C’è un punto interrogativo che, a quasi tre anni dal 7 ottobre, continua a pesare come un macigno sulla storia politica e militare di Israele: quanto si sapeva, prima che Hamas sfondasse la frontiera con Gaza, e chi decise di non considerare quegli avvertimenti una minaccia concreta?
Una nuova, clamorosa ricostruzione rilancia la domanda. A pubblicarla è Haaretz, che cita diverse fonti regionali secondo le quali, una decina di giorni prima dell’attacco del 7 ottobre 2023, il premier israeliano Benjamin Netanyahu sarebbe stato avvertito personalmente dal presidente degli Emirati Arabi Uniti, Mohammed bin Zayed, della preparazione di una vasta offensiva di Hamas.
Il punto più controverso della ricostruzione non è soltanto l’esistenza di un allarme. È il presunto passaggio successivo: Netanyahu, secondo le fonti citate dal quotidiano israeliano, non avrebbe trasmesso l’informazione ai vertici della sicurezza nazionale.
Si tratta, è bene sottolinearlo, di una ricostruzione contestata in modo netto dal primo ministro israeliano. Ma se fosse confermata, cambierebbe radicalmente il peso politico delle responsabilità che da allora hanno accompagnato il governo Netanyahu.
L’allarme passato attraverso Abu Dhabi
Secondo Haaretz, l’informazione avrebbe avuto origine direttamente dall’interno di Hamas. Yahya Sinwar, all’epoca leader dell’organizzazione nella Striscia di Gaza, avrebbe comunicato a un alto esponente di Al-Fatah l’intenzione di compiere un’operazione di grandi dimensioni contro Israele.
L’informazione sarebbe quindi transitata attraverso gli Emirati Arabi Uniti, fino ad arrivare allo Shin Bet, il servizio di sicurezza interno israeliano.
L’avvertimento, sempre secondo questa versione, venne discusso dagli apparati israeliani nei giorni successivi. Ma non sarebbe stato interpretato come il segnale di un’imminente offensiva proveniente da Gaza. Nessuna decisione operativa di particolare rilievo sarebbe dunque stata adottata.
È in questo passaggio che la ricostruzione acquista una dimensione politica esplosiva.
Di fronte alla sottovalutazione dell’allarme da parte degli apparati, Mohammed bin Zayed avrebbe scelto di rivolgersi direttamente a Netanyahu. Il presidente emiratino avrebbe parlato di un’operazione destinata a provocare un enorme spargimento di sangue, destabilizzare il Medio Oriente e mettere a rischio persino gli equilibri costruiti con gli Accordi di Abramo.
La risposta attribuita a Netanyahu sarebbe stata, invece, rassicurante: Israele avrebbe avuto Gaza sotto controllo; un’eventuale iniziativa di Hamas avrebbe avuto più probabilmente origine in Cisgiordania; le forze israeliane sarebbero state comunque preparate a fronteggiare qualsiasi scenario.
È proprio questa presunta sicurezza a rendere la vicenda tanto politicamente dirompente. Perché il problema non sarebbe più soltanto l’errore di valutazione dell’intelligence, già oggetto di pesanti critiche dopo il 7 ottobre, ma la possibile esistenza di un avvertimento politico arrivato direttamente al capo del governo.
La smentita di Netanyahu
L’ufficio del primo ministro ha respinto l’intera ricostruzione senza lasciare spazio a interpretazioni.
La versione ufficiale è che Netanyahu non abbia parlato con Mohammed bin Zayed nel periodo indicato e che non abbia mai ricevuto dal presidente emiratino alcun avvertimento relativo a un’imminente offensiva di Hamas.
Una smentita assoluta, dunque, che sposta inevitabilmente il confronto dal terreno delle responsabilità politiche a quello della verifica dei fatti.
Ed è qui che si apre la questione più delicata: quali documenti, quali testimonianze e quali comunicazioni potranno stabilire che cosa accadde realmente nei giorni immediatamente precedenti al 7 ottobre?
Il problema non riguarda soltanto Netanyahu. Riguarda l’intera catena decisionale israeliana, dai servizi di intelligence ai vertici militari, fino alla leadership politica. Il fallimento del 7 ottobre è stato infatti descritto, negli anni, come una combinazione di errori, segnali sottovalutati, convinzioni consolidate e valutazioni strategiche rivelatesi drammaticamente sbagliate.
