27 Ottobre 2026, martedì
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Ignoranza, Incenso e Bandierine: Ritratto Semiserio di un Vecchio Amore Politico

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A cura di Daniele Cappa

C’è un fenomeno che attraversa l’Europa con la grazia di un elefante in una cristalleria: la sorprendente affinità elettiva tra religiosità identitaria, scarsa istruzione e voto a destra. Non è una legge naturale, non è un destino scritto nelle tavole della legge, ma è una correlazione che sociologi e politologi osservano da decenni con la stessa pazienza con cui un botanico studia una pianta che cresce sempre storta. L’European Social Survey, per esempio, rileva che la religiosità tradizionale è più diffusa tra chi ha livelli di istruzione più bassi e vive in contesti meno urbanizzati: non un giudizio morale, ma un dato statistico che si ripete con la regolarità di un rosario recitato a memoria. E mentre la religione perde fedeli nelle chiese, li guadagna nelle urne, trasformandosi da esperienza spirituale a badge identitario, da fede a bandierina, da sacramento a slogan. La destra populista, che di marketing identitario è maestra, ha capito che il presepe non è più un simbolo religioso: è un manifesto politico; che il rosario non è più un oggetto di devozione: è un accessorio da comizio; che la “cultura cristiana” non è più un’eredità spirituale: è un brand. Il Pew Research Center conferma che gli elettori con minore istruzione rispondono meglio a messaggi basati su identità, ordine e tradizione, mentre quelli più istruiti preferiscono temi complessi, analisi articolate, programmi che richiedono più di tre righe per essere spiegati. E così, mentre il mondo corre, una parte della popolazione cerca rifugio in simboli semplici, rassicuranti, immediati: la croce, la patria, la famiglia “come una volta”, anche se nessuno ricorda più esattamente quando fosse “una volta”. È la caricatura sociologica del cittadino che vota con la pancia e prega con la bandiera: diffida del cambiamento, non ama le complessità, preferisce risposte semplici a problemi complicati, si sente culturalmente cristiano anche se non mette piede in chiesa da vent’anni, e quando vede un leader che brandisce un rosario pensa “Ecco uno dei miei”, con la stessa emozione con cui si riconosce un vecchio compagno di classe alla sagra del paese. L’OCSE, dal canto suo, ricorda che l’istruzione aumenta la tolleranza verso il pluralismo culturale e riduce la percezione di minaccia verso gruppi diversi: chi studia di più tende a vivere in contesti più aperti, più diversificati, più complessi; chi studia meno tende a vivere in ambienti più omogenei, dove la tradizione non è un valore: è un ecosistema. E in quell’ecosistema la religione diventa un porto sicuro, la destra conservatrice il faro che lo illumina, e il populismo la voce che promette di difenderlo da tutto ciò che è nuovo, strano, globale, europeo, tecnologico o semplicemente diverso. Non è ignoranza: è struttura sociale. Non è fede: è identità. Non è spiritualità: è nostalgia. E così religione e destra populista continuano a cercarsi, trovarsi e piacersi, in un matrimonio di convenienza che funziona perché entrambi i partner hanno bisogno dell’altro: la religione offre simboli semplici, la politica offre narrazioni semplici, e le fasce meno istruite cercano risposte semplici. È un triangolo perfetto, un equilibrio delicato, una coreografia che si ripete a ogni elezione. E mentre i sociologi annotano, i politologi analizzano e gli editorialisti sospirano, il fenomeno continua a prosperare, come una pianta che cresce sempre storta ma, per qualche misterioso motivo, non smette mai di fiorire.

Germania, la caccia al sabotatore finisce a Weisweiler

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La caccia è finita nei pressi di Weisweiler, nel Nordreno-Westfalia. È qui che la polizia tedesca ha fermato un uomo di 48 anni ritenuto il principale sospettato di una serie di sabotaggi contro linee elettriche e sottostazioni che, nelle ultime settimane, hanno fatto scattare l’allarme in diverse aree della Germania.

L’uomo, secondo quanto riferito dai media locali e successivamente confermato dalla polizia di Colonia, era a piedi e solo quando è stato intercettato. Avrebbe tentato di superare un posto di blocco, ma gli agenti sono riusciti a fermarlo senza che opponesse resistenza. Con sé aveva altri esplosivi. Non lontano dal luogo dell’arresto, nascosta tra la vegetazione, è stata inoltre individuata una tenda al cui interno erano conservate ulteriori cariche.

Un elemento che rafforza i sospetti degli investigatori e che potrebbe contribuire a ricostruire la dinamica di una sequenza di episodi distribuiti in più regioni del Paese.

Gli ordigni e la pista delle rivendicazioni

Il materiale recuperato è stato affidato all’esame di un artificiere dell’Ufficio criminale regionale del Nordreno-Westfalia. Già la sera precedente, nei pressi della centrale di Weisweiler, gli investigatori avevano trovato diversi dispositivi artigianali ritenuti compatibili con quelli utilizzati negli attacchi alle sottostazioni, insieme a un ulteriore messaggio di rivendicazione.

