27 Ottobre 2026, martedì
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Netanyahu e l’ombra degli avvertimenti prima del 7 ottobre

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C’è un punto interrogativo che, a quasi tre anni dal 7 ottobre, continua a pesare come un macigno sulla storia politica e militare di Israele: quanto si sapeva, prima che Hamas sfondasse la frontiera con Gaza, e chi decise di non considerare quegli avvertimenti una minaccia concreta?

Una nuova, clamorosa ricostruzione rilancia la domanda. A pubblicarla è Haaretz, che cita diverse fonti regionali secondo le quali, una decina di giorni prima dell’attacco del 7 ottobre 2023, il premier israeliano Benjamin Netanyahu sarebbe stato avvertito personalmente dal presidente degli Emirati Arabi Uniti, Mohammed bin Zayed, della preparazione di una vasta offensiva di Hamas.

Il punto più controverso della ricostruzione non è soltanto l’esistenza di un allarme. È il presunto passaggio successivo: Netanyahu, secondo le fonti citate dal quotidiano israeliano, non avrebbe trasmesso l’informazione ai vertici della sicurezza nazionale.

Si tratta, è bene sottolinearlo, di una ricostruzione contestata in modo netto dal primo ministro israeliano. Ma se fosse confermata, cambierebbe radicalmente il peso politico delle responsabilità che da allora hanno accompagnato il governo Netanyahu.

L’allarme passato attraverso Abu Dhabi

Secondo Haaretz, l’informazione avrebbe avuto origine direttamente dall’interno di Hamas. Yahya Sinwar, all’epoca leader dell’organizzazione nella Striscia di Gaza, avrebbe comunicato a un alto esponente di Al-Fatah l’intenzione di compiere un’operazione di grandi dimensioni contro Israele.

L’informazione sarebbe quindi transitata attraverso gli Emirati Arabi Uniti, fino ad arrivare allo Shin Bet, il servizio di sicurezza interno israeliano.

L’avvertimento, sempre secondo questa versione, venne discusso dagli apparati israeliani nei giorni successivi. Ma non sarebbe stato interpretato come il segnale di un’imminente offensiva proveniente da Gaza. Nessuna decisione operativa di particolare rilievo sarebbe dunque stata adottata.

È in questo passaggio che la ricostruzione acquista una dimensione politica esplosiva.

Di fronte alla sottovalutazione dell’allarme da parte degli apparati, Mohammed bin Zayed avrebbe scelto di rivolgersi direttamente a Netanyahu. Il presidente emiratino avrebbe parlato di un’operazione destinata a provocare un enorme spargimento di sangue, destabilizzare il Medio Oriente e mettere a rischio persino gli equilibri costruiti con gli Accordi di Abramo.

La risposta attribuita a Netanyahu sarebbe stata, invece, rassicurante: Israele avrebbe avuto Gaza sotto controllo; un’eventuale iniziativa di Hamas avrebbe avuto più probabilmente origine in Cisgiordania; le forze israeliane sarebbero state comunque preparate a fronteggiare qualsiasi scenario.

È proprio questa presunta sicurezza a rendere la vicenda tanto politicamente dirompente. Perché il problema non sarebbe più soltanto l’errore di valutazione dell’intelligence, già oggetto di pesanti critiche dopo il 7 ottobre, ma la possibile esistenza di un avvertimento politico arrivato direttamente al capo del governo.

La smentita di Netanyahu

L’ufficio del primo ministro ha respinto l’intera ricostruzione senza lasciare spazio a interpretazioni.

La versione ufficiale è che Netanyahu non abbia parlato con Mohammed bin Zayed nel periodo indicato e che non abbia mai ricevuto dal presidente emiratino alcun avvertimento relativo a un’imminente offensiva di Hamas.

Una smentita assoluta, dunque, che sposta inevitabilmente il confronto dal terreno delle responsabilità politiche a quello della verifica dei fatti.

Ed è qui che si apre la questione più delicata: quali documenti, quali testimonianze e quali comunicazioni potranno stabilire che cosa accadde realmente nei giorni immediatamente precedenti al 7 ottobre?

Il problema non riguarda soltanto Netanyahu. Riguarda l’intera catena decisionale israeliana, dai servizi di intelligence ai vertici militari, fino alla leadership politica. Il fallimento del 7 ottobre è stato infatti descritto, negli anni, come una combinazione di errori, segnali sottovalutati, convinzioni consolidate e valutazioni strategiche rivelatesi drammaticamente sbagliate.

La nuova accusa, se verificata, aggiungerebbe un tassello ancora più grave: un allarme esterno arrivato ai massimi livelli dello Stato e rimasto, almeno secondo questa ricostruzione, senza conseguenze operative.

L’opposizione torna all’attacco

La pubblicazione di Haaretz ha immediatamente riacceso lo scontro politico israeliano.

L’ex premier Naftali Bennett ha attribuito a Netanyahu una responsabilità personale e diretta per il disastro del 7 ottobre, sostenendo che ignorare eventuali avvertimenti equivalga a una forma di negligenza criminale. Bennett ha inoltre accusato il premier di ostacolare l’istituzione di una commissione d’inchiesta statale capace di ricostruire integralmente la catena delle responsabilità.

Ancora più duro Yair Golan, leader dei Democratici, secondo il quale Netanyahu sarebbe politicamente e moralmente inadatto a ricoprire l’incarico. Nella sua lettura, la questione non sarebbe più soltanto quella di stabilire chi abbia commesso errori, ma di comprendere se il primo ministro abbia consapevolmente sottratto alla macchina dello Stato informazioni decisive.

Anche Gadi Eisenkot, ex capo di stato maggiore delle Forze di difesa israeliane e uno dei principali avversari politici di Netanyahu, ha invocato una commissione d’inchiesta statale.

Il terreno dello scontro, insomma, è già tracciato: da una parte chi sostiene che il 7 ottobre sia stato il risultato di un fallimento collettivo dell’apparato israeliano; dall’altra chi accusa Netanyahu di avere una responsabilità politica superiore e di volerla evitare attraverso la mancata apertura di un’inchiesta indipendente.

La differenza non è soltanto giudiziaria. È la differenza tra un fallimento di sistema e una responsabilità individuale.

Il secondo fronte: l’Iran

Mentre in Israele torna a infiammarsi il dibattito sul 7 ottobre, il Medio Oriente continua a muoversi anche sul terreno della diplomazia nucleare.

