27 Ottobre 2026, martedì
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Pavlohrad sotto le bombe, la guerra torna a colpire il cuore delle città

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La guerra torna a colpire nel cuore della vita quotidiana ucraina. Un attacco russo ha centrato un centro commerciale nel centro di Pavlohrad, nella regione di Dnipropetrovsk, provocando almeno quattro morti e oltre sessanta feriti. Tra le persone coinvolte ci sono anche tre ragazzi di 13, 14 e 15 anni.

Secondo le autorità ucraine, il raid è avvenuto in pieno giorno, quando le strade della città erano affollate. «I russi hanno colpito un centro commerciale nel centro di Pavlohrad», ha denunciato il ministro dell’Interno Ivan Vyhivskyi, sottolineando come l’attacco sia avvenuto mentre «c’erano molte persone per strada».

Il bilancio, riferito dal capo dell’amministrazione statale regionale di Dnipropetrovsk, Oleksandr Ganzha, fotografa ancora una volta il costo umano di una guerra che continua a consumare città e civili mentre sul piano diplomatico resta lontana una soluzione condivisa.

Zelensky guarda a New York: possibile incontro con Trump

Ed è proprio sul terreno della diplomazia che Kiev prova a riaprire una prospettiva negoziale. Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha annunciato di prevedere un incontro con Donald Trump a New York alla fine di settembre, nel tentativo di dare nuovo impulso agli sforzi americani per sbloccare i negoziati di pace.

«A fine settembre avremo l’opportunità di incontrarci, credo, con la delegazione americana a New York», ha dichiarato Zelensky durante una conferenza stampa in Canada. Il presidente ucraino ha lasciato intendere che il confronto diretto con Trump potrebbe consentirgli di parlare con maggiore franchezza e di affrontare questioni ancora delicate.

L’ipotesi di un vertice assume un peso particolare in una fase nella quale i negoziati restano sostanzialmente impantanati. Washington continua a cercare uno spazio per la mediazione, mentre tra Mosca e Kiev rimangono profonde divergenze non soltanto sulle modalità di un eventuale cessate il fuoco, ma soprattutto sui presupposti politici e territoriali di una pace duratura.

Il Cremlino smentisce la minaccia all’aereo di Zelensky

Intanto Mosca respinge la ricostruzione ucraina relativa a una presunta minaccia con un drone nei confronti dell’aereo di Zelensky durante il decollo dalla Moldova, avvenuto due giorni prima.

Per il portavoce del Cremlino Dmitrij Peskov, quella minaccia «non è mai esistita». «Per quanto riguarda questa effimera minaccia per l’aereo, non è mai esistita», ha dichiarato, sostenendo inoltre che la stessa parte ucraina avrebbe già ammesso l’assenza di un pericolo concreto.

La vicenda si inserisce nel clima di crescente tensione che accompagna ogni episodio legato alla sicurezza del presidente ucraino, mentre la guerra continua a produrre incidenti, accuse incrociate e interpretazioni diametralmente opposte da parte dei due schieramenti.

Mosca non arretra: «Le condizioni per la pace non sono cambiate»

A rendere ancora più evidente la distanza tra le parti sono le parole dello stesso Peskov sulle condizioni poste dalla Russia per una pace negoziata.

La posizione del Cremlino, ha spiegato il portavoce, non sarebbe cambiata rispetto a quella illustrata da Vladimir Putin nel giugno del 2024. Mosca continua a chiedere il ritiro delle truppe ucraine dalle quattro regioni che rivendica — Donetsk, Lugansk, Zaporizhzhia e Kherson — e pretende un impegno di Kiev a non aderire alla Nato.

Non si tratta dunque, nella prospettiva russa, di una nuova proposta elaborata alla luce degli ultimi sviluppi, ma della conferma di una linea già tracciata due anni fa.

«Tutte le nostre proposte per fermare le ostilità sono ben note, le condizioni non sono di fatto cambiate», ha ribadito Peskov, richiamando il discorso pronunciato da Putin al ministero degli Esteri russo nel giugno 2024.

Ma accanto alla conferma delle condizioni diplomatiche, arriva anche una valutazione tutt’altro che neutrale sull’andamento del conflitto. Secondo Peskov, l’unico elemento realmente mutato negli ultimi due anni sarebbe la situazione militare: «è diventata molto peggiore per l’Ucraina».

È una dichiarazione che restituisce la distanza siderale tra le rispettive posizioni. Kiev continua a cercare sostegno internazionale e a puntare sul coinvolgimento diretto degli Stati Uniti; Mosca, invece, presenta il negoziato come possibile soltanto sulla base di condizioni territoriali e strategiche che l’Ucraina ha finora respinto.

Il doppio binario della guerra

Da una parte le bombe su Pavlohrad, con morti e feriti nel centro di una città. Dall’altra i possibili incontri diplomatici a New York e le dichiarazioni del Cremlino sulle condizioni per fermare i combattimenti. È questo il doppio binario sul quale procede oggi la guerra in Ucraina: la violenza sul terreno e la diplomazia che cerca, senza successo, di ridurre la distanza tra due posizioni ancora profondamente inconciliabili.

L’eventuale incontro tra Zelensky e Trump potrebbe rappresentare un passaggio importante per comprendere quale spazio esista ancora per una trattativa. Ma le parole di Mosca mostrano quanto sia difficile trasformare l’attuale confronto militare in un accordo politico.

Nel frattempo, a Pavlohrad, il prezzo della guerra si misura ancora una volta in vite spezzate, feriti e famiglie travolte da un conflitto che, nonostante i tentativi diplomatici, continua a colpire anche là dove la vita quotidiana dovrebbe essere più lontana dal fronte.

Denise Cosco, a 35 anni si spezza il filo della memoria di Lea Garofalo

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A trentacinque anni Denise Cosco è morta. La stessa età che aveva sua madre, Lea Garofalo, quando la ’ndrangheta decise di eliminarla. Due vite profondamente diverse e tuttavia legate da un destino che la violenza mafiosa aveva già scritto una volta e che, a distanza di anni, torna oggi a interrogare le coscienze.

