Sul fine vita la Chiesa ha parlato. E lo ha fatto con una posizione coerente con la propria visione della persona, della vita e della morte. Monsignor Renzo Pegoraro, presidente della Pontificia Accademia per la Vita, ha rilanciato dalle pagine di Avvenire una proposta precisa: rendere obbligatoria per tutti la possibilità di accedere a percorsi di cure palliative, destinando a questo obiettivo risorse adeguate. E, con una formula destinata a far discutere, ha contrapposto gli investimenti militari alla necessità di finanziare le cure: «Meno armi e più cure palliative».
È un argomento che merita di essere ascoltato. Non necessariamente di essere trasformato in un dogma politico.
Il principio secondo cui una persona gravemente malata debba poter contare su cure palliative accessibili, tempestive e di qualità dovrebbe infatti essere patrimonio di qualsiasi società civile, indipendentemente dalla fede religiosa. Ridurre la sofferenza, accompagnare il malato, sostenere le famiglie e garantire che nessuno sia costretto a scegliere il proprio destino perché privo di alternative assistenziali è una responsabilità dello Stato.
Ed è proprio qui che comincia il terreno della politica.
La questione non è stabilire se la posizione della Chiesa sia giusta o sbagliata. La Chiesa ha tutto il diritto di sostenere che non esista un diritto all’aiuto al suicidio e di chiedere che le cure palliative siano rafforzate. Ma la stessa libertà vale per chi, su questi temi, arriva a conclusioni differenti. In una democrazia pluralista le convinzioni religiose possono alimentare il dibattito pubblico; non possono però diventare automaticamente legge dello Stato.
L’Italia è una Repubblica laica. Questo non significa uno Stato ostile alla religione, né tantomeno uno Stato indifferente alla sofferenza umana. Significa, più semplicemente, che le regole che riguardano tutti devono essere costruite attraverso il confronto democratico, alla luce della Costituzione, della scienza, della giurisprudenza e dei diritti individuali.
Per questo anche il dibattito sulle cure palliative deve essere affrontato senza scorciatoie ideologiche. Se esiste già un impianto legislativo importante, il problema è renderlo concretamente esigibile in ogni territorio. Servono strutture, personale, formazione, risorse e soprattutto uniformità nell’accesso. Una legge, da sola, non allevia il dolore: lo fanno medici, infermieri, psicologi e servizi sanitari quando hanno strumenti e finanziamenti sufficienti per intervenire.
La provocazione sulle armi, invece, appartiene legittimamente al confronto politico. Si può sostenere che una parte maggiore della spesa pubblica debba essere destinata alla sanità e all’assistenza. Ma non si può ridurre una questione complessa a un’equazione automatica tra armamenti e cure. Le scelte di bilancio di uno Stato riguardano sicurezza, sanità, welfare, istruzione, infrastrutture e una lunga serie di altre priorità. È la politica, attraverso il Parlamento e il consenso degli elettori, a dover stabilire come distribuire quelle risorse.
E sul fine vita c’è un’altra distinzione fondamentale da preservare: garantire cure palliative non significa necessariamente risolvere il problema dell’autodeterminazione. Sono due questioni collegate, ma non coincidenti.
Una persona può avere accesso alle migliori cure palliative possibili e continuare a rivendicare, in determinate condizioni, una diversa concezione della propria libertà e della propria dignità. Allo stesso modo, sostenere l’autodeterminazione non significa affatto negare il valore delle cure palliative o considerarle un’alternativa di serie B.
È su questo crinale che dovrebbe muoversi il legislatore: senza semplificazioni, senza crociate e senza delegare alla religione ciò che appartiene alla responsabilità delle istituzioni.
La Chiesa ha dunque detto la sua. È giusto che lo abbia fatto. Ora, però, spetta all’Italia proseguire il proprio percorso, con gli strumenti propri di uno Stato laico.
Non per contrapporsi alla Chiesa, ma per garantire che nessuna Chiesa, nessuna ideologia e nessuna maggioranza politica possa decidere da sola per tutti.
Sul fine vita la domanda fondamentale non è soltanto come difendere la vita. È anche come garantire, fino all’ultimo, dignità, libertà e cura a chi quella vita la sta vivendo sulla propria pelle.