Stati Uniti, Francia, Germania e Regno Unito stanno esercitando pressioni sull’Agenzia internazionale per l’energia atomica affinché il dossier iraniano possa arrivare davanti al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite.

Al centro della disputa c’è la crescente difficoltà dell’Aiea nel verificare direttamente lo stato del programma nucleare iraniano.

Il direttore generale dell’Agenzia, Rafael Grossi, ha segnalato che Teheran non ha fornito informazioni sufficienti sulla situazione delle proprie scorte e delle proprie infrastrutture nucleari e che gli ispettori non hanno potuto ripristinare pienamente le verifiche sul posto.

Particolarmente delicata è la questione dell’uranio arricchito fino al 60 per cento. L’Aiea ha perso la continuità delle informazioni relative alle scorte presenti in impianti iraniani colpiti dagli attacchi statunitensi e israeliani del giugno 2025.

Due crisi, un’unica regione instabile

Le due vicende — gli avvertimenti ignorati prima del 7 ottobre e l’incertezza internazionale sul programma nucleare iraniano — appartengono a dossier differenti, ma raccontano una stessa fragilità strategica.

Il Medio Oriente continua a essere attraversato da informazioni difficili da verificare, intelligence che si scontra con valutazioni politiche, deterrenza che non sempre funziona e apparati diplomatici costretti a intervenire quando gli strumenti preventivi hanno già fallito.

Nel caso del 7 ottobre, la domanda è retrospettiva: che cosa avrebbe potuto essere fatto per evitare la strage?

Nel caso iraniano, la domanda è invece rivolta al futuro: che cosa accadrà se la comunità internazionale non sarà più in grado di sapere con certezza dove si trovano le scorte nucleari iraniane e quale sia la loro consistenza?

Sono interrogativi diversi, ma con una stessa inquietante costante: la distanza tra ciò che gli Stati sanno, ciò che credono di sapere e ciò che decidono di fare.

Ed è proprio in quella distanza che, in Medio Oriente, possono nascere le crisi più devastanti.

Emma Bonino in terapia intensiva al Santo Spirito: condizioni delicate, ma stazionarie

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Una nuova apprensione per Emma Bonino. La leader di +Europa è ricoverata dalla serata di lunedì 7 settembre all’ospedale Santo Spirito di Roma, dove è stata trasferita d’urgenza dopo un peggioramento della funzionalità respiratoria. Le sue condizioni vengono definite delicate, ma stazionarie.

Bonino, soccorsa nella sua abitazione nel centro della Capitale nel pomeriggio, è arrivata in ospedale in codice rosso ed è stata successivamente ricoverata in terapia intensiva a scopo precauzionale. A fornire un primo aggiornamento è stato il bollettino diffuso dai sanitari del Santo Spirito, in contatto con il medico personale della leader radicale, Claudio Santini.

Secondo quanto riferito dai medici, Bonino è cosciente. I parametri cardiocircolatori sono stabili e gli scambi respiratori vengono giudicati accettabili. Un quadro che resta dunque sotto stretta osservazione, ma che al momento non segnala un ulteriore peggioramento.

Il ricovero riporta inevitabilmente alla memoria un episodio analogo vissuto dalla storica esponente radicale negli ultimi mesi del 2025. Anche allora Bonino era stata assistita al Santo Spirito e ricoverata in terapia intensiva dopo un malore. Gli accertamenti avevano escluso una ripresa della malattia oncologica diagnosticata dieci anni prima, orientando invece verso un problema di natura metabolica.

Dopo la permanenza al Santo Spirito, Bonino era stata trasferita alla Stroke Unit dell’ospedale San Filippo Neri, sempre a Roma, dove era rimasta fino alle dimissioni, avvenute dopo circa una settimana.

La vicenda di queste ore si inserisce così in una storia clinica che negli anni ha più volte intrecciato fragilità e straordinaria capacità di resistenza. Nel 2015 a Bonino era stato diagnosticato un microcitoma polmonare, una forma particolarmente aggressiva di tumore del polmone. Per affrontare la malattia aveva intrapreso un lungo percorso terapeutico, durato otto anni.

Fu la stessa Bonino ad annunciare la conclusione positiva delle cure. Anche durante gli anni della malattia non aveva però abbandonato la politica, mantenendo quella presenza pubblica che ha accompagnato praticamente tutta la sua vita adulta: dalle battaglie del Partito radicale alle campagne sui diritti civili, fino all’esperienza di governo e al Parlamento europeo.

Ora, ancora una volta, il quadro è affidato alla valutazione dei medici. La terapia intensiva del Santo Spirito viene utilizzata in questa fase con finalità precauzionali e il prossimo aggiornamento sanitario sarà determinante per comprendere l’evoluzione delle condizioni della leader di +Europa.

Per il momento, il dato più importante è quello contenuto nel bollettino: condizioni delicate, ma stazionarie; paziente cosciente, con parametri cardiocircolatori e scambi respiratori accettabili.

Di Battista ancora in terapia intensiva a L’Avana: sedato dopo l’intervento

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L’Avana resta, per ora, il punto da cui attendere notizie sulle condizioni di Alessandro Di Battista. L’ex deputato si trova ancora ricoverato in terapia intensiva all’ospedale Hermanos Ameijiras, dove il 5 settembre è stato sottoposto a un intervento chirurgico. A confermare la situazione sono fonti locali interpellate dall’ANSA, che mantengono però il massimo riserbo sul quadro clinico.

Di Battista, secondo quanto riferito, è ancora sedato e sotto osservazione in terapia intensiva. Una condizione che, in questa fase, viene ricondotta alla gestione post-operatoria prevista per interventi di questo tipo. Ma è soprattutto il decorso delle prossime ore a dover fornire elementi più precisi sulle sue condizioni.

Al momento, dunque, non ci sono informazioni ufficiali sufficienti per tracciare un quadro clinico dettagliato. La cautela delle fonti e l’assenza di ulteriori comunicazioni invitano a evitare interpretazioni o anticipazioni: sarà l’evoluzione del post-operatorio a chiarire la situazione.

Il rientro in Italia slitta

Intanto è stato rinviato il rientro di Di Battista in Italia, inizialmente previsto nei giorni scorsi. L’associazione Schierarsi, fondata dall’ex parlamentare del Movimento 5 Stelle, aveva comunicato il 6 settembre lo slittamento attraverso i propri canali social, chiedendo di mantenere il massimo riserbo.

«Il rientro è stato rinviato», si legge nel messaggio diffuso su Facebook e Instagram, accompagnato dall’invito a «mantenere la massima discrezione e prudenza nella diffusione di informazioni» in attesa di nuovi aggiornamenti.