Il 48enne, originario di Gevelsberg, sempre in Nordreno-Westfalia, è sospettato di essere all’origine di almeno una parte degli episodi registrati nelle aree di Brandeburgo, Sassonia e Nordreno-Westfalia. Secondo gli investigatori, avrebbe utilizzato dispositivi pirotecnici modificati per colpire le infrastrutture elettriche.

A collegare gli episodi alla stessa persona ci sono anche diversi messaggi di rivendicazione che sarebbero stati diffusi dallo stesso sospettato. Una pista che ha permesso agli investigatori di restringere progressivamente il campo e di concentrare le ricerche sull’uomo, ricercato da circa una settimana anche attraverso la cooperazione a livello europeo.

Il primo attacco in Brandeburgo

La sequenza era cominciata martedì scorso in Brandeburgo, nei pressi della centrale di Jänschwalde. In quell’occasione erano stati utilizzati dispositivi artigianali simili a razzi pirotecnici, modificati con l’obiettivo di dirigere materiale conduttivo verso linee dell’alta tensione.

Un sistema rudimentale, ma potenzialmente in grado di provocare conseguenze molto più ampie del danno materiale alla singola infrastruttura. Finora sono stati recuperati più di una dozzina di dispositivi.

Il gestore della rete ha tuttavia precisato che gli episodi non hanno provocato blackout. Il dato non ha però ridotto la preoccupazione delle autorità, considerata la natura degli obiettivi e la possibilità che attacchi coordinati alle infrastrutture elettriche possano avere ripercussioni sulla stabilità della rete.

Poche ore dopo il primo episodio era stata segnalata un’anomalia in una sottostazione a Bergheim, nei pressi di Colonia. Anche in quel caso gli investigatori avevano trovato dispositivi di lancio e materiale pirotecnico.

Una settimana di ricerche

Per individuare il sospettato è stata mobilitata una macchina investigativa imponente: centinaia di agenti, droni, elicotteri e telecamere termiche sono stati impiegati nelle ricerche.

La difficoltà principale era individuare un uomo che, secondo la ricostruzione degli investigatori, si muoveva in modo da sfruttare aree isolate e vegetazione per nascondere materiale e ordigni. Il ritrovamento della tenda vicino a Weisweiler potrebbe ora offrire agli inquirenti nuovi elementi per stabilire quanto a lungo il sospettato si sia preparato e se disponesse di ulteriori nascondigli.

L’arresto rappresenta dunque un punto di svolta nell’indagine, ma non necessariamente la sua conclusione. Gli investigatori dovranno ora verificare l’esatta responsabilità del 48enne nei singoli episodi, ricostruire la provenienza del materiale esplosivo e soprattutto chiarire se abbia agito da solo o se dietro la serie di sabotaggi vi sia una rete più ampia.

Per la Germania, intanto, resta aperto il capitolo più delicato: quello della sicurezza delle infrastrutture energetiche. Gli attacchi non hanno finora provocato interruzioni di corrente su larga scala, ma hanno dimostrato quanto anche dispositivi relativamente semplici possano diventare uno strumento di pressione quando vengono indirizzati contro nodi essenziali della rete elettrica.

Traffico aereo in tilt nel Regno Unito, Heathrow e Gatwick frenano i voli

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Il traffico aereo britannico rallenta sotto il peso di un guasto tecnico che sta mettendo alla prova la rete aeroportuale del Paese. L’interruzione ha avuto ripercussioni su diversi scali, compresi i due principali aeroporti londinesi, Heathrow e Gatwick, trasformando una giornata ordinaria in una lunga sequenza di ritardi, attese e partenze rimodulate.

A Heathrow il problema si è fatto sentire soprattutto sulle operazioni di decollo. I voli in partenza sono stati inizialmente sospesi in tarda mattinata, prima di riprendere, ma con una capacità operativa ridotta e nuovi rallentamenti nel corso del pomeriggio. Gli atterraggi, invece, hanno continuato a svolgersi regolarmente, evitando almeno per il momento una paralisi completa dello scalo.

Il disservizio non si è però fermato ai confini di Heathrow. Anche Gatwick ha confermato di essere stato interessato dalle difficoltà legate al controllo del traffico aereo, mentre all’aeroporto di East Midlands sono stati segnalati analoghi problemi. A Manchester, i passeggeri sono stati avvertiti della possibilità di ritardi sui voli in partenza.

La mappa dei disagi è ampia e attraversa buona parte del Regno Unito. Segnalazioni hanno riguardato anche gli aeroporti di Aberdeen, Edimburgo, Birmingham, Bristol, Stansted, London City e Southend. Ripercussioni sono state registrate inoltre negli scali dell’Isola di Man e di Jersey, a conferma di quanto un problema nei sistemi di gestione del traffico possa propagarsi rapidamente lungo una rete aeroportuale fortemente interconnessa.

Il punto critico, dunque, non è soltanto il singolo aeroporto. Quando il sistema di controllo del traffico aereo è costretto a ridurre la propria capacità, anche temporaneamente, gli effetti possono propagarsi a catena: un decollo rinviato modifica la rotazione dell’aeromobile, un equipaggio deve attendere, una coincidenza rischia di saltare e le fasce orarie successive si riempiono rapidamente di ritardi.

