24 Settembre 2026, giovedì
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La democrazia col 26%: basta vincere, anche se a votare sono rimasti quattro gatti

Da mesi la politica italiana si accapiglia sulla legge elettorale. Preferenze, liste bloccate, premi, soglie, collegi: tutto pur di non affrontare la domanda più imbarazzante. Non "chi deve vincere?", ma "con quanti italiani alle spalle si dovrebbe avere il diritto di governare?"

A cura di Daniele Cappa

In Italia c’è una tradizione politica rispettabilissima: quando un problema è enorme, si organizza una commissione. Quando è gigantesco, si cambia la legge. Quando è irrisolvibile, si cambia la legge elettorale.

Così da mesi assistiamo all’ennesimo balletto parlamentare.

Destra contro sinistra. Preferenze sì, preferenze no. Liste bloccate. Collegi. Premi di maggioranza. Soglie. Coalizioni. E, sullo sfondo, la solita delicatissima partita a scacchi: chi entrerà in Parlamento, chi resterà fuori, chi conserverà la poltrona, chi ne avrà una più comoda e chi, magari, dovrà accontentarsi dello sgabello.

Una cosa, però, nessuno sembra avere voglia di discutere seriamente.

Il consenso necessario per governare questo benedetto Paese.

Perché la questione, alla fine, sarebbe persino imbarazzantemente semplice:

chi prende più voti vince.

Fine.

Niente formule algebriche, niente architetti della legge elettorale, niente specialisti della virgola che dopo sei mesi di trattative scoprono che la legge è perfetta, purché vinca il loro partito.

E invece no.

In Italia anche la cosa più semplice deve diventare complicata. È una specie di talento nazionale.

Il 26% che diventa Palazzo Chigi

Prendiamo le ultime elezioni politiche.

Fratelli d’Italia ha raccolto circa il 26% dei voti. La Lega l’8,8%. Forza Italia l’8,1%.

Numeri importanti.

La coalizione di centrodestra ha vinto le elezioni e ha ottenuto la maggioranza parlamentare.

Tutto regolare.

Ma c’è quel piccolo dettaglio che ogni tanto sarebbe utile ricordare, possibilmente senza disturbare troppo la narrazione trionfale: l’affluenza si è fermata al 63,91%.

E allora facciamo un giochino.

Immaginiamo che l’Italia sia un condominio.

Non uno di quei condomini tranquilli dove tutti pagano le spese e si salutano in ascensore. Uno di quelli veri: amministratore contestato, infiltrazioni nel garage, ascensore che funziona quando vuole lui e tre condomini che litigano da quindici anni per un vaso sul pianerottolo.

Si convoca l’assemblea per decidere il detersivo delle scale.

Si presentano poco più di sei condomini su dieci.

Uno prende il 26% dei voti.

E decide.

“Signori, abbiamo scelto. Il detersivo sarà al limone.”

Gli altri guardano il verbale.

“Scusi, ma quanti eravate?”

“Eh…”

“Quanti hanno votato per lei?”

“Il 26%.”

“Del condominio?”

“No, dei votanti.”

“Ah.”

Silenzio.

“Quindi praticamente…”

“Praticamente comandiamo noi.”

Ecco.

La differenza è che nel condominio magari qualcuno trova il coraggio di protestare.

In politica, invece, quel 26% può contribuire a determinare chi governerà un Paese intero.

E non parliamo del detersivo.

Parliamo di tasse, pensioni, sanità, scuola, lavoro, sicurezza, politica estera, debito pubblico.

Tutto perfettamente democratico, naturalmente.

Il che dimostra che la democrazia italiana possiede una qualità straordinaria: riesce a essere contemporaneamente legalissima e inquietante.

L’elettore fantasma

Attenzione: nessuno può sostenere seriamente che chi non vota debba essere automaticamente considerato contrario a chi vince.

Non votare non equivale a votare contro.

Uno può essere disinteressato, arrabbiato, sfiduciato, malato, impossibilitato oppure semplicemente stufo di scegliere tra il meno peggio e il meno peggio del meno peggio.

Però una cosa è certa: quasi quattro italiani su dieci non sono andati alle urne.