Secondo quanto si apprende, il dramma si è consumato domenica 6 settembre. Denise sarebbe precipitata dal balcone di un’abitazione e, dopo alcuni giorni, è morta in ospedale. Una notizia che chiude nel dolore una storia cominciata molto prima, quando era ancora una bambina e sua madre aveva scelto di rompere il silenzio imposto dalla ’ndrangheta.

Denise era la figlia di Lea Garofalo e di Carlo Cosco, l’uomo che nel 2009 avrebbe organizzato l’omicidio della sua ex compagna. Lea aveva deciso di collaborare con la giustizia e aveva intrapreso, insieme alla figlia, un percorso di protezione. Una scelta difficile, che significava abbandonare la vita conosciuta e affidarsi a un’esistenza lontana dagli ambienti nei quali era cresciuta.

Fu proprio quella scelta di libertà a trasformare Lea in una nemica da eliminare.

Nel 2009 la donna fu attirata a Milano con l’inganno. Qui venne sequestrata, sottoposta a violenze e infine uccisa. Il suo corpo venne distrutto nel tentativo di cancellare ogni traccia del delitto. L’omicidio fu ricostruito nel corso dell’inchiesta e del processo grazie anche alla testimonianza della figlia Denise, che contribuì a fare luce sulla sorte della madre.

Lea Garofalo è diventata negli anni uno dei simboli più forti della ribellione femminile alle mafie: una donna che aveva scelto di sottrarsi alla logica dell’appartenenza e del silenzio, pagando quella scelta con la vita. La sua vicenda ha attraversato le aule di giustizia, la società civile e la memoria collettiva, fino a diventare una delle storie più conosciute della lotta alla ’ndrangheta.

Ma accanto alla figura pubblica di Lea è rimasta, inevitabilmente, la storia privata di Denise. Quella di una figlia costretta a crescere con l’assenza della madre, con il peso di una testimonianza resa contro il proprio padre e con la necessità di vivere per anni lontano da occhi indiscreti.

Una libertà conquistata al prezzo di una vita nascosta.

È questo il punto sul quale insiste don Luigi Ciotti, presidente di Libera e del Gruppo Abele, nel ricordare Denise. Non una figura da trasformare in simbolo a posteriori, né una storia da giudicare, ma una giovane donna segnata da una sofferenza che conviveva con un profondo desiderio di vivere.

«Il coraggio e la sofferenza», osserva don Ciotti, hanno rappresentato «i due estremi» tra i quali Denise ha cercato per tutta la vita di mantenere un equilibrio. Un equilibrio fragile, che oggi, dice, «si è spezzato per sempre».

Nel ricordo di Ciotti c’è soprattutto la dimensione umana di Denise. Gli anni trascorsi nascosta, la ricerca di una normalità mai completamente raggiunta, il desiderio di sentirsi finalmente libera e autonoma. Un’esistenza che, dopo la tragedia della madre, non poteva più essere semplicemente quella di una ragazza qualunque.

Eppure, sottolinea il presidente di Libera, Denise aveva conservato una «grande sete di vita, di libertà e di amore». È forse questa la contraddizione più dolorosa della sua vicenda: essere cresciuta nel cono d’ombra di una violenza che avrebbe voluto spezzare e, nello stesso tempo, aver cercato per tutta la vita uno spazio nel quale poter essere semplicemente se stessa.

La sua morte riporta così al centro una domanda che riguarda non soltanto la memoria di Lea Garofalo, ma anche le conseguenze che la violenza mafiosa continua a produrre ben oltre il momento del delitto. Le mafie uccidono le persone, ma la loro violenza può continuare ad agire negli anni, nelle famiglie, nelle identità, nelle relazioni e nella possibilità stessa di costruirsi un’esistenza normale.

Per questo, davanti alla morte di Denise, don Ciotti sceglie di non pronunciare parole di giudizio né di compassione. «Non giudichiamo la sua storia, non innalziamola e non compatiamola», dice. Perché Denise, osserva, «non lo vorrebbe».

Resta invece l’abbraccio immaginato tra madre e figlia, dopo sedici anni di distanza. Un’immagine insieme privata e pubblica, che riporta Lea e Denise al di là delle cronache giudiziarie e dei simboli: due persone, una madre e una figlia, accomunate da una storia che la ’ndrangheta aveva cercato di cancellare.

«Scusa! Perdonaci per non essere riusciti a tenerti qui con noi», è il pensiero affidato da don Ciotti al ricordo di Denise. E insieme un grazie «del tempo che abbiamo passato insieme».

È difficile separare oggi la morte di Denise dalla storia di Lea. Ma forse la lezione più dolorosa è proprio questa: la libertà conquistata da una madre non sempre riesce a liberare anche chi le sta accanto dalle ferite lasciate dalla violenza.

Denise aveva trentacinque anni. La stessa età alla quale sua madre era stata uccisa.

Due date della stessa età, due destini differenti, un’unica storia che ancora chiede di essere ricordata.

Carburanti, il governo allunga lo sconto sul diesel: accise tagliate fino al 17 settembre

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Il tempo, questa volta, si misura in litri e in ore. A poche ore dalla scadenza del precedente provvedimento, fissata alla mezzanotte di giovedì 10 settembre, il governo ha deciso di prolungare ancora una volta il taglio delle accise sul gasolio. Il Consiglio dei ministri ha approvato il nuovo decreto legge contro il caro carburanti, estendendo lo sconto di un’altra settimana, fino a giovedì 17 settembre.

Una proroga breve, quasi chirurgica, che consente di evitare l’immediato ritorno alla tassazione ordinaria sul diesel mentre il prezzo alla pompa continua a muoversi nella direzione opposta rispetto alle esigenze di famiglie, pendolari e imprese: verso l’alto.