Per i passeggeri, il risultato è una giornata segnata dall’incertezza. Le operazioni non risultano completamente bloccate, ma procedono a un ritmo inferiore rispetto alla normalità, con inevitabili ripercussioni sugli orari programmati.

Il guasto tecnico riporta così al centro dell’attenzione la fragilità di una macchina complessa come quella del trasporto aereo: migliaia di voli, aeroporti e rotte dipendono quotidianamente da sistemi tecnologici che devono coordinarsi con precisione quasi assoluta. Basta un malfunzionamento per trasformare un problema circoscritto in un disservizio capace di attraversare rapidamente l’intera rete.

Per ora, dunque, nei principali aeroporti britannici la parola d’ordine resta prudenza: voli operativi, ma con ritardi e capacità ridotta, mentre gli scali cercano di assorbire progressivamente l’impatto del guasto e riportare il traffico verso la normalità.

«Era relativamente tranquillo». Il mistero di Federico Vella dopo il femminicidio di Lorena Isceri

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«Relativamente tranquillo». È la definizione che più di ogni altra sembra stridere con ciò che è accaduto. È così che lo psichiatra che seguiva Federico Vella da quindici anni descrive il suo paziente nell’ultimo incontro, avvenuto appena la settimana precedente al femminicidio di Lorena Isceri.

Una frase pronunciata con cautela, quasi a voler sottolineare quanto sia difficile, oggi, ricostruire uno stato d’animo alla luce di una tragedia che ha smentito ogni previsione. «Relativamente tranquillo, eh…», precisa il medico, intervistato dal Tg1 senza mostrarsi in video. Poi aggiunge parole ancora più nette: «Era assolutamente sconvolto» e, soprattutto, «non me lo aspettavo minimamente».

Vella, racconta lo specialista, non era considerato «potenzialmente pericoloso» né una persona violenta. Gli incontri, negli ultimi tempi, erano peraltro diventati meno frequenti. L’ultimo risale alla settimana scorsa. Nulla, secondo il racconto del medico, avrebbe lasciato presagire l’escalation culminata nel sequestro e nell’uccisione dell’ex compagna.

Eppure pochi giorni dopo Lorena Isceri, 45 anni, è stata sequestrata e uccisa. Il suo corpo è stato gettato dal viadotto dell’autostrada A1, nei pressi di Firenze. Dopo il delitto, Vella si è tolto la vita lanciandosi dallo stesso cavalcavia.

È proprio nella distanza tra l’immagine di un uomo descritto come non violento e la brutalità dell’epilogo che si concentra uno degli interrogativi più difficili di questa vicenda. Una distanza che, tuttavia, non consente di stabilire automaticamente un nesso causale tra la condizione clinica del 36enne e il delitto, né di ricostruire a posteriori ciò che non era stato previsto.

Intanto il procedimento giudiziario prosegue anche sul terreno degli accertamenti medico-legali. All’Istituto di medicina legale di Firenze è stata completata l’autopsia sulla salma di Federico Vella. Per il 36enne è stato disposto anche l’esame tossicologico, mentre il pubblico ministero Antonio Natale ha già restituito alla famiglia il corpo di Lorena Isceri.

Gli esiti degli accertamenti medico-legali saranno depositati, secondo quanto previsto, tra circa novanta giorni. Un’attesa necessaria per aggiungere elementi oggettivi alla ricostruzione di una vicenda che ha lasciato dietro di sé interrogativi ancora aperti.

Ora, però, è soprattutto il tempo dell’addio a Lorena.

A Squinzano, nel Leccese, sua città natale, la comunità si prepara ai funerali, fissati per mercoledì 9 settembre. Il sindaco Mario Pede ha firmato l’ordinanza che proclama il lutto cittadino per l’intera giornata, «in segno di cordoglio, partecipazione e vicinanza alla famiglia di Lorena Isceri, vittima di femminicidio».

Un gesto simbolico accompagnerà il dolore della città anche nelle settimane successive. Per tutto il mese di settembre, nelle ore serali, saranno illuminate di rosso la facciata esterna del Palazzo dell’Orologio, in piazza Plebiscito, e quella di villa Cleopazzo, in via Montegrappa. Due luoghi pubblici trasformati in altrettanti segni di memoria.

Nel provvedimento, l’amministrazione comunale ribadisce il proprio «fermo rifiuto di ogni forma di violenza e prevaricazione nei confronti delle donne» e richiama l’impegno nella promozione di una cultura fondata sul rispetto, sulla dignità, sulla libertà e sulla parità.

Mentre le indagini e gli esami medico-legali dovranno chiarire ciò che ancora non è noto, Squinzano si prepara dunque a salutare Lorena. E il rosso che illuminerà per un mese i luoghi simbolo della città diventa il segno pubblico di un dolore privato, ma anche di una presa di posizione collettiva: quella contro la violenza sulle donne.

Piantedosi sotto accusa sul caso Vannacci. Appendino: «La rabbia sociale non va demonizzata, va indirizzata verso l’alto»

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Sul caso dell’evento di Torino con il generale Roberto Vannacci, il Movimento 5 Stelle alza il livello dello scontro e punta direttamente al ministro dell’Interno Matteo Piantedosi. Nel mirino dei parlamentari piemontesi Chiara Appendino, Antonino Iaria ed Elisa Pirro c’è l’iniziativa organizzata dal sindacato di polizia Fsp, che secondo i pentastellati sarebbe stata presentata ufficialmente come un seminario di formazione.

