaria non era.

È così che le democrazie possono entrare nella zona grigia: non necessariamente attraverso una rottura improvvisa, ma attraverso una lenta assuefazione.

Ed è qui che tornano a essere attuali le parole più dure della storia europea. Il neonazismo e i suoi molteplici “figliastri” non sono fantasmi che si materializzano improvvisamente nelle istituzioni. Possono crescere nelle fratture sociali, nella paura, nell’umiliazione economica, nella perdita di fiducia, nella convinzione che la democrazia non sia più capace di risolvere i problemi quotidiani.

Per questo il dato della Sassonia-Anhalt dovrebbe allarmare non soltanto Berlino, ma l’intera Europa.

L’Europa faccia il proprio mea culpa

E qui arriva la responsabilità dell’Unione europea.

L’Europa non può limitarsi a osservare l’avanzata delle destre radicali con il riflesso automatico dell’allarme morale. Se una parte crescente dell’elettorato considera Bruxelles, i governi nazionali e i partiti tradizionali incapaci di rispondere alle proprie paure, allora il problema non è soltanto di chi vota.

È anche di chi governa.

L’Ue dovrebbe avere il coraggio di fare il proprio mea culpa. Non per legittimare le forze estremiste, ma per chiedersi perché milioni di cittadini europei sentano che le istituzioni non parlano più alla loro vita reale.

Sicurezza, salari, casa, energia, competitività industriale, controllo delle frontiere, integrazione, futuro delle giovani generazioni: sono questi i terreni sui quali le democrazie devono tornare a vincere la propria battaglia.

Un Brandmauer può impedire matematicamente a un partito di entrare in una coalizione. Non può impedire agli elettori di votarlo.

Per questo la risposta all’estrema destra non può essere soltanto un muro. Deve essere anche una politica capace di offrire un’alternativa credibile, concreta e visibile.

Altrimenti il rischio è che il muro rimanga in piedi nelle cancellerie mentre, dall’altra parte, cresca il consenso di chi lo vuole abbattere.

La Sassonia-Anhalt, in questo senso, è molto più di una regione tedesca. È un campanello d’allarme per l’intero continente.

E ora la domanda non è più soltanto quanto crescerà l’AfD.

La domanda è se la democrazia europea sarà capace di capire perché sta crescendo.

Roma, cercano di rimuovere un nido d’api: esplode la stanza, feriti due operai

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Doveva essere un intervento di routine, uno di quei lavori chiamati a risolvere un problema domestico. Invece, in pochi istanti, la stanza si è trasformata in una trappola. A Pietralata, nella zona di Roma, la rimozione di un nido d’api all’interno di un appartamento si è conclusa con un’esplosione che ha ferito due operai e provocato il crollo di una parete.

L’incidente è avvenuto mentre i due lavoratori erano impegnati nell’intervento per il quale erano stati chiamati. La deflagrazione ha generato momenti di forte apprensione e ha danneggiato il muro della stanza. I due operai sono stati soccorsi e trasportati all’ospedale Umberto I per gli accertamenti. Le loro condizioni, secondo le prime informazioni, non destano particolare preoccupazione: entrambi hanno riportato ferite lievi.

Ben più grave avrebbe potuto essere il bilancio, considerando la violenza dell’esplosione e la presenza dei due uomini proprio all’interno dell’ambiente interessato dalla deflagrazione.

L’ipotesi del gas e della serranda elettrica

Resta ora da capire che cosa abbia provocato l’innesco. Gli accertamenti sono affidati alle autorità intervenute sul posto, insieme ai vigili del fuoco e alle forze dell’ordine.

Tra le ipotesi riportate dal Messaggero c’è quella di una possibile combinazione tra il gas impiegato per allontanare le api e l’attivazione di un dispositivo elettrico. L’ambiente potrebbe infatti essersi saturato del prodotto utilizzato durante l’intervento. A quel punto, l’azionamento della serranda elettrica potrebbe avere prodotto la scintilla capace di innescare la miscela infiammabile.