Una richiesta che fotografa anche il clima di prudenza che accompagna in queste ore le notizie provenienti dall’Avana. Per il momento, il dato certo è il ricovero in terapia intensiva dopo l’intervento. Sul resto, ogni valutazione resta sospesa in attesa di indicazioni più circostanziate sul decorso clinico.

Pizza Village a Milano: i grandi maestri della pizza tra grattacieli, laboratori e spettacoli all’aperto

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Milano si prepara a trasformarsi in un grande laboratorio gastronomico a cielo aperto con il ritorno del Coca-Cola Pizza Village, il food festival italiano per eccellenza dedicato alla regina incontrastata della nostra cucina.

Dopo lo straordinario successo dell’edizione napoletana sul lungomare di Pozzuoli, che ha registrato centinaia di migliaia di presenze, il format si consacra come un fenomeno culturale di respiro internazionale capace di conquistare metropoli come Berlino e Londra.

Per la sua quarta edizione consecutiva all’ombra della Madonnina, l’evento sceglie nuovamente come palcoscenico il parco di CityLife. Dall’8 al 13 settembre, quest’immensa area di 178.000 metri quadrati si trasformerà in un vero e proprio villaggio della convivialità dedicato alla tradizione della pizza napoletana, diventando il punto d’incontro ideale tra eccellenza culinaria, grandi maestri fornai, attività interattive, spettacoli e progetti legati alla sostenibilità.

L’evento vedrà la partecipazione del title sponsor Coca-Cola con un hub interattivo e una recycle machine per il riciclo delle lattine, e di Mulino Caputo che curerà Casa Caputo con masterclass e incontri guidati da maestri pizzaioli.

Accanto ai piaceri della tavola, la manifestazione dedica un ampio spazio all’intrattenimento con un ricco programma di musica live e spettacoli gratuiti sul palco principale. Ogni serata si aprirà con una speciale sessione di pre-show curata da Coca-Cola, pensata per scaldare l’atmosfera e coinvolgere il pubblico prima dei grandi appuntamenti musicali.

Tra gli ospiti più attesi sul Main Stage si conferma Cristina D’Avena, pronta a bissare il successo dello scorso anno e a far cantare intere generazioni con le sue sigle storiche. Il calendario artistico prevede anche una grande serata karaoke firmata da Kespetacolo! e una notte dalle sonorità soul interamente partenopee con l’esibizione di Papik, a cui si aggiungeranno altri importanti nomi della scena musicale italiana.

Dietro le quinte della manifestazione si rinnova la sinergia vincente tra Oramata Grandi Eventi e AADV Entertainment, i cui sforzi congiunti danno vita a un’autentica esperienza di socialità e condivisione. Il vero cuore pulsante del villaggio rimangono però i forni, che vedranno alternarsi alcune delle insegne più celebri e blasonate del settore. Grandi interpreti dell’arte bianca come Errico Porzio, Gino e Toto Sorbillo e Vincenzo Capuano faranno parte di una rosa di eccellenze che comprende marchi di riferimento come Pizzium, Modus e Casa Biga.

Per questa edizione, i maestri pizzaioli proporranno al pubblico non soltanto i grandi classici della tradizione, ma anche pizze speciali create in esclusiva per l’appuntamento milanese. L’offerta gastronomica è pensata per essere inclusiva e variegata: troveranno spazio le declinazioni senza glutine firmate da Mamo, le versioni in teglia di Porzio…ni e l’intramontabile formato da passeggio della pizza a portafoglio di Raffaele Di Stasio.

Ad arricchire ulteriormente l’offerta di quest’anno debutta una speciale novità: la Pizzeria del Giorno powered by Coca-Cola. In questo spazio si alterneranno diverse insegne del territorio, nate con l’obiettivo di raccontare al meglio l’incontro perfetto tra l’autentica specialità napoletana e la celebre bevanda.

Il sipario sul Coca-Cola Pizza Village è dunque pronto a sollevarsi per una sei giorni che unisce masterclass, beer-experience, mixology e grande musica. L’appuntamento per tutti gli appassionati è al parco di CityLife, da martedì 8 a domenica 13 settembre, tutte le sere dalle ore 18.00 alle 23.00 con ingresso completamente gratuito.

Re Carlo chiude ancora la porta a Harry e Meghan: «Sono cittadini privati»

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La distanza geografica si è accorciata, quella con la Corona molto meno. Il ritorno di Harry e Meghan nel Regno Unito, a sei anni dalla scelta di lasciare gli incarichi ufficiali e trasferirsi negli Stati Uniti, non sembra aver prodotto quella riconciliazione che molti avevano ipotizzato. Al contrario, re Carlo III ha scelto di ribadire formalmente i confini entro i quali il figlio minore e la moglie possono muoversi rispetto alla Royal Family.

Secondo quanto riferito dalla Bbc e da altri media britannici, il sovrano ha inviato una comunicazione formale ai più alti funzionari del Regno Unito per confermare lo status di Harry e Meghan: entrambi restano membri della famiglia reale, ma sono non working royals, dunque privi di incarichi ufficiali e di funzioni di rappresentanza per conto della Corona.

La conseguenza più evidente riguarda i titoli. Harry e Meghan non possono utilizzare il trattamento di «Sua Altezza Reale» nell’esercizio di attività pubbliche o istituzionali. Una distinzione che, più che una questione puramente protocollare, fotografa il delicato equilibrio creatosi dopo la frattura del 2020.

Essere «non working royals» significa infatti appartenere alla famiglia reale senza svolgere compiti ufficiali per la monarchia. Non comporta, quindi, incarichi istituzionali, retribuzioni legate alla funzione né accesso ai fondi pubblici destinati alle attività della Corona. La posizione della coppia, nella sostanza, viene ricondotta a quella di cittadini privati, pur mantenendo il legame familiare e il rilievo pubblico che inevitabilmente accompagna il loro status.

È una precisazione che arriva in un momento particolarmente significativo. Harry e la sua famiglia sono tornati in Gran Bretagna alla fine del mese scorso, dopo anni trascorsi prevalentemente negli Stati Uniti. Nel 2020 il duca e la duchessa di Sussex avevano annunciato il passo indietro dagli incarichi reali, avviando una nuova vita lontano dal cuore della monarchia britannica e costruendo parallelamente attività professionali e commerciali autonome.