È proprio su questo punto che il M5S costruisce la propria accusa: se i documenti ufficiali qualificavano l’appuntamento come attività formativa, sostengono i parlamentari, la successiva presa di distanza del Dipartimento della Pubblica Sicurezza non sarebbe altro che una correzione di rotta arrivata dopo l’esplosione delle polemiche.

«Il ministro Piantedosi si assuma la responsabilità di questa ennesima figuraccia che fa fare alle istituzioni e chieda scusa», affermano Appendino, Iaria e Pirro, contestando quella che definiscono una «retromarcia» del Dipartimento. Una retromarcia che, nella loro lettura politica, avrebbe l’obiettivo di mettere una toppa a una vicenda diventata rapidamente terreno di scontro.

Il caso, per i Cinque Stelle, non sarebbe inoltre isolato. I parlamentari richiamano anche i recenti sospetti sulla presenza di esponenti delle forze dell’ordine e dell’esercito vicini a formazioni dell’estrema destra, chiedendo al ministro di fornire «subito spiegazioni pubbliche». Una richiesta che porta la discussione oltre il singolo appuntamento torinese e investe il rapporto tra istituzioni, forze dell’ordine e agibilità politica di esponenti della destra radicale.

Ma mentre sul fronte interno il M5S incalza il governo, Chiara Appendino allarga lo sguardo e interpreta il voto tedesco come il sintomo di una frattura sociale molto più profonda. In un lungo intervento sui social, la deputata invita a non liquidare il consenso per Alternative für Deutschland attraverso la semplice categoria della demonizzazione.

La tesi è netta: prima di diventare consenso per l’estrema destra, la rabbia sociale passa spesso dall’astensione. «Il primo serbatoio dell’estrema destra non è stato un altro partito: sono stati gli astenuti», sostiene Appendino, secondo la quale una parte crescente dell’elettorato non si sentirebbe più rappresentata dalla politica tradizionale.

Il punto, nella lettura della parlamentare, non è assolvere l’AfD, ma comprendere il terreno sul quale quella forza politica riesce a prosperare. La rabbia, osserva, nasce nei luoghi nei quali lo Stato arretra: nelle fabbriche che chiudono, nelle famiglie schiacciate dal costo della vita, nei territori privi di servizi essenziali, nelle periferie segnate dal degrado.

È qui che Appendino colloca quella che definisce la «vera insicurezza», quella sociale. Una paura che, nella sua descrizione, non avrebbe a che fare con l’origine o con il colore della pelle, ma con la precarietà economica: lo stipendio che non basta, l’affitto da pagare, le spese scolastiche per i figli, l’incertezza sul futuro.

Da questa premessa parte l’attacco al governo. Appendino contrappone le scelte dell’esecutivo — dagli aumenti degli stipendi di ministri e sottosegretari al mancato salario minimo, dalla gestione degli extraprofitti energetici alle risorse destinate alla sanità e alla spesa militare — alla condizione quotidiana di chi fatica ad arrivare alla fine del mese.

La sua è una lettura dichiaratamente politica: la destra, sostiene, intercetta la rabbia indirizzandola verso il basso, contro chi è più fragile o contro lo straniero; il Movimento 5 Stelle dovrebbe invece indirizzarla verso l’alto, contro privilegi, speculazioni e disuguaglianze.

Una contrapposizione condensata in una formula destinata a diventare uno degli slogan della sua riflessione: «La rabbia è la stessa. La direzione deve essere opposta».

È una linea che porta Appendino a individuare nell’astensionismo il vero terreno della futura competizione politica. Non soltanto chi vota per un’altra forza, dunque, ma soprattutto chi ha smesso di votare perché non crede più che la politica possa incidere sulla propria vita.

Ed è proprio in quel vuoto, secondo la deputata, che l’estrema destra può prosperare: quando la politica rinuncia a presidiare i territori del disagio, qualcun altro può trasformare la paura in risentimento e il risentimento in odio.

Il messaggio rivolto al M5S è quindi anche un’indicazione strategica per il futuro. La sfida, sostiene Appendino, non si vince nei «salotti», ma tornando nei luoghi nei quali il rapporto tra cittadini e istituzioni si è spezzato. La risposta all’avanzata della destra radicale, nella sua prospettiva, non sarebbe una semplice battaglia culturale contro le sue parole d’ordine, ma la capacità di riempire il vuoto con politiche concrete.

Una sfida che il Movimento 5 Stelle rivendica come parte della propria identità originaria: parlare agli esclusi, intercettare il disagio e trasformarlo in rivendicazione di diritti.

Il filo che unisce, almeno sul piano politico, le due prese di posizione di Appendino è dunque la stessa domanda: chi occupa lo spazio lasciato libero dalle istituzioni quando una parte della società smette di sentirsi rappresentata?

Nel caso torinese, il M5S chiede al ministro dell’Interno di assumersi la responsabilità politica di una vicenda che considera imbarazzante per le istituzioni. Sul terreno europeo, Appendino individua invece nella disaffezione politica e nella crescente insicurezza economica il terreno sul quale la destra radicale può costruire il proprio consenso.