Il provvedimento arriva infatti in un momento nel quale la pressione sui carburanti non accenna ad allentarsi. Gli ultimi dati dell’Osservatorio sui prezzi dei carburanti del ministero delle Imprese e del Made in Italy, rilevati nella mattinata del 10 settembre, fotografano un nuovo incremento sia per la benzina sia per il gasolio.

Sulla rete stradale nazionale, il prezzo medio del self service per la benzina è salito a 2,077 euro al litro, contro i 2,067 euro del giorno precedente. Per il gasolio la media raggiunge invece 2,184 euro al litro, dai 2,177 euro di mercoledì.

E il conto diventa ancora più pesante per chi viaggia in autostrada. Qui il prezzo medio del self service si attesta a 2,163 euro al litro per la benzina e a 2,258 euro per il gasolio, entrambi in aumento rispetto alla rilevazione precedente, quando erano rispettivamente a 2,152 e 2,248 euro.

Numeri che spiegano perché il tema del carburante sia tornato rapidamente al centro dell’agenda politica. La proroga del taglio delle accise rappresenta un intervento immediato per attenuare l’impatto del rincaro, ma proprio la sua durata limitata riaccende il confronto sulla natura delle misure adottate dall’esecutivo.

Per il Movimento 5 Stelle, si tratta dell’ennesimo intervento temporaneo senza una strategia di lungo periodo. Chiara Appendino, deputata del M5S, parla di un altro «tampone» e accusa il governo di non aver affrontato in modo strutturale la questione delle accise.

Secondo Appendino, l’esecutivo avrebbe prima aumentato le accise sul gasolio con la manovra e successivamente lasciato scadere gli sconti, per poi intervenire nuovamente con una proroga. Nel mirino della parlamentare finisce anche la mancata riforma del settore, che a suo giudizio sarebbe stata rinviata per anni.

La critica politica si concentra dunque su una contraddizione: da un lato l’esigenza di intervenire rapidamente quando i prezzi salgono, dall’altro l’assenza, secondo l’opposizione, di una soluzione capace di stabilizzare il costo dei carburanti nel medio e lungo periodo.

Ancora più duro il giudizio del Partito democratico. Antonio Misiani, senatore e responsabile Economia e finanze nella segreteria nazionale del Pd, definisce quella approvata dal governo «l’ennesima proroga» e accusa l’esecutivo di rinviare ancora le misure di sostegno annunciate nei giorni precedenti.

La contestazione del Pd non riguarda soltanto il contenuto del decreto, ma anche la tempistica. Per Misiani, il governo sarebbe arrivato nuovamente a ridosso della scadenza, affidandosi a un provvedimento dell’ultima ora invece di varare una risposta organica al caro carburanti.

Nel mirino del senatore dem finisce anche la presidente del Consiglio Giorgia Meloni e, più in generale, la strategia della maggioranza. Misiani sostiene che, a fronte dell’aumento dei costi sostenuti dagli automobilisti, il governo abbia finora risposto con interventi temporanei e successivi rinvii.

Il confronto sul diesel, dunque, rischia di diventare qualcosa di più di una semplice disputa sulle accise. Da una parte c’è la necessità immediata di alleggerire il conto della benzina e del gasolio; dall’altra la richiesta di una politica energetica e fiscale capace di evitare che ogni scadenza si trasformi in una nuova corsa contro il tempo.

Intanto, per gli automobilisti, la certezza è una sola: lo sconto sul gasolio resta in vigore per altri sette giorni, fino al 17 settembre. La domanda che rimane aperta è cosa accadrà dopo.

Perché se il prezzo alla pompa continuerà a salire, il problema non sarà più soltanto come prorogare un taglio delle accise, ma come impedire che il costo del pieno diventi una tassa quotidiana sempre più pesante sull’economia delle famiglie e sulla competitività delle imprese.

Legge elettorale, sulle preferenze il centrodestra si ricompatta: il Senato boccia l’opposizione

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La partita sulle preferenze si chiude, almeno per ora, con un voto che ricompatta la maggioranza e riapre il confronto politico sulla nuova legge elettorale. Il Senato ha bocciato il sub-emendamento presentato dal Pd, prima firma Dario Parrini, che puntava a cancellare i capolista bloccati e a introdurre le preferenze per consentire agli elettori di scegliere direttamente i propri rappresentanti.

I numeri raccontano una maggioranza netta: 68 voti favorevoli e 99 contrari. Il governo, sulla proposta, aveva scelto di rimettersi all’Aula. Una formula che, nelle ore precedenti al voto, aveva alimentato l’ipotesi di una libertà di coscienza capace di aprire una crepa nel centrodestra. Alla fine, però, la crepa si è richiusa. E il centrodestra ha votato compatto contro la modifica.

Dai banchi dell’opposizione, subito dopo l’esito della votazione, si sono levati cori di “Vergogna”. Ma il vero dato politico della giornata è un altro: la questione delle preferenze, per alcune ore, ha rischiato di trasformarsi da tema della legge elettorale a problema interno alla coalizione di governo.

Il caso FdI e il dietrofront sulle preferenze

La mattinata era partita all’insegna dell’incertezza. Le indiscrezioni raccontavano di una possibile autonomia di Fratelli d’Italia rispetto agli alleati, almeno su una battaglia che il partito ha storicamente rivendicato: restituire agli elettori la possibilità di indicare direttamente i candidati.

A rilanciare il tema era stato Roberto Vannacci, che aveva invitato il governo a sostenere l’emendamento dem sulle preferenze. Un passaggio destinato a pesare soprattutto sul piano politico, perché arrivava mentre Forza Italia e Lega continuavano a difendere l’impianto concordato dalla maggioranza.

A metà giornata, dopo un vertice di maggioranza, la ministra per le Riforme Elisabetta Casellati aveva spiegato che il governo avrebbe lasciato all’Aula la decisione su alcuni emendamenti. “Il Parlamento è sovrano”, era il principio rivendicato dalla ministra.

Una posizione che sembrava poter lasciare spazio a voti trasversali.