La nuova accusa, se verificata, aggiungerebbe un tassello ancora più grave: un allarme esterno arrivato ai massimi livelli dello Stato e rimasto, almeno secondo questa ricostruzione, senza conseguenze operative.
L’opposizione torna all’attacco
La pubblicazione di Haaretz ha immediatamente riacceso lo scontro politico israeliano.
L’ex premier Naftali Bennett ha attribuito a Netanyahu una responsabilità personale e diretta per il disastro del 7 ottobre, sostenendo che ignorare eventuali avvertimenti equivalga a una forma di negligenza criminale. Bennett ha inoltre accusato il premier di ostacolare l’istituzione di una commissione d’inchiesta statale capace di ricostruire integralmente la catena delle responsabilità.
Ancora più duro Yair Golan, leader dei Democratici, secondo il quale Netanyahu sarebbe politicamente e moralmente inadatto a ricoprire l’incarico. Nella sua lettura, la questione non sarebbe più soltanto quella di stabilire chi abbia commesso errori, ma di comprendere se il primo ministro abbia consapevolmente sottratto alla macchina dello Stato informazioni decisive.
Anche Gadi Eisenkot, ex capo di stato maggiore delle Forze di difesa israeliane e uno dei principali avversari politici di Netanyahu, ha invocato una commissione d’inchiesta statale.
Il terreno dello scontro, insomma, è già tracciato: da una parte chi sostiene che il 7 ottobre sia stato il risultato di un fallimento collettivo dell’apparato israeliano; dall’altra chi accusa Netanyahu di avere una responsabilità politica superiore e di volerla evitare attraverso la mancata apertura di un’inchiesta indipendente.
La differenza non è soltanto giudiziaria. È la differenza tra un fallimento di sistema e una responsabilità individuale.
Il secondo fronte: l’Iran
Mentre in Israele torna a infiammarsi il dibattito sul 7 ottobre, il Medio Oriente continua a muoversi anche sul terreno della diplomazia nucleare.
Stati Uniti, Francia, Germania e Regno Unito stanno esercitando pressioni sull’Agenzia internazionale per l’energia atomica affinché il dossier iraniano possa arrivare davanti al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite.
Al centro della disputa c’è la crescente difficoltà dell’Aiea nel verificare direttamente lo stato del programma nucleare iraniano.
Il direttore generale dell’Agenzia, Rafael Grossi, ha segnalato che Teheran non ha fornito informazioni sufficienti sulla situazione delle proprie scorte e delle proprie infrastrutture nucleari e che gli ispettori non hanno potuto ripristinare pienamente le verifiche sul posto.
Particolarmente delicata è la questione dell’uranio arricchito fino al 60 per cento. L’Aiea ha perso la continuità delle informazioni relative alle scorte presenti in impianti iraniani colpiti dagli attacchi statunitensi e israeliani del giugno 2025.
Due crisi, un’unica regione instabile
Le due vicende — gli avvertimenti ignorati prima del 7 ottobre e l’incertezza internazionale sul programma nucleare iraniano — appartengono a dossier differenti, ma raccontano una stessa fragilità strategica.
Il Medio Oriente continua a essere attraversato da informazioni difficili da verificare, intelligence che si scontra con valutazioni politiche, deterrenza che non sempre funziona e apparati diplomatici costretti a intervenire quando gli strumenti preventivi hanno già fallito.
Nel caso del 7 ottobre, la domanda è retrospettiva: che cosa avrebbe potuto essere fatto per evitare la strage?
Nel caso iraniano, la domanda è invece rivolta al futuro: che cosa accadrà se la comunità internazionale non sarà più in grado di sapere con certezza dove si trovano le scorte nucleari iraniane e quale sia la loro consistenza?
Sono interrogativi diversi, ma con una stessa inquietante costante: la distanza tra ciò che gli Stati sanno, ciò che credono di sapere e ciò che decidono di fare.
Ed è proprio in quella distanza che, in Medio Oriente, possono nascere le crisi più devastanti.