Due fronti diversi, ma una medesima parola chiave: vuoto. Quello che si crea quando le istituzioni perdono credibilità e quello che si apre quando la politica smette di dare risposte alle paure sociali. Ed è proprio dentro quel vuoto che, secondo la deputata pentastellata, si decide la prossima partita politica.

Mercatisti e Contestatori: le nuove categorie della politica

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A cura di Gilberto Borzini

Ai tempi più o meno gloriosi del “vaffa”, Beppe Grillo sbraitava che il Movimento si poneva “oltre” rispetto ai concetti politici di destra e sinistra aprendo più o meno consciamente un percorso di rielaborazine delle definizioni e delle attribuzioni politiche. Da allora  anche i termini di conservatore e progressista e persino quelli di fascista e antifascista hanno perso significato all’interno di un mondo orientato, se non governato, dal Mercato.

Ma vediamo di approfondire, se pur sommariamente, la tematica.

Le categorie necessarie

In politica come nella vita in generale le “categorie” sono necessarie per attribuire agli individui forme di appartenenza e nella logica tipica dell’agone politico le categorie sono frequentemente di ordine oppositivo e conflittuale, assai più raramente di ordine complementare.

Rosso e Nero, Destra e Sinistra, fascisti e comunisti, definiscono appartenenze e orientamenti all’interno di proposte di economia sociale che definiamo con il termine di “politica” essendo la politica l’organizzzazione che si intende dare all’economia che si manifesta all’interno delle relazioni sociali.

Destra e Sinistra, quindi, erano concetti adeguati quanto esistevano categorie, o classi sociali, tra loro in conflitto, ovvero quando poteva apparire ragionevole nell’immaginario collettivo sostituire al modello economico capitalista un modello alternativo e quando le categorie sociali, dal proletariato all’alta borghesia, erano palesemente rappresentate e attive nelle diverse forme della conflittualità sociale o della “lotta di classe” che dir si voglia.

Di quel mondo e di quelle conflittualità operaiste la nostra memoria è ancora zeppa, ma si tratta di un mondo scomparso, fatto a pezzi e ridotto in un ammasso di macerie sotto ai cingoli del tecnocapitalismo contemporaneo: destra e sinistra appartenenvano alla “modernità” mentre oggi siamo immersi nella “post modernità”, per dirla con i sociologi a-la-page.

Sul concetto di Democrazia

Se il capitalismo ha il grande merito di assumere in sé le proprie contraddizioni trasformandole in “business” così come trasforma in forme dell’economia anche le contestazioni che sorgono al suo interno (dai movimenti del ’68 al femminismo, dal pacifismo all’ambientalismo contemporaneo tutte le contestazioni sono divenute moelli di attività economica e commerciale, editoriale e di servizio), l’influenza esercitata dal moderno neoliberismo è stata  pari ad uno tsunami, riducendo le categorie sociali ad un top level rappresentato da un 5% scarso di soggetti, e ad un’immensa massa informe che fluttua tra media borghesia in crisi e  precarietà.

Una massa in cui l’ascensore sociale sembra essersi fermato ai piani bassi.

Quella “gelatina sociale”, come l’avrebbe definita Gramsci, ha da tempo scoperto che la partecipazione al gioco elettorale non produce alcun cambiamento, che le proprie istanze vengono regolarmente tradite, sempre che siano in qualche misura percepite, e ha definitivamente smesso di partecipare a  quella che considera una “farsa” elettorale.

Occorre allora domandarsi, seriamente, se sia ancora opportuno parlare di “democrazia” quando oltre il 40% della popolazione elude il diritto al voto, per delusione, per stanchezza, o perché intimamente convita della superfluità del rito.

Allo stesso modo la distanza, siderale, tra le necessità pecepite all’interno della “gelatina sociale” e le proposte che pervengono dalla politica praticata definisce un orientamento anti sistemico che oggi trova maggiore spazio nelle forme che contestano il modello economico prevalente, e che in quanto tali vengono considerate extra parlamentari essendo l’ambito parlamentare integralmente e totalmente definito all’interno del modello economico vigente.

Per disprezzo linguistico comune a quell’opposizione viene attribuito il termine di “fascista”, termine che cela, opportunamente, l’assolutismo implicito nella forma di governo praticata da qualsiasi schieramento attualmente presente in Parlamento, dettata dal Mercato neo liberista  o tecno capitalista che sia.

Conservatori e Progressisti

Assume allora i toni del ridicolo la distinzione tra Conservatori e Progressisti non potendovi essere alcuna distinzione politica all’interno di un modello economico che prevede esclusivamente la produzione di nuovi Mercati di Consumo attraverso chirurgiche modellazioni di stili di consumo e, al più, l’esplicito riferimento partitico di alcuni modelli di consumo rispetto ad altri.

Nella società fluida della post modernità l’appartenenza è maggiormente definita dallo stile di vita e dai consumi di riferimento che non da un’ipotesi di organizzazione economica e sociale: paradossalmente è più plausibile, oggi, uno scontro tra sostenitori del commercio elettronico contro paladini del commercio al minuto che non una marcia di operai contro il padronato.