Nel pomeriggio, invece, il quadro è cambiato. Fratelli d’Italia ha ricomposto il fronte con gli alleati. Il capogruppo al Senato Lucio Malan ha sgombrato il campo da equivoci: tra “un emendamento strumentale sulle preferenze delle opposizioni” e il rispetto degli accordi di maggioranza, la scelta del partito era quella di mantenere la parola data.

Il voto ha certificato la ricomposizione.

Forza Italia, del resto, aveva manifestato immediatamente la propria contrarietà a qualsiasi apertura. Gli azzurri hanno ribadito la loro opposizione alle preferenze e chiesto agli alleati di rispettare gli accordi raggiunti. La Lega, attraverso Matteo Salvini, ha invece confermato che il testo, così com’è, va bene e non necessita di modifiche.

Renzi attacca Meloni

L’occasione è stata immediatamente raccolta dalle opposizioni. Matteo Renzi ha rivolto un appello diretto alla presidente del Consiglio Giorgia Meloni, chiedendole di non arretrare davanti alle posizioni di Salvini e Tajani e di sostenere il sub-emendamento sulle preferenze.

Per il leader di Italia Viva, Meloni dovrebbe arrivare fino in fondo, anche a costo di mettere in discussione la tenuta della maggioranza. Un affondo che trasforma il voto sulle regole elettorali in una sfida politica alla presidente del Consiglio.

Sul fronte Pd, Alessandro Zan ha accusato Meloni di incoerenza, ricordando le battaglie condotte negli anni a favore della possibilità per gli elettori di scegliere i propri rappresentanti.

La bocciatura del sub-emendamento, sostiene Zan, dimostrerebbe la distanza tra quelle dichiarazioni e le scelte compiute oggi in Parlamento.

Premio di maggioranza al 42%

Mentre il caso preferenze monopolizzava il dibattito politico, il Senato proseguiva l’esame degli altri punti della riforma.

Resta confermata la soglia del 42% per l’accesso al premio di maggioranza, mentre non passa l’ipotesi di abbassarla al 41%, come proposto da un emendamento di Fratelli d’Italia.

È invece definitivamente tramontata l’ipotesi del ballottaggio. La soluzione, che avrebbe previsto un secondo turno in caso di mancato raggiungimento della soglia necessaria, non ha trovato spazio soprattutto per la contrarietà di Lega e Forza Italia.

Resta quindi un sistema nel quale il premio scatterebbe al raggiungimento del 42%, senza il ricorso a un secondo turno.

Il nodo delle firme e la stretta sui nuovi partiti

Tra le modifiche già emerse c’è anche quella relativa alle firme necessarie per presentare alle elezioni le nuove formazioni politiche non presenti in Parlamento.

La riformulazione del governo a un emendamento di Fratelli d’Italia porta da 1.500 a 9.000 il numero minimo di firme, con la possibilità di arrivare fino a 10.000.

La modifica interviene anche sul meccanismo di calcolo della cifra elettorale nazionale della coalizione, eliminando qualsiasi soglia per contribuire alla formazione del dato utile all’attribuzione del premio.

Restano alcune esenzioni per le forze politiche già rappresentate in Parlamento e per quelle che rientrano nelle condizioni previste dalla riforma. Per formazioni come +Europa e FnV, che dispongono di una componente in almeno uno dei due rami del Parlamento, il numero di firme resta invece compreso tra 1.500 e 2.000.

Cambia anche la presenza territoriale richiesta: le circoscrizioni nelle quali una formazione deve presentarsi salgono da un terzo alla metà.

La proposta dovrebbe essere sottoposta al voto tra oggi e domani.

L’ultima incognita: la norma “anti-cespugli”

Sul tavolo resta infine una delle questioni tecnicamente più delicate: la cosiddetta norma “anti-cespugli”, cioè il criterio con cui conteggiare i voti ottenuti dai partiti più piccoli coalizzati.

Le ipotesi sono diverse: escludere dal computo le forze sotto il 2%, fissare la soglia all’1%, mantenendo in sostanza il meccanismo del Rosatellum, oppure non escludere alcun voto.

Su quest’ultima soluzione ci sarebbe un orientamento favorevole di Fratelli d’Italia, mentre Lega e Forza Italia avrebbero ancora perplessità.

Il tema non è soltanto politico. Tocca direttamente il rapporto tra voti espressi e risultato finale del sistema elettorale. Una soglia che escludesse dal computo del premio una parte consistente dei consensi raccolti dai partiti coalizzati potrebbe infatti produrre un risultato non perfettamente corrispondente alla distribuzione effettiva del voto.

È un punto sul quale, secondo quanto emerso nel dibattito politico, sarebbe stata manifestata attenzione anche al Quirinale.

La distinzione è cruciale: altra cosa è non considerare quei voti per l’attribuzione dei seggi, altra è escluderli dal calcolo necessario per determinare il premio di maggioranza. Nel secondo caso, l’effetto sulla rappresentatività del risultato complessivo può diventare molto più rilevante.

Ora la Camera

Il calendario della riforma è già tracciato. Il voto finale al Senato è previsto per martedì 15, mentre l’approdo del testo alla Camera è fissato per il 28.

Le opposizioni hanno chiesto più tempo per l’esame, ma la maggioranza punta a rispettare la tabella di marcia.

Il voto sulle preferenze, intanto, consegna alla riforma un primo verdetto politico: quando la questione è arrivata al dunque, il centrodestra ha scelto la disciplina di coalizione. La possibilità di scegliere direttamente i candidati resta fuori dal testo.

Per la maggioranza è la conferma di un accordo che non intende mettere a rischio. Per le opposizioni è, invece, la prova di una promessa tradita.

La legge elettorale, insomma, continua a essere molto più di una legge. È il luogo in cui gli equilibri della maggioranza si misurano, le opposizioni cercano una breccia e ogni modifica tecnica può trasformarsi in una partita politica.