Da allora, il rapporto con la famiglia reale è stato segnato da dichiarazioni pubbliche, accuse e nuovi capitoli di una frattura mai realmente ricomposta. Harry ha raccontato la propria versione dei rapporti con la famiglia nel memoir Spare, denunciando incomprensioni, tensioni e quella che ha descritto come una profonda distanza emotiva dalla monarchia.

Anche il tema della sicurezza ha contribuito a mantenere aperto il conflitto. Il principe ha contestato le condizioni predisposte per i suoi rientri nel Regno Unito, sostenendo di non sentirsi sufficientemente protetto e chiedendo maggiore tutela per sé e per la propria famiglia.

Il messaggio arrivato da Buckingham Palace, almeno sul piano istituzionale, appare dunque difficilmente equivocabile: il ritorno in patria non coincide con un ritorno nella Royal Family in senso operativo. Harry può essere figlio del re, ma non è un rappresentante della Corona; Meghan resta sua moglie, ma non ricopre un incarico ufficiale.

La monarchia, insomma, sembra aver scelto la linea della chiarezza. I rapporti familiari possono forse evolversi lontano dai riflettori, ma sul terreno istituzionale le regole restano quelle stabilite dopo la rinuncia agli incarichi reali. E la lettera di Carlo III sembra volerlo ricordare proprio nel momento in cui la presenza di Harry nel Regno Unito torna a essere più visibile.

Per una riconciliazione privata, forse, le porte non sono definitivamente chiuse. Per un ritorno alla vita ufficiale della Corona, invece, la distanza resta ancora tutta da colmare.

Cinema, il futuro passa dalle piccole imprese e dai nuovi talenti

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Il futuro del cinema italiano non si gioca soltanto sui grandi set e nelle produzioni più strutturate. Passa anche, e forse soprattutto, dalle micro e piccole imprese che costituiscono una parte essenziale della filiera audiovisiva e dai giovani autori che cercano uno spazio per trasformare un talento in un mestiere. È questa la prospettiva emersa ieri, domenica 6 settembre, al Lido di Venezia, durante l’incontro “Imprese italiane e nuove generazioni”, promosso da Confartigianato Cinema e Audiovisivo nell’ambito della 83ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica.

Nella Sala Conferenze del Padiglione Italia dell’Hotel Excelsior, il cinema è stato osservato non soltanto come industria culturale, ma come ecosistema nel quale produzione, formazione, innovazione e capacità di raggiungere il pubblico devono procedere insieme. Una sfida che riguarda direttamente il ricambio generazionale e la competitività di un settore chiamato a confrontarsi con trasformazioni profonde.

A moderare il confronto è stata la giornalista Angela Prudenzi. Al tavolo, la senatrice Lucia Borgonzoni, sottosegretario di Stato al Ministero della Cultura, Corrado Azzollini, presidente di Confartigianato Cinema e Audiovisivo, la produttrice Donatella Palermo, il regista e sceneggiatore Gianluca Matarrese e Mariella Troccoli, presidente di Roma Lazio Film Commission.

La sfida dei nuovi talenti

Il punto di partenza indicato da Borgonzoni è chiaro: il sostegno alle nuove generazioni deve tradursi in opportunità concrete. «Il titolo è già di per sé molto importante», ha sottolineato la sottosegretaria, ricordando come il Ministero abbia scelto di «supportare i giovani, trovare i talenti e, soprattutto, dare un’opportunità» agli artisti, affinché possano «portare il loro talento alla luce».

Ma individuare un talento non basta. Occorre costruire le condizioni perché quel talento possa maturare e trovare un pubblico. Da qui l’attenzione riservata alla qualità delle sceneggiature, considerata uno degli snodi decisivi per la crescita del cinema italiano. Anche per questo, ha ricordato Borgonzoni, sono stati attivati specifici percorsi di formazione.

La sfida, tuttavia, non è soltanto formativa. È anche culturale. Il cinema italiano, secondo la sottosegretaria, deve recuperare una maggiore propensione al rischio, tornando a sperimentare sui generi e sulle forme del racconto, anche raccogliendo l’eredità dei grandi maestri della nostra cinematografia.

Un film non finisce quando termina il set

È proprio qui che il tema dei giovani incrocia quello delle imprese indipendenti. Perché una buona opera può nascere da un piccolo produttore o dall’intuizione di un autore esordiente, ma senza un sistema capace di accompagnarla fino allo spettatore il rischio è che rimanga confinata al margine.

È il nodo evidenziato con forza da Corrado Azzollini. «Il nostro compito non si esaurisce nell’affrontare una produzione: un’opera, se non viene accompagnata anche in fase di distribuzione, rischia di restare invisibile», ha spiegato il presidente di Confartigianato Cinema e Audiovisivo.

La distribuzione diventa così una sorta di secondo set: il luogo nel quale un film deve conquistare il diritto a essere visto. Ed è proprio su questo terreno che, secondo Azzollini, le opere indipendenti e gli esordi incontrano gli ostacoli maggiori.

«Le difficoltà nella distribuzione di un’opera indipendente, ancor di più di un esordiente nel trovare spazi, sono sotto gli occhi di tutti», ha osservato. Un problema che non riguarda soltanto i singoli autori, ma rischia di produrre un effetto più ampio sull’intero comparto: «Questo è un freno inibitore sia per la crescita di nuovi talenti sia per i produttori indipendenti».

Da qui la richiesta di un intervento capace di tutelare maggiormente le opere indipendenti e di favorire un sistema nel quale anche le opere prime e i progetti dei giovani autori possano trovare reali possibilità di arrivare al pubblico.

Stabilità e regole certe per le imprese

Nel confronto veneziano emerge dunque una questione che va oltre il tradizionale rapporto tra Stato e cinema: quella della sostenibilità dell’impresa audiovisiva. Per le realtà più piccole, infatti, programmare investimenti, assumere rischi e accompagnare nuovi progetti richiede soprattutto un quadro di riferimento stabile.

Azzollini ha indicato proprio nelle regole certe e nella stabilità nel tempo una delle esigenze fondamentali per le imprese del settore. Una richiesta che assume un peso particolare per il tessuto produttivo più fragile, quello che spesso lavora con risorse limitate ma rappresenta al tempo stesso uno dei principali luoghi di sperimentazione e di scoperta di nuovi talenti.