Conservatori, al massimo, sono quelli che si richiamano a modelli di consumo di ieri mentre i  Progressisti affermano nuove e variopinte categorie di consumo generative di stili di vita ulteriormente segmentati. Sullo sfondo il cosiddetto progressismo batte il tamburo dell’insostenibilità della relazione di coppia affermata dall’aggressività maschile generando così, grazie alla frammentazione e all’atomizzazione delle necessità, nuovi mercati costruiti attorno all’individuo singolarizzato. Creando nuovi mercati  il Mercatismo genera consenso.

Mercatisti e Contestatori

Ne avevo adeguatamente scritto in “Etica della Sobrietà e spirito del neoliberismo” ma conviene ripetersi: oggi gli unici termini di contrasto sono definiti dal confronto tra “mercatisti”, ovvero i sostenitori dell’economia di mercato imposta dal neoliberismo, e contestatori del mercatismo stesso.

Ai contestatori, che frequentemente fanno riferimento a modelli politici ad orientamento dirigista e statalista oggi affermati in regimi assolutisti di impronta comunista, viene – paradossalmente – attribuito l’epiteto di “fascisti”, termine generico buono in tutte le occasioni in cui si voglia denigrare, senza diritto al dibattito, il pensiero altrui.

Il mondo dei constestatori afferma la necessità di contenere e indirizzare il modello economico in modo da redistribuire le provvidenze all’intera collettività, attribuendo ad ogni nato il diritto alla dignità del vivere, mentre il mondo dei mercatisti si appella ad un modello un tempo definibile come “darwinismo sociale”, attribuendo opportunità al più adattabile e superfluità ai meno capaci di adattamento.

È chiaro allora che a  mio avviso, da un punto di vista lessicale prima ancora che contenutista, l’auto affermarsi come “progressisti” da parte dei rappresentanti del mondo finanziario globale che siedono in prevalenza nelle sedute a sinistra del presidente dell’assise è un ossimoro, un nonsense, una contraddizione in termini, ma la mia è una considerazione personale e non fa testo.

Quello che farò testo sarà, come sempre, l’eventuale consenso che il mercatismo saprà raccogliere ai prossimi appuntamenti elettorali, appuntamenti in cui l’onda dei contestatori sembra andare aggregandosi attorno a nuovi raggruppamenti segnalati in costante crescita di interesse, misura inequivocabile del disagio sociale prodotto dal modello economico imperante.

Un anno dopo il delitto, la svolta: blitz dei carabinieri per l’omicidio di Marco Pusceddu

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È arrivata all’alba, a poco più di un anno da quel delitto, la svolta investigativa sull’omicidio di Marco Pusceddu, il soccorritore del 118 di 50 anni ucciso a colpi di pistola il 7 agosto 2025. I carabinieri hanno fatto scattare un’operazione tra Iglesias, Nuxis e Carbonia, nel Sud Sardegna, eseguendo un’ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa dal gip su richiesta della Procura.

Nel mirino degli investigatori sono finite diverse persone, ritenute responsabili, a vario titolo, dei reati di omicidio volontario premeditato in concorso, detenzione e porto illegale di armi.

Un’operazione imponente, che ha visto convergere sul territorio uomini e mezzi del Nucleo Investigativo del Comando provinciale dei carabinieri di Sassari, delle Compagnie di Ozieri e Iglesias, con il supporto dello Squadrone Eliportato Cacciatori Sardegna, del Nucleo carabinieri cinofili di Abbasanta e dell’11° Nucleo Elicotteri Carabinieri di Elmas.

L’agguato nella sede del 118

La ricostruzione dell’omicidio restituisce la freddezza di un’esecuzione. Era il 7 agosto 2025 quando un uomo si presentò nella sede dell’associazione dove prestava servizio Pusceddu. A volto scoperto, secondo quanto emerso dalle indagini, chiese di poter parlare con il soccorritore.

Poi gli sparò a distanza ravvicinata.

Una sequenza di colpi che non lasciò scampo al cinquantenne. I soccorsi, prestati immediatamente dai colleghi, si rivelarono inutili. Pusceddu morì all’interno della sede del 118, trasformata in pochi istanti nella scena di un omicidio.

Un delitto maturato, secondo l’ipotesi investigativa alla base delle misure cautelari, nell’ambito di un disegno premeditato. Un elemento che dovrà ora essere valutato nelle sedi giudiziarie competenti e nel corso del procedimento a carico degli indagati.

Un’aggressione mesi prima

Sul caso pesava anche un precedente. Mesi prima dell’omicidio, Pusceddu era stato aggredito e ferito, in circostanze che all’epoca non avevano consentito di delineare con chiarezza il quadro alla base dell’episodio.

Quel precedente, alla luce degli sviluppi dell’inchiesta, assume oggi un peso investigativo particolare. Gli accertamenti condotti nell’arco di un anno hanno progressivamente ricomposto gli elementi raccolti dagli investigatori, fino all’operazione scattata questa mattina.

Il blitz rappresenta dunque un passaggio decisivo nelle indagini: a un anno dall’agguato, la Procura ritiene di aver individuato le persone che avrebbero avuto un ruolo nella morte del soccorritore.

