14 Ottobre 2026, mercoledì
HomeMondoPolitica nel MondoTrump non frena Londra: crepe nell’asse con Netanyahu

Trump non frena Londra: crepe nell’asse con Netanyahu

La Casa Bianca non avrebbe ostacolato l’iniziativa britannica, sostenuta da altri undici Paesi occidentali, contro gli insediamenti israeliani in Cisgiordania. Un segnale della crescente irritazione del presidente americano verso la politica del governo Netanyahu e, soprattutto, verso il progetto nell’area E1.

Appoggio a Londra, o avvertimento a Gerusalemme? La domanda che emerge dalle ultime mosse dell’amministrazione Trump riguarda il grado di pazienza della Casa Bianca nei confronti di Benjamin Netanyahu. Secondo quanto riferito da Axios, citando funzionari statunitensi e diplomatici occidentali, gli Stati Uniti non avrebbero esercitato pressioni per bloccare l’iniziativa britannica volta a introdurre nuove sanzioni contro individui ed entità coinvolti nella costruzione di insediamenti israeliani nella Cisgiordania occupata.

Non è un dettaglio di poco conto. Washington, pur senza aderire direttamente alla misura promossa da Londra, avrebbe scelto di non utilizzare il proprio peso politico per impedirla. Una posizione che, letta nel contesto dei rapporti tra Trump e Netanyahu, può essere interpretata come un segnale di crescente insofferenza nei confronti della strategia israeliana in Cisgiordania.

Al centro della controversia c’è soprattutto l’area E1, uno dei punti più sensibili della geografia politica della Cisgiordania. La realizzazione di un nuovo insediamento in questa zona rischierebbe di interrompere la continuità territoriale tra il nord e il sud della Cisgiordania, rendendo ancora più complessa l’ipotesi di uno Stato palestinese territorialmente contiguo.

Su E1, peraltro, esiste una continuità significativa nella politica americana: amministrazioni repubblicane e democratiche hanno storicamente espresso contrarietà alla costruzione di insediamenti nell’area. La questione, dunque, non riguarda soltanto lo scontro diplomatico contingente tra Londra e Gerusalemme, ma tocca uno dei dossier sui quali Washington ha mantenuto nel tempo una linea relativamente costante.

La Gran Bretagna ha annunciato sanzioni contro persone ed entità legate alla costruzione degli insediamenti e ha previsto anche restrizioni sull’importazione di merci provenienti dalle colonie israeliane. All’iniziativa britannica si sono affiancati Canada, Danimarca, Finlandia, Francia, Islanda, Irlanda, Norvegia, Polonia, Portogallo, Spagna e Svezia, che hanno dichiarato l’intenzione di introdurre restrizioni nazionali e/o sostenere analoghe misure europee.

È qui che il mancato intervento americano assume un peso politico particolare. Trump non avrebbe sposato pubblicamente la linea britannica, ma neppure avrebbe scelto di fermarla. Una forma di distanza controllata che consente alla Casa Bianca di evitare uno scontro frontale con Netanyahu senza, allo stesso tempo, concedere un via libera incondizionato alla politica israeliana degli insediamenti.

La frizione sembra riguardare soprattutto la Cisgiordania. Il presidente americano sarebbe infatti frustrato dalle scelte del governo Netanyahu e dalla prospettiva che l’espansione degli insediamenti finisca per compromettere ulteriormente qualsiasi ipotesi di soluzione politica del conflitto.

La reazione israeliana è stata tutt’altro che simbolica. Il governo Netanyahu ha annunciato la chiusura del consolato britannico a Gerusalemme Est, struttura che svolge un ruolo nei rapporti con l’Autorità Palestinese, e ha inoltre minacciato l’espulsione di diplomatici e ufficiali militari britannici impegnati in una task force per Gaza guidata dagli Stati Uniti.

Il paradosso è evidente: mentre Washington e Londra continuano a coordinarsi sul dossier di Gaza, il rapporto tra il Regno Unito e il governo israeliano si deteriora proprio sul terreno della Cisgiordania. E gli Stati Uniti, questa volta, sembrano non avere fretta di ricomporre la frattura.

Più che un’improvvisa svolta della politica americana, il quadro restituisce dunque un messaggio più sottile: l’appoggio di Trump a Netanyahu potrebbe avere dei limiti, soprattutto quando le decisioni del governo israeliano rischiano di compromettere gli equilibri regionali che la Casa Bianca intende preservare.

Per Gerusalemme è un campanello d’allarme. Per Londra, la conferma che l’iniziativa sulle sanzioni non è stata percepita da Washington come una provocazione da neutralizzare. E per Netanyahu, soprattutto, il segnale che sulla Cisgiordania il margine di manovra potrebbe essere diventato più stretto.

Sponsorizzato

Ultime Notizie

Commenti recenti