La produttrice Donatella Palermo ha condiviso la necessità di affrontare il tema dell’accompagnamento dei nuovi autori in una prospettiva che non si fermi alla produzione. Il percorso di un film, infatti, è una filiera: dalla scrittura alla realizzazione, dalla promozione alla distribuzione, fino all’incontro con il pubblico. Interromperla in uno qualsiasi dei suoi passaggi significa rischiare di vanificare anche il valore del lavoro precedente.

Il cinema che vuole tornare a rischiare

Il confronto promosso da Confartigianato al Lido consegna così un’immagine del cinema italiano lontana dalla sola dimensione glamour della Mostra. Dietro i riflettori e i red carpet c’è un tessuto di imprese, professionisti e autori che chiedono condizioni per lavorare, crescere e innovare.

E proprio l’innovazione, insieme al ricambio generazionale, sembra essere la parola chiave. Perché sostenere i giovani non significa soltanto finanziare nuovi progetti: significa accettare il rischio che portino linguaggi diversi, generi meno esplorati, storie capaci di intercettare un pubblico nuovo.

È una scommessa culturale, ma anche industriale. Un cinema che non rinnova i propri autori rischia infatti di perdere competitività; un cinema che produce senza riuscire a distribuire le proprie opere rischia, invece, di rendere invisibile proprio quella diversità che dovrebbe costituire la sua forza.

Da Venezia arriva quindi un impegno condiviso: Confartigianato Cinema e Audiovisivo rafforzerà il sostegno alle imprese associate lungo l’intera filiera, dalla produzione alla distribuzione, mentre alle istituzioni e agli operatori del settore viene rivolto l’appello a garantire un supporto concreto alla circolazione delle opere, con particolare attenzione agli esordi e ai progetti dei giovani autori.

Perché il ricambio generazionale non si misura soltanto da quanti nuovi talenti riescono a entrare nel cinema. Si misura, soprattutto, da quanti di loro riescono davvero a restarci, a rischiare e a farsi vedere.

Lavitola al Riesame: «La bomba fu un’idea di Gomes. Io volevo proteggere Ranucci»

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«L’attentato con la bomba è un’idea di Gomes. Di questa scelta mi assumo tutte le responsabilità del caso, ma lui mi aveva avvisato che avrebbe fatto a modo suo, senza dirmi che avrebbe utilizzato una bomba».

È il passaggio più pesante delle dichiarazioni spontanee rese da Valter Lavitola davanti al Tribunale del Riesame nell’udienza del 7 settembre. Una versione che, se da un lato punta a delimitare il ruolo dell’ex editore dell’Avanti!, dall’altro lo colloca comunque dentro una vicenda nella quale il confine tra protezione, iniziativa personale e responsabilità per un attentato appare tutt’altro che netto.

A riferire nella sostanza le parole pronunciate da Lavitola sono stati i suoi difensori, gli avvocati Sergio e Arturo Cola. Secondo la ricostruzione dell’indagato, a Tavares sarebbe stato conferito un «mandato in bianco», con una condizione precisa: nessuno avrebbe dovuto essere ferito.

È su questo punto che la difesa costruisce uno degli argomenti centrali della propria strategia: Lavitola avrebbe agito con l’intento di proteggere il conduttore di Report Sigfrido Ranucci, dopo aver ricevuto informazioni su un possibile attentato nei suoi confronti.

«Ho fatto tutto questo per proteggere Ranucci da un attentato di cui avevo notizie», avrebbe sostanzialmente dichiarato Lavitola. E, secondo quanto riferito dai suoi legali, la preoccupazione sarebbe proseguita anche dopo i fatti di ottobre: per circa due mesi avrebbe contattato Ranucci chiedendogli di ottenere un rafforzamento della scorta.

La difesa contesta così frontalmente la lettura della Procura di Roma, che individua nella vicenda anche un possibile movente politico. Per i legali, quel movente non reggerebbe. Ranucci, sostengono, non avrebbe mai manifestato l’intenzione di candidarsi o di entrare in politica. Al contrario, avrebbe più volte rimproverato a Lavitola di riportare la conversazione proprio su questo terreno.

Resta poi il capitolo del rapporto personale tra Lavitola e Ranucci. L’indagato avrebbe ammesso che dall’amicizia con il conduttore derivava anche un vantaggio personale, parlando di una sorta di «riscatto sociale» ricercato dopo le vicende giudiziarie che lo avevano coinvolto.

Un beneficio, secondo i difensori, che Lavitola non avrebbe mai nascosto, ma che sarebbe cosa diversa dal movente contestato dall’accusa. In altre parole: un interesse personale può essere esistito, ma non sarebbe stato la ragione per cui l’indagato avrebbe deciso di intervenire nella vicenda.

È una distinzione decisiva, perché sposta il baricentro della ricostruzione: dalla politica alla protezione personale, dall’ambizione a una presunta esigenza di tutela.

La richiesta dei domiciliari

Su questo impianto difensivo si innesta la richiesta presentata dagli avvocati Cola: sostituire la custodia cautelare in carcere con gli arresti domiciliari a Noepoli, in Basilicata, in un’abitazione presa in locazione dal figlio di Lavitola.

La difesa sostiene che, dopo l’interrogatorio dell’8 luglio, l’indagato abbia scelto una linea di piena collaborazione con gli investigatori, comunicando attraverso lo studio legale al colonnello Ferrara tutti i propri spostamenti.

I legali respingono inoltre la ricostruzione secondo cui Lavitola avrebbe acquistato un biglietto con l’intenzione di lasciare il Paese e sottrarsi agli inquirenti. Quel viaggio, affermano, sarebbe stato collegato a una conferenza di servizio che, successivamente, non si sarebbe svolta in presenza.

«Non la chiediamo soltanto perché riteniamo scaduti i termini», spiegano i difensori, «ma soprattutto perché sono venute meno le esigenze cautelari». Per la difesa non esisterebbero più né un concreto rischio di fuga né quello di inquinamento probatorio.

L’argomento conclusivo è altrettanto netto: l’inchiesta sarebbe ormai «cristallizzata» nelle confessioni, nelle chiamate di correo e negli altri elementi raccolti dagli investigatori.

Le contraddizioni da chiarire

Al di là della partita cautelare, resta però il nodo più delicato: quanto può essere credibile una ricostruzione nella quale chi ammette di avere dato un «mandato in bianco» sostiene contemporaneamente di non sapere che quel mandato sarebbe sfociato nell’utilizzo di una bomba?

È questa la domanda che inevitabilmente emerge dalla nuova versione fornita da Lavitola. La distinzione tra l’intenzione dichiarata e le conseguenze concrete delle azioni altrui sarà uno dei punti sui quali dovranno misurarsi gli inquirenti e, soprattutto, i giudici.