Per gli indagati, tuttavia, resta ferma la presunzione di innocenza fino a una sentenza definitiva.

L’inchiesta dovrà ora chiarire ogni tassello della vicenda: il movente, i ruoli dei singoli indagati, la pianificazione dell’agguato e la provenienza delle armi. Un anno dopo quegli spari, la scena investigativa torna dunque ad animarsi. E il cerchio, almeno sul piano delle indagini, sembra essersi stretto attorno ai presunti responsabili.

La vipera in giardino, bimbo di cinque anni morso mentre giocava: ricoverato al Santobono

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Un pomeriggio di gioco nel giardino di casa trasformato in pochi istanti in una corsa contro il tempo. Un bambino di cinque anni è stato morso da una vipera a Palomonte, nel Salernitano, ed è ora ricoverato all’ospedale Santobono di Napoli. Le sue condizioni sarebbero serie, ma stabili.

L’episodio è avvenuto sabato 5 settembre. Il piccolo si trovava all’esterno dell’abitazione, nel giardino di casa, quando sarebbe stato improvvisamente attaccato dal rettile. Sono stati momenti di grande apprensione: immediatamente è scattata la richiesta di aiuto e sul posto sono intervenuti i soccorritori del 118.

Dopo le prime cure e la valutazione del quadro clinico, il bambino è stato trasportato al pronto soccorso dell’ospedale di Oliveto Citra. Le sue condizioni hanno poi reso necessario il trasferimento al Santobono di Napoli, punto di riferimento regionale per le emergenze pediatriche, dove il piccolo è tuttora seguito dai medici.

Il caso di Palomonte non sarebbe isolato. Negli ultimi giorni, infatti, nel Cilento sarebbero stati segnalati almeno altri due episodi analoghi, nelle zone di Roccadaspide e Pioppi. Una sequenza ravvicinata che ha riportato l’attenzione sulla presenza delle vipere nelle aree rurali e nei territori più vicini alla vegetazione, soprattutto nei mesi in cui le temperature favoriscono l’attività dei rettili.

Il morso di una vipera resta un evento che richiede un intervento sanitario immediato e una valutazione specialistica, con particolare attenzione quando a essere coinvolti sono bambini. Nel caso del piccolo di Palomonte, la rapidità dei soccorsi e il successivo trasferimento in una struttura pediatrica specializzata sono stati passaggi decisivi nella gestione dell’emergenza.

Ora la comunità segue con apprensione l’evoluzione delle sue condizioni, mentre l’episodio riaccende l’allarme nelle campagne e nelle località del Cilento: luoghi dove il contatto tra l’uomo e la fauna selvatica, soprattutto negli spazi aperti e nei giardini, può trasformare un momento di normalità in un’emergenza improvvisa.

Rubati quattro Renoir in Costa Azzurra: blitz all’alba nel museo del pittore

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Un museo dedicato a uno dei padri dell’Impressionismo, quattro dipinti strappati dalle pareti e una fuga precipitosa interrotta dalla perdita di una delle opere. È lo scenario del furto messo a segno all’alba al museo Renoir di Cagnes-sur-Mer, in Costa Azzurra, dove due malviventi sono riusciti a penetrare nella struttura e a portare via quattro lavori di Auguste Renoir, per un valore complessivo stimato in circa 9 milioni di euro.

La cifra è stata indicata dal sindaco di Cagnes-sur-Mer, Bryan Masson, mentre le indagini sono affidate alla polizia locale. Il colpo è stato scoperto poco prima delle 6 del mattino: l’allarme è scattato alle 5.48 e gli agenti sono arrivati sul posto circa cinque minuti più tardi. Troppo tardi, però, per intercettare i responsabili, che nel frattempo erano già riusciti a guadagnare l’esterno.

Secondo quanto riferito dal quotidiano locale Nice-Matin, i ladri avrebbero tagliato una recinzione per entrare nel museo, scegliendo un momento particolarmente favorevole: il cambio di ronda degli addetti alla sicurezza. Una volta all’interno, avrebbero staccato dalle pareti quattro opere di Renoir e si sarebbero rapidamente dileguati.

La fuga, tuttavia, non è andata esattamente secondo i piani. Uno dei quadri è stato infatti abbandonato lungo il percorso ed è stato successivamente recuperato. Resta da stabilire se l’opera abbia subito danni. Le immagini delle telecamere di videosorveglianza cittadine hanno intanto fornito agli investigatori elementi utili per ricostruire i movimenti dei due uomini, che sono tuttora ricercati.

Nel museo è stato avviato un inventario per accertare con precisione quali opere siano state sottratte e verificare le eventuali conseguenze del blitz. Per il sindaco Masson, non si tratta soltanto di un danno economico. «Si tratta di fatti particolarmente gravi», ha sottolineato, definendo l’attacco al museo Renoir come un colpo inferto a «una parte della storia e del patrimonio di Cagnes-sur-Mer».

L’ultima casa di Renoir

Il luogo scelto dai ladri rende il furto ancora più significativo. Il museo Renoir, conosciuto anche come Domaine des Collettes, non è infatti una semplice sede espositiva: è il luogo nel quale il pittore trascorse gli ultimi anni della sua vita.