E noi facciamo finta che non sia successo nulla.

Anzi, il giorno dopo le elezioni partono i proclami.

“Il popolo ha scelto!”

Quale popolo?

Quello che ha votato, certamente.

Ma il resto dov’era?

Al mare?

A casa?

A fare la spesa?

A guardare una serie?

A chiedersi per quale motivo dovrebbe perdere una domenica per scegliere qualcuno che poi, comunque vada, passerà cinque anni a spiegargli perché non può fare ciò che aveva promesso?

Il problema è che l’astensione è diventata il più grande partito italiano.

Solo che non ha una segreteria.

Non ha un leader.

Non ha simbolo.

Non fa conferenze stampa.

E soprattutto non prende poltrone.

Che errore imperdonabile.

La legge elettorale: il grande presepe della politica italiana

E così torniamo alla legge elettorale.

Ogni partito la vuole democratica.

Naturalmente.

Democratica, purché sia anche conveniente.

Trasparente, purché non si vedano troppo bene i candidati.

Con le preferenze, purché le preferenze non siano quelle sbagliate.

Con le liste, purché le liste siano compilate dalle persone giuste.

Con il premio di maggioranza, purché il premio finisca dalla parte giusta.

Con una soglia, purché sia alta abbastanza da far fuori gli altri e bassa abbastanza da salvare noi.

È una danza raffinata.

Una sorta di tango istituzionale nel quale tutti dichiarano di ballare per il bene del Paese e, casualmente, finiscono sempre con un piede sulla poltrona.

Il cittadino, nel frattempo, osserva.

E magari comincia a pensare che tra una legge elettorale e l’altra sarebbe interessante anche avere un partito che gli chieda semplicemente:

“Perché non vieni più a votare?”

Questa domanda, però, è pericolosa.

Perché potrebbe aprire una discussione seria.

E le discussioni serie sono notoriamente poco redditizie per la politica.

Perché nessuno vuole mettere un quorum?

Qui arriva la proposta politicamente scorretta.

E proprio per questo interessante.

Introduciamo un quorum minimo di partecipazione.

Per esempio il 90%.

Sì, novanta.

Una soglia enorme.

Una soglia che farebbe venire l’orticaria a metà Parlamento.

E forse è proprio questo il bello.

Non si raggiunge?

Nessun dramma.

Nessuna apocalisse.

Nessun commissariamento dell’universo.

Il Presidente della Repubblica, nel rispetto delle proprie prerogative, favorisce una soluzione transitoria: un governo tecnico o istituzionale, con un mandato limitato e preciso.

Amministrare.

Tenere in piedi la baracca.

E preparare nuove elezioni.

Si torna alle urne.

E si vota.

Questa volta magari qualcuno si ricorda che la democrazia non è un’applicazione preinstallata sul telefono: va utilizzata.

“Ma rifare le elezioni costa!”

E qui arriva l’obiezione principe.

“Ma rifare le elezioni costa!”

Verissimo.

Costa.

Costa organizzare i seggi.

Costa il personale.

Costa la sicurezza.

Costa stampare le schede.

Costa tutto.

Ma sapete cosa costa ancora meno?

Andare a votare la prima volta.

Sarebbe una rivoluzione culturale notevole.

Per una volta il cittadino scoprirebbe che anche l’astensione ha delle conseguenze.

Non nel senso di punire chi non vota.

Nessuna multa, nessuna gogna, nessun vigile che citofona alle sette del mattino:

“Buongiorno, lei domenica scorsa dov’era?”

No.

Semplicemente, se la partecipazione non è sufficiente a produrre un mandato politico forte, si torna a votare.

E il conto della seconda elezione sarebbe una conseguenza collettiva della prima non partecipazione.

Brutto?

Forse.

Costoso?

Certamente.

Ma anche abbastanza educativo.

Il vero problema? Ai partiti conviene così

Ed eccoci al punto che nessuno ama mettere sul tavolo.

A chi conviene davvero cambiare le regole?

Non ai partiti.

Perché ogni partito guarda la legge elettorale con lo stesso affetto con cui un giocatore di poker guarda il mazzo quando conosce le carte.