Lavitola rivendica di avere agito per proteggere Ranucci, nega il movente politico e attribuisce a Gomes la decisione di utilizzare l’esplosivo. Ma la sua stessa ricostruzione riconosce l’esistenza di un coinvolgimento, di un mandato e di una rete di rapporti che rendono la vicenda estremamente complessa.

Sarà la magistratura a stabilire dove finisca la volontà di proteggere e dove inizi la responsabilità per ciò che è accaduto.

Per ora resta una storia fatta di versioni, rapporti personali, interessi dichiarati e responsabilità ancora da accertare. Ed è proprio questa zona grigia, più delle dichiarazioni perentorie degli interessati, a rendere la vicenda particolarmente inquietante.

Pensioni, il conto dell’uscita a 64 anni: la Cgil calcola un assegno più basso del 10,6%

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Uscire prima dal lavoro, ma pagando il prezzo dell’anticipo per il resto della vita. È questo, nella lettura della Cgil, il principale effetto dell’ipotesi previdenziale avanzata dalla Lega, che punta a utilizzare anche il Tfr per consentire l’uscita a 64 anni ai lavoratori interessati dal sistema misto, accompagnando l’anticipo con il ricalcolo contributivo dell’assegno.

La questione, secondo il sindacato, non sarebbe dunque soltanto quella di quando andare in pensione, ma soprattutto di quanto si finirebbe per incassare ogni mese. Ed è proprio su questo punto che la Cgil concentra la sua simulazione: l’uscita anticipata, anziché tradursi in una maggiore libertà di scelta, rischierebbe di trasferire sui lavoratori il costo finanziario della flessibilità.

Il meccanismo ipotizzato prevede infatti che, per alcuni lavoratori, sia necessario utilizzare una parte del proprio Tfr per raggiungere la soglia richiesta. A questo si aggiungerebbe il passaggio dal sistema misto al calcolo interamente contributivo, con una conseguente riduzione dell’importo della pensione.

La simulazione: oltre 180 euro in meno al mese

I numeri elaborati dalla Cgil rendono immediatamente visibile l’impatto della misura.

Prendendo come riferimento un lavoratore con 40 anni di contributi e una retribuzione annua di 35 mila euro, la pensione calcolata con il sistema misto arriverebbe, secondo la simulazione, a 1.726,15 euro mensili.

Con il ricalcolo contributivo, invece, l’assegno scenderebbe a 1.543,38 euro. La differenza è di 182,77 euro al mese, pari a una riduzione del 10,6 per cento.

La penalizzazione cresce al crescere della retribuzione. Per un lavoratore con uno stipendio annuo di 50 mila euro, la perdita stimata raggiungerebbe circa 261 euro al mese. Con una retribuzione di 70 mila euro, il differenziale supererebbe invece 365 euro mensili.

Numeri che, secondo il sindacato, cambiano la prospettiva con cui guardare alla proposta: il vantaggio dell’uscita anticipata sarebbe immediatamente percepibile, mentre il costo verrebbe distribuito lungo tutti gli anni della pensione.

Il Tfr diventa la leva per anticipare l’uscita

È questo, per la Cgil, uno degli aspetti più controversi dell’ipotesi. Il Tfr, normalmente destinato a rappresentare una componente della disponibilità economica del lavoratore alla fine della carriera, potrebbe essere chiamato a finanziare l’accesso anticipato alla pensione.

La flessibilità previdenziale verrebbe così costruita, nella lettura del sindacato, non attraverso un diverso equilibrio del sistema pensionistico, ma utilizzando risorse che appartengono al lavoratore.

La conseguenza sarebbe duplice: da una parte l’anticipo dell’uscita dal mercato del lavoro, dall’altra una pensione mensile più bassa e una minore disponibilità futura del Tfr.

Una perdita che non si esaurisce nei primi anni

Il punto centrale della simulazione è però un altro: la riduzione dell’assegno non sarebbe una penalizzazione temporanea.

Il differenziale tra la pensione calcolata con il sistema misto e quella ottenuta attraverso il ricalcolo contributivo si ripeterebbe infatti ogni mese, per tutta la durata del pensionamento.

Considerando la speranza di vita media residua a partire dai 64 anni, la Cgil stima una perdita complessiva nell’ordine di 52.500 euro per chi ha una retribuzione annua di 35 mila euro. Per una retribuzione di 50 mila euro, la perdita cumulata salirebbe a circa 75 mila euro, mentre con 70 mila euro arriverebbe a circa 105 mila euro.

È il passaggio che trasforma una differenza apparentemente circoscritta a qualche centinaio di euro mensili in una cifra di dimensioni molto più rilevanti sul lungo periodo.

Il fattore demografico pesa soprattutto sulle donne

Nella simulazione c’è poi un ulteriore elemento: la maggiore speranza di vita delle donne.

A parità di condizioni, una durata media della pensione più lunga significa infatti che una riduzione mensile dell’assegno viene applicata per un numero maggiore di anni. Di conseguenza, sostiene la Cgil, la perdita cumulata sarebbe più elevata per le lavoratrici.

Il tema della flessibilità in uscita si intreccia quindi con quello della sostenibilità economica della pensione nel tempo. Anticipare il momento del ritiro può avere un valore significativo per chi lavora, ma il vantaggio iniziale deve essere confrontato con l’importo dell’assegno che accompagnerà il pensionato per il resto della sua vita.

Il vero nodo è il prezzo della flessibilità

La simulazione della Cgil porta così il confronto sulla riforma delle pensioni fuori dal solo terreno dell’età di uscita.

La domanda non è soltanto se sia possibile smettere di lavorare a 64 anni, ma a quali condizioni e con quali conseguenze sul reddito previdenziale futuro.

Per il sindacato, il rischio è che la proposta della Lega presenti come maggiore flessibilità una soluzione nella quale una parte consistente del costo ricada direttamente sul lavoratore: prima attraverso l’eventuale utilizzo del Tfr, poi attraverso un assegno pensionistico più basso per tutta la durata del pensionamento.

È su questo equilibrio — tra libertà di uscire prima, risorse disponibili e livello della pensione futura — che si giocherà una parte decisiva del confronto sulla previdenza. Perché anticipare la pensione può essere una scelta desiderabile, ma la vera misura della convenienza arriva quando si presenta il conto: non al momento dell’uscita, bensì mese dopo mese, per tutti gli anni che seguono.