Renoir, nato nel 1841 e morto nel 1919, arrivò a Cagnes-sur-Mer alla ricerca di un clima più mite, che potesse alleviare i problemi di salute che lo affliggevano. La tenuta, trasformata in museo nel 1960, conserva non soltanto opere originali, disegni e litografie, ma anche mobili e oggetti personali dell’artista. Il complesso, riconosciuto come «Musée de France», sorge dunque nello stesso luogo legato agli ultimi anni di uno dei protagonisti assoluti della storia dell’arte moderna.

È proprio questo intreccio fra opere e memoria del luogo a conferire al Domaine des Collettes un valore che va oltre la quotazione sul mercato. Rubare un quadro da questa casa-museo significa sottrarre un frammento di patrimonio artistico, ma anche di storia personale e culturale.

La nuova emergenza della sicurezza nei musei francesi

Il furto arriva inoltre in un momento particolarmente delicato per la sicurezza dei musei francesi. A poco più di un anno di distanza dal clamoroso colpo al Louvre di Parigi, l’attenzione del ministero della Cultura francese è tornata a concentrarsi sulla vulnerabilità di alcune strutture museali.

Nel grande furto avvenuto al Louvre, nel cuore della capitale, i ladri erano riusciti a sottrarre otto gioielli della Corona di Francia, opere di enorme valore storico e simbolico che non sono ancora state ritrovate.

Da allora, la sicurezza delle istituzioni culturali è diventata una delle priorità dichiarate delle autorità francesi. E gli episodi registrati nei mesi successivi hanno contribuito ad alimentare l’allarme. A luglio era stato rubato un collier d’oro da un museo di Châtillon-sur-Seine. In seguito, al museo Lalique di Wingen-sur-Moder, vicino a Strasburgo, un altro colpo aveva fruttato ai responsabili un bottino superiore ai 4,5 milioni di euro.

Il caso di Cagnes-sur-Mer aggiunge ora un nuovo capitolo alla sequenza. Con una differenza non secondaria: qui l’obiettivo non erano gioielli o manufatti preziosi, ma quattro opere di uno dei maestri dell’Impressionismo, sottratte proprio nel luogo che ne custodisce la memoria.

La domanda, mentre gli investigatori cercano di identificare i due responsabili, riguarda dunque non soltanto la possibilità di recuperare i dipinti. È anche quanto sia davvero efficace la protezione di un patrimonio che, una volta finito nelle mani della criminalità, rischia di diventare quasi impossibile da recuperare.

Bolivia, esplosione in una caserma: i morti salgono a sette

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È salito a sette il numero delle vittime dell’esplosione avvenuta venerdì 4 settembre in una caserma militare di Viacha, località situata a circa 30 chilometri da La Paz, in Bolivia. A confermare l’aggravarsi del bilancio è stato il comandante dell’Esercito, Hector Alarcón, che ha riferito anche di sette persone ancora disperse.

Le operazioni di ricerca proseguono mentre le autorità cercano di ricostruire la dinamica della deflagrazione e di stabilire con precisione che cosa abbia innescato l’esplosione. L’area interessata era infatti destinata alla conservazione di materiale pirotecnico ed esplosivi, circostanza che rende particolarmente delicata l’indagine.

La deflagrazione e i soccorsi

L’esplosione si è verificata intorno alle 14.30 ora locale, all’interno di una zona della base utilizzata per lo stoccaggio del materiale. Nelle ore immediatamente successive alla tragedia, il bilancio era ancora provvisorio e indicava due persone disperse. Il numero è progressivamente aumentato fino a sette.

«La nostra priorità resta trovare i nostri commilitoni ancora dispersi e dare al più presto risposte alle loro famiglie», ha dichiarato Alarcón durante una conferenza stampa.

La violenza della deflagrazione ha provocato anche numerosi feriti. Secondo i dati forniti dalla ministra della Salute, Marcela Flores, 84 persone sono state sottoposte a cure mediche, mentre 31 risultano ancora ricoverate.

Indagini sulla sicurezza degli esplosivi

Resta da chiarire l’origine dell’incidente. Il presidente boliviano Rodrigo Paz Pereira ha sottolineato che le indagini sono ancora in corso, ma ha indicato una prima possibile spiegazione: l’esplosione potrebbe essere stata provocata dalla manipolazione impropria degli esplosivi conservati nella struttura.

Si tratta, al momento, di un’ipotesi e non di una conclusione investigativa. Saranno gli accertamenti a stabilire se vi siano state violazioni delle procedure, errori nella gestione del materiale o altre cause che abbiano contribuito alla deflagrazione.

La tragedia ha intanto spinto il governo ad adottare misure immediate sul piano politico e istituzionale. Paz ha proclamato il lutto nazionale e annunciato una revisione dei protocolli di sicurezza delle Forze armate, con l’obiettivo di verificare le procedure relative alla gestione e alla conservazione dei materiali esplosivi.

Il presidente ha inoltre invitato a non trasformare l’incidente in un terreno di scontro politico. Ora, ha lasciato intendere il governo, la priorità è duplice: ritrovare i dispersi e accertare le responsabilità, dando alle famiglie delle vittime e dei militari ancora irreperibili risposte certe sulla tragedia di Viacha.