Se la regola attuale può consentirgli di vincere, perché cambiarla?

Se l’astensione indebolisce gli avversari, perché preoccuparsene?

Se basta mobilitare il proprio elettorato per conquistare il potere, perché perdere tempo a convincere anche gli altri?

La politica non è necessariamente cattiva.

È semplicemente politica.

E la politica ha una caratteristica curiosa: raramente si dà volontariamente una regola che potrebbe complicarle la vita.

Per questo forse stiamo discutendo della legge elettorale nel modo sbagliato.

Continuiamo a chiederci quale meccanismo trasformi meglio i voti in seggi.

Dovremmo chiederci prima:

quanti cittadini devono partecipare perché quei seggi rappresentino davvero una scelta collettiva?

Il 26% non è il problema. È il sintomo.

Qui bisogna essere onesti.

Il problema non è Fratelli d’Italia.

Non è la destra.

Non è la sinistra.

Non è il Movimento 5 Stelle.

Non è la Lega.

Non è Forza Italia.

Domani potrebbe vincere qualcun altro con gli stessi meccanismi.

E allora cambierebbe soltanto il colore delle bandiere.

Il problema è il sistema.

Se un partito prende il 26% dei voti validi, fa il suo mestiere.

Se una coalizione prende la maggioranza parlamentare secondo le regole esistenti, ha vinto.

Punto.

La domanda viene dopo.

Quanto basta per poter dire: “Gli italiani hanno scelto”?

Perché “gli italiani” non sono soltanto quelli che hanno votato per te.

E nemmeno soltanto quelli che hanno votato.

Sono anche quelli che hanno votato contro di te.

Quelli che hanno votato scheda bianca.

Quelli che hanno annullato la scheda.

Quelli che non sono andati alle urne.

Tutti.

La democrazia non può diventare una gara a chi resta in piedi

Il rischio, altrimenti, è abbastanza paradossale.

Più diminuisce la partecipazione, più diventa importante avere un elettorato fedele.

Più l’elettorato fedele diventa determinante, meno è necessario convincere gli indecisi.

E meno si devono convincere gli indecisi, più la politica può trasformarsi in una guerra tra tifoserie.

Non serve più parlare al Paese.

Basta parlare ai propri.

Non serve conquistare milioni di cittadini.

Basta che gli altri restino sul divano.

È una strategia elettorale perfettamente razionale.

Ed è esattamente questo il problema.

Una democrazia nella quale vincere dipende anche dalla capacità di far restare a casa gli altri rischia di diventare una gara di resistenza, non una gara di consenso.

La provocazione finale

Forse il Parlamento dovrebbe smettere, per una volta, di chiedersi quale legge elettorale gli convenga di più.

Dovrebbe chiedersi quale legge elettorale convenga di più agli italiani.

E forse gli italiani avrebbero diritto a una regola elementare:

chi governa deve avere alle spalle una partecipazione significativa del Paese.

Non necessariamente il 50% dei voti.

Non necessariamente il 90%.

Ma una soglia abbastanza seria da impedire che una minoranza organizzata possa trasformare una partecipazione elettorale asfittica in una patente illimitata di governo.

Perché una cosa è vincere.

Un’altra è rappresentare.

E un’altra ancora è governare.

Noi, da decenni, abbiamo deciso che queste tre cose possano tranquillamente coincidere.

Basta che il pallottoliere dia ragione a qualcuno.

Poi, naturalmente, arriva il giorno dopo.

E il vincitore dice:

“Abbiamo ricevuto un mandato chiaro dagli italiani.”

Gli italiani, nel frattempo, magari sono ancora a casa.

E qualcuno dovrebbe avere il coraggio di bussare alla porta.

Non per trascinarli al seggio.

Semplicemente per ricordare loro una cosa:

se non scegli tu chi governa, qualcun altro lo farà al posto tuo.

E se alla fine votano in pochi, non stupiamoci se a decidere il destino di sessanta milioni di persone saranno, metaforicamente parlando, gli stessi quattro condomini che sono arrivati puntuali all’assemblea.

Gli altri potranno sempre lamentarsi del detersivo.

Ma il verbale, purtroppo, sarà già stato firmato.

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