TAV, il buco da 2,2 miliardi: il M5S sfida il Governo sulla tratta Avigliana-Orbassano

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Oltre due miliardi di euro. È questa la cifra che separa, oggi, il costo della tratta Avigliana-Orbassano della TAV Torino-Lione dalle risorse effettivamente disponibili. Un buco finanziario di circa 2,2 miliardi che il Movimento 5 Stelle Piemonte mette al centro della propria iniziativa politica e della mobilitazione del 3 ottobre, quando parlamentari, consiglieri e attivisti pentastellati saranno al fianco di cittadini e amministratori nella marcia popolare e pacifica da Sant’Ambrogio ad Avigliana.

Per il M5S la domanda è semplice, ma politicamente tutt’altro che secondaria: dove troverà il Governo gli oltre due miliardi necessari a finanziare la nuova tratta?

Il progetto vale oggi circa 3 miliardi di euro, mentre le risorse disponibili ammontano a 827 milioni. E, ricordano i rappresentanti piemontesi del Movimento, RFI ha già chiarito che le procedure negoziali potranno partire soltanto con la completa copertura finanziaria.

È su questo punto che il Movimento intende incalzare l’esecutivo. Non basta indicare la TAV come infrastruttura strategica, sostengono i pentastellati: occorre spiegare con quali risorse verrà effettivamente realizzata la tratta e quali siano i tempi realistici dell’operazione.

Il fronte della TAV, inoltre, non è soltanto finanziario. Anche l’iter ambientale della Avigliana-Orbassano resta aperto. Il progetto definitivo deve essere riformulato dopo le osservazioni tecniche degli enti locali e del Ministero dell’Ambiente. E dal territorio sono già arrivate richieste esplicite di stop: l’Unione Montana Valle Susa e i Comuni di Avigliana, Caselette e Sant’Ambrogio hanno chiesto il ritiro del progetto.

Il M5S inserisce la vicenda in un quadro ancora più ampio, quello della Torino-Lione e della sua lunga storia di costi e tempi di realizzazione. La Corte dei conti europea ha registrato per la sezione transfrontaliera un incremento dei costi del 127 per cento rispetto alle stime iniziali. Sul versante francese, inoltre, l’orizzonte indicato per l’entrata in servizio delle linee di accesso è il 2045.

Per i pentastellati sono elementi che rendono ancora più urgente un confronto pubblico sulle priorità infrastrutturali e sull’utilizzo delle risorse pubbliche.

«Il 3 ottobre saremo accanto ai cittadini e agli amministratori che chiedono rispetto del territorio e serietà nell’uso delle risorse pubbliche», sottolineano i rappresentanti del Movimento 5 Stelle Piemonte. Una presenza che non vuole esaurirsi nella piazza: la questione verrà infatti portata anche in Parlamento attraverso un’interrogazione al Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti.

Tre le questioni che il M5S intende sottoporre al Governo: le coperture finanziarie della tratta, i tempi della VIA e il futuro del progetto.

La partita si intreccia inevitabilmente con quella delle altre infrastrutture piemontesi. Il Movimento richiama infatti l’attenzione sulle risorse che il territorio attende per opere considerate prioritarie per la mobilità quotidiana, dalla Metropolitana di Torino al servizio ferroviario metropolitano, dal SFM5 al trasporto pubblico locale.

È qui che la critica del M5S assume un profilo squisitamente politico: mentre per la tratta Avigliana-Orbassano occorre ancora reperire circa 2,2 miliardi di euro, il Piemonte continua a chiedere investimenti su collegamenti e servizi che incidono direttamente sulla vita quotidiana di pendolari e cittadini.

Il confronto sulla TAV, dunque, si sposta dal tradizionale terreno del sì o del no all’opera a quello delle scelte di bilancio, delle priorità e delle garanzie finanziarie. Il Movimento 5 Stelle chiede al Governo di mettere sul tavolo numeri, tempi e certezze.

«Il Governo chiarisca dove intende trovare gli oltre due miliardi che mancano per la Avigliana-Orbassano», ribadiscono i rappresentanti piemontesi del M5S.

A firmare la presa di posizione sono i parlamentari Elisa Pirro, Chiara Appendino e Antonino Iaria, i consiglieri regionali Sarah Disabato, Pasquale Coluccio e Alberto Unia e i consiglieri comunali M5S a Torino Andrea Russi, Dorotea Castiglione e Valentina Sganga.

Il 3 ottobre, da Sant’Ambrogio ad Avigliana, il Movimento sarà dunque in piazza contro la nuova tratta della TAV. E porterà con sé una cifra destinata a pesare nel dibattito politico: 2,2 miliardi di euro ancora da trovare.

Fed, Warsh guarda all’economia e all’IA: «Una view costruttiva, non da risk-off»

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Il messaggio arrivato da Jackson Hole non è quello di una Federal Reserve pronta a chiudersi in trincea davanti ai rischi per l’economia. È, piuttosto, quello di una banca centrale che vuole recuperare pienamente la propria libertà di movimento, lasciando che siano i dati a indicare la direzione della politica monetaria.

È questa la chiave di lettura proposta da Ashok Bhatia, Chief Investment Officer e Global Head of Fixed Income di Neuberger, nell’analisi dell’intervento del presidente della Federal Reserve Kevin Warsh al simposio di Jackson Hole.

Quattro, secondo Bhatia, i pilastri del discorso: il ruolo dell’intelligenza artificiale come nuova variabile macroeconomica, il progressivo superamento della forward guidance, i principi che dovrebbero orientare la politica monetaria e, soprattutto, la valutazione complessiva dello stato dell’economia americana.

Warsh cambia il linguaggio della Fed

Il passaggio più significativo riguarda proprio il rapporto tra banca centrale e mercati. Warsh ha scelto di non offrire indicazioni vincolanti sul percorso futuro dei tassi, segnando una discontinuità rispetto alla prassi consolidata negli anni successivi alla crisi finanziaria del 2008.

Per gli investitori, questo significa tornare a confrontarsi più direttamente con i dati macroeconomici, senza poter contare sulla guidance della Fed come bussola preventiva. Una condizione che, secondo Bhatia, può tradursi in maggiore incertezza e in un premio più elevato per il rischio di volatilità in prossimità di ogni riunione del FOMC.

Il mercato, dunque, dovrà prestare ancora più attenzione ai prossimi indicatori sull’inflazione. In particolare, osserva Bhatia, per evitare un rialzo dei tassi già alla riunione di settembre sarebbe necessaria una sorpresa significativa al ribasso sull’indice CPI.