Si tratta, al momento, di una ricostruzione ancora da verificare: saranno gli accertamenti tecnici a stabilire con precisione la dinamica e soprattutto quale sia stata l’effettiva origine della deflagrazione.

L’appartamento dichiarato inagibile

Dopo l’esplosione, l’abitazione è stata dichiarata inagibile. I danni hanno interessato in particolare la stanza nella quale si trovavano gli operai, con il crollo di una porzione del muro.

Non risultano invece, dalle prime verifiche, conseguenze particolarmente rilevanti sulla struttura complessiva dell’edificio. Resta comunque alta l’attenzione degli investigatori, chiamati a ricostruire ogni passaggio dell’intervento e a chiarire se siano state rispettate tutte le condizioni di sicurezza.

Da un nido d’api a un’esplosione in pochi secondi: una giornata di lavoro apparentemente ordinaria si è così trasformata in un incidente che avrebbe potuto avere conseguenze molto più drammatiche.

Guerra in Iran, l’allarme di Panetta: «Almeno altri sei mesi, rischio una nuova guerra senza fine»

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La guerra in Iran potrebbe non essere affatto vicina alla conclusione. Al contrario, secondo Leon Panetta, ex segretario alla Difesa e già direttore della Cia, il conflitto potrebbe trascinarsi per almeno altri sei mesi, con il rischio concreto di trasformarsi in una nuova guerra americana senza una vera fine.

In un’intervista al Guardian, Panetta descrive uno scenario particolarmente delicato: Stati Uniti e Iran sarebbero ormai intrappolati in una pericolosa impasse strategica, nella quale le possibilità di arrivare rapidamente a una soluzione politica appaiono estremamente limitate. Ed è proprio l’assenza di una via d’uscita chiara a rendere il conflitto potenzialmente più lungo e imprevedibile.

L’ex capo del Pentagono evoca così lo spettro delle guerre in Iraq e Afghanistan, conflitti iniziati con obiettivi definiti ma progressivamente trasformatisi in campagne militari interminabili, costose e difficili da chiudere. Il timore è che anche l’Iran possa diventare una «forever war», una guerra senza una conclusione politica facilmente raggiungibile e con conseguenze destinate a propagarsi ben oltre il campo di battaglia.

A preoccupare Panetta non è però soltanto l’evoluzione del conflitto. Un elemento di vulnerabilità, sostiene, riguarda direttamente la macchina della Difesa americana. Le forze statunitensi sono entrate in guerra, osserva, in una fase di forti turbolenze all’interno del Pentagono e della sua catena di comando. Una condizione che, secondo l’ex ministro, potrebbe trasmettere agli avversari un’immagine di debolezza proprio nel momento in cui Washington avrebbe bisogno di mostrare compattezza e capacità decisionale.

Il riferimento è alle tensioni e alle rimozioni che hanno interessato i vertici del Dipartimento della Difesa sotto la guida di Pete Hegseth. Per Panetta, le divisioni interne non sono quindi soltanto una questione amministrativa o politica: possono avere un riflesso diretto sulla percezione della forza americana da parte dell’Iran e degli altri potenziali avversari degli Stati Uniti.

Una lettura che il Pentagono respinge con fermezza. Sean Parnell, portavoce del Dipartimento della Difesa, ha contestato l’idea che il ministero si trovi nel caos, definendo un simile giudizio un insulto nei confronti dei militari americani.

Il vero interrogativo, tuttavia, resta quello posto da Panetta: come si esce da una guerra quando le opzioni militari non sembrano sufficienti a chiuderla e quelle diplomatiche appaiono ancora lontane? È questo il nodo strategico che rischia di trasformare i prossimi mesi in una prova decisiva per Washington. Sei mesi, nella previsione dell’ex capo del Pentagono, potrebbero essere soltanto l’orizzonte minimo di un conflitto la cui durata finale resta ancora tutta da scrivere.