Aurora Tila, 13 anni e una vita spezzata: in appello la pena all’ex fidanzato scende a 15 anni

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La sentenza arriva a quasi due anni da quel 25 ottobre 2024, quando Aurora Tila, 13 anni, precipitò da un balcone a Piacenza e morì. In primo grado erano stati inflitti 17 anni di reclusione al suo ex fidanzato, allora quindicenne. Ora la Corte d’appello di Bologna, sezione minorenni, riduce la pena a 15 anni.

Una decisione che riaccende il dolore della famiglia e apre un nuovo fronte di polemica sul modo in cui la giustizia affronta i casi di violenza nelle relazioni tra adolescenti. Per la difesa della madre, rappresentata dall’avvocato Emilio Malaspina, il punto non è soltanto la riduzione della pena, ma soprattutto il fatto che la Procura generale avesse chiesto uno sconto rispetto alla condanna di primo grado.

«Aurora aveva 13 anni, la vittima di femminicidio più giovane d’Europa», ha sottolineato il legale, esprimendo la profonda insoddisfazione della famiglia per l’esito del processo d’appello.

La rabbia della madre: «Sentenze fatte alla leggera»

La reazione di Morena Corbellini è stata immediata e durissima. La madre di Aurora contesta una decisione che, ai suoi occhi, rischia di trasmettere un messaggio sbagliato proprio sul terreno della violenza nelle relazioni giovanili.

«Poi pretendiamo che i femminicidi diminuiscano? Aumenteranno sempre di più e anche i minori uccideranno sempre di più, finché il Paese non interverrà in modo duro e corretto. Andrà sempre peggio, le sentenze sono fatte alla leggera».

Parole che restituiscono, oltre alla rabbia per il verdetto, la dimensione di una perdita che non può essere ridotta a un numero sulla sentenza. Aurora aveva 13 anni. La sua morte è diventata uno dei casi più emblematici della violenza di genere che coinvolge anche adolescenti.

Perché la condanna è stata ridotta

La Corte d’appello ha riconosciuto all’ex fidanzato le attenuanti generiche, formulando un giudizio di equivalenza tra le attenuanti e le aggravanti contestate per l’omicidio. Tra queste figurano lo stalking e l’esistenza di una relazione sentimentale con la vittima, oltre alla minore età dell’imputato.

Il quadro della pena, dunque, non nasce da una semplice sottrazione aritmetica. La decisione è il risultato del bilanciamento operato dai giudici tra gli elementi favorevoli e quelli aggravanti, nell’ambito di un procedimento minorile.

Le motivazioni della sentenza saranno depositate entro 90 giorni. Sarà soprattutto attraverso quelle pagine che si potrà comprendere nel dettaglio il ragionamento seguito dal collegio e il peso attribuito alle diverse circostanze.

La richiesta della Procura generale

Anche la Procura generale aveva chiesto una riduzione della pena, seppure contenuta. La sostituta procuratrice generale Silvia Marzocchi aveva sollecitato una condanna a 15 anni e sei mesi, riconoscendo le attenuanti generiche anche alla luce della confessione.

C’era però, secondo l’accusa, un ulteriore problema nel calcolo della pena stabilita in primo grado. I 17 anni erano stati infatti determinati partendo da una pena base di 25 anni per l’omicidio, mentre, secondo la ricostruzione della Procura generale, il calcolo avrebbe dovuto prendere le mosse da 24 anni, sui quali applicare poi la riduzione di un terzo prevista per il rito abbreviato.

La differenza, apparentemente tecnica, assume un peso concreto perché incide direttamente sul risultato finale della pena.

Un caso che interroga anche la giustizia minorile

La vicenda di Aurora porta così nuovamente al centro del dibattito una questione complessa: come debba rispondere la giustizia quando autore e vittima di una violenza estrema sono adolescenti.

Da una parte c’è la necessità di considerare la giovane età dell’imputato e i principi che regolano il sistema penale minorile. Dall’altra c’è la gravità di un delitto consumato all’interno di una relazione sentimentale e preceduto, secondo le contestazioni, da comportamenti persecutori.

È proprio su questo crinale che si attende ora la lettura delle motivazioni. Saranno loro a chiarire perché i giudici abbiano ritenuto equivalenti attenuanti e aggravanti e perché, nel bilanciamento complessivo, la pena sia stata fissata a 15 anni.

Nel frattempo, per la famiglia di Aurora, resta soprattutto una domanda che nessuna formula processuale può cancellare: quanto vale la vita di una ragazzina di 13 anni quando la violenza entra nelle relazioni più giovani e quando a esercitarla è, a sua volta, un minorenne?

La risposta giudiziaria è arrivata. Quella della famiglia, invece, è affidata a un dolore che non si è mai interrotto.

Va a trovare il padre nella Rsa e lo uccide a coltellate: poi si costituisce

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È entrata nella casa di riposo per far visita al padre, come altre volte. Ma quella visita si è trasformata in una tragedia. Una donna di 61 anni avrebbe ucciso a coltellate il genitore, 91 anni, ospite di una Rsa a Pavia di Udine, per poi presentarsi spontaneamente ai carabinieri e confessare quanto accaduto.

Il delitto si è consumato nella tarda mattinata di giovedì 10 settembre. Una ricostruzione ancora necessariamente provvisoria, perché gli investigatori stanno mettendo in ordine ogni elemento della vicenda, ma che restituisce già i contorni di una storia familiare drammatica.

Secondo le prime informazioni raccolte, la donna avrebbe approfittato di un momento in cui nella stanza non c’erano altre persone. Padre e figlia sarebbero rimasti soli e nessuno, almeno per ora, avrebbe assistito direttamente all’aggressione né avrebbe riferito di aver sentito qualcosa di significativo.

L’arma utilizzata sarebbe stata un coltello, secondo quanto riferito dalla stessa donna ai militari. Saranno però gli accertamenti della Scientifica dell’Arma a stabilire con precisione la dinamica dell’aggressione e la natura delle ferite riportate dall’anziano.

A rendere ancora più delicato il quadro è il fatto che nella stessa struttura sia ospitata anche la madre della 61enne. La donna, tuttavia, si trova in un’altra stanza e non avrebbe assistito a quanto accaduto.