Ma sarebbe un errore leggere questo scenario in chiave esclusivamente difensiva. «Nulla dovrebbe essere interpretato come un segnale di risk-off», sottolinea Bhatia. La valutazione di Warsh sull’economia e, soprattutto, sul potenziale di crescita legato all’intelligenza artificiale resta infatti costruttiva, non allarmista.

L’IA come nuovo fattore produttivo

È proprio l’intelligenza artificiale uno degli elementi destinati, secondo Neuberger, a cambiare la lettura delle prospettive di crescita.

Warsh ha definito il momento attuale un «punto di svolta storico», sostenendo che stia aumentando il potenziale per una crescita significativamente più elevata. Una tesi che va oltre la semplice considerazione dell’IA come tecnologia di frontiera: il presidente della Fed l’ha infatti inquadrata come un nuovo fattore produttivo.

Per Bhatia, il tono è più vicino all’ottimismo che al pessimismo. Warsh riconosce l’incertezza sugli effetti dell’IA sull’occupazione e sulla distribuzione dei rendimenti economici, ma non sembra considerare la trasformazione tecnologica come una minaccia macroeconomica da contrastare attraverso una politica monetaria più restrittiva.

Una distinzione tutt’altro che marginale per il mercato obbligazionario. Se gli investimenti in IA vengono interpretati come un motore strutturale di produttività e crescita, il massiccio Capex destinato all’intelligenza artificiale può essere letto meno come una fonte di squilibrio e più come parte di un nuovo ciclo espansivo.

In altre parole, secondo la lettura di Neuberger, un presidente della Fed che attribuisce all’IA un ruolo crescente nella capacità produttiva dell’economia è anche meno incline a considerare automaticamente gli investimenti tecnologici e il loro impatto sui rendimenti reali come un fenomeno che richieda una risposta monetaria restrittiva.

Inflazione: la Fed resta hawkish

Il punto più duro del discorso di Warsh riguarda però l’inflazione. Su questo fronte, la posizione della Fed appare più hawkish rispetto alle aspettative di Neuberger.

Il criterio indicato dal presidente della banca centrale è particolarmente significativo: l’inflazione deve muoversi verso l’obiettivo «in modo chiaro e a una velocità sufficiente».

Una formulazione che lascia ai mercati il compito di valutare, nelle prossime settimane, se i dati saranno abbastanza convincenti da modificare il quadro. Warsh, infatti, ha evitato di anticipare qualsiasi decisione sui tassi e non ha indicato un percorso prestabilito.

L’inflazione resta comunque, nelle sue parole, la «priorità predominante in questo momento» per la Federal Reserve.

Il risultato è una combinazione apparentemente contraddittoria ma, nella lettura di Bhatia, coerente: da un lato una Fed più rigorosa sul fronte dell’inflazione, dall’altro un presidente che continua a descrivere l’economia nel complesso come in buono stato.

Non è quindi tanto la paura di una recessione a dominare il messaggio di Jackson Hole, quanto la necessità di capire fino a che punto la crescita possa convivere con un’inflazione ancora non pienamente ricondotta all’obiettivo.

Il vero tema per i bond sono i rendimenti reali

È sul mercato obbligazionario che questa combinazione di fattori diventa particolarmente evidente.

Secondo Neuberger, l’85-90% dell’aumento dei rendimenti dei Treasury decennali registrato quest’anno è riconducibile ai rendimenti reali, più che a un aumento delle aspettative di inflazione.

Un dato che assume ulteriore rilievo alla luce del rendimento reale del Treasury a 30 anni, arrivato al 3%, un livello che non si vedeva dal 2002.

Per Bhatia esiste una soglia cruciale: un range di rendimento reale compreso tra il 3% e il 4%. È da questi livelli, secondo il manager, che il costo reale del denaro comincia a esercitare un impatto più significativo sulla crescita economica.

Ed è proprio qui che si intrecciano le due grandi storie raccontate da Jackson Hole: da una parte la politica monetaria, dall’altra la trasformazione strutturale dell’economia americana.

Non è una storia di Fed, ma di crescita

Le indicazioni provenienti dall’economia reale rafforzano, secondo Neuberger, la seconda lettura.

La crescita del Capex è prossima al 9% su base annualizzata su quattro trimestri, il ritmo più elevato dal 2021, e più della metà di questa dinamica sarebbe legata allo sviluppo dell’intelligenza artificiale. Parallelamente, la crescita degli utili dell’S&P 500 supera il 20%, mentre gli spread del credito restano vicini ai minimi storici.

Numeri che, nel complesso, raccontano un’economia ancora lontana da uno scenario di stress finanziario generalizzato.

Per questo, nella lettura di Bhatia, il rialzo dei rendimenti reali non deve essere interpretato principalmente come il risultato di una Fed più aggressiva. È soprattutto il riflesso di un’economia che sta investendo, producendo profitti e scommettendo su un nuovo ciclo di crescita della produttività.

«Questa è una storia di crescita e Capex, non di politica monetaria», sintetizza Bhatia. Ed è esattamente questa dinamica, secondo Neuberger, a spingere verso l’alto i rendimenti reali.

La pressione si sposta sulla parte lunga della curva

Il quadro che emerge è quindi meno drammatico di quanto potrebbe suggerire il tono hawkish sull’inflazione.

I tassi intermedi, osserva Bhatia, appaiono per il momento relativamente ancorati ai livelli attuali. Il punto di maggiore tensione dovrebbe invece continuare a essere la parte lunga della curva, quella meno direttamente controllata dalla Fed e più sensibile alle prospettive di crescita, agli investimenti e all’evoluzione dei rendimenti reali.

È qui che potrebbe concentrarsi l’ansia degli investitori obbligazionari: non tanto sul prossimo movimento della Fed, quanto sulla capacità dell’economia americana di sostenere rendimenti reali più elevati senza compromettere la crescita.

La fotografia di Jackson Hole, dunque, è quella di una Fed prudente sull’inflazione ma non preoccupata per la tenuta dell’economia. E soprattutto di un ciclo che potrebbe avere cambiato natura: meno dipendente dalla politica monetaria e più alimentato da investimenti, produttività e intelligenza artificiale.

Per Neuberger, è questa la distinzione decisiva. Il rischio non è necessariamente quello di un’economia sull’orlo del rallentamento, ma quello di un mercato obbligazionario costretto a riprezzare il costo reale di una crescita che potrebbe rivelarsi più robusta e più duratura del previsto.