Il corpo dell’anziano sarebbe stato scoperto pochi minuti dopo il delitto, quando la figlia si è presentata spontaneamente ai carabinieri per costituirsi. Un passaggio che ha consentito agli investigatori di intervenire rapidamente nella struttura e avviare tutti gli accertamenti.

Sul possibile movente, le prime risultanze investigative indirizzerebbero verso problemi di natura economica. Si tratta, anche in questo caso, di un’ipotesi ancora da verificare e sulla quale gli inquirenti stanno cercando riscontri. Sarà necessario ricostruire i rapporti familiari, la situazione personale della donna e le eventuali difficoltà che potrebbero aver preceduto il gesto.

Le indagini sono coordinate dalla Procura e affidate ai carabinieri del Comando provinciale di Udine. I militari della Scientifica stanno effettuando i rilievi nella struttura, mentre gli investigatori stanno raccogliendo le testimonianze del personale della casa di riposo e delle persone che, nelle ore precedenti o successive al delitto, potrebbero aver avuto contatti con la vittima o con la figlia.

Un ruolo importante potrebbe avere anche la videosorveglianza. Le immagini delle telecamere della Rsa sono infatti al vaglio degli investigatori per ricostruire gli spostamenti della donna, verificare gli orari e individuare eventuali elementi utili a chiarire cosa sia accaduto prima e dopo l’aggressione.

Restano dunque da definire diversi tasselli di una vicenda che, al momento, appare consumata nel silenzio di una stanza e conclusa con una confessione spontanea. Saranno gli accertamenti dell’Arma e gli ulteriori sviluppi dell’inchiesta a stabilire dinamica, movente e responsabilità con il necessario grado di certezza.

Bce, nuova stretta sui tassi: per i mutui variabili rate più care fino a 53 euro nel 2026

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La Banca centrale europea torna a premere sul freno monetario. Il Consiglio direttivo ha deciso di aumentare di 0,25 punti percentuali i tre principali tassi di interesse dell’area euro, confermando le attese pressoché unanimi dei mercati. Dal 16 settembre il tasso sui depositi salirà al 2,50%, quello sulle operazioni di rifinanziamento principali al 2,65%, mentre il tasso sui prestiti marginali raggiungerà il 2,90%.

La decisione, assunta durante la riunione del Consiglio direttivo tenuta a Berlino, porta i tassi al livello più elevato dall’aprile 2025, quando la Bce aveva portato il costo del denaro al 2,25%.

A pesare sulla scelta è soprattutto il nuovo scenario inflazionistico. Il rincaro di petrolio e carburanti, alimentato anche dalle tensioni geopolitiche in Medio Oriente, ha riportato sotto pressione i prezzi: ad agosto l’inflazione media dell’Eurozona ha accelerato al 3,3% su base annua.

Per Francoforte, dunque, il quadro resta particolarmente incerto. I rischi sono considerati al rialzo per l’inflazione e al ribasso per la crescita economica. Lo shock energetico, avverte la Bce, potrebbe produrre effetti molto diversi a seconda della sua intensità e della sua durata, oltre che per le conseguenze indirette sull’economia e sulle aspettative di famiglie e imprese.

Mutui variabili, la rata sale subito

La conseguenza più immediata della nuova stretta si riflette sui finanziamenti a tasso variabile. Secondo le simulazioni di Facile.it, per un mutuo standard da 126 mila euro, con durata di 25 anni, la rata mensile aumenterà di circa 17 euro, passando dagli attuali 614 a 631 euro.

Non si tratta, però, del primo rincaro dell’anno. Da gennaio a oggi la rata dello stesso finanziamento è già aumentata di 36 euro, partendo dai 578 euro di inizio 2026. Con il nuovo intervento della Bce, l’incremento complessivo entro la fine dell’anno potrebbe quindi arrivare a 53 euro al mese.

Una cifra che, moltiplicata per dodici mesi, diventa tutt’altro che trascurabile per il bilancio familiare.

E il conto potrebbe diventare ancora più pesante nel 2027. Sempre secondo le stime di Facile.it, ai livelli attuali un mutuatario con un finanziamento variabile standard potrebbe trovarsi a sostenere oltre 600 euro in più di interessi nell’arco dell’anno.

Il mercato scommette su altri rialzi

La nuova stretta potrebbe inoltre non essere l’ultima. A indicarlo sono le aspettative incorporate nei futures sull’Euribor, che fotografano le previsioni degli operatori sul futuro andamento dei tassi.

Secondo i dati aggiornati alla prima settimana di settembre, l’Euribor a tre mesi, oggi al 2,67% e utilizzato come riferimento per numerosi mutui a tasso variabile, potrebbe arrivare al 3,10% entro giugno 2027.

Se questa previsione dovesse concretizzarsi, la rata del finanziamento preso come riferimento da Facile.it salirebbe dagli attuali 614 euro a oltre 650 euro al mese.

Il mercato, in altre parole, non sta scontando soltanto l’aumento deciso oggi dalla Bce: le aspettative incorporano almeno un ulteriore rialzo entro la metà del 2027, con la possibilità di un terzo intervento entro la fine dell’anno.

È uno scenario che restituisce ai mutuatari variabili una prospettiva molto diversa da quella che si era delineata nei primi mesi del 2026, quando il prodotto appariva particolarmente conveniente.

Gli italiani, però, scelgono soprattutto il fisso

I dati sulle nuove richieste di finanziamento mostrano del resto che le famiglie italiane continuano a privilegiare la certezza della rata.

Nei primi otto mesi del 2026, secondo l’Osservatorio Facile.it – Mutui.it, l’importo medio richiesto è stato di 139.599 euro, in crescita dell’1,6% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Il finanziamento ha coperto mediamente il 74% del valore dell’immobile, pari a circa 206 mila euro.

È diminuita anche l’età media dei richiedenti: dai 40,5 anni del 2025 si è passati a 39 anni. Considerando esclusivamente le richieste per l’acquisto della prima casa, l’età media scende sotto i 37 anni.

Cambia anche la composizione delle domande: le richieste di surroga sono scese dal 26% al 17%.

Ma il dato più significativo riguarda la scelta tra fisso e variabile. Il tasso fisso raccoglie il 93% delle richieste, confermandosi nettamente dominante. Il variabile, tuttavia, ha recuperato terreno rispetto allo scorso anno: la sua quota è passata dall’1% al 7%.

Una crescita favorita soprattutto dalle condizioni particolarmente competitive che il variabile aveva offerto nei primi mesi dell’anno. Un vantaggio che, con il progressivo rialzo degli indici, si è però assottigliato.

Fisso o variabile? La distanza si riduce

Il paradosso del mercato attuale è che, nonostante il nuovo rialzo dei tassi, il variabile continua a presentare le offerte più convenienti sulla carta. Ma il margine rispetto al fisso è ormai ridotto e il rischio di ulteriori aumenti rende la scelta meno scontata.

Prendendo ancora una volta come riferimento un mutuo da 126 mila euro, da rimborsare in 25 anni e destinato a finanziare il 70% del valore dell’immobile, le migliori offerte online a tasso variabile partono da un TAN del 2,65%, con una rata iniziale di circa 575 euro.

Le migliori proposte a tasso fisso partono invece da un TAN del 3,15% e da una rata di circa 607 euro: una differenza di appena 32 euro al mese.

Il problema è che il confronto non può fermarsi alla rata del primo mese. Il variabile offre un risparmio immediato, ma espone il mutuatario alle oscillazioni dell’Euribor. Il fisso, al contrario, costa oggi qualcosa in più, ma mette al riparo il bilancio familiare da eventuali nuove fiammate del costo del denaro.

Anche il fisso risente delle tensioni internazionali

Nemmeno il tasso fisso, peraltro, è rimasto immune dal nuovo scenario internazionale. Nelle ultime settimane i rendimenti dei titoli di Stato americani sono aumentati, trascinando verso l’alto anche quelli europei. Un movimento che si riflette sugli IRS, gli indici utilizzati come riferimento per la determinazione dei tassi dei mutui a tasso fisso.

Le banche, tuttavia, stanno in parte assorbendo questo aumento comprimendo gli spread applicati ai finanziamenti. In alcuni casi, osserva Facile.it, gli istituti sono arrivati persino ad azzerarli.

Il risultato è un mercato nel quale la scelta tra fisso e variabile non può essere ridotta alla semplice differenza tra due rate. Il variabile resta più economico, ma il suo vantaggio è ormai sottile e potrebbe rapidamente evaporare se l’Euribor continuerà a salire. Il fisso costa di più oggi, ma compra qualcosa che in tempi incerti ha un valore preciso: la certezza.

Per chi sta entrando ora nel mercato dei mutui, quindi, la domanda non è soltanto quanto costa oggi il finanziamento. È soprattutto quanto rischio è disposto a sostenere per cercare di pagare meno domani.

Campobasso, madre e figlio contro i carabinieri: prima il badile, poi il coltello da 25 centimetri

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Un intervento dei carabinieri trasformato in pochi minuti in una sequenza di aggressioni, minacce e armi improvvisate. Prima un badile, poi un coltello dalla lama lunga circa 25 centimetri e infine un bastone di legno. È lo scenario ricostruito dai militari intervenuti la sera del 7 settembre in un’abitazione di campagna del Basso Molise, dove madre e figlio sono stati arrestati con l’accusa di resistenza a pubblico ufficiale.

Tutto sarebbe iniziato con una telefonata al 112. A chiedere l’intervento era stata una donna, preoccupata per le condizioni del figlio di mezza età, appena rientrato a casa e, secondo la segnalazione, in uno stato di alterazione psicofisica.

Quando i carabinieri sono arrivati nell’abitazione, la situazione sarebbe rapidamente degenerata. Nel corso delle operazioni e del tentativo di procedere a una perquisizione domiciliare, l’uomo avrebbe afferrato un badile e si sarebbe scagliato contro uno dei militari. Il carabiniere è riuscito a evitare il colpo e, dopo una colluttazione, i militari sono riusciti a disarmarlo e a bloccarlo.

Ma proprio in quel momento sarebbe entrata in scena la madre, facendo salire ulteriormente la tensione.

Secondo la ricostruzione fornita dal comando provinciale dei carabinieri di Campobasso, la donna avrebbe raggiunto la cucina, preso un coltello con una lama di circa 25 centimetri e si sarebbe diretta verso il figlio, minacciandolo di morte. Due militari si sarebbero allora frapposti tra madre e figlio per impedire che la situazione sfociasse in un’aggressione ancora più grave.

La minaccia, a quel punto, si sarebbe spostata sui carabinieri. La donna avrebbe rivolto il coltello contro uno dei militari, puntandogli contro la lama. Anche in questo caso i carabinieri sarebbero riusciti a intervenire e a disarmarla.

La colluttazione, tuttavia, non sarebbe finita lì. La donna avrebbe afferrato un bastone di legno e si sarebbe scagliata contro una carabiniera. La militare è riuscita a sottrarsi ai colpi, ma sarebbe stata comunque raggiunta da calci, schiaffi e spintoni.

Alla fine dell’intervento, alcuni dei carabinieri coinvolti hanno riportato escoriazioni ed ematomi. Per le conseguenze dell’aggressione è stato necessario anche l’intervento del personale del 118.

La vicenda si è quindi spostata sul piano giudiziario. Su disposizione del pubblico ministero, madre e figlio sono stati arrestati. L’uomo, già gravato da precedenti di polizia, è stato condotto in carcere; la madre è stata invece inizialmente posta agli arresti domiciliari.

Nell’udienza successiva gli arresti sono stati convalidati. Per entrambi è stata disposta la misura cautelare del divieto di dimora nel Comune di residenza. Nei confronti della donna non sono state applicate ulteriori misure.

Restano ora gli accertamenti dell’autorità giudiziaria sulla dinamica dell’accaduto e sulle responsabilità individuali. Quella che era cominciata come una richiesta di intervento per una persona in stato di alterazione si è conclusa con due arresti e diversi militari feriti, dopo una notte in cui, nell’abitazione di campagna, la situazione è sfuggita rapidamente a ogni controllo.

Emma Bonino lascia la terapia intensiva e viene trasferita in una struttura privata

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Emma Bonino ha lasciato la terapia intensiva dell’ospedale Santo Spirito di Roma ed è stata trasferita in una struttura privata. A quanto si apprende da fonti a lei vicine, il trasferimento è stato deciso al termine di un consulto tra il suo medico curante, Claudio Santini, e gli specialisti dell’ospedale romano.

La leader di +Europa era arrivata al Santo Spirito in codice rosso, trasportata d’urgenza dopo una crisi respiratoria. Un episodio che aveva suscitato particolare apprensione anche alla luce della sua storia clinica e del precedente ricovero avvenuto nello stesso ospedale nel 2025.

Anche in quell’occasione Bonino era stata assistita in terapia intensiva dopo un malore. Gli accertamenti eseguiti dai sanitari avevano però escluso una nuova manifestazione della malattia oncologica diagnosticata dieci anni prima, orientando invece l’attenzione verso un problema di natura metabolica.

Il precedente ricovero si era concluso dopo un ulteriore passaggio assistenziale. Dopo aver trascorso una notte al Santo Spirito, Bonino era stata trasferita nella Stroke Unit dell’ospedale San Filippo Neri di Roma. Una settimana più tardi era stata dimessa.

Ora il nuovo trasferimento segna una fase diversa dell’attuale percorso di cura: Bonino non è più ricoverata in terapia intensiva del Santo Spirito, ma prosegue l’assistenza in una struttura privata, dopo la valutazione condivisa tra il medico che la segue e gli specialisti che l’hanno presa in carico durante la fase acuta.

Una notizia che, pur segnando l’uscita dalla terapia intensiva, non autorizza al momento a trarre conclusioni sul quadro clinico complessivo. Per le persone a lei vicine, resta quindi centrale la prosecuzione delle cure e il monitoraggio delle sue condizioni.

Attentato a Ranucci, Lavitola resta in carcere: il Riesame conferma il metodo mafioso

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Valter Lavitola resta in carcere. Il tribunale del Riesame di Roma ha respinto la richiesta della difesa di revocare la misura cautelare o, in subordine, di concedere gli arresti domiciliari. Una decisione che rafforza, sul piano cautelare, l’impianto dell’inchiesta della Direzione distrettuale antimafia sull’attentato dinamitardo contro Sigfrido Ranucci, conduttore di Report, avvenuto nell’ottobre 2025 davanti all’abitazione del giornalista a Pomezia, alle porte di Roma.

Il Riesame ha inoltre confermato la contestazione dell’aggravante del metodo mafioso, uno degli elementi più delicati dell’inchiesta. Lavitola è accusato di essere il mandante e l’organizzatore dell’azione intimidatoria. Una ricostruzione investigativa rispetto alla quale l’imprenditore ha ammesso le proprie responsabilità davanti agli inquirenti.

La partita giudiziaria, tuttavia, è tutt’altro che chiusa. Il legale di Lavitola ha già annunciato il ricorso in Cassazione contro la decisione del Riesame.

Le chat sotto la lente degli investigatori

Mentre sul fronte cautelare il quadro accusatorio incassa la conferma del tribunale, gli investigatori continuano a scavare nei rapporti e nelle comunicazioni riconducibili a Lavitola. Al centro degli accertamenti ci sarebbero alcuni vuoti temporali nelle chat tra l’imprenditore e Ranucci.

Il dato, secondo quanto emerge dall’indagine della Procura di Roma, sarebbe stato evidenziato dall’analisi dei telefoni cellulari e del computer sequestrati a Lavitola. Gli investigatori avrebbero individuato cancellazioni o interruzioni nelle conversazioni in momenti ritenuti significativi: sia nella fase precedente all’attentato sia in quella immediatamente successiva.

Non si tratta, allo stato, di una prova autonoma di responsabilità, ma di un elemento che gli inquirenti intendono approfondire. La domanda è soprattutto una: che cosa contenevano quelle conversazioni e perché alcune tracce risultano mancanti? Per questo l’analisi forense dei dispositivi potrebbe diventare uno dei passaggi decisivi della nuova fase dell’inchiesta.

Gli investigatori stanno quindi cercando di ricostruire non soltanto ciò che è rimasto nei telefoni e nel computer, ma anche ciò che potrebbe essere stato cancellato. Un lavoro che potrebbe consentire di verificare tempi, contatti e interlocutori e di mettere a confronto le comunicazioni con gli altri elementi già raccolti nel fascicolo.

L’inchiesta guarda anche agli affari

La conferma del quadro cautelare da parte del Riesame apre, intanto, la strada a ulteriori approfondimenti della Dda. L’attenzione dei pubblici ministeri dovrebbe concentrarsi anche sulla sfera finanziaria e imprenditoriale di Lavitola.

Tra gli interessi finiti sotto la lente degli investigatori figurano anche quelli legati al settore dei carbon credit in Africa. Un capitolo che, almeno per ora, corre parallelamente all’indagine sull’attentato, ma che la Procura intende approfondire per verificare eventuali collegamenti, movimenti finanziari o ulteriori rapporti utili alla ricostruzione complessiva della vicenda.

Il punto fermo, al momento, è la decisione del Riesame: Lavitola resta in carcere e l’aggravante del metodo mafioso rimane contestata. Ma l’indagine non sembra destinata a fermarsi qui. Dalle comunicazioni cancellate agli affari finanziari, la Procura sta allargando il perimetro degli accertamenti, nel tentativo di ricostruire fino in fondo la genesi dell’attentato, la rete dei rapporti e l’eventuale esistenza di ulteriori responsabilità.